Sardegna: con Mauro e contro la repressione

Polizia e austerità
Polizia e austerità
del Manifesto sardo

Da almeno un anno a Cagliari si respira una brutta aria, almeno da quando il questore di Cagliari ha deciso di ignorare la costituzione italiana e costruire attorno al movimento pacifista e contro le basi militari quell’atmosfera di tensione e violenza che contraddistingue ogni manifestazione e iniziativa democratica di dissenso all’occupazione militare della Sardegna.

A farne le spese non sono solo gli attivisti antimilitaristi ma tutti coloro che frequentano la dimensione delle loro vite, familiari, amicizie e coinquilini, addirittura circoli privati. L’azione delle 6:30 di stamattina è molto lontana dai compiti delle forze dell’ordine di un Paese civile ma ricorda molto da vicino dinamiche repressive e intimidatorie utilizzate dalla polizia politica durante le dittature sudamericane.

Oggi all’alba, Mauro, attivista del movimento contro le basi è stato portato in caserma dai carabinieri con la surreale accusa di vilipendio alle forze armate. Sono stati sequestrati i suoi oggetti personali, i pc, manifesti e locandine di serate musicali ed eventi, non solo di Mauro ma anche dei suoi coinquilini che si trovavano in casa con lui. Successivamente c’è stata anche la perquisizione nel circolo ricreativo Defoult di Via Molise e altrettanti sequestri.
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Guatemala - Foto di Terra terra online

Guatemala, ucciso l’attivista che aveva denunciato l’inquinamento

di Marina Forti

La notizia viene dal Guatemala: un attivista ambientale è stato ucciso, e altre tre sono scomparsi. Rigoberto Lima Choc, 28 anni, era maestro di scuola e da poco consigliere del municipio di Sayaxché, nel Peten. Era anche tra i primi abitanti di quella regione rurale e indigena a denunciare alle autorità l’inquinamento del fiume La Pasión. In giugno d’improvviso il fiume si era riempito di migliaia di pesci morti: un disastro per una popolazione di 30mila persone che vivono per lo più di pesca artigianale.

La causa erano i reflui chimici scaricati da Repsa, azienda che produce olio di palma. Rigoberto Lima e altri leader di comunità hanno raccolto prove e denunciato per vie legali l’azienda che li sta avvelenando: proprio venerdì scorso una giudice di prima istanza aveva ordinato la chiusura dell’impresa inquinatrice. La gente del luogo dice che la moria di pesci è l’ultimo disastro, la contaminazione chimica del fiume è un attentato continuo alla salute della popolazione stessa.

Un avvocato del Centro de Atención Legal, Ambiental y Social (Calas) ha detto quello che a tutti pare evidente: che gli assassini dell’attivista devono essere sicari mandati dall’azienda: «È davvero sospetto che sia stato ucciso il giorno dopo quella sentenza, e che tre leader comunitari che denunciavano l’ecocidio siano scomparsi».

L’assassinio dell’attivista è stato condannato dall’ufficio dell’Alto commissario dell’Onu per i diritti umani, e dall’organizzazione guatemalteca Unidad de Protección a Defensoras y Defensores de Derechos Humanos de Guatemala (Udefegua): dicono che l’attacco è conseguenza dell’inazione del governo, che non è intervenuto per cercare il dialogo né per far rispettare la legalità.
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