L’Europa mediterranea alza la voce, ma i falchi di Berlino la rimettono a cuccia

Vertice di Atene
Vertice di Atene

di Alessandro Somma

Che la Brexit fosse un’opportunità per rimescolare le carte del potere politico ed economico in Europa, era facile intuirlo. Meno facile era prevedere che i primi segnali in questo senso sarebbero arrivati in fretta, innanzi tutto con la notizia di un ripensamento nel settore delle politiche europee volute in particolare dagli Stati Uniti, e per questo sponsorizzate da Londra. Si spiega così il tentativo di affossare definitivamente il progetto di Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti, il famigerato Ttip, che pure era da tempo sgradito a pezzi importanti delle amministrazioni tedesca e francese. Contrariamente a quanto è stato scritto, non è ancora detta l’ultima parola [1], e tuttavia assistiamo finalmente a prese di posizioni impensabili solo qualche settimana fa, quando si doveva ancora evitare di irritare agli inglesi: quando occorreva offrire loro di tutto e di più per convincerli a restare.

Qualche timido segnale si registra anche sul fronte delle politiche economiche complessive, e a monte degli schieramenti formatisi a supporto dell’austerità ottusamente imposta dai tedeschi. Si tratta di segnali molto deboli e soprattutto non riconducibili a comportamenti univoci, ma comunque degni di essere registrati, se non altro per tenere viva la speranza di un cambio di rotta.
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Atene sotto assedio non vuole fare nuovi debiti

Alexis Tsipras - Foto di Wikipedia
Alexis Tsipras - Foto di Wikipedia
di Dimitri Deliolanes

Nel settembre dell’anno scorso l’allora ministro greco delle Finanze Ghikas Hardouvelis aveva ricevuto dalla troika una e-mail contenente un promemoria sulle misure da applicare nel corso del 2015 e già concordate con Atene. Cosa era previsto da queste misure? Che il surplus primario dello stato greco aumentasse fino a giungere al 3,5%, cioè di 5,5 miliardi, in modo da poter indirizzare una parte maggiore verso gli interessi e le rate di saldo del debito greco.

Sul modo per ottenere una performance così spettacolare non c’erano dubbi: con nuove misure di austerità. Era previsto un nuovo taglio delle pensioni, in modo da far abbassare la media dagli attuali 450 a 360 euro e anche un taglio di quelle integrative: per festeggiare il Capodanno dell’8% e del 7% da luglio. Avrebbe dovuto aumentare di due anni e mezzo anche l’anzianità lavorativa per ottenere la pensione.

L’obiettivo era far tornare in pareggio le casse pensionistiche, proprio nel momento in cui più di un quarto della forza lavoro greca era disoccupato. La troika proponeva inoltre una nuova generosa ondata di licenziamenti tra gli statali greci (15.000), l’abolizione di ogni diritto sindacale nel settore privato e una nuova e massiccia incursione fiscale: si prevedeva di equiparare l’Iva delle isole a quello in vigore nel continente, aumentando il minimo dall’attuale 6,5% al 13%. Il precedente governo socialista di George Papandreou aveva dato battaglia per questa esenzione.
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La Grecia di Tsipras e la sfida di Atene

La sfida di Atene. Alexis Tsipras contro l'Europa dell'austerità
La sfida di Atene. Alexis Tsipras contro l'Europa dell'austerità
di Dimitri Deliolanes

“Sa, alle elezioni del giugno 2012 io ci avevo veramente creduto nella vittoria. Ci sono rimasto molto male quando alla fine non ce l’abbiamo fatta. Alcuni compagni del mio partito invece erano contenti, sollevati, quasi raggianti: dicevano che non eravamo preparati, che non eravamo in grado di assumerci responsabilità di governo. Sulle prime io ci rimasi molto male. Ma poi ho capito: venivano da una cultura di opposizione, erano molto spaventati all’idea di dover affrontare l’enorme compito di governare. E aggiungo che questi timori continuano a persistere dentro il nostro partito”.

Alexis Tsipras sorride nel suo immenso ufficio squadrato presso la sede del Parlamento greco, la “Boulè degli Elleni”, secondo la denominazione ufficiale. Dietro la sua scrivania troneggia uno splendido quadro che sprigiona fiamme in tutte le sfumature del rosso. È “Campi senza fine: Lefkada”, un’opera di un artista greco- americano, Theodoros Stamos, espressionista astratto della scuola newyorkese degli “Irascible Eighteen”, insieme con Mark Rothko.

Tsipras sa che mi sta facendo una confidenza delicata. I compagni refrattari al governo stanno pochi metri più in là, nel piano terra di questo enorme palazzo neoclassico costruito a inizi ottocento di fronte a piazza Syntagma come residenza reale per il giovane principe bavarese Ottone di Wittelsbach, il primo re della Grecia indipendente. Qui sono gli uffici del gruppo parlamentare della Coalizione della Sinistra Radicale SYRIZA, il primo partito di opposizione, a cui spetta, secondo la consuetudine della politica greca, un posto speciale nel gioco parlamentare: più tempo a disposizione, più possibilità di iniziativa, maggiore accesso alle informazioni “sensibili”, briefing riguardanti la sicurezza nazionale e altro.
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