Se il comunismo fosse un blog

Il Manifesto in Rete
Il Manifesto in Rete
di Guido Ambrosino

Con questo messaggio, cerca di riprendere il filo di quel che ci dicevamo a voce il luglio scorso a Bologna. Vorrei anche rispondere alle giuste domande di Michele Fumagallo sul perché le nostre proposte di giornale comunardo sono state respinte. Quando a Berlino mi chiedono che ne è del manifesto, la racconto così: “Il vecchio vascello è affondato nel 2011, in liquidazione per debiti. La scialuppa di salvataggio aveva posto per una ventina di persone. La capitana, con la sua squadra di redattori di macchina, se ne è impadronita, anche se la scialuppa sarà prima o poi messa in vendita, e non è detto che la cooperativa “il nuovo manifesto” riesca a comprarla. Giornalisti e impiegati in sovrannumero si sono dispersi tra i flutti, cercando scampo in direzioni, purtroppo, diverse”.

Insomma una vicenda di feroce ristrutturazione e riduzione del personale, in seguito a un “banale” fallimento, senza bisogno di scomodare dissensi politici. La vulgata “renziana” su una presunta spaccatura tra giovani innovatori e vecchi tradizionalisti è stata escogitata solo a posteriori per giustificare in qualche modo all’esterno il colpo di mano. La divisione semmai era tra chi, con Rossanda, chiedeva di interrogarsi sull’orientamento politico del giornale, e chi pensava a prendersi quel che ne restava, senza tante chiacchere, perché tanto “un giornale è un giornale è un giornale”.

Come mai un giornale ultrapolitico si è sfarinato, più che per netti contrasti, per mancanza di un senso politico comune? La risposta va cercata nella crisi strisciante del decennio precedente, la cui esplosione fu solo rinviata dalla stampella dei finanziamenti pubblici (in realtà fatali per il giornale, perché allentarono il suo iniziale forte rapporto con i lettori). La nostra crisi corse in parallelo con il fallimento dei tentativi di “rifondazione” comunista.
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M5S: Grillo, l’informazione e i confini della libertà puntellati da cinque stelle

Foto di Sara Fasullodi Francesca Mezzadri

Per il Movimento 5 Stelle non ti candidi, ma ti candidano. Basta presentare un CV, una fedina penale pulita e non avere tessere di partito. È andata così nelle candidature per le imminenti elezioni della Regione Sicilia, si stanno scegliendo ora i candidati per le future elezioni del Lazio. E proprio in questi giorni su un portale è uscita la notizia di una prima candidatura: una donna sorridente a rappresentare i grillini per il Lazio, con link a profilo facebook del Movimento 5 Stelle dei Castelli Romani. Peccato che il profilo Facebook sia falso (ora è stato cancellato) e la notizia una bufala. Sul web succede.

Del resto, da sempre, uno dei pilastri del Movimento 5 Stelle, è stata l’informazione libera sul web. L’informazione è “uno dei fondamenti della democrazia e della sopravvivenza individuale” recita il blog (o sito ufficiale) del movimento elencando proposte che così, nero su bianco, sembrano meravigliose e moderne come: la cittadinanza digitale dalla nascita, copertura completa nazionale dell’ADSL, abolizione della legge sul copyright e dell’ordine dei giornalisti e così via. Però a Beppe Grillo e, in generale, al Movimento 5 Stelle, i giornalisti non piacciono. Non è una notizia, non è una novità. Il leader del movimento li definisce sul suo profilo Twitter – nel migliore dei casi – “venduti”, “macchina del fango”, “cancro del paese” e non si conta il numero di minacce di querele rivolte ai quotidiani colpevoli di scrivere falsità e di rendere “la verità menzogna e le menzogne verità”.
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