Foto di Sergio Caserta

Vestire la libertà, un progetto che vale la pena conoscere

di Sergio Caserta

Il viale che corre parallelo al mare e che taglia in due Baia Verde a Castelvolturno è deserto, rare auto e pochi passanti, le case sui due lati sono per lo più disabitate o lo sembrano, molte diroccate; c’è un’atmosfera rarefatta e che incute tensione. Ricordo molti anni fa quegli stessi viali, un po’ più a sud, al villaggio Coppola Pineta mare, animati da folle di vacanzieri, di ragazze e ragazzi, era la prima espansione turistica di una nascente micro borghesia partenopea, figlia del boom economico che riusciva a comprare o solo ad affittare una casa, sul litorale flegreo.

Altri tempi, qui il declino dovuto all’incuria della pubblica amministrazione, all’abusivismo selvaggio, alla prepotenza camorrista, hanno generato un luogo “senza legge”, dove lo spaccio, la prostituzione, il traffico di rifiuti di ogni genere ma soprattutto tossici, ha condannato queste zone all’abbandono e al degrado sociale.
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Foto di Joluka

Finché s’ammazzano tra di loro: una storia che si ripete oggi con gli stranieri

di Leonardo Tancredi

Finché si ammazzano tra loro. Era da tanto che non sentivo queste parole, negli ultimi giorni a San Severo, invece, le ho sentite rimbalzare di bocca in bocca ai miei conterranei. È stata la frase più usata per commentare l’omicidio di Amir Ballo e il ferimento, molto grave, di Orges Fisniku. Entrambi albanesi, qualcuno gli ha sparato addosso il 23 dicembre, pare per un regolamento di conti interno al traffico di droga o allo sfruttamento della prostituzione. Insomma, niente di che, si sono ammazzati tra loro.

Ma chi sono “loro”? Sono gli extracomunitari? I sanseveresi sono razzisti? Non più di altri italiani, credo, anche se qualcuno dovrebbe chiedersi come mai i lavoratori stranieri che vivono nel Nord Est leghista mettono su famiglia e pongono problemi politici, mentre quelli che lavorano nella Puglia Felice vivono in condizioni di schiavitù nei campi di pomodori e diventano casi umanitari.

Quella frase, “finché si ammazzano tra loro”, la sentivo spesso negli anni ’80, il periodo d’oro della malavita sanseverese, quando dal Tavoliere, San Severo cominciava a giocare un ruolo di primo piano nel traffico di stupefacenti. Ruolo che a quanto pare non ha abbandonato. A quell’epoca però, gli extracomunitari erano solo delle simpatiche macchiette da sfottere e con cui mercanteggiare sulle spiagge del Gargano, non avevano altro spazio nella società, nel mercato del lavoro e nemmeno nella vita criminale della città.
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Il futuro del Manifesto

Il futuro del Manifesto: da dove ripartire

Da mesi i circoli sollecitano alla redazione una discussione sul futuro del giornale e sul progetto politico che ne dovrebbe sostenere il rilancio. Ancora una volta il silenzio è rotto dall’esterno da Rossana Rossanda in termini decisi. È auspicabile sperabile che dietro questa autorevole sollecitazione il dibattito finalmente si apra.

Il circolo di Bologna

di Rossana Rossanda

La discussione sul manifesto è partita male. La prima domanda non è di «di chi è» ma «che cosa è» il manifesto. Anche per ragioni economiche. Un giornale è nel medesimo tempo una merce, se lettori non lo comprano fallisce. Occorre chiedersi perché da diversi anni abbiamo superato il limite delle perdite consentito ad una impresa editoriale, mentre i costi di produzione salivano. Direzione, Cda e redazione + tecnici hanno sottovalutato questo dato, pur reso regolarmente noto, illudendosi che avremmo recuperato lettori aumentando le pagine e i servizi con un restyling dopo l’altro.

È stato un errore imperdonabile. Se il giornale è di chi lo fa, il suo fallimento è di chi lo ha fatto. Cioè noi. Teniamolo presente. Altri giornali «politici» – cioè interessanti per un governo o una forza di opposizione o un gruppo sociale – hanno avuto problemi simili ai nostri: una tradizione da non perdere, una redazione rodata da decenni, vendite insufficienti e ricorso a finanziatori (nel nostro caso circoli o gruppi di lettori). Nessuno di questi tre attori è in grado di far uscire da solo un quotidiano. Perciò, per esempio in «Le Monde» la proprietà è ripartita un terzo i fondatori, un terzo la redazione e un terzo i finanziatori. Se il manifesto vivrà ancora, la sua proprietà potrebbe poggiare su un sistema analogo. Ma preliminare è che redazione, lettori e finanziatori siano d’accordo sul suo ruolo: «che cosa è», se ha un legame con la sua origine, se c’è un collettivo di lavoro che ci crede e un numero di lettori e sostenitori in grado di farlo uscire.

Le ragioni per rispondere sì o no a queste tre domande possono essere molte, ma tutte politiche. Su di esse è manifestamente diviso il «collettivo», mentre del gruppo dei fondatori siamo rimasti soltanto Parlato, Castellina ed io, e non è chiaro che cosa auspicano lettori e circoli di sostegno.
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