Da Milano a Manchester, anche l’orrore conosce le sue mode

di Pierfranco Pellizzetti

Dopo l’orrore di Manchester sta immediatamente ripartendo la sceneggiatura stantia dell’esibizione muscolare, al grido di “non ci faremo intimidire”, accompagnata dalla richiesta rituale e generica di maggiore sicurezza. Due emerite scemenze: il non farsi intimidire significa continuare imperterriti in atteggiamenti e prese di posizione che non hanno fornito il benché minimo contributo positivo nel fronteggiare la furia terrorista? Oppure presuppone un surplus di gestualità dichiarativa, tipo sganciare una super bomba su qualche grotta afgana o marciare sugli Champs-Elysées canticchiando la Marseillaise?

Migliorare la sicurezza, intesa come safety, cioè incolumità (non come security, ovvero diritti e tutele del proprio posto nella società) si traduce in: un poliziotto a ogni crocevia, più telecamere nei luoghi pubblici, una generalizzata licenza di sparare per uccidere, all’insegna del motto legge&ordine, ridotto a fai da te?

Appunto, sciocche teatralità inconcludenti che portano a una sola conclusione: se quegli altri ancora non hanno vinto, noi di certo stiamo perdendo. Una sconfitta accelerata dal fatto che il comandante in capo del fronte occidentale – il nostro fronte – è un infantile narcisista affetto da feticismo del capello, che cerca impazientemente la quadra per un più che problematico lieto fine andando nell’Arabia Saudita wahabita, ossia laddove impera la versione islamica più radicale e anti-occidentale, a chiedere aiuto contro il terrorismo; proprio a chi lo finanzia da sempre. E per ingraziarselo, gli assicura un arsenale da 115 miliardi di dollari. Nella migliore tradizione mediorientale per cui i combattenti addestrati e armati da Cia e Pentagono diventano rapidamente la minaccia peggiore per gli Usa e l’Occidente.
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Attentato di Londra, perché il terrore colpisce sempre le masse e mai i potenti?

di Diego Fusaro

Ancora una volta il terrore. Sempre il medesimo. Quasi come se si trattasse, ormai, di una tragedia che torna a ripetersi, nei suoi moduli, sempre eguale a se stessa. Prima Parigi, poi Berlino. Adesso Londra. L’Europa è sotto attacco, si dice. Non è chiaro da parte di chi, tuttavia.

L’Islam ha dichiarato guerra all’Europa: così vorrebbe farci credere la narrazione egemonica; il cui fine conclamato è quello di delegittimare l’Islam e, in generale, ogni religione della trascendenza non ancora riassorbita nel monoteismo immanentistico dell’economia di mercato. Non è guerra di religione: è guerra alla religione. Guerra dichiarata dal capitale a ogni idea di sacro che non sia quello del mercato deregolamentato.

Come già dissi in altra occasione, io non so i nomi. Né mi accontento delle versioni ufficiali. Prevedo – e non è difficile – che, in ogni caso, questo attentato diverrà l’occasione per sostenere, da più parti, il solito mantra del “ci vuole più Europa”: e, naturalmente, per rallentare e rendere più ardua l’attuazione concreta della “Brexit”, ossia della scelta democratica del popolo inglese di prendere congedo dall’Unione Europea.
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Attentato a Berlino. Il terrorismo in cinque punti

di Diego Fusaro

Ed è subito terrore. Ancora una volta. Secondo modalità che ritornano sempre invariate, sempre le stesse. Quasi come se si trattasse di un copione già scritto, un orrendo copione da mettere in scena a cadenza regolare. Questa volta è stato il turno di Berlino. Permettetemi, allora, di svolgere alcune considerazioni generalissime sul terrorismo e sulla sua funzione nel quadro storico post 1989.

  • 1) Gli attentati si abbattono sempre e solo sulle masse subalterne, precarizzate, sottopagate e supersfruttate. L’ira delirante dei terroristi non si abbatte mai, curiosamente, sui luoghi reali del potere occidentale: banche, centri della finanza, ecc. I signori mondialisti non vengono mai nemmeno sfiorati. I terroristi avrebbero dichiarato guerra e poi attaccherebbero solo le masse schiavizzate, rendendo – guarda caso – un buon servizio ai signori mondialisti della finanza sradicata: i quali vedono il loro nemico di classe (le masse sottoproletarie, precarizzate e pauperizzate) letteralmente bombardato e fatto esplodere da agenzie terze;
  • 2) Il terrorismo produce un grandioso spostamento dello sguardo dalla contraddizione principale, il nesso di forza classista finanziarizzato. A reti unificate ci fanno credere che il nostro nemico sia l’Islam e non il terrorismo quotidiano del capitalismo finanziario (guerre imperialistiche, ecatombi di lavoratori, suicidi di piccoli imprenditori, popoli mandati in rovina);

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Non solo Bruxelles, ma anche Lahore: alle radici della jihad

Dopo l'attentato di Lahore
Dopo l'attentato di Lahore
di Alberto Negri

Pensare che il Pakistan sia lontano dall’Europa è un errore che stiamo ancora pagando. La jihad è nata qui. Oscurato dalle atroci imprese del Califfato, un intero pezzo di Asia, ribollente e sanguinoso, era caduto nell’oblio dell’Occidente.

Ma qui si combatte una delle guerre al terrorismo più devastanti del pianeta, lo stesso terrorismo che ha appena colpito a Lahore e destabilizza una vasta regione a cavallo tra Pakistan e Afghanistan, proiettando l’attività dei militanti fino all’Europa.

Per la verità se ne era ricordato qualche tempo fa il presidente Barack Obama nel suo discorso sullo stato dell’Unione, affermando che Afghanistan e Pakistan sarebbero stati teatro del terrorismo per altri decenni, evitando naturalmente di menzionare le responsabilità americane e saudite o la collaborazione assai ambigua delle autorità pakistane e afghane: come abbiamo visto a Bruxelles, con l’arresto di uno dei complici dell’assassinio di Massud nel 2001, circolano ancora i jihadisti che sono stati allevati qui per decenni. Ma un tempo, negli anni ’80, erano gli eroi della guerra all’Armata Rossa, solo più tardi questi alleati dell’Occidente sono diventati “barbari e fanatici”.

Nell’enciclopedia della jihad, che si acquista per pochi dollari a Islamabad, il Pakistan – con Peshawar, capitale della zona tribale dei Pashtun – occupa un posto speciale.
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Contro la subalternità etnica e di classe: je ne suis pas Charlie

Je ne suis pas Charlie
Je ne suis pas Charlie
di Marina Nebbiolo e Fabio Mengali

Venti morti, un attentato, sei attacchi compresi quelli militari, tre giornate di guerra. I nemici? Terroristi pronti ad immolarsi insieme alle loro vittime. L’ “11 settembre della Francia”? Come titola Le Monde all’indomani della sanguinaria incursione nella sede del giornale Charlie Hebdo. Parigi come le Twin Towers e la spietata battaglia contro il feroce esercito islamico interno, alle frontiere del Paese e dell’Europa. No, in Francia non siamo in guerra, almeno non è quella guerra che vogliono farci combattere con le armi repubblicane dell'”unità nazionale” e del rivoltante umanesimo di facciata ignorato quando si tratta di immigrati, di oggi o di prima, seconda e terza generazione. Choc , certo per chi si era abituato ai Sarkozy e ai Valls, più realisticamente assistiamo ad un traumatico risveglio.

Il “nemico” in ogni caso oltre che di kala e di slogan raccapriccianti è armato anche di immaginario e parla in rete di futuro. Una visione non identificabile, o inesistente, nella vita dei giovani francesi, donne e uomini, che vivono nelle cités oppure nelle zone rurali, in uno dei Paesi occidentali più ricchi, dotati di ottimi servizi e di un eccellente sistema educativo. Per capire che non siamo in quella guerra lì ma in tutt’altro terreno minato bisognerebbe prima curare l’amnesia politica che colpisce i governi francesi dopo ogni febbre dagli anni Novanta, sintomo sociale ed economico che esplode nelle aree periferiche metropolitane ma anche nei quartieri popolari di sempre più numerose città francesi; poi ricordare la sindrome postcoloniale e la successione di leggi per difendere la laicité républicaine.

E infine osservare come si esercita il controllo sociale e la punizione istituzionalizzata sui poveri e impoveriti in alternativa all’ esercito di occupazione se il rapporto di forza si gioca in quei territori ormai disseminati ovunque e non solo nelle periferie urbane che si profilano come banlieues. E l’islam in tutto questo? L’islam è un veicolo, ci si salta sopra ad un certo momento, musulmani o convertiti, dai 15, 16 anni, poi si tenta il viaggio iniziatico nelle zone di guerra, Iraq, Afghanistan, Pakistan o Siria dove ci si arruola contro un regime sanguinario che ha ucciso duecentomila persone e ne ha costretti alla fuga altri milioni, tuttora impunito per le barbarie contro la popolazione.
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Speciale Charlie Hebdo – 1: la guerra fascistoislamica colpisce il cuore di Parigi

Charlie Hebdo
Charlie Hebdo
di Bruno Giorgini

Un fatto terribile, un atto di guerra in pieno centro di Parigi. Il direttore di Charlie Hebdo Stephane Charbonnier, Charb, ucciso con altre 11 persone dagli assassini fascisto islamici che hanno attaccato il giornale, aveva disegnato una vignetta tristemente profetica, intestata “Ancora nessun attentato in Francia” cui risponde il jihadista armato: “Aspettate. Abbiamo tempo fino a fine gennaio per farci gli auguri”, mentre nell’ultimo tweet del giornale campeggia il Califfo Al- Baghadadi con l’augurio irridente: “E soprattutto la salute”.

Alcuni degli uccisi, Wolinski, Cabu, Charb, Tignous sono amici che hanno declinato nel corso degli anni in molti modi e con molte vignette la famosa frase: sarà una risata che vi seppellirà! Con uno spirito critico e libertario acuminato e iconoclasta nonché una ironia straordinaria. Ma le risate, lo spirito critico e libertario, l’ironia sono odiate dagli uomini neri del nuovo fascismo jihadista che hanno voluto spegnerle con un atto di terrorismo urbano senza precedenti ed è molto semplice la risposta: per essi fascisti se non nazisti che si nascondano o meno dietro il Corano, non dovrà esserci scampo, l’intera comunità civile altro non può che metterli al bando e combatterli fino alla loro totale sconfitta.

Non facendo nessuna confusione né amalgama tra i nemici dell’umanità fascistoislamici e chi professa la fede mussulmana, chi viene in Europa immigrato a chiedere asilo e/o a cercare una vita più degna. Anzi esattamente praticando l’atteggiamento opposto in una strategia che tenga assieme la massima iniziativa civile politica e militare contro i fascistoislamici, e la massima convivenza tra cittadini/e di fedi e culture diverse. Un sentiero stretto, epperò le due gambe ineludibili che devono andare insieme per poter camminare uscendo dalla melma velenosa di una guerra civile larvale in Europa, e di una guerra dispiegata che assume in molti casi i connotati dello sterminio in Medio Oriente.
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Piazza Tienanmen - Foto del Fatto Quotidiano

Potere e società in Cina: la questione uigura tra l’attentato di Pechino e la storia del Paese / 2

di Angela Pascucci

(Per leggere la prima parte dell’articolo)

Il conflitto è storia antica eppure Pechino non ha lesinato i finanziamenti per lo sviluppo della Regione autonoma uigura del Xinjiang (questo il nome ufficiale) soprattutto dalla fine degli anni ’90, quando viene lanciato il programma di sviluppo del “Grande Ovest”. La Regione ha sempre più per la Rpc un enorme valore strategico, ricca com’è di risorse energetiche e collocata in una posizione, nel cuore dell’Asia centrale, che la rende imprescindibile per tutte le rotte di comunicazione e di trasporto di gas e petrolio dal Medioriente e dalle regioni circostanti.

Per non parlare degli ambiziosi progetti di farne una punta di diamante dell’innovazione e dell’eccellenza tecnologica rivolta verso un’area economica e geopolitica che oggi più che mai costituisce una cerniera fondamentale fra Europa ed Asia. In questo teatro, anche solo l’ombra di una rivendicazione di indipendentismo manda in bestia Pechino che, sull’onda dell’11 settembre e della conseguente lotta al terrorismo, ha chiesto e ottenuto la messa al bando internazionale delle organizzazioni uigure che più minacciavano la sua presa sulla Regione all’estremo confine occidentale. Incluso il Movimento islamico per il Turkestan orientale oggi sotto accusa.

La questione del Xinjiang non gode della simpatia occidentale quanto, ad esempio, quella tibetana. L’abbattimento delle due torri, l’acuirsi della questione islamica non ne hanno migliorato l’attrazione ed è su questo terreno che Pechino pretende il sostegno internazionale, infuriandosi quando, come è accaduto nei giorni scorsi, invece di ricevere solidarietà i media internazionali mettono in dubbio la sua politica nella regione occidentale. (Ed effettivamente se le logiche che guidano la cosiddetta comunità internazionale sono quelle che oggi prevalgono, scardinando ulteriormente il mondo, dal suo punto di vista ha ragione a farlo).
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Piazza Tienanmen - Foto del Fatto Quotidiano

Potere e società in Cina: la questione uigura tra l’attentato di Pechino e la storia del Paese / 1

di Angela Pascucci

Non si erano ancora spenti gli echi dell’attentato a piazza Tiananmen quando, mercoledì 7 novembre nell’ora di punta mattutina, una serie di ordigni è esplosa a distanza ravvicinata nei pressi della sede del Partito comunista provinciale di Taiyuan, la città più popolosa della provincia settentrionale dello Shanxi (250 miglia a sud ovest di Pechino). Un morto e otto feriti il primo, forse approssimativo, bilancio delle vittime. Pare che le bombe fossero collocate dentro alcune fioriere ai lati della via su cui si trova l’edificio governativo e fossero di fattura rudimentale, a giudicare delle sfere di metallo e dai chiodi proiettati tutt’intorno dalle deflagrazioni.

Una ventina di auto parcheggiate davanti alla sede del Pcc sono rimaste seriamente danneggiate dagli ordigni che secondo alcune testimonianze sarebbero stati almeno sette. Nulla si sa ancora, né degli autori né delle motivazioni. Ma un articolo del quotidiano inglese The Telegraph riportava giovedì le testimonianze anonime di alcuni abitanti che parlano di continue proteste, piccole e grandi, davanti al simbolico edificio. A Taiyuan si registra una diseguaglianza dei redditi fra le più alte del paese e il quotidiano britannico parla dell'”oscena ricchezza” esibita dai tycoon del carbone della zona, mentre pare abbiano suscitato enorme rabbia le demolizioni ordinate dal nuovo sindaco per costruire un’autostrada.

Se questo è il combustibile che ha acceso la rabbia probabilmente poco altro si saprà ancora di questo nuovo, inquietante attacco diretto con tutta evidenza a un simbolo del potere. Invece l’attentato che il 28 ottobre scorso ha sconvolto Tiananmen, la piazza più simbolica e sorvegliata della Cina, provocando la morte di 5 persone e ferendone una quarantina, non ha più misteri per le autorità cinesi, arrivate in meno di una settimana a queste conclusioni: sul suv Mercedes andato a schiantarsi e incendiarsi contro le transenne della via pedonale sotto il ritratto di Mao, all’ingresso della Città proibita, c’erano tre attentatori uiguri in singolare formazione familiare, un uomo, sua moglie e sua madre, tutti morti nello schianto, tutti originari della provincia in ebollizione del Xinjiang; il commando arrivato da alcuni giorni a Pechino dalla lontana regione ai confini nord occidentali del paese era in realtà composto da otto persone, cinque delle quali hanno lasciato la capitale prima dell’attentato, ma sono state in seguito arrestate nel loro luogo di origine, la città di Hotan, nel sud a maggioranza uigura della provincia; il Movimento islamico del Turkestan orientale è l’organizzazione terroristica maggiormente sospettata di aver istigato l’attacco ai luoghi simbolo del potere cinese (a fianco della città proibita si trova Zhongnanhai, la cittadella dove vivono i vertici del partito e dello stato, e sulla piazza, che ha al suo centro il mausoleo di Mao, si affaccia anche la sede dell’Assemblea nazionale del popolo).
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