Stati Uniti: tra realtà o pregiudizi, alla scoperta della vera America

di Silvia R. Lolli

Chi lo dice che negli Usa ormai si paga anche il caffè con la carta di credito? Che ormai non si fa più uso di contanti? Non sappiamo se è un’abitudine mai persa, oppure se è d’uso in alcuni locali o negozi di New York e di Washington e meno della costa ovest, ma nei primi giorni di vacanza mi è capitato più volte di dover pagare in contanti.

In un paese in cui è nato ed esploso il commercio online oltre alle maggiori industrie informatiche imposte a suon di marketing in tutto il mondo, è abbastanza strano constatare che nelle maggiori città non accettano pagamenti elettronici neppure sopra i 10 dollari. Forse saranno solo episodi marginali, ma dicono parecchio sulle “leggende metropolitane” che spesso da noi diventano consolidate certezze.

In un locale tipico, molto anni Cinquanta-Sessanta e non sembrava neppure troppo pulito, ubicato nei pressi della Casa Bianca, il probabile titolare ha spiegato che le carte elettroniche non sono una buona cosa e non le accetta. Certamente aumentano i costi bancari per i rivenditori, perché quando ho pagato in un altro locale, più moderno ma sempre in stile americano, il “tip” esiste se si paga con la credit card. Ancora una volta potere in mano alle banche? Oppure è solo una certezza in più dei commercianti: il contante è sicuro, lo si vede, mentre le carte di credito potrebbero risultare con buchi notevoli, visto l’alto numero di debitori per il consumo in città dove la forbice fra povero e ricco si vede sempre di più?
Leggi di più a proposito di Stati Uniti: tra realtà o pregiudizi, alla scoperta della vera America

Italia e la crisi: la democrazia dell’algoritmo

di Andrea Baranes

Lo spread è la differenza tra il rendimento dei Btp a 10 anni e quello degli analoghi titoli tedeschi. In pratica misura quanto l’Italia sia considerata a rischio. La Germania è presa a riferimento perché ultra-sicura. Se i mercati pensano che l’Italia sia solida e possa ripagare il proprio debito senza problemi, il governo potrà offrire un basso tasso di interesse. Se al contrario siamo percepiti come rischiosi e inaffidabili, il rendimento sui titoli, ovvero lo spread, salirà.

A differenza di quanto potrebbe sembrare leggendo i titoli allarmistici sui media, un aumento dello spread non implica un rischio immediato per lo Stato o un brusco peggioramento dei conti pubblici. Bot o Btp hanno una durata (mesi o anni rispettivamente). Quando stanno per scadere, se il debito pubblico non cala il governo deve emettere titoli nuovi per sostituire quelli in scadenza. Se lo spread è alto, questi nuovi titoli avranno un rendimento maggiore, ovvero solo su quelli lo Stato dovrà pagare interessi più alti. Progressivamente più soldi pubblici vanno quindi a pagare gli interessi sul debito e peggiorano i nostri conti, ma l’impatto di uno spread alto o basso si manifesta su periodi medio-lunghi.

Impatti su banche e imprese

Gli impatti a breve si hanno per le banche. Se sale lo spread e lo Stato deve emettere titoli con un alto rendimento, quelli analoghi e già in circolo perdono di valore. Per semplificare, se domani arrivano BTP che rendono il 5%, quelli che ho acquistato l’anno scorso e che rendevano solo il 2% valgono meno. Ancora prima il valore cala, e bruscamente, se con l’aumento dello spread circolano voci di un possibile default. Può essere un problema per i risparmiatori, ma lo è prima di tutto per le nostre banche. Queste, anche se negli ultimi tempi hanno progressivamente ridotto l’esposizione, hanno comunque a bilancio centinaia di miliardi in titoli di Stato.
Leggi di più a proposito di Italia e la crisi: la democrazia dell’algoritmo

Il Pd toglie ai lavoratori per dare alle banche

di Alessandro Somma

E così, alla fine, il governo è riuscito a salvare Banca Popolare di Vicenza e Veneto banca, e con loro i correntisti con somme depositate oltre i centomila Euro e i possessori di obbligazioni senior: non subiranno le conseguenze previste dalla recente disciplina europea, quella sul mitico bail in, non dovranno cioè contribuire in prima persona al salvataggio. La parte sana delle due banche verrà regalata a Banca Intesa, che erediterà così una rete di sportelli in una tra le aree più ricche del Paese.

Riceverà inoltre cinque miliardi di Euro per fronteggiare i costi dell’operazione, inclusa la gestione dei quasi quattromila lavoratori che perderanno il posto. La parte malata delle due banche verrà invece assorbita dallo Stato, che metterà a disposizione altri dodici miliardi di Euro come garanzia per i crediti deteriorati: quelli che hanno condotto i due istituti veneti alla rovina.

Il tutto con la benedizione della Commissione europea e della Banca centrale europea, a dimostrazione che, se e quando vuole, il governo sa battere i pugni sul tavolo e farsi concedere ciò che vuole dai tecnocrati di Bruxelles. Così come è bravo a trovare in fretta i soldi, sempre se e quando vuole, cioè quando si tratta di banche.
Leggi di più a proposito di Il Pd toglie ai lavoratori per dare alle banche

“Tutta la vita con il debito grazie al piano Renzi sulle pensioni”

Christian Marazzi
Christian Marazzi
di Roberto Ciccarelli

Chi vorrà andare in pensione tre anni prima dovrà stipulare un prestito con una banca, garantito dallo stato e veicolato dall’Inps. Christian Marazzi, economista e analista dei capitalismo finanziario, autore di libri come “E il denaro Va” e “Diario della crisi”, cosa pensa della proposta del governo Renzi?

“Sembra di sognare. Devo dire che una cosa del genere fin’ora non l’ho mai vista proposta e tantomeno applicata altrove. Per il momento prendiamola solo come idea. Siamo nel pieno della bioeconomia nel senso della messa a valore finanziario della vita. Quella del governo italiano è una pura e semplice titolarizzazione dei diritti sociali. La sua logica assomiglia a quella delle strategie finanziarie che hanno portato alla catastrofe dei mutui subprime. Si vuole coinvolgere le banche e dare di nuovo una bella spinta alla privatizzazione di parti dello stato sociale”.
Leggi di più a proposito di “Tutta la vita con il debito grazie al piano Renzi sulle pensioni”

Informazioni delle banche e lettere ai clienti: l’esempio virtuoso (?) di Poste italiane

Poste italiane
Poste italiane
di Europa viva 21

A proposito delle polemiche di queste settimane (banche fallite o con “sofferenze”, risparmiatori disinformati o “buggerati” e necessità di comunicazioni chiare degli istituti di credito) appare interessante la circolare inviata dal Banco Posta ai propri clienti, con una “proposta di modifica unilaterale delle condizioni contrattuali della Carta Postepay Evolution”. Forse potrebbe essere un esempio di come cercare di non far capire alle persone normali che cosa si comunica. Per questo l’alleghiamo in fotocopia speranche che gli addetti ai lavori ci possano aiutare a capire quella che appare quasi una lettera in codice criptato.

La missiva al “gentile cliente” è illuminante. Si comincia citando Parlamento Europeo, Consiglio d’Europa, Banca d’Italia e avanti, elencando provvedimenti assunti in alto loco. Si continua con la “dismissione degli addebiti”, la “migrazione dei servizi, RID a importo prefissato”, gli “schemi europei SEPA direct Debit SDD CORE”. Si spiega poi che si “applicheranno le stesse condizioni previste per gli “SDD CORE come riportato nella Carta Postepay Evolution disponibile presso gli uffici postali e sul sito”. Già così è un po’ complicato raccapezzarsi ma c’è anche di meglio. Si spiega infatti che tutto quanto premesso “rende necessario “con decorrenza 01/02/2016” modificare le condizioni contrattuali della nostra Postepay Evolution emessa dalle poste.
Leggi di più a proposito di Informazioni delle banche e lettere ai clienti: l’esempio virtuoso (?) di Poste italiane

Per favore, non parliamo più delle “quattro banche”

Banca Etruria
Banca Etruria
di Andrea Baranes

La colpa è dei risparmiatori che dovevano informarsi. Oppure è delle banche, che hanno piazzato titoli spazzatura. È di chi doveva vigilare, Banca d’Italia in testa. È del governo e del pasticcio del decreto salva­banche. È dell’UE e delle sue regole. Negli ultimi giorni è esploso il dibattito sul salvataggio di CariFerrara, Banca Etruria, Banca Marche e CariChieti, per cercare di individuare responsabilità e colpe.

Certo è che una banca non dovrebbe vendere a clienti inesperti prodotti come delle “opzioni certificates su sottostanti cartolarizzati”. Difficile anche solo capire di cosa si tratta, figuriamoci investirci i propri risparmi. Per questo esiste una normativa europea – la Mifid – che prevede che le banche, prima di vendere un prodotto, facciano quella che si chiama la profilatura del cliente, ovvero verifichino la conoscenza degli strumenti finanziari, la propensione al rischio, gli obiettivi dell’investimento.

Peccato poi che si scopra che il 75% della clientela – anche chi aveva un’istruzione media inferiore – è risultato figurare sui tre livelli più alti di conoscenza ed esperienza finanziaria. Dati a dire poco strani, ma che trovano una spiegazione se si viene a sapere quanto le strutture commerciali vengano pressate per raccogliere volumi e incentivi. Se da un’indagine della Consob risulta “il costante e penetrante controllo delle performance di rete” e “forme di pressione per raggiungere i budget”; se, come rivelato dalle parole di un dirigente: “forse non mi sono spiegato: vanno fatti i numeri”. Come dire vendita di prodotti in conflitto di interesse; forme di marketing scorrette; fissare obiettivi in funzione delle esigenze della società, privando l’investitore di alternative; e chi più ne ha più ne metta.
Leggi di più a proposito di Per favore, non parliamo più delle “quattro banche”

Il decreto “salva-banche” danneggia la finanza etica e lo sviluppo sostenibile

Decreto salva banche
Decreto salva banche
di Banca Popolare Etica

Lo scorso 22 novembre, 4 medie banche italiane (CariFerrara, Banca Etruria, Banca Marche e CariChieti) sono state oggetto del cosiddetto decreto salvabanche varato dal Consiglio dei Ministri in una straordinaria riunione domenicale. Lo stesso Governo che solo qualche giorno prima aveva emanato la normativa di attuazione – con decorrenza dal 1 gennaio prossimo – della direttiva europea nota per il bail in e che prevede che il denaro per i salvataggi sia messo a disposizione dai soci e dai creditori della banca in crisi.

Fino a poco tempo fa il salvataggio di queste banche avrebbe comportato un intervento con fondi pubblici (c.d. bail out), come è avvenuto in moti paesi europei a ridosso della crisi del 2007, oppure operazioni di fusione con soggetti in buona salute sulla scia della politica per lungo tempo adottata da Banca d’Italia. Oggi – in linea con i nuovi principi europei – non si utilizzano più risorse pubbliche per il mantenimento “forzoso” sul mercato di soggetti in crisi.

Il Governo Italiano ha deciso di fare una corsa contro il tempo per derogare alla direttiva sul bail-in, che implicherebbe – per le banche non sistemiche come le 4 in questione – il pagamento tutto a carico di clienti e creditori della stessa banca. E ha deciso che il conto debba essere pagato da tutte le banche italiane. Anche quelle virtuose, anche quelle non profit, anche quelle che lottano per restare coerenti con la mission di sostenere l’economia reale e sostenibile mantenendo in equilibrio i propri bilanci senza alcun aiuto pubblico.
Leggi di più a proposito di Il decreto “salva-banche” danneggia la finanza etica e lo sviluppo sostenibile

Lavoro - Foto di Daniela

Non saranno i mercati finanziari a guarire l’economia reale

di Alfonso Gianni

Può anche darsi che si tratti di una coincidenza, ma sono in molti a dubitarne, a partire dagli stessi editorialisti del Sole24Ore. Sta di fatto che molti indicatori economici sembrano improvvisamente indicare, a un mese esatto dalle elezioni europee, prospettive più rosee. L’ipotesi più semplice, in fondo neppure troppo maliziosa, è che si voglia spargere ottimismo sulle possibilità che la crisi si stia esaurendo, proprio per contenere gli effetti di un diffuso euroscetticismo.

Ecco dunque affastellarsi una serie di dati che volgono al meglio. L’economia tedesca pare di nuovo riprendere energia, con conseguente vantaggio per i paesi che ormai fanno parte del suo specifico bacino economico e del suo sistema produttivo allargato, dalla Polonia, ai Paesi bassi, fino all’Austria. La Spagna ha sorpreso molti commentatori con una crescita nel primo trimestre del 2014 superiore a quella dei sei anni antecedenti. Persino la martoriata Grecia ha avuto successo nella collocazione di titoli di Stato. Anzi la domanda è stata sette volte superiore all’offerta. Anche il Portogallo è tornato con buoni risultati a finanziarsi sul mercato internazionale.

In Italia si suonano le trombe perché Fitch, dopo Moody’s, ha confermato il rating BBB+, ma con un outlook stabile. Si aspetta ora cosa dirà la terza sorella, Standard&Poor’s, ma il suo responso sul rating del nostro paese avverrà solo dopo la prova elettorale, il 6 giugno. Niente di che, ma c’è chi tira un respiro di sollievo, specialmente il nostro nuovo Presidente del Consiglio. Una campagna ottimistica che indubbiamente lo aiuta a nascondere sotto il tappeto le incongruenze e le assenze di coperture certe al suo decreto elettorale dei famosi 80 euro (che diventano in realtà 53 euro in media, come risulta da calcoli più accurati, una volta letto il testo del decreto, poiché il beneficio viene corrisposto per otto mesi purché ne siano stati lavorati dodici).
Leggi di più a proposito di Non saranno i mercati finanziari a guarire l’economia reale

Foto di Giulio Farella

Mattioli (Cgil Emilia Romagna): “L’economia stretta tra crisi, banche assenti e rischio infiltrazioni mafiose”

di Angelica Erta

In Emilia Romagna la crisi continua a mordere. I dati aggiornati al 10 settembre parlano di 54 milioni di ore di cassa integrazione, esclusi quanti hanno usufruito degli ammortizzatori legati al sisma. Per Antonio Mattioli, segretario della Cgil regionale, la ragione è chiara: “Nel nostro Paese manca una seria politica industriale”.

Nelle aree colpite dal sisma è ripresa la produzione?

L’80% delle attività produttive sono ripartite. La priorità era rispondere alle commesse nel più breve tempo possibile altrimenti la concorrenza avrebbe rosicchiato quote di mercato. Abbiamo cercato di ricostruire il tessuto produttivo, la filiera che va dall’indotto al prodotto finito. Nel caso di alcune multinazionali, come la Gambro o la Belco, il rischio di trasferimento degli ordini verso altre. Sono stati firmati accordi in cui sono state coinvolte tutte le parti, le istituzioni, i sindacati, Unindustria e il sistema bancario proprio per evitare che accadesse. Il sisma ha evidenziato le fragilità del nostro territorio, la dimensione piccola delle imprese e un’inaspettata mancanza di sicurezza.

Per una ripresa in tempi brevi fondamentale è l’accesso al credito. Lo promuove il sistema bancario, almeno in questa fase?

In Italia l’accesso al credito è un problema di lungo corso; nel periodo antecedente il terremoto molto aziende si sono trovate a chiudere i battenti per mancanza di liquidità, strette fra i mancati pagamenti e senza il sostegno delle banche. In questa fase forse alcune resistenze sono legate ai tempi lunghi dell’ultima tranche di finanziamenti attraverso la Cassa Depositi e Prestiti. Si deve anche tener conto che in un momento delicato come questo esiste un rischio di infiltrazione mafiosa, con i clan che offrono il pacchetto ricostruzione tutto compreso, e questo rischio è tanto più elevato in un sistema in cui mancano altri canali di liquidità.
Leggi di più a proposito di Mattioli (Cgil Emilia Romagna): “L’economia stretta tra crisi, banche assenti e rischio infiltrazioni mafiose”

Utilizziamo i cookie per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. Maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi