Gramsci dietro una pila di libri. E nacque la cultura socialista

di Massimo Novelli “Questo foglio esce per rispondere a un bisogno profondamente sentito dai gruppi socialisti di una palestra di discussioni, studi e ricerche intorno ai problemi della vita nazionale e internazionale”. Così comincia “Battute di preludio”, l’editoriale non firmato, ma redatto o ispirato da Antonio Gramsci, del primo numero del giornale L’Ordine Nuovo. La […]

Bologna: Antonio Gramsci, un murale per “agitarsi”

di Alessandro Canella

Antonio Gramsci sulla facciata delle Aldini Valeriani Sirani, a Bologna. All’interno del progetto “Agitatevi”, la Fondazione Gramsci Emilia Romagna, in collaborazione con Cheap, ha promosso la realizzazione di un’opera di street art che ritrae il celebre intellettuale antifascista. Sabato l’inaugurazione.

Bologna non è Orgosolo, la celebre cittadina sarda tappezzata di murales, ma le opere di street art che ritraggono personalità antifasciste sotto le Due Torri si stanno moltiplicando. Dall’opera che ritrae, in chiave contemporanea, il volto di Irma “Mimma” Bandiera sulla facciata delle scuole elementari Bombicci di via Turati ad un tributo analogo tra le mura dell’ex-caserma Masini, fino ad agosto scorso sede di Làbas, fino al ritratto di Lino “William” Michelini sul Centro Civico di Corticella.

In queste ore, però, la galleria di opere murarie verrà integrata con un altro celebre volto dell’antifascismo, Antonio Gramsci, di cui in questo 2017 ricorre l’80° anniversario della morte. L’intervento di street art, a firma di Chekos e al centro del progetto “Agitatevi” della Fondazione Gramsci Emilia-Romagna in collaborazione con Cheap, ha trovato la sua location ideale nella facciata di via di Corticella dello storico Istituto tecnico bolognese Aldini Valeriani Sirani.
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D’Orsi: “Vi racconto il vero Gramsci”

di Francesca Chiarotto

Gramsci. Una nuova biografia di Angelo d’Orsi (Feltrinelli, Milano 2017, pp. 393) è un libro importante e destinato a durare e ad essere molto usato; dagli studiosi, in primis, ma non solo. È un libro che si legge in maniera scorrevole e avvincente, che può essere “fruito” e assaporato “a vari livelli”, per così dire. Comprensibilissimo anche ai neofiti del pensiero gramsciano, offre allo stesso tempo agli studiosi un livello di approfondimento notevole perché sistematizza e dà conto di decenni di sviluppi, analisi, acquisizioni documentali, opera sia dell’autore, sia delle decine di studiosi e studiose italiani e internazionali che hanno lavorato su Gramsci negli ultimi anni di Gramsci Renaissance, per usare una felice espressione dello stesso D’Orsi.

È un libro traboccante di passione, come e più di ogni altro libro di Angelo d’Orsi, per il quale. Gramsci è l’autore di riferimento di tutta “la vita degli studi” e non solo. Pur essendosi occupato prevalentemente degli “anni torinesi”, qui D’Orsi copre l’intera biografia gramsciana, ricostruendone il “ritmo del pensiero in isviluppo” senza trascurare i contesti storici e i dibattiti politici e storiografici.

L’ultima biografia gramsciana risale al 1966 ed è firmata dal sardo Giuseppe Fiori. Non c’è dubbio quindi che le successive acquisizioni documentarie suggerissero la necessità di un “aggiornamento”. In che senso la sua si può considerare una “nuova” biografia, come dichiara il sottotitolo del libro?
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Liberare Gramsci: i tentativi sovietici e tutti gli errori del Partito comunista

Lo scambio. Come Gramsci non fu liberato
Lo scambio. Come Gramsci non fu liberato
di Luciano Canfora

È uscito un libro che dice finalmente come andarono le cose quando si tentò di tirar fuori Antonio Gramsci dal carcere. Si tratta di un volume edito nei giorni scorsi da Sellerio, intitolato Lo scambio. Come Gramsci non fu liberato, di uno storico italiano tra i più esperti di ricerche in archivio, Giorgio Fabre, curiosamente escluso dal mondo universitario, ad opera di docenti non di rado quasi digiuni della ricerca archivistica. D’altra parte è noto che ormai molte forze intellettuali valide non si trovano dentro l’istituzione universitaria, ma fuori.

Ma veniamo a questo libro per tanti versi decisivo. È talmente ricco che è difficile darne una descrizione completa. Proverò a darne il senso. Il risultato della ricerca è il seguente: il governo dell’Unione Sovietica e l’ambasciata sovietica a Roma operarono a più riprese per tirar fuori Gramsci dalla galera. Dapprima indirettamente (tramite il Vaticano: e su ciò Fabre porta molte novità), poi compiendo passi presso il governo italiano e direttamente presso Mussolini, col quale l’Unione Sovietica nel settembre 1933 aveva stretto un patto di amicizia e collaborazione che vigoreggiò fino alla rottura determinata dalla guerra d’Etiopia.

Alcuni episodi restano ancora passibili di progressi nell’indagine. Ad esempio, molti anni fa fu pubblicato il verbale di un incontro tra l’ambasciatore Potëmkin e Mussolini: verbale del quale inizialmente si disse che non era una cosa seria. In realtà l’incontro comunque ci fu e molto probabilmente (l’autore su questo punto è prudente), il tema Gramsci venne fuori nel dialogo tra l’ambasciatore sovietico e Mussolini. Sta di fatto che l’azione retroscenica dell’interlocutore sovietico, coordinata – nonostante tutto – con l’iniziativa acuta ed efficace dello stesso Gramsci, condusse alla concessione della libertà condizionale, con conseguente ricovero di Gramsci in clinica già alla fine del 1934.
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Gramsci tra Padre Brown e Sherlock Holmes

Inchiesta, numero 188 aprile-giugno 2015
Inchiesta, numero 188 aprile-giugno 2015
di Vittorio Capecchi

Due modi di fare inchiesta: dall’esterno o dall’interno

Gramsci, nei suoi Quaderni e Lettere dal carcere parla diffusamente delle differenze tra i due grandi detective. Abitualmente quando affronta la narrativa popolare la analizza dal punto di vista dello scontro tra le classi sociali ma in questo caso no: è proprio interessato al tipo di detection che viene posta in essere dai due protagonisti. Ecco le sue parole:

“Padre Brown è un cattolico che prende in giro il modo di pensare meccanico dei protestanti e il libro è fondamentalmente un’apologia della Chiesa Romana contro la Chiesa Anglicana. Sherlock Holmes è il poliziotto protestante che trova il bandolo di una matassa criminale partendo dall’esterno, basandosi sulla scienza, sul metodo sperimentale, sull’induzione. Padre Brown è il prete cattolico, che attraverso le raffinate esperienze psicologiche date dalla confessione e dal lavorio di casistica morale dei padri, pur senza trascurare la scienza e l’esperienza, ma basandosi specialmente sulla deduzione e sull‘introspezione, batte Sherlock Holmes in pieno, lo fa apparire un ragazzetto pretenzioso, ne mostra l’angustia e la meschinità”.
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Contro l’austerità per il primato dei diritti nella Costituzione

di Alfonso Gianni

Per cercare di apporre una foglia di fico su quello che stavano facendo, i sostenitori dell’inserimento nella nostra Carta del principio del pareggio di bilancio lo hanno chiamato “equilibrio tra le entrate e le spese”. Ma la sostanza rimane quella. Per la prima volta nella nostra Costituzione è stato posto un vincolo cogente sulla spesa pubblica, tale da mutilare una delle funzioni essenziali di uno Stato – la manovra di bilancio – e contraddire un filone fondamentale del pensiero economico del Novecento, quello che sostiene la necessità di aiutare lo sviluppo economico attraverso congrui e intelligenti investimenti pubblici e di farlo proprio nei periodi di crisi, anche in deficit.

In sostanza con quell’atto il parlamento italiano si è assunto la storica responsabilità negativa di espungere la teoria keynesiana dalla nostra Costituzione. A farlo è stata una maggioranza composita ed ibrida, guidata da Mario Monti. Dove non era giunto il neoliberismo nelle sue formulazioni classiche susseguenti al celebre manifesto di Mont Pelerin del 1947 e nelle sue espressioni politiche più coerenti è arrivato un governo, quale quello presieduto da Mario Monti, definito “tecnico”, che secondo alcuni avrebbe dovuto rappresentare una semplice transizione da Berlusconi verso una “democrazia normale”. Si è poi visto con chiarezza che non si trattava di questo e il segnale più rilevante fu proprio l’approvazione di quella sciagurata riforma costituzionale dell’articolo 81.
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Appello a Napolitano: “Il fascismo buono non esiste. Nel nuovo governo no a chi sostiene il contrario”

Fascismo - Foto di Daniel LoboQuesta lettera è stata inviata lo scorso 8 marzo al presidemte della Repubblica Giorgio Napolitano dal centro Idee di Futuro

di Alberto Pacelli, coordinatore di Idee di Futuro

Signor presidente,

il sottosegretario Gianfranco Polillo, in una recente trasmissione televisiva, ha detto, fra l’altro: “Il fascismo ha fatto delle cose bene e delle cose male, queste ultime a partire dal 1935”. Siamo sicuri che lei condivida con noi il giudizio che non esistono un prima ed un dopo, un fascismo bene e un fascismo male.

Il fascismo è, per sua essenza, male. È prepotenza, sopruso, violenza morale e fisica, razzismo, odio, incultura. Il signor Polillo ha mai sentito parlare delle “squadracce”, “bande” di picchiatori, di incendiari, di assassini? Ha mai sentito parlare di Giacomo Matteotti, di Giovanni Amendola, di Antonio Gramsci, di Carlo e di Nello Rosselli, del Tribunale Speciale?

Il fascismo non attese il 1935 per sopprimere la democrazia e la libertà: tutte le libertà. Non sappiamo se le parole del sottosegretario siano frutto di ignoranza, di superficialità e pressapochismo, o se egli abbia voluto, pubblicamente ed impudentemente, collocarsi fra i “riabilita tori” di quella sciagurata stagione e porsi come punto di riferimento dei loro seguaci.
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Istoreco: Reggio Emilia, il sindaco della Resistenza fra i firmatari per la liberazione di Gramsci nella Parigi degli anni Trenta

Foto Istorecodi Glauco Bertani

La polemica storiografica innescata da un saggio di Dario Biocca sul presunto “ravvedimento” di Antonio Gramsci in carcere per ottenere da Mussolini la libertà condizionale, ha messo in luce la figura di Cesare Campioli nell’emigrazione reggiana in Francia negli anni Trenta del secolo scorso. Nell’articolo di risposta di Bruno Gravagnuolo («l’Unità», 7 aprile 2012) a Biocca, in un palchetto, è pubblicato l’elenco dei firmatari l’appello per la liberazione di Gramsci, datato 23 maggio 1933, nel quale figura anche il nome di Cesare Campioli.

Accanto al nome del futuro sindaco di Reggio Emilia figurano intellettuali quali Romain Rolland, Henry Barbusse ed altri fra cui Eugenio Bianco, antifascista e poi informatore del fascio di Parigi. Si capiscono, di conseguenza, le difficoltà in cui operava l’opposizione al fascismo nell’emigrazione strettamente vigilata, e infiltrata, dall’occhiuta polizia segreta del regime, l’OVRA.

Infatti, come si legge in una circolare firmata da Carmine Senise, vice capo della Polizia, a nome del ministro, indirizzata a diversi prefetti, fra i quali quello di Reggio Emilia, datata 16 giugno XI (1933), e depositata presso il Casellario politico centrale, compare il nome di Campioli proprio in riferimento alle iniziative promosse a favore della liberazione di Gramsci e tutto il resoconto della riunione.
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