Produzione e la miopia dei facili profeti

di Mauro Gallegati Quando il gruppo di Ancona ricostruisce verso la metà degli anni ’60 le prime stime del PIL italiano dall’Unità d’Italia, Fuà raccomanda ai suoi giovani collaboratori di esprimere le grandezze in miliardi piuttosto che in milioni per non dare al lettore l’errata impressione di precisione dei dati economici. Che la misurazione del […]

Il voto per la Sinistra Europea: un invito e un chiarimento

Riceviamo la segnalazione di questo appello pubblicato da Inchiesta Online il 16 maggio 2019 e riproponiamo. di Enrico Pugliese Il panorama politico europeo è quanto mai confuso con una frammentazione che attraversa gruppi e coalizioni. Anche l’Italia dà il suo contributo in questo senso con un partito che non si dichiara né di destra né […]

I tentativi di neutralizzare le idee radicali di Keynes

di Pier Giorgio Gawronski Il 16 aprile è arrivato in libreria la nuova traduzione italiana della Teoria Generale e di altri 28 brillanti saggi di John Maynard Keynes (molti inediti in Italia), curata da Giorgio La Malfa. L’edizione è corredata da 300 pagine di introduzione, biografia e approfondite note (redatte con Giovanni Farese). Filo conduttore […]

L’effetto Italia e la fine dell’Occidente

di Franco Berardi Bifo

In quale abisso stiamo sprofondando non è chiaro, ma che si tratti di un abisso non c’è dubbio. Il cambiamento politico che è accaduto in Italia deve essere letto nel contesto dell’evoluzione mondiale e della disintegrazione d’Europa, e da questo punto di vista sembra essere il colpo finale alla democrazia liberale occidentale, e quindi la fine del traballante ordine del mondo che abbiamo conosciuto dopo il 1989.

Se vogliamo capire la vittoria dei partiti anti-europei in Italia dobbiamo ripensare al collasso finanziario del 2008 e all’imposizione del Fiscal compact sulla vita sociale dei paesi d’Europa. In quegli anni lo smantellamento dello stato sociale fu perfezionato e la vita sociale impoverita oltre ogni attesa. L’Unione europea si fondava un tempo sulla promessa di pace e di prosperità; dopo la svolta neoliberale di Maastricht, dopo la drammatica riduzione del salario implicita nel passaggio alla moneta comune, la regola austeritaria rappresentata dal Fiscal compact determinò una rottura con la prosperità e la pace del passato.

Nel 2011 la protesta contro l’austerità finanziaria fu guidata da un movimento di indignados che trovò il suo punto più alto nell’acampada spagnola, e continuò fino all’estate del referendum greco.
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La forma-partito non è un participio passato

di Pierfranco Pellizzetti

«L’ultima rivoluzione politica, la rivoluzione contro il clero politico e l’usurpazione potenzialmente iscritta nella delega, resta ancora tutta da fare» [1].
Pierre Bourdieu

«Un partito non è, come vorrebbe la dottrina classica (o Edmund Burke), un gruppo di uomini ansiosi di promuovere il bene pubblico […]. Un partito è un gruppo i cui membri si propongono di agire di concerto nella lotta di concorrenza per il potere politico» [2].
Joseph A. Schumpeter

«Io con un click, semplicissimo, decido se fare la guerra, se uscire dalla Nato, se essere padroni in casa nostra, se avere una sovranità monetaria» [3], sbraitava Beppe Grillo il 25 gennaio 2012.

Ora, cosa dovremmo pensare della clickdemocracy pentastellare, tanto idealizzata dal suo Guru, alla luce della vicenda grottesca, emersa in questo aprile 2018? Il programma elettorale del Movimento, varato nel 2017 con grandi strombazzamenti sulla sua compilazione collettiva on line, grazie al contributo progettuale di militanti a migliaia, e che ora risulta largamente rimaneggiato (o meglio, edulcorato) da manine invisibili; via, via che ci si stava avvicinando alla possibile conquista della Presidenza del Consiglio per il proprio capobranco in piena svolta democristiana. Insomma – scrive Matteo Pucciarelli – «ci sono due programmi elettorali nei Cinque Stelle; uno discusso e votato dagli iscritti, il secondo deciso dai vertici del Movimento. Il primo non conta nulla, sul secondo garantisce direttamente Luigi Di Maio» [4].
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Appello per la Grecia: contro le assurde politiche di austerità dell’Europa

Grecia, crisi e ripresa
Grecia, crisi e ripresa
di di Maria Luisa Boccia, Alfonso Gianni, Alfiero Grandi, Stefano Anastasia, Franco Argada, Vittorio Bardi, Sandra Bonsanti, Mauro Bulgarelli, Sergio Caserta, Nunzia Catena, Claudio De Flores, Giulio De Petra, Piero di Siena, Mario Dogliani, Ida Dominjanni, Anna Falcone, Antonello Falomi, Stefano Fassina, Lia Fubini, Domenico Gallo, Nicola Genga, Adriano Labbucci, Franco Martini, Giorgio Mele, Alberto Olivetti, Tamar Pitch, Bianca Pomeranzi, Michele Prospero, Aldo Tortorella, Vincenzo Vita, Mauro Zani

Domenica 5 luglio i cittadini greci saranno chiamati a votare se accettare o respingere il testo che Fmi, Bce e Commissione europea vogliono imporre al governo greco come condizione per erogare i prestiti già decisi e decidere gli altri aiuti necessari per fare uscire la Grecia da una recessione senza precedenti, che non ha uguali in Europa e che ha ridotto del 25% il Pil, fatto crescere al 25% i disoccupati, portato un pesantissimo taglio ai redditi da lavoro e da pensione, creato una povertà senza precedenti.

La recessione della Grecia, che è parte della crisi economica europea, è certo dovuta a pesanti responsabilità dei precedenti governi greci ma è stata resa più grave dalle assurde politiche di austerità dell’Europa che hanno imposto a questo paese, già in gravi difficoltà, sacrifici che non hanno uguali nel resto d’Europa. Il popolo greco ha già pagato un prezzo pesantissimo e ora si vorrebbero imporre ulteriori misure di austerità, con ulteriori tagli ai redditi e aumenti delle tasse, puntando sul ricatto della fine degli aiuti dell’Europa e del Fmi.
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La Grecia di Tsipras e la sfida di Atene

La sfida di Atene. Alexis Tsipras contro l'Europa dell'austerità
La sfida di Atene. Alexis Tsipras contro l'Europa dell'austerità
di Dimitri Deliolanes

“Sa, alle elezioni del giugno 2012 io ci avevo veramente creduto nella vittoria. Ci sono rimasto molto male quando alla fine non ce l’abbiamo fatta. Alcuni compagni del mio partito invece erano contenti, sollevati, quasi raggianti: dicevano che non eravamo preparati, che non eravamo in grado di assumerci responsabilità di governo. Sulle prime io ci rimasi molto male. Ma poi ho capito: venivano da una cultura di opposizione, erano molto spaventati all’idea di dover affrontare l’enorme compito di governare. E aggiungo che questi timori continuano a persistere dentro il nostro partito”.

Alexis Tsipras sorride nel suo immenso ufficio squadrato presso la sede del Parlamento greco, la “Boulè degli Elleni”, secondo la denominazione ufficiale. Dietro la sua scrivania troneggia uno splendido quadro che sprigiona fiamme in tutte le sfumature del rosso. È “Campi senza fine: Lefkada”, un’opera di un artista greco- americano, Theodoros Stamos, espressionista astratto della scuola newyorkese degli “Irascible Eighteen”, insieme con Mark Rothko.

Tsipras sa che mi sta facendo una confidenza delicata. I compagni refrattari al governo stanno pochi metri più in là, nel piano terra di questo enorme palazzo neoclassico costruito a inizi ottocento di fronte a piazza Syntagma come residenza reale per il giovane principe bavarese Ottone di Wittelsbach, il primo re della Grecia indipendente. Qui sono gli uffici del gruppo parlamentare della Coalizione della Sinistra Radicale SYRIZA, il primo partito di opposizione, a cui spetta, secondo la consuetudine della politica greca, un posto speciale nel gioco parlamentare: più tempo a disposizione, più possibilità di iniziativa, maggiore accesso alle informazioni “sensibili”, briefing riguardanti la sicurezza nazionale e altro.
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L'altra Europa con Tsipras

Da lista a soggetto politico, il progetto dell’Altra Europa

di Roberto Ciccarelli

Una sini­stra che si vuole met­tere al lavoro e nel frat­tempo cerca di tenere accesa la fiam­mella di un’alternativa. Nel comi­zio dell’Altra Europa con Tsi­pras, tenuto ieri a piazza Far­nese a Roma davanti a un migliaio di par­te­ci­panti, è stata riaf­fer­mata una diver­sità cul­tu­rale rispetto alla tra­sfor­ma­zione del Pd nel pro­getto ple­bi­sci­ta­rio e neo-autoritario di Mat­teo Renzi. E poi anche un’aspirazione: «costruire un nuovo sog­getto poli­tico unendo le forze a sini­stra del Pd» sostiene Paolo Fer­rero, segre­ta­rio di Rifon­da­zione Comu­ni­sta. L’aspirazione è diven­tare «una forza di governo alter­na­tiva al Pd di Renzi come Syriza in Gre­cia e Pode­mos in Spa­gna» aggiunge l’ex magi­strato Anto­nio Ingroia, rap­pre­sen­tante di Azione civile.

A piazza Far­nese ieri c’erano gli euro­par­la­men­tari Eleo­nora Forenza e Cur­zio Mal­tese, poli­tici che hanno rico­perto inca­ri­chi mini­ste­riali nell’ultimo governo Prodi come Gio­vanni Russo Spena, Alfonso Gianni, Patri­zia Sen­ti­nelli o Paolo Cento. E poi espo­nenti dell’area ex Pds Anto­nello Falomi e Giu­lia Rodano. Sono inter­ve­nuti espo­nenti di Syriza, Pode­mos e Bloco de Esquerda.

In Ita­lia que­sta galas­sia di movi­menti, tema­ti­che e espe­rienze a sini­stra del par­ti­tone cen­tri­sta del pre­mier oggi affron­tano un pro­blema. Così lo ha descritto Gior­gio Airaudo, par­la­men­tare di Sini­stra Eco­lo­gia e Libertà: «Non dob­biamo testi­mo­niare una volontà di oppo­si­zione a Renzi, ma fer­mare il suo pro­getto poli­tico che avrà con­se­guenze gravi e dura­ture». La sini­stra, ha aggiunto Airaudo, «non può restare indie­tro ai lavo­ra­tori che lot­tano e chie­dono di orga­niz­zare un cam­bia­mento, ma pur­troppo è quello che sta acca­dendo».
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Il governo Renzi sbaglia obiettivo e percorso, per questo lo sviluppo non decolla

Matteo Renzi
Matteo Renzi
di Alfiero Grandi

L’aspetto curioso e inquietante della situazione è che sia mettere in discussione seriamente la politica di austerità dell’Europa, che tuttora è dominante, sia limitare l’iniziativa per tentare di ottenere qualche miliardo di margine, sempre premettendo dichiarazioni impegnative sul rispetto del 3 % da parte dell’Italia, cambia poco agli occhi dei mercati e delle “signorie” che decidono quando è il momento del pollice verso e quindi puntano su un aumento dello spread.

La convinzione che bastasse attaccare l’articolo 18, aumentare la precarietà attraverso il tempo determinato, mettere nell’angolo i sindacati per tenere a bada i mercati finanziari e ammorbidire le risposte dei conservatori europei è semplicemente destituita di fondamento. Del resto la Grecia ha provato a convincere i mercati che la cura da cavallo subita l’ha già messa nelle condizioni migliori per togliersi di dosso l’ipoteca della troika, ma si è trovata immediatamente sotto attacco, al punto da fare fibrillare anche altri paesi europei.

I mercati sanno benissimo che ciò che fa la differenza è la ripresa economica perché solo così il debito pubblico può essere garantito, e ripagato, mentre purtroppo l’Italia è in recessione da anni e non si vede la famosa luce in fondo al tunnel di montiana memoria. Anzi il nuovo Def e la legge di stabilità sanciscono con i numeri che il 2015 sarà un anno di non crescita, se va bene un modesto più 0,5%. Le misure per rendere ancora più precario e flessibile il mercato del lavoro non solo non bastano mai – c’è sempre una precarietà in più da introdurre – ma semplicemente non creano un solo nuovo occupato perché, come ricordano tutti quelli che se ne intendono, le imprese assumono se hanno qualcosa da produrre in più, se hanno la percezione di una crescita e oggi purtroppo non l’hanno.
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Contro l’austerità per il primato dei diritti nella Costituzione

di Alfonso Gianni

Per cercare di apporre una foglia di fico su quello che stavano facendo, i sostenitori dell’inserimento nella nostra Carta del principio del pareggio di bilancio lo hanno chiamato “equilibrio tra le entrate e le spese”. Ma la sostanza rimane quella. Per la prima volta nella nostra Costituzione è stato posto un vincolo cogente sulla spesa pubblica, tale da mutilare una delle funzioni essenziali di uno Stato – la manovra di bilancio – e contraddire un filone fondamentale del pensiero economico del Novecento, quello che sostiene la necessità di aiutare lo sviluppo economico attraverso congrui e intelligenti investimenti pubblici e di farlo proprio nei periodi di crisi, anche in deficit.

In sostanza con quell’atto il parlamento italiano si è assunto la storica responsabilità negativa di espungere la teoria keynesiana dalla nostra Costituzione. A farlo è stata una maggioranza composita ed ibrida, guidata da Mario Monti. Dove non era giunto il neoliberismo nelle sue formulazioni classiche susseguenti al celebre manifesto di Mont Pelerin del 1947 e nelle sue espressioni politiche più coerenti è arrivato un governo, quale quello presieduto da Mario Monti, definito “tecnico”, che secondo alcuni avrebbe dovuto rappresentare una semplice transizione da Berlusconi verso una “democrazia normale”. Si è poi visto con chiarezza che non si trattava di questo e il segnale più rilevante fu proprio l’approvazione di quella sciagurata riforma costituzionale dell’articolo 81.
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