Ada Colau, la sindaca di Barcellona a Bologna: “La Lega non rappresenta l’Italia”

di Silvia De Santis

“Salvini non rappresenta l’Italia. Non esiste nessuna crisi dei migranti, esiste solo una crisi di valori. È l’Europa che sta naufragando nel Mediterraneo perché non sta rispettando i suoi principi fondatori”. Ada Colau, sindaca di Barcellona, è in visita a Bologna dove ha partecipato alla manifestazione in Piazza Nettuno indetta dai collettivi per la Giornata internazionale del rifugiato.

“Mi vergogno, come cittadina della Spagna e dell’Europa, di queste politiche”, ha detto Colau. Sul censimento dei rom invocato dal ministro dell’Interno “ricorda il fascismo”, ha detto, “bisogna dare battaglia in piazza e in tribunale, perché oggi sono i rom, domani a farne le spese sarà qualcun altro”. Colau ha definito antidemocratica la scelta del Parlamento e inserire il divieto di accogliere i migranti economici, mentre sulla proposta di Donald Tusk di dirottare le navi dei migranti verso altri paesi Nordafricani, “è un modo per dire che creiamo centri di detenzione dove si violentano i diritti umani come già succede in Libia”, ha concluso. “Non sarebbe solo immorale, ma l’inizio della fine”.
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Catalogna: il nuovo voto e le risposte minacciate

di Maurizio Matteuzzi

Per aggiungere un tocco finale di suspense manca solo l’improvvisa comparsa all’aeroporto di El Prat de Llobregat, alle porte di Barcellona, di Carles Puigdemont. L’effimero ex-presidente della Repubblica di Catalogna, profugo a Bruxelles dal 29 ottobre e inseguito da una sfilza di accuse pesantissime (da ribellione e sedizione a scendere: pena da 15 a 30 anni) ed evidentemente spropositate (tanto è vero che la giustizia belga non le ha prese neppure in considerazione) con cui il governo di Mariano Rajoy e la servizievole giustizia spagnola hanno voluto castigarlo per l’avventuroso azzardo del referendum del primo ottobre e della DUI, la Declaración Unilateral de Independencia, approvata dal Parlament il 27 ottobre.

Lo stesso giorno in cui il governo del Partido Popular, sostenuto dai partner di destra – i Ciudadanos di Albert Rivera – e dall’opposizione “di sinistra” – il Psoe di Pedro Sánchez-, in applicazione dell’articolo 155 della Costituzione del 1978 ha destituito il governo e il parlamento catalani, azzerato l’autonomia della Catalogna, di fatto occupandola, e indetto elezioni regionali per il 21 dicembre.

Se da qui a giovedì Puigdemont rientrasse a Barcellona per farsi arrestare, sarebbe un coup de théâtre spettacolare e una brutta immagine per la Spagna democratica: due dei principali favoriti alla carica di President in carcere in quanto – senza alcun dubbio – detenuti politici (l’altro è Oriol Junqueras, numero due della amministrazione destituita e leader della Esquerra Republicana de Catalunya a cui, unitamente ad altri tre esponenti indipendentisti, il giudice nega perfino la libertà su cauzione per il “rischio che commettano atti violenti”).
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Barcellona: sfidare la paura dell’orrore

di Fabio Mengali

Ogni volta che vedi l’orrore girare per le città del tuo continente, degli altri paesi a Est o a Ovest dell’Europa che siano, un retro-pensiero si affaccia sempre sul tuo conscio per dirti: “sono comunque eventi lontani, dove stai sei al sicuro”. Basta quel briciolo di riflessione in più per renderti conto del contrario, nonostante una marea di fattori aumenti o diminuisca la probabilità che ciò accada in una città piuttosto che un’altra. Pensiamo davvero che anni di guerre esterne, segregazione razziale e discriminazione etnica interne non abbiano ricadute collaterali dappertutto?

Non lo nasconderò, anche a costo di rivelare una mia certa ingenuità: Barcellona era una delle ultime città in cui mi sarei immaginato che un attacco jihadista potesse avere luogo. Ovviamente, non sono così sciocco da pensare che una sorta di bolla protettiva ed ermetica la rendesse immune: a quanto sembra negli ultimi anni, e in particolare negli ultimi mesi, in Catalogna sono stati sventati diversi nuclei affiliati al fascismo nero della jihad. L’allerta posta sulla capitale catalana dai servizi segreti e dalle autorità della pubblica sicurezza era a livelli alti da diverso tempo. Eppure, conoscendo meglio Barcellona e la Catalogna dopo aver iniziato a viverci, ero convinto che la griglia interpretativa usata per analizzare i fenomeni della cosiddetta “radicalizzazione” dei cittadini europei verso il fascismo nero potesse valere.

Da quando è iniziata tre anni fa l’onda lunga del terrorismo la rivendicazione di Daesh e degli affiliati all’ideologia mortifera ha colpito i luoghi della socialità e della produzione delle città, piccole o metropoli che fossero, in particolare dei paesi del Nord Europa (senza contare, ovviamente, tutti quelli accaduti al di fuori del vecchio continente).
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La città come bene comune. Così Barcellona contrasta il regno di Airbnb

di Giacomo Russo Spena e Steven Forti

Un servizio comodo e confortevole. Una manna dal cielo per chi non può permettersi alberghi di lusso. Airbnb è il portale on line che coniuga domanda ed offerta del turismo low cost: una community che dà la possibilità a chi ha una camera libera nella propria abitazione di affittarla. È un modo di viaggiare più economico e “social” della classica sistemazione in hotel. Una rivoluzione, negli ultimi anni, che si è affermata soprattutto tra i giovani.

Ma non è tutto oro quel che luccica perché la politica di Airbnb ci parla infatti di nuova urbanistica e di modelli di città differenti. Per anni siamo stati abituati ad una politica latente che ha dato mano libera ai privati che hanno saccheggiato liberamente gli spazi urbani. Roma, in tal senso, ne è emblema visto lo strapotere di palazzinari e cricche del mattone: nella Capitale si è rotto il legame tra la comunità degli uomini e la città materiale.

I Comuni delegano al privato la soluzione dei problemi sociali, come l’emergenza abitativa, con la conseguenza di speculazioni, sperpero di denaro pubblico e mancata soluzione delle questioni (vedi la creazione dei residence). Le nostre città, più in generale, stanno diventando non/luoghi, eppure la cittadinanza è il pieno dei vissuti e il territorio dovrebbe essere inteso come bene comune. È la fine dell’urbanistica, e dunque la fine della città pubblica.
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Oltre il municipalismo: la sfida all’Europa dell’alcaldessa Ada Colau

di Steven Forti

Il 24 maggio del 2015 in diverse città spagnole delle liste civiche nate dal basso vincono le elezioni comunali. A Madrid, Barcellona, Saragozza, Cadice, Pamplona, Santiago de Compostela, La Coruña, Badalona i cittadini entrano per davvero nelle istituzioni con progetti di rottura rispetto al passato. Esperienze diverse in contesti urbani diversi. Grandi metropoli e piccoli capoluoghi di provincia. Ma con un punto in comune: cambiare la Spagna e chiudere con i quarant’anni di bipartitismo PP-PSOE, partendo dalla partecipazione della cittadinanza e dallo strettissimo legame con i movimenti sociali presenti sul territorio. Sono passati quasi due anni da quel giorno e la scommessa neomunicipalista, che ha ottenuto importanti risultati nelle città in cui governa, guarda già oltre il municipalismo.

Il neomunicipalismo è figlio del movimento del 15M, gli Indignados, che hanno invaso le piazze spagnole nel maggio del 2011. La reazione alla grande crisi, che stava distruggendo, con le contro-riforme del governo Zapatero e poi del governo Rajoy, il fragile Welfare state spagnolo, è stata imponente e ha permesso la politicizzazione di una nuova generazione che negli anni della bolla immobiliare viveva per lo più nell’apatia politica. Il triennio 2011-2013 è stato quello delle grandi manifestazioni, delle Mareas in difesa della sanità e dell’educazione pubblica, del radicamento degli Indignados nei quartieri delle città, della lotta contro gli sfratti portata avanti dalla Plataforma de Afectados por la Hipoteca (Pah), di cui Ada Colau, attuale sindaca di Barcellona, era la portavoce. La disoccupazione aveva toccato i drammatici record greci (27%), le famiglie che avevano perso la casa erano oltre 500mila, i giovani che emigravano circa 100mila l’anno. Il sistema spagnolo, nato con la transizione dalla dittatura franchista alla democrazia, era entrato in cortocircuito: non si trattava solo di una crisi economica e delle sue tragiche conseguenze sulla popolazione, ma di una crisi sociale, politica, istituzionale, territoriale e culturale.
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Che c’è da imparare dall’esperienza di Ada Colau?

Ada Colau, La città in comune. Da occupante di case a sindaca di Barcellona
Ada Colau, La città in comune. Da occupante di case a sindaca di Barcellona
di Valerio Romitelli

A proposito del libro appena pubblicato di Steven Forti e Giacomo Russo Spena, Ada Colau, La città in comune. Da occupante di case a sindaca di Barcellona (con un’intervista a Luigi De Magistris), Edizioni Alegre, Roma, 2016, 176 pagine.

Barcellona capitale spagnola, meglio europea e forse anche mondiale del “nuovo municipalismo”? Ossia di quei governi cittadini che non solo si adoperano nel contrastare le politiche neoliberali dell’austerità, ma si pongono anche in prima fila nell’accoglimento di rifugiati e stranieri? Sono queste tra le più importanti domande che si pone l’agile, ma rigoroso e documentatissimo libro Ada Colau, la città in comune.

Da occupante di case a sindaca di Barcellona – con un’intervista a Luigi De Magistris (Edizioni Alegre, Roma, 2016) di Steven Forti e Giacomo Russo Spena: il primo, oltre che storico e giornalista di professione, testimone diretto del tema trattato, vivendo da anni a Barcellona; il secondo, oltre che firma de Micromega, già autore di libri riguardanti le più recenti novità in campo politico, come i “casi” Tsipras e Podemos.

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“Da occupante di case a sindaca di Barcellona”: sottotitola questo libretto ed è proprio questa la vicenda di cui si tratta. La quarantaduenne Ada Colau è in effetti la protagonista di questa bella storia, quasi da favola, che l’ha portata da giovane di origini popolari, a indomita militante contro gli sgomberi delle case, già a partire dal lontano 2006, fino a conquistare nove anni dopo, nel giugno 2015, la massima carica di prima cittadina, e ora addirittura salutata a volte dalla gente come la “regina” (p.27) ed con un audience da star nel video in cui canta una canzone di propaganda da lei stessa inventata (p.67).
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Barcellona bombardata

Luigi Gnecchi: ma quale “eroe” della guerra moderna, è stato ben altro

dell’Associazione Altra Memoria, Barcellona

Nei giorni scorsi il ministro della difesa, il capo di Stato maggiore dell’aeronautica militare e varie testate giornalistiche hanno diretto i loro messaggi di auguri, per aver raggiunto la soglia dei 100 anni, a Luigi Gnecchi, aviatore pluridecorato, che dal 1935 al 1943 partecipò a diverse azioni di bombardamento al servizio dell’Aviazione Legionaria.

Per le operazioni condotte durante la guerra civile spagnola Gnecchi ricevette la prima medaglia, nel 1938, anno in cui vennero portati a termine i bombardamenti a tappeto – primo scalino della spirale di orrore che sarebbe culminata con le atomiche di Hiroshima e Nagasaki – sulla città di Barcellona, che provocarono migliaia di morti tra la popolazione civile e che sono attualmente oggetto di un processo aperto dai tribunali di Barcellona contro i responsabili di quelel azioni, qualificate come crimini di lesa umanità.

Secondo l’ordinanza emessa il 22 gennaio 2013 dalla Sezione X dell’Audiència Provincial di Barcellona, i bombardamenti eseguiti dall’Aviazione Legionaria furono atti “indiscriminati contro civili, che avevano come unico scopo bombardare quartieri densamente popolati della città di Barcellona […] servendo così da prova generale per futuri bombardamenti contro civili, la qual cosa implica la  messa in opera simultanea di vari reati punibili dalla legge, da qualunque legge, in ogni tempo e luogo;  in concreto  erano proibiti dall’allora vigente Convenzione dell’Aia, e per la loro natura di lesa umanità e crimini di guerra non sono caduti in prescrizione, ragion per cui possono essere indagati dai Tribunali spagnoli, e in concreto da quelli di Barcellona, considerazione che implica l’ammissione a procedere della denuncia”.
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