Firenze: una variante per la degenerazione urbana

di Ilaria Agostini

Come distruggere insieme urbs e polis. L’insegnamento della città guida del renzismo urbanistico. Ma contrastare si può passando dalla denincia all’azione. Proprio in nome della “rigenerazione urbana”, una Variante al Regolamento Urbanistico sottopone a trattamento degenerativo il corpo esangue della città storica e lo predispone a nuova speculazione immobiliare. La Variante al RU, approvata dalla Giunta e a breve in discussione consiliare, aggredisce il patrimonio edilizio storico e abolisce l’obbligatorietà del restauro sui monumenti architettonici: la loro tutela viene demandata alla libera discrezionalità della Soprintendenza, ridotta allo stremo dalla riforma Franceschini.

Nel feudo del declinante potere renziano

All’ultimo anno di mandato, la Giunta Nardella si esprime con questo pericoloso provvedimento che apre la strada agli appetiti sulle architetture monumentali del centro città e delle colline, che agevola la sciagurata vendita di edifici storici di proprietà pubblica e che, infine, legittima vecchie speculazioni bloccate dal sistema giudiziario. È l’estrema torsione amministrativa, liberista e servile, un regalo agli “investitori”, agli immobiliaristi, ai parassiti della rendita.Ma è principalmente un atto di selezione sociale.

L’accelerazione impressa dalla Variante rafforza infatti il processo di esclusione della vita civile e delle funzioni sociali dai luoghi rappresentativi della comunità cittadina, prodromo dello spossessamento degli spazi pubblici e comuni. Corrobora ulteriormente la già avviata sostituzione dei residenti con «utenti» che, dotati di notevole disponibilità economica, influiscono sull’assetto urbano senza tuttavia partecipare alla vita politica [1]. Tutta urbs niente polis, verrebbe da dire. La popolazione ideale da governare.
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Intanto su Bologna: il governo dei comitati d’affari

Bologna

di Silvia R. Lolli

Chi vorrà credere ancora che abbiamo un’amministrazione Politica a Bologna, città o città metropolitana o regione è indifferente il livello? Non ci siamo sbagliate, la “P” la intendiamo maiuscola. Quella attuale appare soltanto un comitato d’affari. Visto come si fa imprenditoria in Italia, speriamo anche di non avere brutte sorprese nei bilanci pubblici.

Ci potremmo poi chiedere a chi si rivolgono gli affari, molto poco ai cittadini. L’amministrazione attuale ha l’obiettivo di confondere chi ancora segue la politica (cioè va a votare e cerca di continuare ad interessarsi della cosa pubblica) con i proclami: attraverso i mass media continuiamo a conoscere, soprattutto a posteriori, gli incontri con ministri ed imprenditori; c’è una spasmodica ricerca di un business privato, sotto mentite spoglie del bene comune, perché della comunità si perdono tutti i riferimenti; si è alla ricerca continua di soldi. Per chi poi?

Non ci vengano a dire che è per continuare a sviluppare Bologna e la Regione, perché si mantengano a livelli mondiali, per dare lavoro o altre amenità del genere. Piuttosto ci sentiamo in un clima di Bologna “da bere” di milanese memoria, ma tra un po’ anche noi potremo parlare a pieno titolo di Bologna “da mangiare”.
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Bologna: i laboratori di quartiere e la partecipazione dei cittadini

di Silvia R. Lolli

Open Space Technology (Ost) è una metodologia elaborata per rendere più partecipanti i cittadini alle scelte delle amministrazioni politiche. Oggi è utilizzata per elaborare nei singoli quartieri di Bologna proposte su piccoli interventi del valore di 150.000 euro annuali da spendere grazie ai fondi sociali europei. Si tratta dei così detti Pon, in questo caso progettati per la città metropolitana. Dalla brochure, che viene data ad ogni partecipante, apprendiamo che questi laboratori hanno la finalità di “creare proposte per il quartiere” e aiutare a “definire le priorità nel campo del sociale, dell’educazione, dello sport, della cultura, del digitale”.

È un percorso strutturato in 6 tappe: in aprile-maggio 2017 ci sono state le definizioni delle priorità con i quartieri e la presentazione alle associazioni; a giugno si sono svolti i primi incontri laboratoriali nei 6 quartieri aperti a tutti i cittadini. Al termine di questa fase, il 30 giugno, si sono raccolte tutte le proposte, anche online, emerse nei diversi tavoli di partecipazione.

Luglio 2017 è il mese dedicato alla co-progettazione delle proposte emerse. A settembre invece verranno pubblicizzate le proposte e si consegneranno le linee guida, in modo che a ottobre si potranno votare le proposte del “bilancio partecipativo” (è il termine che identifica questo processo) e infine a novembre si terrà la presentazione dei risultati del voto e l’avvio dei progetti e delle linee guida per il 2018.
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Bologna, la vittoria di Merola e le ambizioni al ribasso della sinistra

Virginio Merola
Virginio Merola
di Sergio Caserta

Alla fine Virginio Merola ce l’ha fatta ad essere rieletto, al ballottaggio, e non come avevano fatto credere i sondaggisti e gli organi d’informazione amici, al primo turno. Considerando la percentuale del primo turno (39%) e i voti assoluti, (68.700 al primo turno e 83.900 al secondo), un aumento alquanto modesto di 13.000 voti e la scarsa potenzialità della sua avversaria Lucia Borgonzoni, esponente della Lega di Salvini, l’incremento nettamente superiore da lei conseguito tra primo e secondo turno, fa ritenere senza alcun dubbio che se Merola avesse avuto un avversario appena appena più votabile, la sconfitta poteva essere tranquillamente messa nel conto.

Lo scarso risultato di Merola è la conseguenza di una diffusa critica alla sua giunta per l’inadeguatezza di scelte programmatiche, in particolare in alcuni settori fondamentali: infrastrutture, trasporti e traffico, welfare, politiche abitative, critiche che si sommano a quelle di anni e che fanno dire che, complessivamente, l’indirizzo di governo della città espresso dal Pd non è adeguato alle esigenze di una città importante come Bologna. Purtroppo non si è ancora riusciti a costruire una proposta alternativa sufficientemente forte da essere effettivamente credibile. Singolarmente, nella città dove prima di altre è esploso il fenomeno dei cinque stelle, questo movimento ha segnato una seria battuta d’arresto con un risultato di gran lunga sotto misura.
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Quando le sentenze della magistratura amministrativa rendono onore agli atenei che tutelano la democrazia partecipativa

Foto di Ingiroconmamadi Sergio Brasini e Gianni Porzi, Università di Bologna

Tra i tanti difetti attribuiti alla Legge 240/2010 sul riordino del sistema universitario italiano (più nota come riforma Gelmini), uno dei più deleteri è stato quello di aver reso possibile una crescita a dismisura della sfera di influenza dei Rettori sul funzionamento dell’istituzione. Inoltre, all’interno degli Atenei, il Consiglio di Amministrazione ha subito una radicale trasformazione del proprio ruolo assumendo un potere decisionale quasi assoluto. Ora è infatti arbitro unico per le questioni economiche e finanziarie, l’assunzione di docenti e ricercatori, lo stanziamento di fondi per la ricerca, la chiusura di Dipartimenti e Corsi di Studio, con un controbilanciamento da parte del Senato Accademico sostanzialmente nullo. Quest’ultimo è divenuto un organo prevalentemente consultivo confinato alla sola elaborazione di pareri sui provvedimenti relativi agli ambiti della didattica, della ricerca, del diritto allo studio e della internazionalizzazione, quasi mai vincolanti per il CdA.

Al momento dell’approvazione definitiva del nuovo Statuto (luglio 2011), in ottemperanza a quanto previsto dalla Legge 240/2010, l’Università di Bologna scelse deliberatamente di escludere dal futuro CdA le rappresentanze elettive di docenti, ricercatori e personale tecnico-amministrativo. La responsabilità di questa grave decisione era riconducibile non tanto al dettato della legge, quanto piuttosto ad una precisa volontà dei vertici dell’Ateneo bolognese. La 240/2010 non vietava affatto che il CdA possa essere eletto in maniera democratica, ma si limitava a stabilire che i suoi componenti dovessero soddisfare particolari requisiti di competenza.
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