La produzione culturale a Bologna, progettare spazi tra mercato e libertà: i video della serata / 1

Iniziamo da oggi a proporre in più puntate i video dell’iniziativa ideata e organizzata dall’Associazione il manifesto in rete dal titolo La produzione culturale a Bologna – Progettare spazi tra mercato e libertà. Sul tema abbiamo già pubblicato due interventi di Donata Meneghelli (ecco i link al primo e al secondo). Adesso è la volta […]

La filosofia e i pungoli della letteratura: il caso Bartleby

Bartleby lo scrivanoIl 13 marzo si è svolta, presso l’aula Pascoli del Dipartimento di italianistica, una giornata di studio sulla celebre figura di “Bartleby lo scrivano”, romanzo breve di Herman Melville, organizzata dal gruppo dei così detti Docenti preoccupati. Hanno partecipato vari scrittori, critici, saggisti e italianisti, oltre che i rappresentanti del collettivo Bartleby, al centro della cronaca per le note vicende, di cui ci siamo più volte occupati. Sono intervenuti Ermanno Cavazzoni, Maurizio Matteuzzi, Daniele Giglioli, il collettivo Wu Ming, Christian Raimo, Bruno Giorgini, Donata Meneghelli e Federico Bertoni. Pubblichiamo di seguito l’intervento di Maurizio Matteuzzi, filosofo del linguaggio.

di Maurizio Matteuzzi, Università di Bologna

Il pensiero filosofico moderno, e per moderno intendo da Cartesio in poi, si manifesta attraverso grandi sistemi onnicomprensivi e monolitici, a forte coerenza interna, e incentrati sulle risposte ai così detti “massimi problemi”, ancorché il punto di partenza fondativo sia l’analisi degli strumenti, dei modi e dei limiti della conoscenza umana. Questa tendenza, che si può riscontrare facilmente in tutto il razionalismo seicentesco, si pensi ai sistemi di Spinoza o di Leibniz, tanto per esemplificare, si accentua fortemente con Kant e con tutto l’idealismo romantico, e trova la sua massima espressione nella forma enciclopedica hegeliana. Il positivismo (comtiano prima e spenceriano poi), pur in contrapposizione antitetica sulle fondamenta, costruisce a sua volta un grande sistema monolitico; si pensi alla gerarchia delle scienze di Comte.
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Si perde pur vincendo: la crisi del sistema Emilia Romagna e i quesiti urgenti della sinistra

Elezioni politiche - Foto di Alessio85di Giaime Garzia

Sì, in Emilia Romagna il centrosinistra ha tenuto. O, almeno, ha perso meno che altrove. Ma da festeggiare c’è ben poco, per non dire nulla, per due ragioni. La prima: da un lato emerge l’innegabile exploit del Movimento 5 Stelle, tenuto a battesimo a Bologna e che ben prima che altrove ha usato la tradizione da “laboratorio” della più rossa delle terre italiane. Si veda l’ingresso in Regione dei consiglieri Andrea Defranceschi e Giovanni Favia (quest’ultimo poi espulso dall’orbita di Grillo e caduto – c’è chi dice definitivamente, ma si vedrà più avanti – candidandosi per Rivoluzione Civile di Antonio Ingroia) e il caso Parma, con la giunta Pizzarotti che raccoglie un’eredità pesantissima (e deficitaria) di un scellerato governo cittadino di centrodestra. Il secondo motivo è la frammentazione della sinistra, cannibalizzata oltre che dal M5S anche dalla divisione registrata con il passaggio di diversi esponenti alla formazione – sconfitta – dell’ex procuratore aggiunto di Palermo.
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Bartleby

Lo spettro di Bologna si aggira per Bologna, aspettando la “Rachele”: il caso Bartleby o dell’irriducibile pazienza

di Wu Ming

«A momenti ho l’impressione che Bartleby annunci una grande e improvvisa deperibilità – qualcosa che sconvolgerà definitivamente le vecchie economie statiche, recherà l’incertezza in ogni situazione familiare, o locale, o di gruppo, o di affiliazione. Del resto lui sembra ormai lontano anni luce da situazioni del genere – presenza dispersa ‘come un relitto in mezzo all’oceano Atlantico’ – perché non è più il figlio smarrito da riscattare con la carità e qualche buona intenzione, ma l’orfano assoluto su cui carità e buone intenzioni non hanno presa».
Gianni Celati, introduzione a Bartleby lo scrivano di H. Melville

Tutti in città continuano a parlare di Bartleby. Viene da chiedersi il perché di questa attenzione per una realtà tutto sommato di piccole dimensioni e con la quale sembra che nessuno sia intenzionato a interloquire davvero. Per altro, molti commentatori prendono la parola solo per dire che quell’esperienza è ampiamente sopravvalutata. Nondimeno sono due anni che le istituzioni cittadine continuano a rimpallarsi questa patata bollente: l’Università la passa all’assessore, che la passa a un altro assessore che la ripassa all’Università, etc.; con la Questura in mezzo a seguire questo ballo della scopa, per poi murare, affibbiare qualche manganellata, raccogliere denunce.

Nel mezzo di questa tempesta in un bicchiere d’acqua, galleggia Bartleby, «l’orfano assoluto», come dice Gianni Celati parlando del personaggio letterario di Melville.

Quest’orfano l’Università proprio non lo vuole. Altrimenti non l’avrebbe sfrattato da via San Petronio Vecchio, né gli avrebbe proposto di trasferirsi in un capannone all’estrema periferia della città, in una zona industriale semidisabitata.

Neanche il Comune lo vuole. Altrimenti non solo non avrebbe assecondato la suddetta proposta, ma soprattutto avrebbe dato seguito alla precedente soluzione trovata dall’assessore alla cultura, che aveva proposto a Bartleby uno spazio seminterrato in via S. Felice e aveva già incassato l’assenso del collettivo.
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Pasolini e gli anni Sessanta

Pasolini, gli anni Sessanta e l’attualità di certe situazioni / 1

In tempi di acuto scontro sulle culture giovanili e d’incomprensione perfino dei linguaggi, tra movimenti e istituzioni ( Bartleby insegna), un’acuta riflessione di Aldo Tortorella, nell’ambito del convegno svolto a Bologna su “Pasolini e gli anni Sessanta”: le conseguenze degli errori commessi dalla sinistra nel rapporto con la questione studentesca, posta lucidamente da Pasolini, approfondisce il nesso tra economia, potere e democrazia: la visione della storia come semplice processo lineare e la negazione del pensiero critico, alla base dell’oblio della memoria e della negazione della realtà.

di Aldo Tortorella

Caro Terzi,

un antipatico malanno di stagione – e dell’età – mi impedisce di essere oggi con voi. Me ne dispiace molto perché lo desideravo sia per l’interesse dell’argomento e la qualità dei relatori sia perchè condivido il metodo e il merito della iniziativa così come tu li esponi nella introduzione che ci hai inviato. Il metodo, innanzitutto, che – com’è ovvio – è sostanza in se stesso. Ho sempre pensato, come tu dici, che l’oblio del passato così come la sua contemplazione nostalgica hanno il medesimo effetto di impedire una visione critica della storia – nel caso: della nostra storia – e dunque una analisi degli errori compiuti, con il risultato fatale di una loro ripetizione peggiorativa.

E concordo anche nel merito che, se non ho letto male, è quello di considerare determinanti gli anni 60 del secolo scorso, segnati dalla guerra del Vietnam, dai tentativi di rinnovamenti falliti in URSS con la deposizione di Krusciov e negli Stati uniti con l’assassinio di Kennedy, meglio riuscito nella Chiesa cattolica con Giovanni XXIII, e dal tentativo cecoslovacco soffocato con la violenza di una società socialista diversa da quella sovietica. Anni aperti, in Italia, dal moto antifascista e giovanile del 1960 e chiusi dalle lotte del movimento studentesco e di quello operaio del 68-69 sicchè è giusto chiedersi come mai gli slanci e le speranze della generazione che allora giungeva da protagonista nel conflitto sociale e politico abbiano visto un esito tanto amaro.
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Dopo Bartleby, Atlantide: “Non ci arrendiamo. Ci riconoscono, ma dobbiamo lasciare i nostri spazi”

Atlantide resistedi Francesca Mezzadri

Bartleby è stato sgomberato. Ma non è l’unico spazio a Bologna a non conoscere ancora il proprio destino. Anche per Atlantide, lo storico cassero di Porta Santo Stefano gestito dai collettivi di auto-organizzazione femminista, lgbtiq e auto-produzione musicale, il futuro in quel luogo appare incerto. Un bando, uscito inaspettatamente, sembra assegnare lo spazio a tre nuove associazioni, ma la mobilitazione è forte e dopo un’assemblea cittadina e una petizione online che ha raccolto 1.200 firme, Atlantide non si arrende. Beatrice, che fa parte di uno dei collettivi di Atlantide, racconta gli ultimi sviluppi.

“Lo scorso martedì c’è stato un incontro con l’assessore Matteo Lepore (assessore all’innovazione e marketing urbano del Comune di Bologna, ndr): il dialogo è stato tranquillo ma tutto è rimasto fermo al piano formale, retorico. Non ci manderanno nello spazio di via Collamarini, in zona Roveri (nel capannone che era destinato anche a Bartleby). Di fatto c’è il riconoscimento della realtà di Atlantide, ma è un riconoscimento condizionale, e la condizione è che noi lasciamo gli spazi del cassero”.

Tuttavia, una delle tre associazioni vincitrici di quello spazio, Mondodonna, si è ritirata dal bando. E le altre due, Evoè e Xenia?

“Mondo donna ha confermato di essersi tirata indietro, sta depositando una rinuncia formale al quartiere. Con Xenia abbiamo un incontro la prossima settimana. Con Evoé ci siamo incontrati, c’è stato un dialogo costruttivo molto aperto. Anche loro stanno vivendo una contraddizione molto forte: hanno bisogno di una sede, come è legittimo che sia e come molte realtà in questa città, ma non c’è pervicacia a volere tutti i costi gli spazi di Atlantide. Anche loro sono stati incastrati in questa logica che costringe a una sorta di guerra tra diverse realtà sociali”.
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Bologna, il corteo: “Ripartiamo da Bartley per riprenderci la città”

Foto di Leonardo Tancredi Mille circa i giovani che oggi hanno sfilato da piazza Verdi per le vie del centro di Bologna manifestando il proprio dissenso contro lo sgombero di Bartleby. Al corteo, andato alla volta di Strada Maggiore verso via San Petronio Vecchio, tanti ragazzi, universitari ed esponenti di centri sociali cittadini come Tpo, […]

Bologna: Bartleby e la cultura murata viva

Bartleby
Bartleby
di Valentina Bazzarin

Chiudere dentro a una stanza dei libri impedendo alle persone l’accesso e far invadere la zona universitaria di Bologna dalle forze dell’ordine è l’ultima infelice scelta dell’amministrazione di questa città, che ricordavamo come la rossa, la grassa e la dotta, ma ultimamente sembra solo pallida, obesa a forza di ingoiare cultura-spazzatura ed estremamente depressa.

Le immagini della porta della biblioteca Bartleby murata o delle camionette della polizia schierate in via Zamboni mi hanno fatto pensare che anch’io, come Bartleby, «preferisco di no» – come sempre più spesso accade resisto e rifiuto il ricovero coatto della mia libertà di sapere e capire con educazione e determinazione, come ho imparato dal protagonista del romanzo di Melville – ma anche che non ci fosse proprio nulla di nuovo in questa scena da carpentieri e giocolieri con manganelli. Come molti di voi, avevo visto qualcosa di tragicamente simile accadere in «Fahrenheit 451», il film del 1966 di Truffaut.

Per esempio, nel momento del discorso del capo-pompiere quando, prima di bruciare i libri, spiega al giovane sottoposto: «Sai, tutto questo – l’esistenza di una biblioteca segreta – era nota nelle alte sfere, ma non c’era modo di arrivarci» e poi ancora «Tutta questa filosofia… liberiamocene che è anche peggio dei romanzi». Se avete bisogno di un “ripassino”, ecco qui, a questo link, lo spezzone dei video in questione (al minuto 3:00 circa, ma vi consiglio di vederli tutti e 5).
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Quel muro a Bartleby: la miopia dell’università che non ha visto il valore di un’esperienza

Bartleby
Bartleby
dei Docenti Preoccupati, Rete dei Ricercatori precari di Unibo Bologna

Lo sgombero dei locali di Via San Petronio Vecchio, avvenuto ieri mattina con uno spropositato spiegamento di forze e di mezzi di pubblica sicurezza, non chiude certamente l’esperienza di Bartleby. Rappresenta tuttavia un fatto gravissimo che, per quanto atteso e preannunciato, ci lascia esterrefatti. Non possiamo che ribadire che l’esperienza di Bartleby è stata in questi anni straordinariamente importante per il mondo universitario e per la città di Bologna nel suo complesso.

Seminari di auto-formazione, a cui abbiamo spesso partecipato come docenti e ricercatori precari, momenti di produzione culturale e artistica, iniziative di dibattito su temi di grande attualità aperti alla cittadinanza: questo, e molte altre cose, è stato Bartleby. In un momento in cui gli spazi per queste attività si riducono sempre di più, anche per via della crisi, soltanto la miopia dei vertici dell’ateneo ha impedito di cogliere il valore di quanto è stato prodotto nei locali di Via San Petronio Vecchio, oggi murati.
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