Calcio al balilla - Foto di Sapo

Ecco perché il calcio è sacro

di Nico Pitrelli

Lo scriveva già Pasolini quando nei “Saggi sulla letteratura e sull’arte” affermava che il “calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione”. Il genio analitico dell’intellettuale friulano trova oggi conferma nelle più recenti teorie scientifiche sulla religione, come quella dell’antropologo britannico Harvey Whitehouse. In un intervento sull’ultimo numero del magazine Nautilus, rivista sostenuta dalla Templeton Foundation e presentata come una sorta di New Yorker della comunicazione della scienza, lo studioso, in forze all’Università di Oxford, espone la sua visione sulle radici delle credenze religiose.

Secondo Whitehouse, più che il bisogno di trovare risposte alle domande profonde di senso, la fede nel soprannaturale nasconde la necessità di creare legami personali e di definire un senso di appartenenza a una comunità per cui valga la pena vivere e sacrificarsi, come accade nei tifosi di calcio per la squadra del cuore. Whitehouse ha sviluppato una teoria della religione basata sul potere che hanno i rituali nel favorire la coesione di gruppo. Per chiarire i punti cardini della sua teoria sfrutta l’analogia con quanto si vede negli stadi di tutto il mondo.

“Ci sono molte situazioni che non hanno a che fare con dilemmi esistenziali”, spiega lo studioso britannico, “ma che ispirano spiegazioni soprannaturali. Probabilmente la più comune è quella dei rituali effettuati in contesti con un certo rischio di fallimento. Molte persone ad esempio vanno a vedere le partite di calcio sempre con gli stessi pantaloni e magliette perché le ritengono dei portafortuna. O si pensi ai gesti ripetitivi dei giocatori prima di tirare un calcio di rigore”.
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Necrologio: ecco il “Nuovo Mondo” che seppellisce il precedente. Ma non è il mio

Woodstock 5 stelle - Foto di Luca Argaliadi Giuseppe Scandurra

In “A chi esita” Bertolt Brecht scrive:

Dici: per noi va male. Il buio cresce. Le forze scemano.
Dopo che si è lavorato tanti anni noi siamo ora in una condizione più difficile di quando si era cominciato.
E il nemico ci sta innanzi più potente che mai.
Sembra gli siano cresciute le forze. Ha preso un’apparenza invincibile.
E noi abbiamo commesso degli errori, non si può negarlo.
Siamo sempre di meno. Le nostre parole d’ordine sono confuse. Una parte delle nostre parole le ha stravolte il nemico fino a renderle irriconoscibili.

Lo confesso. Sono ancora in piena elaborazione del lutto post-elettorale. Non si tratta certo di una cosa nuova per me, ma questa volta mi riesce più difficile elaborare. La differenza con le altre volte è che mi sento più solo nella sconfitta (eppure di esperienza credevo di averne, visto che, fino ad ora, ho perso ogni singola competizione elettorale).

Conoscevo tante persone come me prima del lutto. Andando a votare le ho immaginate fare tutte la stessa strada, assieme. A testa bassa si rifletteva tutti sull’impossibilità di votare Ingroia (“Che schifo!”). Si borbottava dell’assoluta lontananza da quella “cosa” che ora si chiama Pd e prima assumeva nomi altrettanto esotici e defamiliarizzanti (“Quando direte delle cose di sinistra?”). Prima di prendere la scheda li ho visti imbarazzati, poiché era evidente a tutti noi come non ci sentissimo a casa nel partito leggero e postmoderno di Sel, convinti da comunisti che mai avremmo votato un partito personale, carismatico, evocativo, desideroso del solo dissolversi.
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