Femminismo e pensiero come desiderio. Intervista all’antropologa Rita Segato

di Marta Facchini e Irupé Tentorio  Per l’autrice di “Las estructuras elementales de la violencia” e “La guerra contra las mujeres”, in America Latina la riflessione intellettuale è intensa e d’avanguardia perché cerca di spiegare i cambiamenti storici che attraversano il continente. A partire dai movimenti delle donne. “In America Latina la storia si dà […]

Peronisti: in Argentina non smettono mai di tornare

di Maurizio Matteuzzi A volte ritornano. Specie se si tratta dei peronisti, che da 75 anni dominano nel bene e nel male la scena politica argentina. E sono tornati. Con il duo Fernández-Fernández, Alberto presidente e Cristina vice. Semplice omonimia, nessuna parentela se non di partito, e anche quella da verificare dopo l’insediamento alla Casa […]

Cile: dove la disuguaglianza regna sovrana

di Maurizio Matteuzzi Trenta pesos, 0.036 centesimi di euro. Tutto per 0.036 centesimi? Per 30 anni ci siamo detti e ci siamo sentiti dire del “modello”, dell’”esempio”, del “miracolo”, del successo neoliberista, della stabilità democratica, della crescita economica, della diminuzione della povertà, della pace sociale, e adesso salta tutto per l’aumento di 30 pesos del […]

Un fantasma si aggira per l’America latina e canta: “Ora basta”

di Maurizio Matteuzzi L’America latina brucia. Non che l’ottobre sia rosso, questo no, ma che sia un ottobre ribelle è certo. Cosa ha spinto alla protesta gli studenti, gli indios, le donne, le classi popolari e le classi medie in Ecuador, Cile, Perúñ, Bolivia, Haiti, Honduras, fino a Panama e Costa Rica e, su un […]

Il grande inganno del liberalismo

di Angelo d’Orsi Il liberalismo è un grande inganno. Più i suoi teorici parlano di libertà, meno essa viene garantita alle masse popolari. Più i governanti dei Paesi “liberali” si riempiono la bocca di grandi parole, meno viene garantita la libertà di espressione a chi dissente. Più si finge trasparenza, nei sistemi liberali, più il […]

La carovana dei migranti che va avanti e insegue un miracolo

di Sebastián Escalón, traduzione di Stefania Mascetti

Sono tremila, quattromila, seimila honduregni. Forse di più: nessuno può più contarli. Sul cammino si sono aggiunti alcuni guatemaltechi e salvadoregni. La settimana scorsa, in risposta a un messaggio lanciato sui social network, hanno deciso di lasciare tutto per formare una carovana partita da San Pedro Sula e diretta verso gli Stati Uniti.

Insieme formano un esercito in assetto di guerra. Marciano verso una terra promessa, una terra di mitica abbondanza dove c’è lavoro e sicurezza per tutti. Cantano inni, sventolano bandiere, gridano slogan. Credono nella forza della massa. “Si può fare”.

Ma sono allo stesso tempo un esercito allo sbando, sfinito, sconfitto, ostacolato su tutti i fronti, in cui ciascuno fugge per salvare l’ultima cosa che ha: la vita. È composto da umiliati, espulsi, scacciati che non possono tornare al loro luogo d’origine. Più che migranti, sono profughi. Le interviste che hanno rilasciato ai vari mezzi d’informazione rivelano le loro tragedie: nonne che camminano con le loro nipoti, persone sulla sedia a rotelle, adolescenti fuggiti da casa.
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America Latina: alle origini del rischio neo-liberista e classista

di Maurizio Matteuzzi

A pochi giorni da una tragedia annunciata – la probabilissima vittoria del fascista Jair Bolsonaro nel ballottaggio del 28 ottobre per la presidenza del Brasile – vale la pena ricordare, se non altro per cercare di capire dove e cosa si è sbagliato. E ripartire, chissà dove e chissà quando. Ricordare che vent’anni fa, nel dicembre del ’98, nel Venezuela – il “Venezuela Saudita” dall’immensa ricchezza petrolifera devastato dalla crisi economica, politica e sociale – veniva eletto presidente della repubblica l’ex-tenente colonnello Hugo Chávez Frias. Sembrava uno dei tanti caudillos di cui è ricca la storia dell’America Latina. Un personaggio che allora appariva ideologicamente ambiguo e un po’ folclorico, tutto da scoprire.

Invece era l’inizio di una nuova era, di un ciclo politico come amano dire i sociologi. Un’era che combinata con un ciclo economico favorevole avrebbe prodotto a macchia d’olio quasi un ventennio di governi di sinistra, o quanto meno progressisti, e avrebbe fatto parlare di “rinascita” dell’America Latina dopo la stagione infame delle dittature militari pilotate dagli USA e delle tante “decadi perdute” – gli anni ’70, gli ’80, i ’90 – sotto il tallone del “Consenso di Washington” (e dell’FMI, della Banca Mondiale, del neo-liberismo sfrenato).

Fino ad allora il “Consenso di Washington” era il vangelo che nessun paese del “cortile di casa” si poteva azzardare a mettere in discussione. Così era stato nel ’94 per l’entrata del Messico di Carlos Salinas de Gortari nel Nafta, l’accordo di libero scambio con USA e Canada; nel ‘91 per la Ley de Convertibilidad che parificava il peso con il dollaro nell’Argentina di Carlos Menem; nel ’94 con il Plano Real che stabilizzava l’economia agganciandone la moneta al dollaro nel Brasile del ministro delle finanze e poi presidente Fernando Henrique Cardoso (il famoso sociologo che in altri tempi aveva sviscerato i meccanismi perversi dello scambio ineguale nella “Teoria della dipendenza”…).
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Dopo elezioni in Venezuela: Maduro e il tentativo di golpe post-chavista

di Maurizio Matteuzzi

È certo che Nicolás Maduro non è Salvador Allende. E nemmeno Hugo Chávez. Ma quelli che organizzarono e attuarono il golpe contro Allende nel 1973 e contro Chávez nel 2002 sono – anche questo è certo – gli stessi che dal 2013 stanno cercando di montare il golpe contro il Venezuela chavista o post-chavista.

È comprensibile che la destra venezuelana si aggrappi a un golpe militare e/o a un intervento risolutivo dall’esterno, magari truccato da “intervento umanitario” come chiesto dall’assatanato segretario dell’Organizzazione degli Stati Americani, l’uruguayano Luís Almagro. Perché né con le elezioni (24 con quelle di quest’anno, di cui 22 vinte) né con la mobilitazione di piazza (spesso al limite e oltre della guerriglia urbana) né con la “guerra economica” interna ed esterna (devastante e aggravata da una corruzione diffusa) è riuscita in questi 20 anni a scalzare il chavismo. Prima, quando era vivo Chávez, con tutto il suo straordinario carisma (e il prezzo del petrolio sopra i 100 dollari), e dopo, quando morto Chávez nel 2013 gli è subentrato Maduro, senza carisma e con il prezzo del barile (90-95% delle entrate venezuelane) precipitato a meno di 30 dollari.

L’alleanza civico-militare su cui l’ex-colonnello Hugo Chávez aveva costruito il suo Movimiento V República, finora, ha tenuto, anche se di tanto in tanto filtra il rumore di qualche scricchiolio dentro le caserme, al di là delle speranze degli oppositori venezuelani e statunitensi, storicamente signori e padroni delle forze armate dell’America Latina.
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Gloria al popolo coraggioso che si liberò dal giogo

di Valerio Evangelisti

Fine 2017. Il presidente del Venezuela Nicolás Maduro annuncia che, nel pacchetto alimentare destinato alle famiglie a prezzi calmierati, sarà compresa la coscia di maiale: tradizionale cibo natalizio per i venezuelani. In effetti, il suo governo ha ordinato in Portogallo tonnellate di quel taglio di carne suina. Solo che il Venezuela soffre le sanzioni dell’Unione Europea. Le banche portoghesi incaricate del pagamento rifiutano di fare da tramite. I carichi, già confezionati, non partono.

Allora il governo di Caracas si rivolge alla vicina Colombia, dove acquista una quantità equivalente di cosce. La carne arriva alla frontiera. Qui viene bloccata da pretesti burocratici, e trattenuta il tempo necessario perché vada a male. Maduro non riesce a mantenere la sua promessa. La gente del Venezuela non avrà il suo piatto di Natale. Colpa di chi? Di Maduro, è ovvio.

Questo episodio non è narrato, per limiti temporali, nell’ultimo, formidabile libro di Geraldina Colotti: Dopo Chávez. Lo aggiungo io perché è significativo della morsa micidiale in cui i “democratici” paesi occidentali usano stringere le realtà che ardiscono richiamarsi al “progressismo” o addirittura al “socialismo”. Quando non è possibile un intervento militare diretto, le si soffoca, le si affama. Per poi addebitare le sofferenze di quei popoli all’ordinamento politico che hanno scelto. Nella speranza di trovare un cagasotto alla Tsipras, pronto a rinnegare ogni promessa e ogni principio, con guaiti da botolo, al primo strattone del guinzaglio.
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Cuba: finisce l’era Castro, ma non quella dei rivoluzionari

Cuba - Foto di Wanderlust

di Fabio Marcelli

Difficile, anche per i peggiori detrattori, negare l’enorme valore storico dell’esperienza cubana. Primo Paese dell’emisfero occidentale a dar vita, quasi sessant’anni or sono, a un sistema socialista, uscendo da una condizione di assoggettamento coloniale alla principale potenza mondiale, Cuba non ha solo resistito per tutto questo periodo, ma ha dato vita a un sistema basato sulla piena soddisfazione dei diritti fondamentali, costituendo un esempio fondamentale per tutti i Paesi, specie quelli del Terzo Mondo, dimostrando come si possa costruire, con mezzi scarsi e un assedio permanente da parte degli Stati Uniti, un sistema in grado di dare a tutte e a tutti istruzione, salute, ecc.

Né minori sono le conquiste di Cuba in tema di partecipazione politica, grazie a un sistema che, consente al popolo di eleggere i propri rappresentanti dando vita a un sistema di democrazia diretta, che prevede che i cittadini eleggano le assemblee municipali, le quali a loro volta scelgono i loro rappresentanti a livello provinciale e nazionale. I diritti di elettorato attivo e passivo spettano a tutti i cittadini cubani.

Si tratta di un sistema scarsamente conosciuto, quanto diffamato da chi ci vuole convincere che il massimo della goduria democratica è poter scegliere tra Berlusconi, Di Maio, Renzi e Salvini. Da tale punto di vista, come ha scritto il professor Claudio De Fiores, in un libro collettivo che presenteremo lunedì prossimo alla Facoltà di Lettere della Sapienza, “la Costituzione cubana rappresenta un punto avanzato di congiunzione con la tradizione del costituzionalismo democratico-sociale”.
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