Un viaggio nella memoria per riscoprire l’eredità di Rugova

di Luca Mozzachiodi

Da un po’ di tempo le guerre che sono seguite alla dissoluzione della Jugoslavia sono un mio cruccio, a quella che sconvolse il Kosovo è poi legato un nettissimo ricordo che si può dire nasconda nella sua ingenuità la terrificante domanda su quello che un vecchio autore chiamava il macello della storia. «Papà ma cosa ci fanno con tutti quegli aerei?», chiedevo salendo in macchina e pensando alle immagini dell’intervento Nato.

Ci fanno la politica di potenza, avrebbe potuto rispondere, ci uccidono migliaia di civili serbi, spengono con il bombardamento luce e tv a Belgrado, disseminano per tutte le campagne, anche del Kosovo, uranio impoverito; ma avrebbe potuto anche rispondere costringono a porre fine alla violenza sui civili kosovari, consentono al parlamento di riunirsi, restituiscono l’autodeterminazione ai cittadini di un altro paese, fanno tornare gli albanesi nelle scuole e negli ospedali.

La vera tragedia è che tutte queste risposte sono insieme vere e false e che solo una ragione equilibrata e militante ci può permettere di trasformare l’apparente insensatezza di certe contraddizioni nella logica politica ferrea che di tali contraddizioni è la causa. Una ragione che Luca De Poli dimostra pienamente di avere nell’organizzare il suo libro sul presidente Rugova, Ibrhaim Rugova viaggio nella memoria tra il Kosovo e l’Italia, scegliendo una forma inedita e particolare.
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March #overthefortress: in 300 via mare e via terra verso la Grecia

dei centri sociali delle Marche e dell’ambasciata dei diritti Ancona

Ieri è salpata dal porto di Ancona la #overthefortress March, un’iniziativa di solidarietà che dall’Italia arriverà fino al confine greco macedone.

La marcia, promossa dal Progetto Melting Pot, ha come obiettivo principale quello di supportare i migranti bloccati in Grecia e di denunciare l’attuazione del piano anti migranti dell’Unione e di quel regime dei confini che sta facendo diventare il paese ellenico “una prigione a cielo aperto”. Le adesioni alla marcia sono moltissime: tra queste, dagli attivisti dei centri sociali del Nord Est a quelli delle Marche, dalla Campagna Welcome Taranto agli Amici del Baobab di Roma fino alla Carovana Migranti di Torino e alle tante associazioni e persone impegnate a vario titolo nell’accoglienza, nelle pratiche sportive antirazziste e nelle scuole d’italiano.

Sono più di 300 le persone che hanno deciso di partire in un momento in cui avviene un’ulteriore svolta negativa e di chiusura nelle politiche europee in materia d’immigrazione e d’asilo. A distanza di 10 giorni dalla blindatura del confine con la Macedonia, che sta costringendo migliaia di uomini, donne e bambini a condizioni di vita disastrose nel campo di Idomeni, il vergognoso accordo tra l’Unione e Turchia ha definito chiaramente che non sarà più possibile richiedere asilo in Europa per tutti i migranti che entreranno attraverso il mar Egeo.
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Transumanza della pace

“Transumanza della pace”: l’unione tra i popoli passa per boschi, pascoli e animali

di Maria Di Cecco

La guest star è Sissi, una manza ribelle, recalcitrante a lasciare la moderna e luminosa stalla e la sua materna padrona. È scappata in mezzo alla neve e ci hanno messo un po’ a riacchiapparla, prima di spingerla sul camion. Il documentario di Roberta Bigiarelli, attrice e autrice, oltre che documentarista, racconta l’esperienza della “Transumanza della pace” un progetto di cui è anche promotrice, assieme a Gianni Rigoni Stern e col sostegno della Provincia Autonoma di Trento.

L’iniziativa ha messo in relazione comunità di allevatori della Val Rendena e di Srebrenica, anzi, per essere più precisi il tutto si svolge a sull’Altopiano di Sucéska (800 metri di altitudine, a poco più di 10 chilometri dal centro di Srebrenica). La prima cosa che Gianni Rigoni Stern ha fatto, è stato censire e conoscere Sucéska, contrada per contrada, entrando nelle case delle persone. Nel corso dei vari sopralluoghi ha accumulato dati ed ha stilato un utile censimento dell’area: quante persone, la loro età, l’allevamento, il tipo di agricoltura. Al primo viaggio ne sono seguiti numerosi altri fatti con amici esperti di pascoli, boschi, bestiame.

Il territorio è oggi abitato da sopravvissuti di una comunità di agricoltori, in prevalenza mussulmani, decimata dalla guerra (qui la pulizia etnica ha eliminato circa l’85% della popolazione maschile). Dal 2000 man mano le persone sono tornate a viverci. Si tratta per lo più di vedove, anziani e giovani che praticano agricoltura di autoconsumo e sognano di andare via.
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Riflessioni e metafore: basta guardare a Berlino, si provi a vedere quello che accade nei Balcani

Balcani - Foto di Fraintesa.it
Balcani - Foto di Fraintesa.it
di Emilio Molinari

Se qualcuno in vista delle elezioni europee volesse capire qualcosa di più del lato oscuro dell’Unione Europea del fiscal compat e del vincolo del 3%, di sicuro dovrebbe piantarla di “guardare” a Berlino. Dovrebbe prendersi una settimana di ferie e correre in Bosnia: a Zenica, Tuzla, e sopratutto a Sarajevo, dove la protesta, questa volta sociale ed operaia, attraversa le divisioni della guerra e della pulizia etnica.
Andare a Sarajevo viaggiando nella storia.

Da dove 100 anni fa il colpo di pistola di Gravilo Princip dava il via alle due guerre mondiali (la seconda è il continuo della prima), partorite dall’Europa del “lassez fair capitalista”…, dei nazionalismi e del fallimento delle socialdemocrazie. Dall’inizio del “secolo breve” degli orrori, ma anche delle Resistenze, del welfare e del “mai più guerre”. Il secolo delle grandi mattanze, ma anche del ripensamento che accantona il liberismo dalle Costituzioni e giura di fare dell’Europa un continente unito, in pace e senza razzismi.

A Sarajevo inizia il ‘900 e a Sarajevo finisce il 900, tra le macerie del sogno di poter vivere assieme tra diverse culture. Sarebbe un viaggio negli omissis “democratici e di sinistra” che non sono solo le foibe, ma secoli di storia. Nei ritorni del liberismo e nella cattiva coscienza dell’Europa, sempre civilissima, sempre mittleuropea e sempre affascinata dalla superiorità Germanica.
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Ex Jugoslavia: la memoria collettiva negata

reportage di Samuel Bregolin

I Balcani producono più storia di quanta ne possono digerire, disse un giorno il primo ministro britannico Winston Churchill, ma quanta ne producono così ne dimenticano, in un eterno tentativo di far scordare ai propri figli un passato pieno di massacri e orrore, nel tentativo di dargli un futuro migliore. Così vengono inghiottite dal dimenticatoio la prima e la seconda guerra mondiale, la caduta della Jugoslavia, si cancellano e si nascondono i numeri, i nomi, i fatti.

Ma è proprio dall’aver dimenticato, confuso, mescolato i fatti che la storia può tornare a ripetersi, basata su menzogne e manipolazioni politiche semplici per chi non riconosce più la verità, anche se qui una sola verità forse non è mai esistita.
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