Ballo di famiglia o le mille risorse di Riccione e di Romagna

di Silvia Napoli Dalle province di Romagna al mondo e ritorno, potrebbe titolarsi la partecipata e festosa conferenza stampa che si è tenuta qualche giorno fa in Arena del Sole, condita con tanto di piadina e sangiovese superiore, per presentare quello che non vuole essere definito né un festival né un cartellone, itinerante o meno […]

L’arte praticata: che cos’è un Gap?

di Silvia Napoli Ci sono domande cui non è facile talvolta dare risposta, specie ai giovanissimi, specie se sono nostri figli:le ragioni di imbarazzo, di non detto tra ruoli predefiniti e generazioni, si sa, sono molteplici e i pregiudizi reciproci si sprecano. Se l’accusa dei giovani contestatori agli adulti di un tempo era di essere […]

Artedonna: forme di democrazia culturale

di Silvia Napoli

Bisognerebbe veramente entrare dentro un sistema di relazioni molto complesso, che investe vari e numerosi ambiti, per poter parlare con serenità e cognizione di causa di una delle poche kermesse fieristiche veramente glam rimaste in dote alla città di Bologna. Una tre giorni ufficialmente, questa tanto sofisticata e popolare Artefiera, almeno rispetto al discorso mercantile e invece come panoramica a 360 gradi, piacevolmente invasiva di spazi pubblici, privati, istituzionali e alternativi evento che si allunga per almeno una decina di giorni come festival e che lascia in eredità alla cittadinanza per qualche tempo, esposizioni importanti, corpose e destinate a far discutere.

Quest’anno è nuova, la direzione organizzativa di Artefiera e più bolognese come appartenenza. Sostanzialmente, però, il thinktank della situazione festival è in mano in primis alla Presidenza e Direzione dell’istituzione Musei e ai dipartimenti universitari deputati al settore artistico. Naturalmente poi vengono coinvolte moltissime altre situazioni che fanno capo all’Assessorato alla Cultura, in modo che contenuti e tendenze nuove, nuovissime o già storicizzate, non solo nei manuali di settore, ma rappresentative della storia cittadina di comunità, trovino sedi appropriate di discussione e sedi viceversa talvolta spiazzanti di incontro-confronto.
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Oltre la tradizione musicale e teatrale: Europavox, nel salotto buono

di Silvia Napoli

C’era una volta una città ricchissima di tradizioni musicali e teatrali che non riusciva a innovarsi laddove le cosiddette orde dei giovani fuorisede premevano ai bordi di uno dei salotti buoni per antonomasia quale quel teatro Comunale, dedicato alla lirica e alla concertistica che quasi ovunque è sinonimo di sfoggio di pellicce e conseguenti possibili contestazioni a suon di lanci di uova o vernici.

Nella città dei più antichi studi il problema si palesava con incongruenze e distonie forti, tra il contesto estremamente giovanile e in parte degradato subito fuori, gli stucchi, i velluti e i costi d’esercizio con relative cicliche proteste dell’orchestra e delle maestranze, dentro. Ma se c’è una cosa che l’Europa in quanto entità culturale ci ha consegnato è l’esempio della possibilità di avere teatri e auditorium funzionanti su tutto l’arco temporale dell’anno e in tutti gli orari della giornata scoprendo multifunzioni e diverse tipologie di pubblico, la possibilità di avere anche allestimenti più snelli, maggiore apertura alla musica contemporanea, alla divulgazione, immagine grafica rinnovata, affidata a talenti giovani che rendono la Comunicazione meno ingessata e pomposa e più affine alla cultura di strada che la fa da padrone tutto intorno.

Un teatro comunale dunque non ufo o meteorite scagliato in territorio alieno, ma corpo vivo nella cittadella degli studi, finalmente attraversato da saperi ed esperienze diverse e utilizzato in tutti gli spazi passibili di aggregazione in estate cosi come possibilmente in inverno.
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Street art

“Street art studies”: riflessioni su una disciplina di ricerca emergente

di Peter Bengtsen

A partire dai primi anni 2000, la street art si è manifestata sempre più come una componente onnipresente del paesaggio urbano. Parallelamente, le espressioni creative nello spazio pubblico urbano hanno attirato l’attenzione di un crescente numero di studiosi di discipline accademiche (ad es., storia dell’arte, studi visivi, sociologia, diritto, teoria critica giuridica, criminologia).

Data la diversa formazione dei ricercatori, la gamma dei metodi applicati e delle prospettive analitiche sulla street art è assai ampia, ed eterogenea è la tipologia di materiali empirici oggetto di studio. Molti studiosi si concentrano sui materiali visivi (ad es. schizzi, artefatti in strada, riproduzioni di opere di street art in volumi a stampa e on-line). Per comprendere la street art e il suo impatto sulla società si studiano anche altri materiali, come ad es. testi nelle numerose riviste dedicate e rivolte ad un pubblico non specialistico, pubblicazioni accademiche, discussioni sulla street art nei forum su internet e social media dedicati, testi di cataloghi di mostre, notizie riportate dalla stampa, decisioni di tribunali, testi legislativi, documenti di politiche pubbliche.

Fino a poco tempo fa, gli studiosi presentavano i risultati delle proprie ricerche sulla street art sotto forma di monografie (cfr. ad es. Reinecke 2007; Derwanz 2013; Bengtsen 2014; Young 2014) oppure in conferenze e riviste rivolte soprattutto a studiosi di specifiche discipline. In altre parole, gli storici dell’arte scrivevano soprattutto per gli altri storici dell’arte, i sociologi per gli altri sociologi, e così via. Non si mette in dubbio che sia utile discutere di street art con I colleghi della propria disciplina; tuttavia, il fatto di contestualizzare la ricerca sulla street art nell’ambito di una determinata disciplina ha in qualche misura frammentato la produzione di conoscenze e ostacolato l’interazione tra gli approcci adottati dai ricercatori.
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Scienza e arte: luoghi del pensiero che si incontrano nell’opera del pittore Lucio Saffaro

Il fisico, poeta e pittore Lucio Saffaro
Il fisico, poeta e pittore Lucio Saffaro
di Massimo Corsini

Verrebbe da domandarsi se l’arte non sia in grado di dire qualcosa che i numeri non possono comunicare. Oppure è forse il contrario? A ben vedere, quella scientifica e quella artistica evidentemente sono solo in apparenza due pulsioni antitetiche, come testimonia la vicenda creativa e intellettuale del pittore Lucio Saffaro, il cui catalogo ragionato, realizzato grazie al ritrovamento nella sua casa di due diari illustrati, viene presentato oggi, mercoledì 25 maggio, alle ore 17,30 nella splendida cornice della biblioteca bolognese di San Giorgio in Poggiale, in via Nazario Sauro.

A presentare l’evento, promosso dalla Fondazione Lucio Saffaro, saranno la curatrice in primis del catalogo, Gisella Vismara, studiosa tra i massimi esperti in Italia dell’artista, insieme ad altri illustri addetti ai lavori del calibro di Flavio Caroli, Claudio Cerritelli, autore di un saggio critico del catalogo, e Michele Emmer. E l’attualità della ricerca dell’artista, nato a Trieste nel 1929 e morto a Bologna nel 1998, fisico di formazione, pittore, ma anche poeta e scrittore, sta tutta nella tensione di quelli che sono per lui i due luoghi del pensiero per eccellenza: arte e misura.

“I temi affrontati da Saffaro – spiega Gisella Vismara – sono la tristezza, la solitudine, la malinconia, la ricerca dell’essere, la sua in fondo è una ricerca ontologica”. C’è l’uomo e l’universo dunque al centro, ma indagato attraverso la realizzazione di forme geometriche al limite del paradossale e di prospettive improbabili.
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Montanari: “Così il governo Renzi uccide la cultura”

di Giacomo Russo Spena

“La storia italiana insegna che ogni volta che riduciamo al silenzio le competenze tecniche, condanniamo a morte un pezzo di patrimonio. Quando faremo la conta dei disastri sarà tardi. Sandro Bondi ha dimezzato d’un colpo il finanziamento del patrimonio: una cosa mostruosa. Ma le leggi di Franceschini rischiano di fare infinitamente più danni”. Secondo Tomaso Montanari, illustre storico dell’arte e professore universitario, la situazione è grave. Molto grave. I nostri gioielli artistici sarebbero a rischio.

E il governo Renzi sta peggiorando le cose. Per questo è tra gli organizzatori della mobilitazione del prossimo 7 maggio “È emergenza cultura”. Una manifestazione promossa da un coordinamento composto da varie associazioni, sindacati confederali e poi singoli archeologi, architetti, bibliotecari, archivisti, precari, studenti e semplici cittadini. Tra le adesioni spiccano le personalità di Salvatore Settis e Massimo Bray.

Nel manifesto di lancio della manifestazione si chiede al governo Renzi di sospendere l’attuazione dello Sblocca Italia e della Legge Madia. Ci può spiegare meglio?

Chiediamo di fermare la corsa al consumo del territorio. Di non vedere come un nemico chi difende il paesaggio, il mare, il patrimonio artistico. Di creare vero lavoro, non assunzioni spot una tantum. Il motto dello Sblocca Italia è ‘padroni in casa propria’: noi crediamo invece che dobbiamo essere custodi. La Legge Madia sottopone le soprintendenze ai prefetti, cioè direttamente al governo: ma se in passato ci fossimo regolati così, oggi l’Italia sarebbe un’unica colata di cemento.
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Elia Cantori, Palazzo de' Toschi

Spigolature dai giorni di Arte Fiera a Bologna 2016

di Carmen Lorenzetti

r quanto Arte Fiera e i suoi eventi collaterali sia stata dibattuta, lodata o criticata, ha comunque generato degli spunti di riflessioni. E questo è comunque un fatto positivo. Mi soffermerei su alcuni esempi di collaterali. Il progetto ON 2016 (OnPublic.it) curato da Martina Angelotti quest’anno è intitolato Dopo, domani e pone come traccia il futuro. L’intervento Quattro atti sul lavoro di Adelita Husni Bey si focalizzava sul problema del lavoro oggi e nel 2040.

Si trattava, nello step 1, di quattro conferenze (che l’artista chiama drammaturgicamente “atti”) effettuate da quattro studiosi del lavoro di diverse discipline (filosofia, sociologia economica e del lavoro, studi sulla condizione lavorativa delle donne e sui processi di trasformazione del lavoro, diritto del lavoro), che venivano fatte in contemporanea da 4 tavoli rotondi con i visitatori ordinatamente seduti attorno, mentre nello step 2 i partecipanti potevano riempire un questionario diviso in quattro atti, dove avrebbero descritto la loro attuale condizione lavorativa e quella di un immaginario 2040.

L’evento si è svolto nel luogo per eccellenza della gestione storica del potere spirituale e temporale bolognese: la Cappella Farnese ossia la Cappella del Cardinal Legato in Palazzo d’Accursio, oggi utilizzata per concerti e conferenze. Il lavoro magistralmente orchestrato veniva però a mio parere in parte inficiato dal brusio che regnava durante le conferenze, difficilmente ascoltabili. Era una comunicazione che arrivava a metà, cioè nel momento della compilazione del questionario.
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Le raccolte ex-estensi non vanno disgiunte: c’è progetto e progetto

Palazzo dei musei di Modena
Palazzo dei musei di Modena
di Jadranka Bentini, già soprintendente per i Beni artistici e storici di Modena e Reggio Emilia e direttore della Pinacoteca nazionale di Ferrara)

Quando Adolfo Venturi scrisse nel 1882 la Regia Galleria aveva in mente di delineare, sulla base inoppugnabile dei documenti d’archivio, la storia dei due nuclei del grande collezionismo estense, quello originario della vecchia capitale, Ferrara, e quello modenese, cui la vendita di Dresda al grande Elettore di Sassonia e re di Polonia Federico Augusto III aveva inferto il colpo di grazia nel 1747.

Da allora la collezione aveva mutato pelle, perso pezzi ma al contempo acquisito altre opere, consegnata alla fine del XIX secolo al nuovo Regno d’Italia che la volle sistemare nell’ex Palazzo delle Arti, da allora Palazzo dei Musei. Due fattori emergono chiaramente dalle famose pagine venturiane, ribaditi da tutte le vicende critiche seguite fino ad oggi: delle mitiche raccolte di Alfonso I° custodite nel Castello Estense di Ferrara rimaneva ben poco, solo “resti” dopo l’emigrazione forzata dei grandi capolavori pittorici nei palazzi romani e da lì nei musei stranieri; Modena poteva contare comunque su di una serie di raccolte di valore altissimo non integre, ma nemmeno troppo sfaldate, saldate entro un unico patrimonio di marca nobiliare che riuniva in sé tutte le tipologie artistiche, dai manufatti ai libri.

E proprio questi ultimi avevano finito per costituire il nucleo più numeroso e denso di opere con punte qualitative, prima e dopo l’avvento della stampa, di valore ineguagliabile. La sistemazione nell’ex Albergo Arti di tutte le raccolte, comprese quelle lapidarie ed archeologiche, fu saggia e coerente con il senso di quell’eredità consegnata unitariamente alla nuova Italia, e per essa alla comunità modenese, dopo secoli di permanenza nel Palazzo Ducale.
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Una generazione dimenticata: i poeti sovietici

Una generazione dimenticata: i poeti sovietici
Una generazione dimenticata: i poeti sovietici
di Luca Mozzachiodi

Dopo aver dato spazio a molte novità è tempo di spazzare un po’ di polvere dagli scaffali della cultura, recuperare qualche opera dimenticata. Questa volta si tratta di una vecchia ma importante antologia degli anni Sessanta dedicata dallo slavista e poeta Angelo Maria Ripellino ai Nuovi Poeti Sovietici; sovietici sì, non russi e già questa denominazione ci pone davanti ad un primo problema non solo letterario.

Poco sopravvive oggi nella coscienza dei lettori, dico ovviamente dei lettori colti di poesia e questo è significativo sulle condizioni degli altri, della grande messe di poesia composta nell’ex Impero Russo e nell’Unione Sovietica nel secolo scorso, appena i nomi di Majakovskij, Esenin, Blok e Mandel’stam, assieme, se proprio vogliamo essere ottimisti, alla Achmatova e alla Cvetaeva galleggiano tra i flutti del mercato editoriale, spesso resistendo grazie ad antologie in collane economiche di classici e a vaghe formule critiche: l’acmeismo, la partecipazione al futurismo di Majakovskij, l’epica contadina che innamora e il paesaggismo per Esenin, insomma bene o male sopravvivono dietro una piccola canonizzazione come i poeti dell’epoca di una rivoluzione tradita e dunque tanto più poetica quanto più tradita.

Salvo ovviamente non conoscere ormai pressoché nulla di quella rivoluzione e di chi l’ha fatta, non ricordiamo quasi per nulla i poeti che l’hanno vissuta nelle sue conseguenze e che nella società che ne è derivata hanno svolto la loro opera; solo Evtušenko dei quindici presenti in questa antologia pare ancora essere minimamente noto e principalmente come poeta d’amore o di metapoesia, ma perché questa strage culturale?
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