Vienna: bambini nemici, un treno per salvarli

di Gianluca Gabrielli, storico e insegnante di scuola primaria

E chi se la ricorda questa storia? Dai, è passato un secolo! Eppure vale la pena raccontarla, tirarla fuori dai vecchi cassetti. Ascoltala, vedrai che parla anche di noi, di quello che potremmo voler essere. In fondo siamo noi, volenti o nolenti, a scegliere il nostro passato.

1919

Sono gli ultimi giorni di dicembre. Da Bologna e da Milano partono due treni carichi di viveri e capi di abbigliamento. Ci sono anche le maestre, “vigilatrici”. Sono stati organizzati dalle giunte comunali socialiste di varie città italiane e dalle associazioni operaie. Vanno a Vienna, la capitale dello Stato nemico per eccellenza, dell’esercito al di là delle trincee. Vanno là a prendere bambini, il treno dell’Emilia Romagna ne prenderà oltre seicento.

Non è una deportazione, li prendono per salvarli, perché rischiano di morire di fame e di freddo. Sono i sindaci e assessori socialisti di Bologna, Milano, Ravenna, Reggio Emilia e altre città che si sono accordati con il nuovo borgomastro socialdemocratico di Vienna: accoglieranno i bambini e le bambine per la durata dell’inverno, perché a Vienna è finito il carbone e manca il cibo, i bambini pesano un terzo di quello che dovrebbero pesare e il dopoguerra è un inferno.
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Siria, ci sono mattine in cui ti svegli e non ci sono più letti da cullare

di Manuela Campitelli

Ci sono mattine in cui ti svegli e la giornata è ancora tutta da scrivere. Prepari in fretta le prime cose della lunga giornata e con gli appuntamenti a mente ti dai il ritmo per scandire tutto il resto. Ci sono i vestiti per la scuola da trovare, perché la sera prima li avevi preparati ma non ricordi di preciso dove. C’è la colazione frettolosa che tira la corda di un risveglio lento e lamentoso.

Ci sono i grembiuli che non hai stirato perché per farlo prima avresti dovuto lavarli, ma ti accorgi troppo tardi che non sono autopulenti. Ci sono i capricci per andare a scuola – con o senza figurine, con o senza album, con o senza pesce rosso – e in questa contrattazione ci sono attese infine sul pianerottolo di casa, con l’ascensore aperto e il vicino che chiama. Ci sono scambi volanti tra un prendi tu, porto io, chiamo la mamma di e l’amica del cuore.

C’è ginnastica, nuoto, l’edicola, il capo, il pediatra, la fila del pediatra, inglese, i compiti, le giustificazioni, l’aerosol, il bagnetto, il “che facciamo il weekend” (ma è lunedì, è troppo presto presto per il weekend). C’è la partita, il pigiama, la contrattazione per mettere il pigiama e poi c’è la sera. Vi porto a letto e vi addormento, tre ore per due, quattro libri, cinque ninne nanne, lascia la luce accesa, c’ho sete, c’ho sete anch’io, “ma perché non me lo ha detto quando stavo già in cucina”.
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Ius soli: “È dura spiegare ai bambini che sono stranieri”

di Alessandro Principe

Patrizia Zucchetta è maestra di scuola elementare. Come tanti colleghi ha deciso di partecipare allo sciopero della fame a sostegno dell’approvazione della legge sulla cittadinanza, lo “ius soli” nella versione temperata approvata da un ramo del parlamento e poi sacrificata sull’altare della (supposta) convenienza politica.

Patrizia insegna nella scuola Iqbal Masih di Roma, un istituto da sempre molto attento alle tematiche dell’integrazione e del multiculturalismo. E infatti la sua adesione a questa mobilitazione è figlia di un impegno quotidiano, di un lavoro educativo che certo non si ferma alla protesta.

“È un lavoro che cambia a seconda dell’età dei bambini, naturalmente. Io lavoro con bambini di sette anni e ogni iniziativa deve essere adeguata alla loro età. Ci siamo sentite tra colleghe e abbiamo constatato che i bambini non sapevano niente di questo argomento”.

E come hanno reagito?

Sono rimasti veramente stupefatti nel sapere che la loro compagna di banco non è cittadina italiana. Per loro è inammissibile che accada questo nel senso che tutti i giorni noi ripetiamo che siamo tutti uguali e poi improvisamente viene fuori che qualcuno è meno uguale degli altri. Per loro è stata una scoperta.
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Stragi del mare, profughi e bambini - Foto di Radio Popolare

Strage di bambini: l’Europa senza diritti, la denuncia dell’Unicef

di Piero Bosio

“Abbiamo visto un padre siriano che sulle coste della Turchia buttava la figlia in mare. La gente e i nostri operatori dell’Unicef gli intimavano di salvarla. Lui la prendeva e poi la ributtava in acqua e ci rispondeva: ‘Mia figlia deve imparare a nuotare, a salvarsi da sola. Quando toccherà a lei attraversare il mare con noi dovrà essere pronta a tutto'”.

È una delle tante e drammatiche testimonianze raccolte dall’Unicef, che ha appena realizzato il Rapporto 2016 sull’intervento umanitario per i bambini Forse non sapremo mai se quella bambina, la sua famiglia ce la fatta.

Al racconto di Unicef, si aggiungono i dati di Europol, citati dal The Observer. Diecimila bambini rifugiati stanno scappando dalla guerra, con il rischio di finire nelle maglie delle organizzazioni criminali. Negli ultimi 18-24 mesi il 27 per cento del milione di nuovi arrivi è composto da minori. Molti di loro sono scomparsi: in Italia si sono perse le tracce di 5 mila bambini, ricorda Europol, in Svezia di altri mille.

Intanto la strage silenziosa continua, mentre l’ Europa non ha più come priorità i diritti umani. Due giorni fa un barcone di 17 metri si è rovesciato ed è affondato nel braccio di mare tra Grecia e Turchia. Si ipotizzano almeno 39 morti, di cui cinque bambini. Sono già 700 quelli che hanno perso la vita in mare nel 2015. Un numero impressionante.
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Libri per bambini e stereotipi di genere / 2

Books and drawings - Foto di Simone Ramella
Books and drawings - Foto di Simone Ramella
di Cinzia Sciuto

Visto l’interesse suscitato dal primo post sull’argomento, torno sul tema libri per bambini e stereotipi di genere, che mi sta molto a cuore (sarà per i due cuccioli a cui sono capitata per madre), segnalando questo nuovo post di Caterina Lazzari.

Di mio aggiungo che, purtroppo, gli stereotipi di genere (che sono quelli più duri a morire) si annidano anche in libri potenzialmente molto interessanti. Prendiamo per esempio “Il tostamostri” (di Sophie Benini Pietromarchi, edizioni Sinnos), un libro che affronta in maniera divertente una questione con cui tutti i genitori hanno a che fare quasi quotidianamente: che fare quando tuo figlio chiede insistentemente “mi compri questo o quello?”. Le illustrazioni sono molto particolari, con un felice mix di disegni e collage che rende il libro molto originale, e sempre efficace è l’utilizzo di una famiglia di animali – in questo case delle rane – come protagonisti della storia.

La rappresentazione dei ruoli genitoriali, però, non poteva essere più stereotipata di così: è la mamma quella che si ritrova ad accogliere continuamente la domanda “mi compri il tostamostri?”, è alla mamma che tocca sempre dire di no. Una mamma sempre a disposizione dei figli, impegnata esclusivamente in attività di cura della famiglia: dà da mangiare alla sorellina, va al supermercato a fare la spesa, prepara la cena, accompagna il figlio dall’amichetto e “ciaccola” con l’altra mamma, rimbocca le coperte e dà il bacio della buona notte.
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Libri per bambini e stereotipi di genere / 1

Books and drawings - Foto di Simone Ramella
Books and drawings - Foto di Simone Ramella
di Cinzia Sciuto

Da tempo volevo occuparmi della costruzione dell’immaginario dei bambini in riferimento agli stereotipi di genere. Come, cioè, i bambini passano dalla constatazione esperienziale dei due generi al loro ‘ingabbiamento’ in ruoli, compiti, aspettative che con la differenza di genere hanno ben poco a che fare. Il passaggio non è affatto naturale, anzi è proprio in quello snodo essenziale che si colloca il fondamentale ruolo ‘culturale’ di tutte le agenzie educative che hanno a che fare con i bambini, famiglia e scuola innanzitutto. Me ne sono già occupata in parte qui.

Oggi l’occasione mi viene da questo post di Liberelettere, un bellissimo blog dedicato ai libri per bambini, in cui Caterina Lazzari fa una distinzione che mi fa riflettere: “Ci sono libri per bambini privi di stereotipi e libri invece attivi contro gli stereotipi. (…) Titoli attivi nei confronti degli stereotipi sono quelli che si prefiggono di smontarli, sovvertirli, proporre modelli plurali ed alternativi, e promuovere la bellezza di essere se stessi”. Ecco, mi chiedo: non è che i libri “attivi” contro gli stereotipi rischiano di produrre effetti paradossalmente contrari agli intenti? Mi spiego: per poterlo smontare, lo stereotipo, questi libri lo tematizzano, lo mettono al centro della storia, dandogli un’importanza che forse non merita. Il dubbio è che questi libri non siano diretti ai bambini, che – soprattutto quando sono molto piccoli – gli stereotipi non sanno neanche cosa sono, ma siano una proiezione del conflitto che abita il mondo degli adulti. È agli adulti che andrebbero rivolti libri così, non certo ai bambini, specie a quelli più piccoli.
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Classe ghetto a Bologna? Dalle intenzioni a come il fatto è stato raccontato

Bambini stranieri - Foto di Claudio Riccio
Bambini stranieri - Foto di Claudio Riccio
di Massimo Corsini

Molto rumore per nulla. La polemica che ha investito questi ultimi giorni le scuole medie Besta, in via Aldo Moro, sotto le torri della Regione a Bologna, nel quartiere San Donato, rischia di creare un pericoloso equivoco sul problema dell’integrazione scolastica. Alcuni genitori del consiglio d’istituto, presidente compreso, hanno denunciato la presenza all’interno della scuola di una sorta di classe ghetto, in cui sarebbero stati separati dal resto dei loro compagni alunni stranieri di varia provenienza ancora incapaci di parlare ed intendere la lingua italiana: si tratta di una classe sperimentale, la prima A che ospita 23 ragazzi di varie nazionalità.

La notizia, diffusa in primis da Radio Città del Capo, è rimbalzata su tutti i giornali locali. La solenne denuncia da parte del genitore e presidente del consiglio d’istituto, Roberto Panzacchi, ex consigliere comunale dei Verdi, a cui si sono associati altri cinque componenti del consiglio stesso, ha puntato il dito contro la scuola colpevole innanzitutto di aver preso la decisione di formare la classe sperimentale senza la consultazione preventiva del consiglio d’istituto, ma soprattutto rea di aver preso un’iniziativa che rischia di isolare anziché integrare gli alunni di nuova provenienza.
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La Shoah dei bambini: il fascismo e la discriminazione italiana dei più piccoli ricostruita in un libro

La Shoah dei bambiniLa storia della persecuzione antiebraica attuata dal fascismo tra il 1938 e il 1945 è nota, ma raramente ci si è soffermati a riflettere su cosa abbiano significato quei tragici anni per i bambini italiani. Soprattutto per quelli ebrei, allontanati da scuola, testimoni impotenti della progressiva emarginazione sociale e lavorativa dei genitori, quando non della distruzione e dell’eliminazione fisica della propria famiglia.

Da questa prospettiva – peculiare, e tuttavia indispensabile per comprendere l’essenza di una persecuzione razziale, fondata sulla nascita – la storia che abbiamo alle spalle assume nuovi significati e stratificazioni.

Il regime fascista iniziò ad attuare la discriminazione proprio dal mondo della scuola: e i bambini ebrei – prima separati, poi esclusi, espulsi e infine internati – furono vittime tra le vittime. Una parte di essi fu deportata; molti riuscirono a nascondersi e a fuggire.

Bruno Maida, con La Shoah dei bambini – La persecuzione dell’infanzia ebraica in Italia (1938-1945) ne ripercorre la storia attraverso i progressivi livelli della persecuzione, attento a cogliere non solo lo sguardo che l’infanzia ebbe di fronte al turbinio dei fatti, ma la portata politica di una ferita impossibile da comprendere e molto difficile da sanare.
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