Grillo e lo spauracchio dell’immigrato-untore

di Alessandro Lanni

Il pendolo di Beppe Grillo stavolta punta deciso a destra come spesso gli accade quando parla di immigrazione. Da un paio di giorni il blog del leader del M5S ospita un breve post sotto il titolo almeno a prima vista criptico “Il ritorno delle malattie infettive #tbcnograzie”. In poche righe viene riassunta la posizione espressa dal segretario di uno dei sindacati di polizia, il Consap: gli agenti che per primi incontrano le migliaia di persone che arrivano via mare sui barconi attraversando il Mediterraneo sono sprovvisti di sufficienti misure di sicurezza che li preservino dal contrarre malattie di cui gli immigrati sarebbero veicolo. Quaranta – secondo Igor Gelarda – gli agenti che fino ad oggi avrebbero contratto il virus della tubercolosi venendo a contatto con gli immigrati. Da qui Grillo ne trae una morale politica, per altro non nuova per chi frequenta il blog grillino.

Ora, molti autorevoli scienziati contraddicono l’ipotesi che le malattie si trasmettano per colpa degli immigrati in arrivo nel nostro paese. In questa videointervista, per esempio, l’opinione dell’epidemiologo prof. Giuseppe Ippolito direttore scientifico dell’ospedale Spallanzani di Roma aiuta a togliere di mezzo alcuni luoghi comuni sull’immigrato-untore.
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Beppe Grillo - Foto di Antonella Beccaria

Allarme populismo: da Berlusconi a Grillo, una tentazione che si diffonde

di Valentino Parlato

Non dimentichiamo che assai forte è il nesso tra populismo e autoritarismo, tra populismo e disprezzo della democrazia. La conferma si è rafforzata proprio in questi giorni. Con il populismo grillino avevamo già un uomo solo al comando e non appena qualcuno ha avanzato qualche obiezione è subito arrivato il provvedimento di espulsione.

Uno stalinismo grillesco, roba da piangere. Ma il guaio è che una spinta populista va oltre il campo grillesco, la tentazione di rivolgersi direttamente al popolo mi pare si diffonda, ed è pericoloso. L’avvio – non dimentichiamolo – lo aveva dato Berlusconi, ma la spinta continua e si diffonde e comincia a piacere.

Un po’ di allarme sarebbe utile.
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Rossana Rossanda: “Qualcosa rinascerà, ma sarà diverso”

di Marco Berlinguer

Rossana Rossanda vive a Parigi da tanti anni. Ha una casa sulla Senna: sulla Rive Gauche, naturalmente. La palazzina ottocentesca ha un’aura tutta particolare. Nel suo appartamento, mi racconta, c’era la tipografia di Colette. È in questo angolo di Parigi che arrivo per intervistarla. Le ho spiegato che abbiamo uno spazio particolare di racconto su Pubblico, che noi chiamiamo what’s left. Era curiosa di sapere di noi e del nostro modo di vedere le cose «Che cosa intende per sinistra il tuo direttore?», mi chiede. Le rispondo che a me sembra che da questo punto di vista Luca sia rimasto congelato al suo passaggio nella Fgci a metà degli anni ‘80.

La cosa l’ha sorpresa e, mi è sembrato, anche divertita: «Più passa il tempo – mi dice – e più il Pci quel partito, che ho criticato molto, lo trovo meraviglioso. Fu una grande costruzione». La guardo, per un attimo: un ovale di madreperla incastonato in una corona di capelli bianchissimi che sembrano disegnati da un giro di matita di Picasso. Mi ricordavo la Rossanda dell’iconografia letteraria de Il manifesto: l’intellettuale rigorosa e austera. E invece la trovo affabile e curiosa. Parliamo a lungo, per tre ore. Partiamo da Internet («Sopravviveranno i giornali alla rete?») per terminare all’America Latina («Capisco che hanno fatto cose importanti, ma non è un modello a cui guardo»). Ma alla fine, gira e rigira, mi rendo conto che abbiamo parlato soprattutto di storia e del Novecento. E non poteva essere diversamente con una «ragazza del secolo scorso», per stare all’immagine con cui ha scelto di intitolare la sua autobiografia.
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La disgregazione dell’Impero: da Hegel al Pd con tappa da Machiavelli

Pd, salva l'Italia - Foto di Leonardo D'Ottavi
Pd, salva l'Italia - Foto di Leonardo D'Ottavi
di Sergio Caserta

L’incipit di uno scritto di W. F. Hegel sul Principe di Macchiavelli, tratto dal nono capitolo della “Costituzione della Germania”:


“L’Italia ha avuto in comune con la Germania lo stesso corso del destino; con la sola differenza che essa, avendo già in precedenza un più elevato grado di cultura, fu condotta prima dal suo destino a quella linea di svolgimento che la Germania sta percorrendo ora fino in fondo. Gli imperatori romano-germanici rivendicarono per lungo tempo sull’Italia una sovranità che, come in Germania, era effettiva nella misura e fin quando era affermata dalla personale potenza dell’Imperatore. La brama degli imperatori di conservare entrambi i paesi sotto il loro dominio, ha distrutto il loro potere in entrambi. I’Italia ogni punto di essa acquistò sovranità; essa cessò di essere un solo stato, e divenne un groviglio di stati indipendenti, monarchie, aristocrazie, democrazie, come il caso voleva; e per un breve periodo si videro anche le forme degenerative di queste costituzioni, la tirannide, l’oligarchia e l’oclocrazia”.

Le parole di Hegel suonano come un minaccioso avvertimento per la Germania dei primi del XIX secolo e si riferiscono al destino di dissoluzione dell’identità politica nazionale verificatasi nel nostro paese.

Sappiamo com’è andata la storia, la Germania restò unita nonostante la disgregazione dell’Impero, la sconfitta della prima guerra mondiale, la crisi della repubblica di Weimar con l’avvento del nazismo, fino alla sconfitta della seconda guerra mondiale e alla divisione susseguente, durata dal “45 all’89, per poi tornare la nazione unita e forte, di fatto, imperatrice economica d’Europa.
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Lo scossone e la sveglia: la particolarità italiana e l’incompreso disagio sociale / 2

Crisi - Foto di Roberto Giannotti
Crisi - Foto di Roberto Giannotti
di Aldo Tortorella

Nel deserto di iniziative adeguate, le denunce urlate da Grillo assumevano il sapore di una verità indiscutibile e le grida, gli insulti, le parole di odio apparivano a moltissimi giustificate o giustificabili. Segnali clamorosi erano arrivati anche elettoralmente da anni nelle elezioni comunali e, infine, nelle regionali siciliane. Berlusconi ha reagito, secondo il suo codice di mercato, con un’offerta pubblica di acquisto del voto (in parlamento la compera era stata clandestina) a livello di massa: «Vi tolgo l’Imu. Anzi, vi rendo i soldi».

Il centrosinistra non solo in campagna elettorale, ma ancora prima di essa è apparso balbettante se non reticente, pur enunciando probi propositi cui non crede più nessuno e che sono apparsi come il tentativo di spegnere l’incendio del palazzo con un innaffiatoio. Molti elettori hanno votato per il centrosinistra solo perché hanno avvertito che c’era il rischio di una nuova vittoria della destra berlusconiana. E infatti Grillo andava visibilmente dissanguando a grandi sorsate Pd e Sel. Se il vampiro avesse succhiato ancora un pochino, Berlusconi avrebbe potuto festeggiare una sua nuova maggioranza assoluta alla Camera sulla base di una legge elettorale da lotteria, che stavolta per un soffio ha favorito alla Camera il centrosinistra.

Ma bisogna ricordarlo: tra quei centoventimila in più (in cui ci sono anche i quasi centocinquantamilamila della Südtiroler Volkspartei) e tra tutti gli altri elettori del centrosinistra molti hanno dato il voto per salvare se stessi e l’Italia da una nuova e intollerabile umiliazione, non per approvare le politiche di Monti o la debolezza sui temi della riforma della politica.
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Quattro punti sul Movimento 5 Stelle

Movimento 5 Stelledi Ida Dominijanni

Un vecchio limite, forse “il” limite della politica costituita sta nel suo rifiuto di accettare le rotture della sua forma di razionalità che provengono dalla politica sorgiva. Quando un movimento irrompe sulla scena con una forza inattesa – anche se non sempre imprevedibile – , la prima mossa istintiva e difensiva della politica ufficiale consiste in un tentativo di assimilarselo piegandolo al proprio linguaggio e alle proprie modalità, anche quando quel linguaggio e quelle modalità sono precisamente l’obiettivo polemico del conflitto che il movimento in questione scatena.

È già accaduto in Italia, per fare i due esempi più macroscopici, con il movimento del ’77 e con il femminismo radicale, in entrambi i casi con il risultato di un non-dialogo. Accade di nuovo in questi giorni con il M5S, da parte del Pd e non solo del Pd. È sorprendente come il partito di Bersani sia passato d’un colpo da un atteggiamento di sostanziale sottovalutazione e ostilità tenuto per tutta la campagna elettorale nei confronti della creatura di Grillo («fascista digitale») all’apertura propositiva e contrattuale del giorno dopo i risultati, condìta dall’appello alla razionalità e al senso di responsabilità dei grillini – lo stesso appello che si ritrova nei testi di intellettuali pubblicati da Repubblica a sostegno del tentativo di Bersani.
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Sinistra

L’improvvisa accelerazione del mondo e la sinistra che vorrei

di Tiziana Ferri

Il mondo sta andando molto velocemente, ha preso un’improvvisa accelerazione. Sembra che, da un giorno all’altro, tutte le certezze in cui ci siamo cullati da quando siamo nati si stiano sbriciolando per far posto a una realtà che si modifica continuamente. Prendiamo la politica, per esempio.

Quello di Grillo è davvero uno tsunami. Forse chi lo ha votato ha sottovalutato le conseguenze, io comincio ad avere i brividi nella schiena. La protervia, l’arroganza, la difesa delle rendite di posizione di chi ci ha governato negli ultimi vent’anni ha portato ad avere il Parlamento, e quindi il Paese, nelle mani di un tipo che, parlando di amore, di difesa degli ultimi, di beni comuni, reddito di cittadinanza e altre bellissime cose, può fare di noi tutti quello che vuole.
Pensavo che peggio di Berlusconi fosse impossibile, invece no. Grillo è un nemico molto più pericoloso. Perché propone cose condivisibili, fa le battaglie storiche della sinistra (vedi ambiente e reddito di cittadinanza) ma rifiuta completamente l’essenza della democrazia.

Grillo uno di noi? No, io mi sottraggo. Per me la democrazia è una cosa seria e faticosa e uno che non rispetta il gioco democratico non è “uno di noi”, è uno che si può permettere di mettere insieme un movimento di sua proprietà che diventa arbitro dei destini del Paese perché il resto della politica ha fatto cose talmente orripilanti da spianargli la strada.
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Necrologio: ecco il “Nuovo Mondo” che seppellisce il precedente. Ma non è il mio

Woodstock 5 stelle - Foto di Luca Argaliadi Giuseppe Scandurra

In “A chi esita” Bertolt Brecht scrive:

Dici: per noi va male. Il buio cresce. Le forze scemano.
Dopo che si è lavorato tanti anni noi siamo ora in una condizione più difficile di quando si era cominciato.
E il nemico ci sta innanzi più potente che mai.
Sembra gli siano cresciute le forze. Ha preso un’apparenza invincibile.
E noi abbiamo commesso degli errori, non si può negarlo.
Siamo sempre di meno. Le nostre parole d’ordine sono confuse. Una parte delle nostre parole le ha stravolte il nemico fino a renderle irriconoscibili.

Lo confesso. Sono ancora in piena elaborazione del lutto post-elettorale. Non si tratta certo di una cosa nuova per me, ma questa volta mi riesce più difficile elaborare. La differenza con le altre volte è che mi sento più solo nella sconfitta (eppure di esperienza credevo di averne, visto che, fino ad ora, ho perso ogni singola competizione elettorale).

Conoscevo tante persone come me prima del lutto. Andando a votare le ho immaginate fare tutte la stessa strada, assieme. A testa bassa si rifletteva tutti sull’impossibilità di votare Ingroia (“Che schifo!”). Si borbottava dell’assoluta lontananza da quella “cosa” che ora si chiama Pd e prima assumeva nomi altrettanto esotici e defamiliarizzanti (“Quando direte delle cose di sinistra?”). Prima di prendere la scheda li ho visti imbarazzati, poiché era evidente a tutti noi come non ci sentissimo a casa nel partito leggero e postmoderno di Sel, convinti da comunisti che mai avremmo votato un partito personale, carismatico, evocativo, desideroso del solo dissolversi.
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M5S: Grillo, l’informazione e i confini della libertà puntellati da cinque stelle

Foto di Sara Fasullodi Francesca Mezzadri

Per il Movimento 5 Stelle non ti candidi, ma ti candidano. Basta presentare un CV, una fedina penale pulita e non avere tessere di partito. È andata così nelle candidature per le imminenti elezioni della Regione Sicilia, si stanno scegliendo ora i candidati per le future elezioni del Lazio. E proprio in questi giorni su un portale è uscita la notizia di una prima candidatura: una donna sorridente a rappresentare i grillini per il Lazio, con link a profilo facebook del Movimento 5 Stelle dei Castelli Romani. Peccato che il profilo Facebook sia falso (ora è stato cancellato) e la notizia una bufala. Sul web succede.

Del resto, da sempre, uno dei pilastri del Movimento 5 Stelle, è stata l’informazione libera sul web. L’informazione è “uno dei fondamenti della democrazia e della sopravvivenza individuale” recita il blog (o sito ufficiale) del movimento elencando proposte che così, nero su bianco, sembrano meravigliose e moderne come: la cittadinanza digitale dalla nascita, copertura completa nazionale dell’ADSL, abolizione della legge sul copyright e dell’ordine dei giornalisti e così via. Però a Beppe Grillo e, in generale, al Movimento 5 Stelle, i giornalisti non piacciono. Non è una notizia, non è una novità. Il leader del movimento li definisce sul suo profilo Twitter – nel migliore dei casi – “venduti”, “macchina del fango”, “cancro del paese” e non si conta il numero di minacce di querele rivolte ai quotidiani colpevoli di scrivere falsità e di rendere “la verità menzogna e le menzogne verità”.
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