1989, il fantasma della libertà

di Marco Bascetta I sintomi evidenti di una crisi irreversibile della Repubblica democratica tedesca si erano ormai pienamente manifestati, e sempre più intensamente a partire dall’arrivo di Gorbaciov al Cremlino nel 1985, quando nel novembre di trenta anni fa il suo confine, simbolico e materiale, si sgretolò con incredibile rapidità, travolto da una spinta improvvisa […]

Questione di stadi o di culture diverse?

di Silvia R. Lolli

Nei primi giorni di agosto come ogni anno abbiamo assistito ai Campionati Europei di atletica maschili e femminili a Berlino; la sede: lo stadio olimpico costruito per le Olimpiadi del 1936. L’Olympiastadion fa parte delle strutture sportive storiche costruite nell’epoca fra le due guerre mondiali dal partito nazista in Germania, per poter ospitare quelle ultime Olimpiadi prima dei tragici anni di guerra; le volle la propaganda nazista, ma furono accettate, anche se dopo un po’ di dubbi politici di vari Stati, da parte del Comitato Olimpico di allora e molti paesi decisero di non far gareggiare atleti ebrei.

Anche in Italia in parecchie città si costruirono impianti sportivi, ma in un periodo più lungo di tempo, perché da noi il fascismo è durato oltre vent’anni. Per esempio l’impianto polisportivo dello Stadio Comunale di Bologna (sia stadio Dozza, i campi da tennis sacrificati per i mondiali del ’90, le piscine Longo – come vediamo a Berlino o a Roma, vicino allo stadio era d’uso costruire anche le piscine per nuoto e tuffi ed altri impianti) è stato costruito in brevissimo tempo alla metà degli anni Venti e con l’aiuto del Comune e dei cittadini; gli altri sono a Roma e a Trieste. Tutti sono considerati oggi monumenti storico-artistici e sono soggetti a vincoli architettonici.

Come si può vedere anche nelle foto dell’Olympiastadion l’idea polisportiva, per l’accoglienza di più sport nello stesso impianto, era allora preminente. Dal film Olympia possiamo vedere le gare di ginnastica artistica svolte in questo impianto: non era necessario averne uno dedicato.
Leggi di più a proposito di Questione di stadi o di culture diverse?

Ostalgie: quando c’era l’Europa orientale e la Germania Est

di Franco Di Giangirolamo

È la vigilia di Pasqua, piove, tira vento e si preannuncia una notte fredda, molto appropriata per celebrare uno dei tanti crimini dell’imperialismo in medio oriente. Se comprendessi meglio il tedesco starei visionando un film in TV, se non fossi stanco terminerei la lettura di uno dei libri che ho accumulato sul comodino. Invece mi sprofondo sul divano e lascio che la mia testa vada a zonzo per il nuovo quartiere nel quale mi sono sistemato da qualche mese.

Da un pò di tempo comincio a pensare di essere capitato, per puro caso o forse per un destino cinico e baro, in una specie di fortino simbolico dell’ex socialismo realizzato. La prima avvisaglia l’ avevo colta da alcuni italiani che vivono a Berlin da diversi decenni, curiosi sulla mia residenza, i quali, saputo l’ indirizzo, avevano esclamato: Ah, sei andato ad abitare di là.

Per “di là” intendevano riferirsi a quella che era la Berlino Est, oltre il muro che, dopo 27 anni dalla sua caduta, pare costituisca una presenza piuttosto consistente non solo nelle teste (Mauer in den Koepfen) e nei cuori delle persone, ma finanche nel portafoglio. Basti pensare che l’obiettivo della eguaglianza delle pensioni e delle retribuzioni tra Est e Ovest non è stato ancora realizzato e non credo sia a portata di mano, nonostante l’impegno del sindacato DGB e dei Linke.
Leggi di più a proposito di Ostalgie: quando c’era l’Europa orientale e la Germania Est

Attentato a Berlino. Il terrorismo in cinque punti

di Diego Fusaro

Ed è subito terrore. Ancora una volta. Secondo modalità che ritornano sempre invariate, sempre le stesse. Quasi come se si trattasse di un copione già scritto, un orrendo copione da mettere in scena a cadenza regolare. Questa volta è stato il turno di Berlino. Permettetemi, allora, di svolgere alcune considerazioni generalissime sul terrorismo e sulla sua funzione nel quadro storico post 1989.

  • 1) Gli attentati si abbattono sempre e solo sulle masse subalterne, precarizzate, sottopagate e supersfruttate. L’ira delirante dei terroristi non si abbatte mai, curiosamente, sui luoghi reali del potere occidentale: banche, centri della finanza, ecc. I signori mondialisti non vengono mai nemmeno sfiorati. I terroristi avrebbero dichiarato guerra e poi attaccherebbero solo le masse schiavizzate, rendendo – guarda caso – un buon servizio ai signori mondialisti della finanza sradicata: i quali vedono il loro nemico di classe (le masse sottoproletarie, precarizzate e pauperizzate) letteralmente bombardato e fatto esplodere da agenzie terze;
  • 2) Il terrorismo produce un grandioso spostamento dello sguardo dalla contraddizione principale, il nesso di forza classista finanziarizzato. A reti unificate ci fanno credere che il nostro nemico sia l’Islam e non il terrorismo quotidiano del capitalismo finanziario (guerre imperialistiche, ecatombi di lavoratori, suicidi di piccoli imprenditori, popoli mandati in rovina);

Leggi di più a proposito di Attentato a Berlino. Il terrorismo in cinque punti

Muro di Berlino, 1989

Il crollo del Muro: dov’è la festa?

di Luciana Castellina

Un pezzetto di quel muro caduto 25 anni fa ce l’ho ancora sulla mia scri­va­nia: un fram­mento di into­naco colo­rato che strap­pai con le mie mani quando accorsi anche io a Ber­lino men­tre ancora, a frotte, quelli dell’est eson­da­vano verso l’agognato Occi­dente. Furono gior­nate gio­iose attorno a quel sim­bolo di una guerra – quella fredda – che era scop­piata meno di due anni dopo la fine di quella calda.

Per oltre quarant’anni quella fron­tiera, e già molto prima che fosse eretto il muro, l’avevo attra­ver­sata solo ille­gal­mente: negli anni ’50 per­ché il mio governo non mi dava un pas­sa­porto valido per i paesi oltre la cor­tina di ferro (dove­vamo rima­nere chiusi nell’area della Nato) e per­ciò per par­larsi con tede­schi della Ddr, unghe­resi o bul­gari si pren­deva il metro a Ber­lino e dall’altra parte ti for­ni­vano una sorta di pas­sa­porto posticcio.

Poi, dopo la costru­zione del muro, quando noi pote­vamo legal­mente andare ad est e invece quelli di Ber­lino est non pote­vano più venire a ovest, ridi­ven­tammo clan­de­stini: per potere incon­trare, senza incap­pare nella sor­ve­glianza della Stasi, i nostri com­pa­gni paci­fi­sti del blocco sovie­tico, dis­si­denti rispetto ai loro regimi, ma con­vinti che a una evo­lu­zione demo­cra­tica non sareb­bero ser­viti i mis­sili per­ché solo il disarmo e il dia­logo avreb­bero potuto facilitarla.

Per que­sto, gioia in quell’autunno dell’89 e anche un po’ di orgo­glio per il merito che per que­sto esito aveva avuto anche il nostro movi­mento paci­fi­sta, l’End «per un’Europa senza mis­sili dall’Atlantico agli Urali». Ave­vamo pro­dotto una deter­renza poli­tica, con­tri­buendo ad iso­lare chi, per abbat­tere il muro, avrebbe voluto sce­gliere la più sbri­ga­tiva via delle bombe.
Leggi di più a proposito di Il crollo del Muro: dov’è la festa?

Utilizziamo i cookie per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. Maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi