Stop all’austerità: aspetti positivi e negativi di 4 referendum da appoggiare comunque

Referendum stop all'austerità
Referendum stop all'austerità
di Alfiero Grandi

È in corso la raccolta delle firme a sostegno di 4 referendum che tentano di mettere in discussione la politica di austerità che ha costretto l’Europa e l’Italia ad una lunga recessione con una grave caduta occupazionale. Fase non terminata perché l’economia è ferma e la trappola della deflazione non è scongiurata.

Sui 4 referendum ci sono osservazioni, dubbi. Discutiamone apertamente. È positivo che contro la politica di austerità – che sta tuttora provocando tanti danni sociali ed economici – sia stata presa un’iniziativa concreta. Da anni la critica alla politica di austerità, pur vasta e diffusa, non ha trovato modo di esprimersi e questo ha generato il dubbio che, malgrado la sua evidente incapacità di risolvere la crisi e le conseguenze di crescente ingiustizia sociale e di allargamento della povertà, non vi fossero in campo reali alternative. Quando non vi sono alternative credibili anche le politiche più avversate finiscono con l’essere subite creando passività e rassegnazione. È andata così.
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Hotel Europa - Foto di Eugenio Azzola

Europa: cambiare le regole, non solo le priorità

di Thomas Fazi

La presidenza semestrale dell’Ue, che l’Italia si appresa a ricoprire dal primo luglio, è una carica perlopiù simbolica. È per questo che le roboanti promesse di «cambiamento» che accompagnano ogni nuova presidenza vanno prese con una manciata di sale. Si veda la recente dichiarazione del ministro degli Esteri, Federica Mogherini, secondo cui i prossimi mesi non saranno di transizione ma «l’inizio di una nuova fase per l’Ue» in cui «dobbiamo puntare sulla crescita, su misure per l’occupazione e allo stesso tempo rafforzare il ruolo dell’Ue verso i paesi vicini e più in generale la politica estera comune».

Forse «più in generale» di così era impossibile. Quando si passa dal generale al particolare, però, il tono cambia radicalmente, e dagli annunci in grande stile si passa alle ossequiose promessa di continuità. Sui famigerati vincoli di bilancio, per esempio, è arrivata qualche giorno fa la rassicurazione di Sandro Gozi, sottosegretario agli Affari Europei, che ha ribadito che nel corso del semestre l’Italia «non chiederà un cambio delle regole ma un cambio di priorità».

Che probabilmente si tradurrà nella concessione di un minimo di «flessibilità» in più rispetto al raggiungimento degli obiettivi di consolidamento fiscale previsti dal Fiscal Compact, su cui pare che Renzi abbia incassato anche il sostegno della Merkel. E forse nell’esclusione di alcuni investimenti dal calcolo del deficit. Nel quadro però della stessa architettura monetaria e fiscale iper-restrittiva tenuta finora.
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Quattro referendum per battere l’austerità

Elezioni - Foto di Luca Zappa
Elezioni - Foto di Luca Zappa
di Alfiero Grandi

Qualcuno ha detto che l’approvazione da parte del parlamento della modifica dell’articolo 81 della Costituzione è stata possibile nel 2012 solo per una sorta di autoembargo delle intelligenze. È una spiegazione verosimile. L’introduzione del pareggio di bilancio nella Carta costituzionale è un’esagerazione non richiesta, neppure dagli impegni assunti dall’Italia con l’accettazione del Fiscal compact e si spiega solo con il clima di terrorismo psicologico instaurato dopo l’esplosione degli interessi sul debito pubblico e il fallimento del governo Berlusconi.

Del resto altri paesi, come la Francia, si sono ben guardati dall’approvare norme costituzionali di questo tipo. Per dare attuazione al nuovo articolo 81 della Costituzione è stata approvata la legge n. 243/2012 che è oggetto dei 4 referendum abrogativi che il comitato promotore ha presentato in Cassazione e sui quali è in fase di avvio la raccolta delle firme, a cui occorre dare pieno sostegno.

Purtroppo la modifica all’articolo 81 della Costituzione è stata fatta con più dei 2/3 dei parlamentari e questo ha impedito l’effettuazione del referendum confermativo. Solo un’iniziativa parlamentare potrà modificare questo errore politico ed economico, che ha legato mani e piedi il nostro paese alle politiche di austerità e per di più la sua legge attuativa ha ulteriormente aggravato i vincoli, più di quanto lo stesso Fiscal compact imponesse.
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Euro e pieno impiego: la conferenza di Grenoble

Euro - Foto di Images Money
Euro - Foto di Images Money
di Lorenzo Battisti, Comitato Centrale Pdci

L’attuale situazione economica rappresenta una sfida per tutti gli economisti, compresi quelli “eterodossi” che pure avevano avvertito con anni di anticipo l’arrivo di una crisi di grandi proporzioni. In particolare va analizzata l’Unione europea e il ritorno della disoccupazione di massa. Il 15 e 16 Maggio alcuni tra i maggiori economisti critici a livello mondiale si sono riuniti a Grenoble, in Francia, per discutere e confrontarsi su questi argomenti. Il pieno impiego in europa: con o senza l’euro?

Il dibattito sull’euro attraversa ormai molti paesi, sia del Nord che del Sud europa, poiché la crisi, iniziata negli Stati Uniti, sembra non trovare un termine in europa. Molti pensano che la differenza tra la durata e gli effetti della crisi in queste due aree sia dovuta alla costruzione europea. Il dibattito tra gli economisti ha quindi cercato di indagare se questa sia davvero la causa, e, in questo caso, se sia meglio riformare l’euro oppure abbandonarlo. Molti libri negli ultimi anni hanno trattato questi temi [1] ricevendo sempre maggiore attenzione dal grande pubblico.
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La lista Tsipras e la sfida democratica

Alexis Tsipras - Foto di Wikipedia
Alexis Tsipras - Foto di Wikipedia
di Felice Roberto Pizzuti

L’entusiasmo per l’Unione europea è comprensibilmente in calo per il modo iniquo e controproducente in cui la si sta costruendo. Tuttavia, l’europeismo e la consapevolezza dei vantaggi dell’unificazione mantengono radici più diffuse nei cittadini di quanto i politici percepiscono. Si è creato un ulteriore carenza di rappresentanza democratica che la lista L’altra Europa con Tsipras potrebbe riempire.

Una recente sondaggio realizzato per la Commissione europea (Eurobarometro standard 80) rivela che per il 74% degli italiani, i 28 stati dell’Unione dovrebbero cooperare di più per risolvere i problemi che l’affliggono; il 65% ritiene che l’Italia non possa affrontare da sola le sfide della globalizzazione; il 53% è favorevole all’Unione economica e monetaria e il 50% crede che per il nostro paese non ci sia un futuro migliore fuori dall’UE (contro il 30% che lo ritiene possibile). Tuttavia una quota crescente di italiani, passata dal 46% al 55%, pensa che l’UE non stia andando nella giusta direzione ed è pessimista sul suo futuro; in particolare, essi ritengono che la disoccupazione sia il principale problema e (il 64%) che l’UE, fautrice delle politiche di rigore, non stia creando i presupposti per ridurla.

In definitiva, la maggioranza degli italiani è molto preoccupata per le politiche comunitarie e i loro effetti negativi; tuttavia, ribadisce la sua convinzione di fondo europeista, la convenienza del nostro paese a puntare sull’UE e la necessità di accelerane la costruzione, ma cambiando il modo di realizzarla.
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La casa è di chi la abita - Foto di Dario BornAgain

Austerità espansiva: cronache di una manovra di classe

di Vincenzo Maccarrone

“Far parte dell’Euro implica prendere misure dure ma necessarie”.
(Y. Mersch [1], membro dell’executive board della BCE, Atene, 8 Novembre 2013)

Dopo un breve periodo di politiche espansive per far fronte alla devastante crisi economica ancora in corso, molti paesi europei hanno attuato pesanti politiche di austerità, con tagli alla spesa ed aumento della tassazione.

Per attuare questa svolta, i politici europei hanno fatto affidamento sulla produzione scientifica dei cosiddetti sostenitori dell’austerità espansiva. Se per molti e molte di noi il nome degli economisti Rehinart e Rogoff è divenuto noto, a seguito dello “scandalo dell’excel“, è in realtà un altro lavoro accademico il testo a cui si sono ispirati molti decisori. E, c’è da esserne fieri, gli autori sono entrambi italiani.

Stiamo parlando dell’articolo, datato 2010, “Large changes in fiscal policy: taxes versus spending” di Alberto Alesina e Silvia Ardagna, economisti di scuola bocconiana emigrati successivamente negli USA. La tesi di A&A è la seguente: non è affatto detto (come predicato dalla scuola Keynesiana) che politiche di austerità provochino un crollo della crescita. Secondo A&A, è possibile stimolare la crescita tramite politiche di riduzione della spesa e delle tasse, grazie all’aumento della fiducia (confidence) del settore privato provocato da queste politiche.
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