Bologna, l’approfondimento sul caso CRB: contro l’edilizia che distrugge il territorio

Dopo la grande manifestazione performance del 16 marzo scorso “Il bosco che cammina” che ha registrato la partecipazione di circa tremila persone impersonanti un bosco, per ribadire la contrarietà a ogni progetto edilizio che distrugga l’area verde dei Prati di Caprara, a Bologna, e demolisca l’impianto sportivo CRB per costruirvi un supermercato, il Comitato Salviamo […]

Stadio Dall'Ara

Stadio di Bologna: un’alternativa sostenibile esiste

Il documento di Piergiorgio Rocchi che pubblichiamo sotto in versione integrale (e scaricabile), “Stadio di Bologna: un’alternativa sostenibile esiste”, si parla di un tema importante per la città e non solo. Come scrive in apertura l’autore: Questo documento ha due intenti: Ricordare le critiche all’ipotesi di contribuire a finanziare l’ammodernamento dello Stadio con una operazione […]

Galassia nera, lo stato dell’arte

di Arvultura.it

Dopo il drammatico attentato fascista di Macerata del 3 febbraio scorso e dopo la straordinaria mobilitazione antirazzista che ha portato in piazza, sabato 10 febbraio, oltre 30.000 persone nella città marchigiana, il sito www.arvultura.it ha intervistato lo storico Elia Rosati, ricercatore per il Dipartimento di Studi Storici dell’Università degli Studi di Milano, esperto conoscitore della destra radicale nel nostro paese e coautore, insieme al giornalista e storico Aldo Giannulli, del libro “Storia di Ordine Nuovo”, pubblicato nel 2017 dalla casa editrice Mimesis.

A Rosati abbiamo chiesto, alla luce della crescita in Italia e in Europa di organizzazioni di stampo dichiaratamente neo-fascista negli ultimi anni, di esporci quale sia l’odierno stato dell’arte della “galassia nera” nel nostro paese, con specifica attenzione ai caratteri innovativi ed originali dell’attuale estrema destra, soprattutto con riguardo alle diverse forme assunte dalla militanza e allo sfruttamento sempre più razionale della comunicazione tramite l’uso dei mass media e dei social network.

Arvultura: Nel libro da te scritto insieme ad Aldo Giannulli, “Storia di Ordine Nuovo”, hai da poco ripercorso nel dettaglio cosa è stato “Ordine Nuovo” e quale importante ruolo questa organizzazione ha ricoperto nella strategia della tensione attuata da alcune frange dello Stato e dei Servizi Segreti italiani durante gli anni Settanta. Eppure, proprio con riguardo al ruolo giocato storicamente dalle “organizzazioni” dell’estrema destra nella pianificazione della violenza eversiva, abbiamo oggi la sensazione che le azioni più efferate, gli omicidi e gli agguati neo-fascisti non siano più, come negli anni Settanta, diretti da un “organismo organizzatore”, ma frutto, prevalentemente, di iniziative personali. Cosa ne pensi?
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Giorgio Galli: “Sinistra in crisi perché ha abbandonato il marxismo”

di Radio Popolare

“Nella cultura della sinistra è prevalsa l’idea che il crollo dell’impero sovietico equivaleva al crollo del grande prodotto culturale che è stato il marxismo. Il marxismo ha studiato il capitalismo meglio dei grandi studiosi liberali, Marx è meglio di Keynes e Schumpeter”. Giorgio Galli è stato ospite negli studi di Radio Popolare. Ha spiegato così la crisi della sinistra italiana, facendola risalire allo sbandamento culturale seguito al crollo del muro di Berlino e alla fine dell’Urss:

“La sinistra italiana nella grande maggioranza ha identificato la Russia con il marxismo e il socialismo, il che non era vero – ha detto Galli intervistato da Luigi Ambrosio a Il Demone del Lunedì – quando ha visto crollare l’Unione Sovietica la sinistra ha creduto che fosse crollato anche questo grande prodotto culturale (il marxismo) che avrebbe permesso di capire il capitalismo globalizzato delle multinazionali”.

“Avendo abbandonato strumenti concettuali costruiti in un secolo e più – ha continuato Giorgio Galli – la sinistra si è trovata spiazzata di fronte al neoliberismo, la famosa idea della Thatcher ‘non c’è alternativa’, il sistema attuale visto come unico sistema possibile”. Il 10 febbraio il professor Giorgio Galli ha compiuto 90 anni. Da sempre studia la sinistra, il capitalismo, le dinamiche politiche internazionali.
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Costituzione 70 anni dopo: dal lavoro alla giustizia sociale, la Carta tradita dalla politica

di Marco Palombi e Silvia Truzzi

Il 1° gennaio 2018 la Costituzione italiana compie settant’anni e non è un caso che, come si fa con le vecchie signore, la si lasci ormai parlare senza darle retta. E dire che governare, legiferare, produrre e vivere contro la Carta è – o forse, ormai, sarebbe – la più grave forma di illegalità possibile per la Repubblica: è per evitare di ammettere questo che il pulviscolo di individui e interessi che un tempo era una comunità nazionale deve considerare la Costituzione solo come una vecchia signora un po’ svanita, persa dietro le sue fantasie di gioventù, inadatta al mondo presente, un mondo che si vuole, nei fatti, post-costituzionale. Basta leggerla per sapere che è così: diritto al lavoro, giustizia sociale, solidarietà, responsabilità sociale dell’impresa. Questa non è, dunque, una celebrazione, ma il breve riassunto di un tradimento.

Un vecchio discorso e un programma per oggi

Bisogna chiedersi: a cosa serve questo «pezzo di carta, che se lo lascio cadere, non si muove»? Parole di Piero Calamandrei, uno dei padri di quel “pezzo di carta”, che così lo spiegò agli studenti milanesi in un giorno del 1955, partendo dal secondo comma dell’articolo 3 («il più importante di tutti»): È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
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Il socialismo del XXI secolo: uno sguardo critico, ma non troppo

Il socialismo del XXI secolo: le rivoluzioni populiste in Sudamerica di Luca Lezzi e Andrea Muratore
Il socialismo del XXI secolo: le rivoluzioni populiste in Sudamerica di Luca Lezzi e Andrea Muratore
di Luca Mozzachiodi

Questa è a conti fatti una storia, una storia dell’America Latina nell’ultimo quarto di secolo, vale a dire più o meno dal disastro dei governi di destra, che si insediano e propugnano politiche liberiste in quasi tutto il continente all’inizio degli anni Novanta, attraverso la decade dorata 2003-2013 che vede affermarsi molti governi con posizioni progressiste quando non apertamente rivoluzionarie all’attuale prospettata rimonta dei liberali; le categorie chiave scelte dagli autori sono tra le più controverse oggi: il socialismo del XXI secolo e il populismo.

Si tratta in entrambi i casi di fenomeni di difficile definizione, il primo pare essere anche una conseguenza del secondo, si tratta cioè di un socialismo che ha spostato il suo nucleo fondamentale dalla collettivizzazione a seguito di un fisiologico conflitto tra classi, a una redistribuzione di mezzi e poteri a seguito di precedenti sperequazioni, tramite una lotta che spesso in quei paesi ha coloritura e respiro nazionalistico e che viene presentata e in parte condotta come “la lotta di tutti gli oppressi contro tutti gli oppressori”.

Naturale dunque che di conseguenza i socialisti del XXI secolo siano anche i populisti del XXI secolo, dove per populismo bisogna intendere non la demagogia ma uno schema interpretativo semplificatorio dei rapporti politici che pone da una parte il popolo, portatore di diritti, virtù e salute, dall’altra i suoi nemici esterni ed interni allo stato, generalmente portatori di interessi, sopraffazione, corruzione. Il populismo è, per eccellenza, la mistica politica dell’indistinto, una potente arma di rappresentazione mitica.
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In ricordo di Paolo Prodi: un amico e un interlocutore di cui sentiremo la mancanza

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di Amina Crisma

Ero andata a trovarlo con Vittorio il giugno scorso. Lo avevamo incontrato a casa sua in Via Galliera, insieme a sua moglie Adelaide, e mi avevano colpito la sua costante attenzione agli altri, la sua generosa disponibilità al dialogo, la sua cortesia, e, soprattutto, la sua inesausta energia intellettuale dentro un corpo che stava diventando fragile.

Ci eravamo ripromessi di incontrarci di nuovo prima delle vacanze di Natale, anche con l’intenzione di fargli un’intervista per Inchiesta sui temi dei suoi libri più recenti, come Profezia vs utopia (Il Mulino 2013), Homo europaeus (Il Mulino 2015), Occidente senza utopie (Il Mulino 2016, con Massimo Cacciari). Soprattutto, ci interessava la questione fondamentale che li attraversa tutti, e che riassumerei così: quale futuro ci attende se va perduta, come oggi accade, la capacità di immaginare e progettare un mondo diverso da quello esistente che ha incessantemente animato per più secoli la storia dell’Occidente?

In quell’occasione gli avevo consegnato il mio Neiye, il Tao dell’armonia interiore, ed era proseguita fra l’altro la conversazione sul suo libro Il tramonto della rivoluzione (Il Mulino 2015) a cui avevo dedicato un articolo su Inchiesta (a. 45/n. 189/2015,”Fine della rivoluzione e tramonto dell’Occidente: a chi andrà il Mandato Celeste?”), che più sotto viene riprodotto. Qualche giorno dopo mi aveva scritto una lettera gentile che qui trascrivo:
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Matteo Renzi

L’etica e la politica da Aristotele a Renzi / 2

di Sergio Caserta

(Prima parte) Non c’è stata una rivoluzione, ma un sotterraneo riallineamento delle classi dirigenti in regime di continuità col passato recente; Napolitano è il controllore di volo di questo cambiamento, che però rischia di consegnare il Paese ancora una volta nelle mani di una classe dirigente che non è in grado di affrontare i nodi essenziali di un indispensabile risanamento economico, sociale, culturale, politico e morale.

Il primo governo Renzi, ottenuta la fiducia sia al Senato sia alla Camera, in un mese ha già prodotto il “programma fondamentale”. Ci vuole stupire con effetti speciali,  vedremo se gli ottantacinque euro al mese nelle buste paga e l’aumento del prelievo dalle rendite finanziarie sono solo annunci o scelte concrete. Intanto in Europa le cose sono più complesse e “quadrare il cerchio” non è artificio semplice con il ministro delle finanze Schäuble.

I primi atti concreti in tema di Jobs act, non lasciano sicuramente tranquilli,  la “coazione a ripetere” è  rendere più flessibile il lavoro e più semplice, semplicissimo, il licenziamento, mentre i disoccupati aumentano in modo esponenziale. Tutto quel che Renzi sta cercando di mettere in campo, però, non può cancellare la maniera in cui è arrivato alla poltrona di Palazzo Chigi, nonostante siamo il Paese che dimentica in fretta le colpe del potere: in questo caso la macchia è indelebile e richiama una questione etico-politica e umana di enorme importanza.
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Matteo Renzi

L’etica e la politica da Aristotele a Renzi / 1

di Sergio Caserta

L’etica pubblica nel nostro Paese si è affermata sporadicamente e sempre con grandi difficoltà. Dovrebbe essere un argomento di studio per capire come costruire un nuovo pensiero politico che sappia garantire un’etica più forte. Partiamo da un breve excursus.

In principio fu Aristotele: per il filosofo calcidico, “l’etica è una parte della politica, perché è lo spazio pubblico in cui si manifesta l’azione umana. Essendo la separazione tra vita pubblica e privata estranea all’uomo greco, che è ‘integralmente’ un cittadino, le virtù come la giustizia erano essenzialmente pubbliche, la legge della città l’unico mezzo per amministrare e dirimere controversie”. Il Machiavelli sosteneva invece che i due principi si devono considerare separati: “la politica si legittima con la forza, mentre l’etica è una sfera che riguarda il privato”. Hegel è il filosofo che più ha approfondito il nesso morale tra individuo, famiglia e società, approdando alla concezione di uno “Stato etico” assoluto.

Benedetto Croce criticava la concezione machiavelliana, sostenendo che in tal modo la politica si rinchiudeva in una sfera autonoma e isolata, in una separatezza foriera di gravi conseguenze ma non condivideva neppure la mera unificazione di etica e politica in un solo principio: Croce, infatti, avversava le «false unificazioni» come le «illegittime separazioni» dell’etica e della politica, l’ottuso moralismo come lo spregiudicato tatticismo. In questa prospettiva egli esaminava i grandi temi dell’esperienza morale (giustizia, religione, buona fede, virtù, ecc.) e della vita politica (il ruolo dei partiti e dello Stato, il liberalismo, il rapporto fra Stato e Chiesa, lo Stato etico, ecc.) come principi e funzioni diverse che però interagivano per il “governo del bene comune”.
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