Accordi di cooperazione militare: armi italiane non solo in Yemen

di Maurizio Simoncelli Gli accordi di cooperazione militare bilaterale sono strumenti di politica internazionale che i governi adottano con altri Paesi nel campo della difesa per realizzare intese collaborative. Sono diversi dai patti stipulati nell’ambito di alleanze militari come quelli vigenti in ambito NATO o UE, che, tra l’altro, presuppongono clausole di reciproca difesa in […]

Fuoco: in Italia sarà più facile comprare armi, comprese quelle da guerra

di Giovanni De Mauro

Il decreto legislativo numero 104 è stato pubblicato sulla Gazzetta ufficiale dell’8 settembre 2018. Sono 5.675 parole la cui sostanza è che dal 14 settembre in Italia è molto più facile comprare un’arma, comprese quelle definite “da guerra” come i kalashnikov e i fucili semiautomatici.

Era un impegno che Matteo Salvini aveva preso in campagna elettorale. L’11 febbraio, in visita alla fiera Hit Show di Vicenza, aveva firmato un documento intitolato “Assunzione pubblica di impegno a tutela dei detentori legali di armi”. Incredibilmente, i dati sul numero di armi che circolano in modo legale in Italia non sono resi pubblici dal ministero dell’interno. Secondo alcune stime, che risalgono al 2007, le armi nel nostro paese sono tra i 4 e i 10 milioni.

Di sicuro, scrive l’Agi citando l’Associazione nazionale produttori armi e munizioni sportive e civili, ci sono 1.300 punti vendita al dettaglio di armi e munizioni, ai quali si aggiungono più di 400 associazioni sportive dilettantistiche e tiri a volo. Per un volume d’affari complessivo di 900 milioni di euro.
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L’Italia a mano armata: i numeri e il giro dell’export militare

di Giacomo Pellini

“Nei concili di governo dobbiamo stare in guardia contro le richieste non giustificate dalla realtà del complesso industriale militare. Esiste e persisterà il pericolo della sua disastrosa influenza progressiva. Non dobbiamo mai permettere che il peso di questa combinazione metta in pericolo la nostra democrazia. Solo il popolo allertato e informato potrà costringere ad una corretta interazione la gigantesca macchina da guerra militare….in modo che sicurezza e libertà possano prosperare insieme”. Queste parole non sono di un pacifista: le pronunciò nel lontano 1961 nel suo discorso di addio alla Nazione l’allora Presidente degli Stati Uniti Dwight Eisenhower, membro del Partito Repubblicano ed ex comandante delle Forze Armate statunitensi in Europa durante la Seconda Guerra Mondiale e Capo di Stato Maggiore dell’esercito.

Parole che suonano strane se ripetute da un ex militare: perfino Eisenhower, politicamente molto conservatore, aveva capito il pericolo che può rappresentare il complesso militare – industriale per le istituzioni democratiche. Tuttavia, le sue affermazioni suonano ancora vuote ai nostri giorni, visto che il giro d’affari intorno ad armi e armamenti realizza lauti profitti, ed aumenta il suo volume di anno in anno.

Il caso del nostro Paese è emblematico: nel 2016 l’export militare italiano ha registrato un aumento dell’85% rispetto all’anno precedente. Numeri da capogiro, documentati dalla Relazione annuale sul commercio e sulle autorizzazioni all’esportazioni di armi, che il Governo ha consegnato al Parlamento lo scorso aprile.
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Un Donald Trump da mille e una guerra

di Tommaso Di Francesco

I paragoni si sprecano e si sprecheranno sul discorso di Donald Trump a Riyadh con quello di Obama al Cairo nel 2009. Lì c’erano gli studenti e le giovani generazioni mediorientali come interlocutori, qui i potenti del Medio Oriente solo sunnita, vale a dire le leadership che dipendono dalla centralità regionale e mondiale delle petromonarchie del Golfo, in primo luogo dall’Arabia saudita non a caso location del discorso di Trump.

Perché l’obiettivo del discorso era anche quello, per ammissione dei funzionari della Casa bianca che l’hanno allestito, di «resettare» il modo in cui Trump è recepito da una parte del mondo islamico, soprattutto dopo gli editti presidenziali del Muslim Ban.

Un «reset» propiziato dalla motivazione affaristico-commerciale per l’«America first»: vale a dire il carico di ben 300 miliardi di affari subito, di cui 110 miliardi in armi americane (con la prospettiva in dieci anni di arrivare ad un volume di 350 miliardi di armi Usa) consegnato dall’inquilino della Casa bianca al regime medioevale del monarca saudita Salman.

«Non sono venuto a darvi lezioni, non sono io a dirvi come dovete vivere. Ma occorre una coalizione internazionale contro il terrore. Le nazioni del Medio Oriente non possono aspettare che si l’America a sconfiggerlo. Dovete battere voi questo nemico che uccide in nome della fede».
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“Made In Italy”: il documentario che racconta il retroscena dell’industria italiana delle armi

Le politiche industriali e le sorti del Paese. Segnalato da Irpi – Investigative reporting project Italy in questo post, il breve documentario (dura 10 minuti) diretto da Anke Riester e Isacco Chiaf racconta l’Italia e i suoi retroscena – Made In Italy (Behind the Scene) il suo titolo -, che comprendono un dato di fatto: […]

Foto di Cifor

Una ri-ribellione in Congo

di Luca Jourdan

Un’ennesima ribellione è scoppiata nel Nord Kivu, regione orientale della Repubblica Democratica del Congo. Il movimento armato M23 ha conquistato Goma, città ai confini con il Ruanda. I ribelli stanno ora trattando con il governo di Kinshasa e, se le cose procedono senza intoppi, dovrebbero ritirarsi ed attestarsi a 20 chilometri dalla città.

È la solita musica: sono ormai vent’anni che l’est del Congo non conosce pace. Nei primi anni Novanta, quando il paese si chiamava ancora Zaire ed era sotto il giogo della dittatura di Mobutu, esplosero i primi conflitti fra popolazioni sedicenti autoctone e i Banyarwanda per ragioni legate alla competizione per la terra e a dispute sul diritto di cittadinanza (il termine Banyarwanda indica i gruppi di lingua ruandese, alcuni dei quali erano presenti nell’area al momento della definizione dei confini in epoca coloniale, altri sono immigrati nella regione a partire dal periodo belga). Da allora il genocidio in Ruanda (1994), le due guerre del Congo (1996-1998) e la ribellione di Laurent Nkunda (2008) hanno continuato ad alimentare un ciclo di violenza senza fine.

Si tratta di una guerra complessa, che ha causato milioni di morti, e in cui le risorse minerarie giocano un ruolo centrale. I diversi belligeranti si battono per il controllo delle miniere di coltan, diamanti, oro e cassiterite, tutte risorse che dall’est del Congo raggiungono le capitali di Uganda e Ruanda per poi essere vendute sul mercato internazionale. Ma non è questa l’unica ragione: la competizione per la terra e la continua manipolazione delle identità etniche alimentano un clima di odio e paranoia.
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