La bocciatura del referendum sui licenziamenti: un errore logico-giuridico e un boomerang politico

100 sogni morti sul lavoro - Foto di Samuele Ghilardi
100 sogni morti sul lavoro – Foto di Samuele Ghilardi

di Luigi Mariucci

Nel 2003 la Corte costituzionale ha ritenuto ammissibile un referendum che azzerava la soglia di applicazione dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, a seguito del quale la reintegrazione in caso di licenziamento ingiustificato si sarebbe applicata a ogni unità produttiva, comprese quelle con un solo dipendente (sentenza n. 41/2003).

Oggi invece la stessa Corte costituzionale dichiara inammissibile un referendum che, a seguito di varie abrogazioni parziali, avrebbe conservato la soglia dei 5 dipendenti, ora prevista per le imprese agricole. Se ne deduce che se la Cgil avesse proposto un quesito referendario massimalista, con abrogazione totale della soglia, forse la Corte non avrebbe potuto discostarsi da quanto deciso nel 2003. Si tratta di un singolare paradosso, inspiegabile sul piano logico-giuridico.

Infatti l’effetto manipolativo dei referendum che propongono abrogazioni parziali è da sempre scontato. Basti pensare ai referendum elettorali o agli stessi referendum in materia sociale, come quello che si svolse nel 1995 in tema di rappresentanze sindacali aziendali che comportò un radicale cambiamento dell’art.19 dello Statuto dei lavoratori. Non sta dunque nell’effetto “manipolativo” la questione di fondo.
Leggi di più a proposito di La bocciatura del referendum sui licenziamenti: un errore logico-giuridico e un boomerang politico

Alleva: “Dalla Consulta una sentenza politica, ma ci rifaremo”

a-alleva

di Antonio Sciotto

Per il giuslavorista Piergiovanni Alleva, quella emessa dalla Consulta, che ha escluso dai referendum ammissibili quello sull’articolo 18 rimosso dal Jobs Act, “è una sentenza politica, che ha l’effetto di mettere il bavaglio al voto dei cittadini”.

Il giuslavorista attende di leggere le motivazioni del verdetto, ma spiega che la critica di “disomogeneità” avanzata da alcuni commentatori contro il quesito Cgil non ha senso: “È vero che si interveniva con un unico quesito su due leggi, Fornero e Jobs Act, ma da altre sentenze precedenti della Consulta si vede che questo non è mai stato un problema: l’importante è che si ravvisi un intento unitario della legge, e in questo caso era il ritorno alla formulazione originaria”. La battaglia sull’articolo 18 comunque non si ferma qui, e anzi Alleva invita a “ripresentare i banchetti per una prossima raccolta firme”.

Intanto, però, ci sono gli altri due quesiti, quelli su voucher e appalti: “Impegniamoci – conclude – perché possono diventare un simbolo, una reazione alla politica degli ultimi anni, al Jobs Act e al renzismo”.
Leggi di più a proposito di Alleva: “Dalla Consulta una sentenza politica, ma ci rifaremo”

Pd - Foto di Orsonisindaco

La natura ambigua del PD è il suo destino

di Sergio Caserta

Quando nacque, nel 2006, il PD doveva unire i riformisti di origine comunista e quelli cattolici, oltre alle componenti laico moderate, cioè repubblicani, liberali e socialisti. Così avvenne, in effetti, però in linea di continuità con le precedenti modificazioni che, dalla svolta della Bolognina in avanti, avevano condotto a cambiamenti di forma e di logo ma non della sostanza del partito d’origine: una formazione di matrice leninista, con una direzione centrale molto forte e una struttura organizzativa periferica guidata da quadri a tempo pieno che garantivano il collegamento tra  centro  e periferia, direzione, federazioni e sezioni. 

Il centralismo democratico di epoca togliattana, pur messo a dura prova dal correntismo insorgente già nell’ultima fase di vita del PCI, continuò ad essere sostanzialmente il metodo di direzione politica, dal momento che, se pur veniva ammessa e consentita la critica pubblica ed anche la differenziazione, non era assolutamente permesso l’esercizio dell’opposizione organizzata, se non entro limiti molto angusti concessi alle minoranze, che non permettevano e nemmeno oggi consentono, alcuna modalità corretta di conquista della maggioranza, diversamente dalle forti clausole di salvaguardia democratica che nel laburismo anglosassone e nei partiti regolamentati da norme realmente democratiche, vengono denominati “minority rights”.
Leggi di più a proposito di La natura ambigua del PD è il suo destino

Sciopero generale - Foto di Roberto Giannotti

Per la difesa integrale e l’autentico significato dell’articolo 18

A sostegno dello Sciopero Generale del 12 e a testimonianza dell’opera di Salvatore D’Albergo per la difesa integrale e l’autentico significato dell’articolo 18

Il 4 ottobre scorso è improvvisamente morto Salvatore D’Albergo. Diciamo improvvisamente, perché proprio la sera precedente alcuni di noi avevano commentato con lui al telefono la pubblicazione di una sua nota sulla fase politico-sociale su “il manifesto” del 2 novembre 2014. Salvatore ha avuto un rilevante ruolo culturale e politico, da “uomo sociale” quale era, uomo della Costituente, dirigente politico-intellettuale per l’emancipazione dei lavoratori e l’affermazione del potere e del diritto “dal basso”, fondato sulla democrazia organizzata e di base. L’abbiamo apprezzato non solo per la sua elaborazione, sempre corroborata da una militanza cristallina, ma anche perché sapeva valorizzare la dialettica tra posizioni come promotrice di nuova conoscenza. Nel giorno precedente la sua scomparsa aveva stilato la nota che segue sul valore e il significato particolare dell’Articolo 18, che noi stessi, primi firmatari, gli abbiamo chiesto per rilanciare “collettivamente” i contenuti dell’articolo a due firme: “L’impresa, il lavoro e il cuneo dell’articolo 18” (Il Manifesto 2 ottobre 2014). Considerata la completa convergenza e condivisione dei contenuti, abbiamo chiesto a il manifesto di pubblicarla “post mortem”, con la sua firma – ovviamente – e con quelle che seguono in ordine alfabetico a testimonianza di un patrimonio che vorremmo conservare. Chi condivide e desidera aderire a questa iniziativa, che presuppone una continuità, invii una mail a angelo-ruggeri@alice.it.

L’impresa, il lavoro e il cuneo dell’articolo 18

Al di là delle incertezze e dei funambolismi delle centrali sindacali esitanti a far valere la linea politica culturale della massa dei lavoratori, esistono gruppi combattivi che non si limitano ad una difesa di facciata e corporativa dell’articolo 18, ma sono consapevoli del salto di qualità verificatosi nel passaggio degli anni 60-70 mediante il rafforzamento garantista della posizione dei lavoratori in fabbrica tramite il ruolo assegnato alla magistratura come potere statale, autonomo e interdipendente.
Leggi di più a proposito di Per la difesa integrale e l’autentico significato dell’articolo 18

Dossier articolo 18: contro il turnover drogato

Articolo 18
Articolo 18
di Piergiovanni Alleva

Lo scon­tro poli­tico sul Jobs Act sta, con la mani­fe­sta­zione sin­da­cale di sabato scorso, entra nel vivo, ed è dun­que oppor­tuno ricor­dare alcuni punti cen­trali del con­flitto, tenendo conto di ulte­riori ele­menti che emer­gono dalla legge di sta­bi­lità dell’anno 2015:

1) Il primo punto è ovvia­mente quello della per­ma­nenza, oppure, della abro­ga­zione o, al con­tra­rio, dell’estensione a tutti i lavo­ra­tori della fon­da­men­tale norma dell’articolo 18 dello Sta­tuto, della cui valenza pre­ven­zio­ni­stica di licen­zia­menti arbi­trari e anti­ri­cat­ta­to­ria, si è detto più volte, sot­to­li­neando la sua fun­zione di garan­zia della dignità del lavo­ra­tore che rende logica e natu­rale la sua esten­sione e non già la poli­tica della restri­zione o abro­ga­zione che il governo Renzi per­se­gue con molta aggressività.

Le noti­zie di stampa indi­cano lo stru­mento o moda­lità che il governo inten­de­rebbe uti­liz­zare e di cui la legge delega, noto­ria­mente «in bianco», su que­sto argo­mento invece tace: la via è quella di ren­dere insin­da­ca­bile il licen­zia­mento per giu­sti­fi­cato motivo ogget­tivo (o economico-produttivo) che così diver­rebbe una como­dis­sima scap­pa­toia, «tra­ve­stendo» da licen­zia­menti per motivo ogget­tivo, anche i licen­zia­menti in realtà dipen­denti da intenti disci­pli­nari o discriminatori.
Leggi di più a proposito di Dossier articolo 18: contro il turnover drogato

Il governo Renzi sbaglia obiettivo e percorso, per questo lo sviluppo non decolla

Matteo Renzi
Matteo Renzi
di Alfiero Grandi

L’aspetto curioso e inquietante della situazione è che sia mettere in discussione seriamente la politica di austerità dell’Europa, che tuttora è dominante, sia limitare l’iniziativa per tentare di ottenere qualche miliardo di margine, sempre premettendo dichiarazioni impegnative sul rispetto del 3 % da parte dell’Italia, cambia poco agli occhi dei mercati e delle “signorie” che decidono quando è il momento del pollice verso e quindi puntano su un aumento dello spread.

La convinzione che bastasse attaccare l’articolo 18, aumentare la precarietà attraverso il tempo determinato, mettere nell’angolo i sindacati per tenere a bada i mercati finanziari e ammorbidire le risposte dei conservatori europei è semplicemente destituita di fondamento. Del resto la Grecia ha provato a convincere i mercati che la cura da cavallo subita l’ha già messa nelle condizioni migliori per togliersi di dosso l’ipoteca della troika, ma si è trovata immediatamente sotto attacco, al punto da fare fibrillare anche altri paesi europei.

I mercati sanno benissimo che ciò che fa la differenza è la ripresa economica perché solo così il debito pubblico può essere garantito, e ripagato, mentre purtroppo l’Italia è in recessione da anni e non si vede la famosa luce in fondo al tunnel di montiana memoria. Anzi il nuovo Def e la legge di stabilità sanciscono con i numeri che il 2015 sarà un anno di non crescita, se va bene un modesto più 0,5%. Le misure per rendere ancora più precario e flessibile il mercato del lavoro non solo non bastano mai – c’è sempre una precarietà in più da introdurre – ma semplicemente non creano un solo nuovo occupato perché, come ricordano tutti quelli che se ne intendono, le imprese assumono se hanno qualcosa da produrre in più, se hanno la percezione di una crescita e oggi purtroppo non l’hanno.
Leggi di più a proposito di Il governo Renzi sbaglia obiettivo e percorso, per questo lo sviluppo non decolla

Matteo Renzi

L’illusionismo di Matteo Renzi

di Felice Roberto Pizzuti

La politica economica dell’illusionismo praticata dal governo Renzi fin dal suo insediamento viene confermata e accentuata dalla legge di stabilità. L’evoluzione in corso della crisi globale – e specificamente di quella europea – da conto di un contesto internazionale niente affatto favorevole a tentativi approssimati come quelli messi in opera dal nostro governo per curare una situazione particolarmente grave come quella italiana.

L’errore di fondo della manovra governativa sta nel reiterare un approccio inadeguato e incongruente alla natura della crisi. Esso tende a migliorare solo alcune condizioni d’offerta del nostro settore produttivo – limitandosi a ridurre il costo del lavoro ed ad aumentarne la flessibilità – senza curarsi della sua decrescente capacità innovativa che è alla base del nostro declino (non solo economico); invece non affronta in modo efficace il problema, che attualmente è il più urgente, costituito dalle carenze della domanda.

Renzi ha detto agli industriali “vi tolgo l’articolo 18 e i contributi, vi abbasso l’Irap, ora assumete”; ma la manovra del suo governo riduce i costi (e aumenta i profitti) per quelle imprese che già dispongono in qualche misura di una domanda la quale, tuttavia, è largamente insufficiente per impegnare tutte le risorse produttive esistenti e non aumenterà significativamente a seguito della riduzione delle imposte a carico delle imprese e dei diritti dei lavoratori. Anzi, i dati confermano che, pur riducendo il cuneo fiscale e aggiungendo 80 euro in busta paga – ma aumentando la precarietà dei posti di lavoro – i consumi e gli investimenti non crescono.
Leggi di più a proposito di L’illusionismo di Matteo Renzi

Cgil - Foto di Gianfranco Goria

Emilia Romagna: il modello (distorto) di sviluppo proposto dalla cooperazione

di Antonio Mattioli, responsabile politiche contrattuali, segreteria Cgil Emilia Romagna

Le dichiarazioni del Presidente Legacoop Emilia Romagna Giovanni Monti, apparse sulla stampa dopo la nostra decisione di proclamare lo Sciopero Generale il prossimo 16 Ottobre, con le quali chiede al sindacato di superare le “esibizioni muscolari” e di collaborare per far ripartire il paese, cadono nel vuoto e si dimostrano già oggi non vere, visto che le cooperative associate alla Lega disdettano i contratti mentre lui si affretta a richiamare la collaborazione tra le parti sociali.

È successo nei mesi scorsi nel settore della distribuzione e ieri nelle cooperative reggiane e modenesi Cormo e Coop Legno, fuse in Open.Co, che con un’azione unilaterale hanno avviato una procedura di recesso dei contratti aziendali, con l’obiettivo di ridurre salario e diritti ai lavoratori.

Mentre noi stiamo proponendo di dare piena applicazione alla legge regionali sugli appalti per alienare le cooperative spurie che operano nell’illegalità e producono dumping contrattuale sulla pelle dei lavoratori, mentre chiediamo di dare continuità al tavolo regionale sulla cooperazione edile per condividere un progetto di riorganizzazione, con il ruolo attivo e disponibile della Regione, in grado di salvaguardare occupazione, prodotto e reddito e di dare una risposta a crisi come quelle della CESI, ITER e TRE ELLE, mentre proponiamo un lavoro comune sul valore della legalità, da parte della Cooperazione riscontriamo la mancata applicazione dei contratti nazionali (in molti casi deve essere ancora integralmente applicato nel settore della logistica il CCNL scaduto nel 2012), l’indisponibilità a riprendere il tavolo regionale sulla cooperazione edile, la disdetta dei contratti collettivi.
Leggi di più a proposito di Emilia Romagna: il modello (distorto) di sviluppo proposto dalla cooperazione

Intervento sul lavoro: il “Chop Ac” e l’amputazione delle mani in esubero

Articolo 18
Articolo 18
di Alessandra Daniele

– Come saprete, il vostro collega ha perso una mano in un disgraziato incidente – esordisce in tono compunto il padrone dell’azienda – il governo ha però deciso che è il momento di intervenire, e fare finalmente qualcosa di concreto per combattere le ingiustizie create dagli incidenti sul lavoro.

– Era ora – commenta uno degli operai riuniti nel capannone. Il proprietario annuncia: – Anche a tutti voi sarà amputata una mano. E verrà sostituita con una pinza metallica che vi renderà più efficienti alla catena di montaggio.

Gli operai si scambiano un’occhiata incredula. Il proprietario continua. – Vi garantisco che la rimozione della mano sarà effettuata da un’equipe di chirurghi specialisti in condizioni di assoluta sicurezza sanitaria. E questo è sicuramente molto di più di quanto abbia avuto il vostro collega.

– Di che cazzo sta parlando?

– Del nuovo Chop Act, che prevede l’amputazione delle vostre mani in esubero.

– Ma è una follia da macellai!
Leggi di più a proposito di Intervento sul lavoro: il “Chop Ac” e l’amputazione delle mani in esubero

Matteo Renzi

Renzi Robin Hood alla rovescia: toglie i diritti al lavoro e toglie le tasse all’impresa

di Piergiovanni Alleva, candidato L’Altra Emilia-Romagna Province di Reggio Emilia e Bologna

Che fare se il tuo capo ti chiede di fare gli straordinari e rifiutarsi, anche se impossibilitati, significa rischiare il posto di lavoro? Che succede se il lavoro diventa una continua sottomissione al proprio superiore? Il governo ha ben pensato di togliere i diritti a tutti invece che estenderli ai tanti che ne sono ingiustamente privi.

L’effetto del Jobs Act di Matteo Renzi è infatti di mettere in una condizione di ulteriore precarietà tutte le lavoratrici e i lavoratori, rendendoli privi di dignità e ricattabili, disposti ad accettare maggior sfruttamento e sotto salario. Il Jobs Act “precarizza” i lavoratori con due strumenti complementari: da una parte con i contratti a termine acausali del decreto Poletti, che consentono al datore di lavoro di assumere un 20% di dipendenti a termine, ricattabili con la minaccia del mancato rinnovo, e dall’altra, per il rimanente 80%, con i “nuovi” contratti a tempo indeterminato, cosiddetti a tutele crescenti, mutilati della fondamentale garanzia dell’articolo 18.

Senza la reintegra in caso di licenziamento ingiustificato, il contratto a tempo indeterminato, infatti, in quanto sempre risolubile, diventa esso stesso precario e il lavoratore pienamente ricattabile. Per converso al di là delle vaghe ed insincere promesse nessun tipo di contratto precario è esplicitamente abolito.

Né il Jobs Act offre ai lavoratori, resi tutti precari, una compensazione in termini di ammortizzatori sociali nonostante la bugiarda propaganda del governo. Gli ammortizzatori sociali verranno drasticamente ridotti: l’indennità di mobilità abolita, la CIG fortemente limitata e l’indennità di disoccupazione resa proporzionale alla contribuzione pregressa (meno si lavorerà meno, paradossalmente, si avrà diritto al sussidio che peraltro viene anche pesantemente tagliato), penalizzando così proprio i precari e i sottoccupati.
Leggi di più a proposito di Renzi Robin Hood alla rovescia: toglie i diritti al lavoro e toglie le tasse all’impresa

Utilizziamo i cookie per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. Maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi