Brutali e globali: le nuove armi del terrorismo

di Ignacio Ramonet

Aveva preparato tutto nei dettagli. Chiuso il conto in banca. Venduto l’automobile. Evitato qualunque contatto con l’organizzazione. Niente riunioni sospette. Niente preghiere. Si era procurato l’arma fatale senza che nessuno potesse sospettare l’uso che intendeva farne. L’aveva messa in un luogo sicuro. Aveva aspettato e aspettato. Giunta la data stabilita, ha fatto una prova. È passato e ripassato lungo il futuro itinerario di sangue. Ha studiato gli ostacoli. Ha immaginato il modo di superarli. Arrivato il momento, ha messo in moto il camion della morte.

L’inaudita bestialità dell’attentato di Nizza del 14 luglio si aggiunge ad altri recenti massacri jihadisti, in particolare a Orlando (49morti) e Istanbul (43 morti), e obbliga a interrogarsi ancora una volta su questa forma di violenza politica chiamata terrorismo. In questo caso, per la verità, si dovrebbe parlare di «iper-terrorismo», per indicare il fatto che non è come prima. È stata valicata una soglia impensabile, inconcepibile. L’aggressione è di una dimensione tale da non assomigliare a niente di già noto. Al punto che non si sa come chiamarla. Attentato? Attacco? Atto di guerra? È come se i confini della violenza fossero stati cancellati. E non si potrà tornare indietro. Tutti sanno che questi crimini inaugurali si riprodurranno.

Certo in altri luoghi, e in circostante diverse, ma si ripeteranno. La storia dei conflitti insegna che, quando fa la sua comparsa una nuova arma, questa sarà usata, per quanto mostruosi siano i suoi effetti. Qualcun altro, di nuovo, da qualche parte, lancerà a folle velocità un camion di 19 tonnellate contro una massa di persone innocenti.
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Yanis Varoufakis

Varoufakis: “Evitare risposte inappropriate che creano terrorismo”

di Roberto Ciccarelli

«Oggi è tempo di piangere i nostri morti, prendersi cura dei feriti e trovare i colpevoli. Domani sarà il momento per ripensare l’Unione Europea e la nostra democrazia continentale». È fermo nelle parole, Yanis Varoufakis che ha presentato a Roma «Diem25» – il Movimento per la Democrazia in Europa da realizzare entro il 2025 – in un’assemblea all’Acquario Romano.

Nella conferenza stampa dove ha illustrato l’iniziativa, sostenuta dall’associazione «European Alternatives», Varoufakis ha ripercorso gli errori che hanno condotto al fallimento l’Europa: la crisi economica dal 2008, l’emergenza dei profughi, i bombardamenti in Siria in risposta al terrorismo islamico che ha colpito prima Parigi e ieri Bruxelles, tragedie che hanno anche un’origine interna all’Europa.

Per l’ex ministro greco delle Finanze «i terroristi devono essere colpiti, non possiamo permettere che questi fatti terribili accadano nel cuore dell’Europa. Occorre evitare – ha aggiunto – risposte inappropriate che creano nuove fonti di sconforto e futuri attacchi terroristi». Risposte che, purtroppo, non tarderanno ad arrivare, considerata la feroce ottusità delle classi politiche europee.
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Gli attentati di Bruxelles e noi: tra cattiva informazione e cattiva coscienza

di Marco Trotta

Il copione lo abbiamo già visto con gli attentati di Parigi. Domani le pagine dei giornali saranno piene di cronache più o meno dettagliate. Ma intanto i social network si stanno riempiendo di commenti di ogni tipo e di immagini virali come questa diffusa da Le Monde. Vale la pena avere qualche punto di riferimento per non perdersi. Elenco quelli che ho trovato più utili in queste ore. (aggiornato al 23/03/2016 – 11:22)

Le fonti prima di tutto

Valigia Blu aveva pubblicato alla fine dell’anno scorso un utile Manuale di sopravvivenza alle breaking news dove, tra le altre cose, si invita a diffidare della marea di informazioni diffuse sui social network senza una fonte certificata. E non è solo un problema di pagine di sedicente contro informazione e non meglio specificati testimoni oculari. Ci sono cascati. Anche fior di giornalisti blasonati che hanno diffuso la voce di “spari” e “grida arabe” dopo le esplosioni senza citare nessuna fonte. Del resto il problema dell’utilizzo di contenuti provenienti dalle miriade di cellulari che generalmente sono attivi in questi casi esiste. Le testate estere chiedono prima di certificare la fonte.
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Parigi e lo stato d’Ordine Mondiale

Parigi 2015
Parigi 2015
di Luca Mozzachiodi

Avevo deciso di non intervenire e di non scrivere nulla riguardo i recenti fatti di Parigi, non per un religioso rispetto del silenzio sui morti ma per non aggiungere una voce di più all’orrendo chiacchiericcio che impediva qualsiasi riflessione seria, con orrore ascoltavo i dibattiti televisivi precipitare nello sciovinismo, con orrore assistevo ai comizi improvvisati di chi ama riempirsi la bocca con frasi dettate dalla ben rotonda (e confortante) verità di uno scontro di civiltà e della difesa dell’Occidente, sempre con orrore vedevo alla televisione schiere multicolori di bambini e ragazzini intonare la Marsigliese.

Certo davvero impuro, pensavo, sarà il sangue di questi miliziani se deve irrigare la Francia in nome della pace di un bambino, la vita offesa esige una vendetta e una difesa, tentare un’argomentazione razionale e politica contro questo bisogno non si sa nemmeno, sotto sotto, quanto abbia mai messo conto nella storia dell’umanità e non ci resta che il disgusto di un’innocenza violata ed il timore per una radicalizzazione dei conflitti secondo logiche, diciamolo tranquillamente, di destra.

Poi passarono le immagini dei bombardieri, come un sipario tra il primo e il secondo atto di questo dramma che per molti aveva i tratti della tragedia e per pochi malpensanti già i contorni della farsa. Il secondo atto si è aperto con un coro piangente e per arredo scenico aveva cupi manifesti che recitavano: siamo in guerra; molti si saranno svegliati male, ma confido che almeno un francese, o un belga, o un qualsiasi europeo si sarà grattato perplesso il capo pensando, non lo eravamo già prima? Sembrava insomma un copione un po’ frusto, desolante certo, ma per nulla nuovo.
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Rossana Rossanda

Rossana Rossanda: “Oriana Fallaci non aveva ragione su niente”

Dal sito della trasmissione di Rai3 Ballarò, si ripropone l’intervista a Rossana Rossanda a proposito degli attentati di Parigi e delle interpretazioni che ne sono state date. “A forza di pensare l’odio, l’odio si crea”. Così la giornalista ed ex dirigente del Pci su Oriana Fallaci in un’intervista rilasciata a Eva Giovannini. Sull’Europa e sui […]

Parigi, oh cara: le (deplorevoli) reazioni politiche

Parigi 2015
Parigi 2015
di Lidia Menapace

Colpitissima per lo scempio che ha colpito di nuovo e più duramente la più amabile e amata capitale europea, desidero mettere su carta una breve serie di considerazioni politiche in proposito, che si sommano alle numerosissime e quasi sempre giuste che ho trovato nella posta, di ritorno da un giro di dibattiti che mi ha tenuto lontana da casa.

Ho voluto osservare come hanno reagito i personaggi politici da una parte e le popolazioni dall’altra. Incomincio dal segretario generale delle Nazioni Unite. Si è limitato a esprimere dolore per le vittime e vicinanza alla Francia, tono umanitario. Non ha aggiunto altro, evidentemente ben sapendo di poter esere smentito da vari appartenenti alle Nazioni Unite.

Infatti subito Obama, come se non fosse membro delle N.U. è intervenuto villanamente, sorpassando nonché le N.U. anche la sovranità della Francia e Hollande dichiarandosi suo sostenitore e alleato nel distruggere con la forza e le armi il terrorrismo. Si tratta di una posizione irresponsabile che si somma e accresce le responsabilità di Hollande per aver fatto una politica colonialista e dissennata. Hollande è rimasto oscillante e incerto, e non è davvero un bel fatto che la Francia così colpita abbia vertici politici vaghi. E che non rifiuti Obama come alleato nella guerra per distruggere con la forza il terrorismo. A questo punto , dati i precedenti a me pare che la prima cosa da fare sia di chiedere che Obama restituisca il Nobel per la pace.
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Parigi, Europa, dopo il massacro del 13 novembre

I fatti di Parigi
I fatti di Parigi
di Amina Crisma

Parigi, Europa. Place de la République, un anno fa

A fine dicembre di un anno fa, chi passava per Place de la République poteva vedere, poco distante dal grande monumento, una piccola giostra, manège gratuit, una di quelle che la municipalità di Parigi mette a disposizione dei bambini durante le feste di Natale, e intorno una folla multicolore – di genitori e figli, di nonni e nipoti – un caleidoscopio di parigini della più varia ascendenza, senegalese, maghrebina, vietnamita, cinese, askenazita, sefardita, rumena, tailandese e quant’altro, tutti ugualmente presi dalla serietà del gioco, tutti insieme a godersi il lusso imprevisto di uno sprazzo di sole invernale. Tutti insieme offrivano ai passanti una scena di quello straordinario spettacolo che è la vita quotidiana della città e della sua gente.

Di tante cose diverse che è, e delle quali ciascuno ha il suo personale catalogo, Paris tel qu’on l’aime credo sia soprattutto momenti e spazi come questo, in cui la grande metropoli si fa festa paesana, scena condivisa di vita familiare, pluralità cordiale e corale.

Soltanto pochi giorni dopo, dopo il 7 gennaio, la semplice normalità di quella piccola scena sembrava appartenere a un racconto d’altri tempi, a una favola diventata ormai irreparabilmente lontana. A poca distanza, la strage nella redazione di Charlie Hebdo, e poi nella strada Ahmed massacrato, e poi ancora strage a Porte de Vincennes nel negozio kosher. A colpi di kalashnikov si faceva fuoco sugli inermi.
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13 novembre 2015, gli attentati di Parigi

Siamo in guerra? Riflessioni dopo gli attentati di Parigi

di Susanna Kuby

Domenica 15 novembre ci volevano i primi commenti sul manifesto di Samir Amin, di Tommaso di Francesco e Giuliana Sgrena, i dati forniti da Antonio Mazzeo sul crescente impegno militare della Francia in Africa, utili a fornire all’osservatore sgomento davanti all’attualità parigina un sistema di coordinate per non abbandonarsi all’angoscia della “guerra al terrorismo” proclamata dagli USA ormai 14 anni fa, e ora di nuovo sulla bocca di politici europei e della ‘intellighenzia” rappresentata da Eugenio Scalfari.

Non sanno coloro che questa strategia ha provocato finora solo altro terrore e molte altre centinaia di migliaia di morti nel mondo? Perseverare mi sembra diabolico, significa giocare col fuoco oltre accettare la provocazione dei terroristi.

Se si vuole veramente spezzare la spirale della violenza a livello globale che ha chiuso il vecchio e aperto il nuovo millennio bisogna cambiare non solo politica, ma anche la nostra economia che crea e approfondisce le disegualianze e le contrapposizioni nel mondo. È dalla fine del mondo bipolare (1989/90) che il capitalismo occidentale ha intensificato la sua ingerenza bellica nei paesi dell’ex “Terzo mondo” per assicurarsi il controllo sulle zone medio-orientali ed asiatiche dell’ex-URSS con le principali risorse naturali. E già prima, durante gli anni Ottanta, la guerra Iraq-Iran, quando gli USA sostenevano un Saddam Hussein, fu una guerra “nostra”, condotta per procura. L’attualità è vecchia.
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Stato Islamico

Parigi: il branco di lupi, lo Stato Islamico e quello che possiamo fare

di Mario Giro

Di fronte alla strage di Parigi, il primo atteggiamento giusto è dolore e lutto per le vittime assieme a tutta la nostra solidarietà e commozione per un paese fratello e una città simbolo della convivenza e dei valori europei. Subito dopo, è opportuna la più totale e ferma condanna per tali barbari attentati che nulla può – nemmeno indirettamente – giustificare.

È indispensabile essere uniti nel ripudio assoluto del jihadismo e del terrorismo islamico contemporanei, chiedendo a tutti, musulmani inclusi, di far propria una incondizionata e radicale riprovazione. Infine occorre mettere in campo tutta l’intelligenza, la lucidità e la calma possibili, al fine di capire ciò che sta accedendo per trovare le misure adeguate. È da irresponsabili mettersi a gridare o agitarsi senza criterio: occorre prima pensare e comprendere bene. Se i barbari sono tra noi, c’è un’origine di tale vicenda, una sua evoluzione e – speriamo presto – un rimedio.

Siamo in guerra? La guerra certo esiste, ma principalmente non è la nostra. È quella che i musulmani stanno facendosi tra loro, da molto tempo. Siamo davanti a una sfida sanguinosa che risale agli anni Ottanta tra concezioni radicalmente diverse dell’islam. Una sfida intrecciata agli interessi egemonici incarnati da varie potenze musulmane (Arabia Saudita, Turchia, Egitto, Iran, paesi del Golfo ecc.), nel quadro geopolitico della globalizzazione che ha rimesso la storia in movimento.
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I fatti di Parigi

I fatti di Parigi: ripristinare il diritto contro il caos

Per chi volesse partecipare, questo pomeriggio 14 novembre alle 17.30 in piazza Maggiore, a Bologna, ci sarà una manifestazione di solidarietà con le vittime degli attacchi terroristici di Parigi.

di Domenico Gallo e Alfiero Grandi, Coordinamento democrazia costituzionale

I tragici fatti di Parigi, difficili persino da immaginare prima che accadessero, sono una dimostrazione eclatante della crisi dell’ordine pubblico internazionale e del fallimento delle politiche di potenza con cui, al termine della guerra fredda, le principali potenze occidentali hanno ritenuto di regolare le relazioni internazionali con la pretesa di sostituire la forza al diritto.

Dopo l’89 è stato sprecato il patrimonio di saggezza elaborato dalle nazioni che avevano sconfitto il nazismo e che puntava a creare un nuovo ordine internazionale in cui la pace era assicurata dal diritto. L’umanità, nel corso della prima metà del secolo scorso, ha sperimentato con le due guerre mondiali, con Auschwitz, con Hiroshima, una vera e propria discesa agli inferi.
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