La carovana dei migranti che va avanti e insegue un miracolo

di Sebastián Escalón, traduzione di Stefania Mascetti

Sono tremila, quattromila, seimila honduregni. Forse di più: nessuno può più contarli. Sul cammino si sono aggiunti alcuni guatemaltechi e salvadoregni. La settimana scorsa, in risposta a un messaggio lanciato sui social network, hanno deciso di lasciare tutto per formare una carovana partita da San Pedro Sula e diretta verso gli Stati Uniti.

Insieme formano un esercito in assetto di guerra. Marciano verso una terra promessa, una terra di mitica abbondanza dove c’è lavoro e sicurezza per tutti. Cantano inni, sventolano bandiere, gridano slogan. Credono nella forza della massa. “Si può fare”.

Ma sono allo stesso tempo un esercito allo sbando, sfinito, sconfitto, ostacolato su tutti i fronti, in cui ciascuno fugge per salvare l’ultima cosa che ha: la vita. È composto da umiliati, espulsi, scacciati che non possono tornare al loro luogo d’origine. Più che migranti, sono profughi. Le interviste che hanno rilasciato ai vari mezzi d’informazione rivelano le loro tragedie: nonne che camminano con le loro nipoti, persone sulla sedia a rotelle, adolescenti fuggiti da casa.
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America Latina: alle origini del rischio neo-liberista e classista

di Maurizio Matteuzzi

A pochi giorni da una tragedia annunciata – la probabilissima vittoria del fascista Jair Bolsonaro nel ballottaggio del 28 ottobre per la presidenza del Brasile – vale la pena ricordare, se non altro per cercare di capire dove e cosa si è sbagliato. E ripartire, chissà dove e chissà quando. Ricordare che vent’anni fa, nel dicembre del ’98, nel Venezuela – il “Venezuela Saudita” dall’immensa ricchezza petrolifera devastato dalla crisi economica, politica e sociale – veniva eletto presidente della repubblica l’ex-tenente colonnello Hugo Chávez Frias. Sembrava uno dei tanti caudillos di cui è ricca la storia dell’America Latina. Un personaggio che allora appariva ideologicamente ambiguo e un po’ folclorico, tutto da scoprire.

Invece era l’inizio di una nuova era, di un ciclo politico come amano dire i sociologi. Un’era che combinata con un ciclo economico favorevole avrebbe prodotto a macchia d’olio quasi un ventennio di governi di sinistra, o quanto meno progressisti, e avrebbe fatto parlare di “rinascita” dell’America Latina dopo la stagione infame delle dittature militari pilotate dagli USA e delle tante “decadi perdute” – gli anni ’70, gli ’80, i ’90 – sotto il tallone del “Consenso di Washington” (e dell’FMI, della Banca Mondiale, del neo-liberismo sfrenato).

Fino ad allora il “Consenso di Washington” era il vangelo che nessun paese del “cortile di casa” si poteva azzardare a mettere in discussione. Così era stato nel ’94 per l’entrata del Messico di Carlos Salinas de Gortari nel Nafta, l’accordo di libero scambio con USA e Canada; nel ‘91 per la Ley de Convertibilidad che parificava il peso con il dollaro nell’Argentina di Carlos Menem; nel ’94 con il Plano Real che stabilizzava l’economia agganciandone la moneta al dollaro nel Brasile del ministro delle finanze e poi presidente Fernando Henrique Cardoso (il famoso sociologo che in altri tempi aveva sviscerato i meccanismi perversi dello scambio ineguale nella “Teoria della dipendenza”…).
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Dopo elezioni in Venezuela: Maduro e il tentativo di golpe post-chavista

di Maurizio Matteuzzi

È certo che Nicolás Maduro non è Salvador Allende. E nemmeno Hugo Chávez. Ma quelli che organizzarono e attuarono il golpe contro Allende nel 1973 e contro Chávez nel 2002 sono – anche questo è certo – gli stessi che dal 2013 stanno cercando di montare il golpe contro il Venezuela chavista o post-chavista.

È comprensibile che la destra venezuelana si aggrappi a un golpe militare e/o a un intervento risolutivo dall’esterno, magari truccato da “intervento umanitario” come chiesto dall’assatanato segretario dell’Organizzazione degli Stati Americani, l’uruguayano Luís Almagro. Perché né con le elezioni (24 con quelle di quest’anno, di cui 22 vinte) né con la mobilitazione di piazza (spesso al limite e oltre della guerriglia urbana) né con la “guerra economica” interna ed esterna (devastante e aggravata da una corruzione diffusa) è riuscita in questi 20 anni a scalzare il chavismo. Prima, quando era vivo Chávez, con tutto il suo straordinario carisma (e il prezzo del petrolio sopra i 100 dollari), e dopo, quando morto Chávez nel 2013 gli è subentrato Maduro, senza carisma e con il prezzo del barile (90-95% delle entrate venezuelane) precipitato a meno di 30 dollari.

L’alleanza civico-militare su cui l’ex-colonnello Hugo Chávez aveva costruito il suo Movimiento V República, finora, ha tenuto, anche se di tanto in tanto filtra il rumore di qualche scricchiolio dentro le caserme, al di là delle speranze degli oppositori venezuelani e statunitensi, storicamente signori e padroni delle forze armate dell’America Latina.
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Gloria al popolo coraggioso che si liberò dal giogo

di Valerio Evangelisti

Fine 2017. Il presidente del Venezuela Nicolás Maduro annuncia che, nel pacchetto alimentare destinato alle famiglie a prezzi calmierati, sarà compresa la coscia di maiale: tradizionale cibo natalizio per i venezuelani. In effetti, il suo governo ha ordinato in Portogallo tonnellate di quel taglio di carne suina. Solo che il Venezuela soffre le sanzioni dell’Unione Europea. Le banche portoghesi incaricate del pagamento rifiutano di fare da tramite. I carichi, già confezionati, non partono.

Allora il governo di Caracas si rivolge alla vicina Colombia, dove acquista una quantità equivalente di cosce. La carne arriva alla frontiera. Qui viene bloccata da pretesti burocratici, e trattenuta il tempo necessario perché vada a male. Maduro non riesce a mantenere la sua promessa. La gente del Venezuela non avrà il suo piatto di Natale. Colpa di chi? Di Maduro, è ovvio.

Questo episodio non è narrato, per limiti temporali, nell’ultimo, formidabile libro di Geraldina Colotti: Dopo Chávez. Lo aggiungo io perché è significativo della morsa micidiale in cui i “democratici” paesi occidentali usano stringere le realtà che ardiscono richiamarsi al “progressismo” o addirittura al “socialismo”. Quando non è possibile un intervento militare diretto, le si soffoca, le si affama. Per poi addebitare le sofferenze di quei popoli all’ordinamento politico che hanno scelto. Nella speranza di trovare un cagasotto alla Tsipras, pronto a rinnegare ogni promessa e ogni principio, con guaiti da botolo, al primo strattone del guinzaglio.
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Cuba: finisce l’era Castro, ma non quella dei rivoluzionari

Cuba - Foto di Wanderlust

di Fabio Marcelli

Difficile, anche per i peggiori detrattori, negare l’enorme valore storico dell’esperienza cubana. Primo Paese dell’emisfero occidentale a dar vita, quasi sessant’anni or sono, a un sistema socialista, uscendo da una condizione di assoggettamento coloniale alla principale potenza mondiale, Cuba non ha solo resistito per tutto questo periodo, ma ha dato vita a un sistema basato sulla piena soddisfazione dei diritti fondamentali, costituendo un esempio fondamentale per tutti i Paesi, specie quelli del Terzo Mondo, dimostrando come si possa costruire, con mezzi scarsi e un assedio permanente da parte degli Stati Uniti, un sistema in grado di dare a tutte e a tutti istruzione, salute, ecc.

Né minori sono le conquiste di Cuba in tema di partecipazione politica, grazie a un sistema che, consente al popolo di eleggere i propri rappresentanti dando vita a un sistema di democrazia diretta, che prevede che i cittadini eleggano le assemblee municipali, le quali a loro volta scelgono i loro rappresentanti a livello provinciale e nazionale. I diritti di elettorato attivo e passivo spettano a tutti i cittadini cubani.

Si tratta di un sistema scarsamente conosciuto, quanto diffamato da chi ci vuole convincere che il massimo della goduria democratica è poter scegliere tra Berlusconi, Di Maio, Renzi e Salvini. Da tale punto di vista, come ha scritto il professor Claudio De Fiores, in un libro collettivo che presenteremo lunedì prossimo alla Facoltà di Lettere della Sapienza, “la Costituzione cubana rappresenta un punto avanzato di congiunzione con la tradizione del costituzionalismo democratico-sociale”.
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La colpa di Lula? Aver reso possibile un altro mondo

di Luciana Castellina

Telefonano accorati gli amici brasiliani in Italia, prime fra tutti le compagne-suore che dovettero scappare dal loro paese quarant’anni fa perché avevano aiutato Lelio Basso a preparare il processo del Tribunale internazionale dei popoli che denunciò fra i primi l’orrore della dittatura brasiliana (e da allora sono il pilastro della Fondazione ); inviano messaggi rabbiosi da Rio gli amici del Forum mondiale di Porto Alegre, da San Paolo i compagni del Pt.

Il più bello da Belo Horizonte, del cantastorie Erton Gustavo Prado: «Fine corsa per lei, ex presidente alejado (dalle dita amputate), non è a causa dei tre appartamenti che lei sarà condannato. È a causa della sua audacia nell’aiutare i ragazzi a diventare avvocati, nel contribuire all’ascensione del nero della favela che oggi crede di poter studiare medicina, uscire dalla miseria e perfino di conoscere la Cappella Sistina. Fine corsa per lei ex presidente stupido: lei viene condannato non per aver rubato, perché questo non è stato provato.

Il suo sbaglio è stato essere storia e fare storia sulla dimensione del Brasile – l’80 % di approvazione popolare – per aver creduto nell’uguaglianza, per aver saputo governare. Fine corsa per lei ex presidente». Da Buenos Aires chiama Adolfo Perez Esquivel, che fu per anni presidente della Lega internazionale per i diritti dei popoli, il braccio politico della Fondazione Basso (e io ho avuto l’onore di essergli vice) chiedendo sostegno alla raccolta di firme per ottenere che a Lula sia conferito – come avvenne per Martin Luther King – il Nobel per la pace.
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Venezuela: in vista delle elezioni di ottobre (salvo sorprese)

di Maurizio Matteuzzi

Adesso il prossimo round è fissato per ottobre quando si terranno, salvo sorprese, le elezioni amministrative previste nel dicembre 2016, che l’opposizione chiedeva con insistenza convinta di vincerle in carrozza e il governo di Nicolás Maduro aveva rinviato.

L’annuncio del presidente della repubblica ha scombussolato la MUD, il Tavolo della Unità Democratica (che tanto unito e tanto democratico non è) in cui siedono i 28 partiti dell’opposizione anti-chavista. Alcuni hanno scelto di partecipare, convinti che l’onda lunga delle elezioni parlamentari del dicembre 2015 che diedero la maggioranza qualificata del parlamento al fronte anti-chavista, continuerà e sarà capace di superare i prevedibili ostacoli giuridico-legali. Altri hanno invece annunciato il boicottaggio.

L’insediamento il 4 agosto della controversa Assemblea Nazionale Costituente (ANC) sembra aver momentaneamente calmato le acque almeno sul fronte interno, dove la strategia della tensione negli ultimi mesi aveva portato l’opposizione in piazza quasi ogni giorno con la scia di violenze contrapposte e di sangue (più di 120 morti), e in apparenza ha fatto spazio al fronte esterno. Con l’irruzione a gamba tesa del presidente Trump, prima (11 agosto) evocando “l’opzione militare” (naturalmente in difesa “della democrazia” e dei “diritti umani”, contro “la dittatura”, bla bla bla), poi (25 agosto) con nuove sanzioni (salutate con entusiasmo dall’opposizione) come la proibizione di negoziare il debito emesso dal governo di Caracas e dalla PDVSA, la compagnia petrolifera venezuelana.
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Autonomia di classe in Venezuela

di Valerio Evangelisti

Per mettere subito le cose in chiaro, non prendo nemmeno in considerazione le tesi di chi dice che in Venezuela, con la formazione di un’Assemblea costituente, sia in gioco la sopravvivenza della democrazia (e lo dice chi, da quasi vent’anni, ha sostenuto che nel paese vigesse una dittatura). In gioco la democrazia lo è, ma non per mano dei costituenti.

Si tratta di intendersi, in via preliminare, sul significato del termine “democrazia”. Per i greci, che hanno inventato la parola, era il potere del “demos”: non il popolo generico, bensì il “popolo minuto”, gli strati più deboli economicamente della società. In questo senso, gli Stati Uniti, che permettono la competizione elettorale solo a candidati abbastanza ricchi per presentarsi alle urne, non sono mai stati e non sono una democrazia.

Quanto al resto dell’Occidente, il meccanismo elettorale seleziona oligarchie dotate di vita propria, senza possibilità di verifica, fino al voto successivo, dell’effettiva obbedienza degli eletti alla volontà dei votanti. Non mi ci soffermo, sono critiche già note dai tempi di Rousseau. Divenuta consapevole dello stato effettivo delle cose, la popolazione dell’Occidente vota sempre meno. E l’Unione Europea, fondata su centri di potere privi di controllo e su un parlamento inutile, consolida la sfiducia. È lo sfascio del modello governativo liberale.
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Venezuela: il socialismo alla prova

di Geraldina Colotti

Nell’ascensore dalle porte capestro, un ragazzo dal sorriso aperto impedisce alla nuova venuta di rimetterci il naso. Scambio di battute. Dove sta andando, perché si trova qui? Quando si è da sole in Venezuela in un momento simile, un po’ di prudenza nelle risposte non guasta. La sera prima ci siamo incappate in un esagitato portoghese che guidava il taxi imprecando contro Maduro come si brontola contro il cambio del tempo: dava per scontato che un’europea dovesse essere d’accordo con lui a prescindere.

Perciò ora restiamo nel vago. Ribaltiamo la domanda: “Lei che fa?” “Operaio petrolifero È dice il ragazzo È vengo dal Zulia per presentare al presidente di Pdvsa un progetto di lavoro che la mia squadra ha messo a punto: si risparmia sui tempi, sui costi e con una miglior qualità di lavoro sulle piattaforme”. La storia ci interessa. Siamo nelle 48 ore dello “sciopero generale” proclamato dall’opposizione che, secondo i media internazionali, avrebbe avuto un’adesione superiore al 90%. Qual è l’umore fra gli operai petroliferi, nerbatura della principale ricchezza del paese?

Il ragazzo racconta. Lavorare sulle piattaforme È spiega È è sempre stato il suo sogno. Prima di Chavez, però, era difficile accedere senza specializzazione per una famiglia povera, poi c’erano le mafie del lavoro, le tangenti, certe vie gerarchiche da seguire. Insomma, poche possibilità. Dopo la vittoria di Chavez, nel 1998, le cose cambiano. Il giovane si fa avanti, lo mettono alla prova: “Osservavo tutto e prendevo nota È dice ora È porto sempre con me un quaderno come questo. Gli operai più esperti sono stati i miei maestri. La storia del colpo di Stato e della serrata petrolifera padronale, mi ha insegnato il resto”.
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Venezuela: le ragioni di un Paese sull’orlo del baratro

di Maurizio Matteuzzi

Il Venezuela sull’orlo del baratro. Crisi economica drammatica (pil -11% nel 2016, inflazione al 700% l’anno passato e, per l’FMI, 1600% quest’anno), stallo politico totale, tessuto sociale a forte rischio di rottura con emergenza sanitaria e penuria alimentare, scontri e morti nelle strade (già una sessantina), chavismo nell’angolo e destra scatenata dall’odore di una rivincita attesa da vent’anni, crescente isolamento latino-americano e internazionale.

Se nei mesi (o settimane) a venire il punto di non ritorno sarà toccato e il governo del presidente Nicolás Maduro dovesse cadere in un modo o nell’altro (ma il modo conta, eccome), sarebbe un colpo fatale per il “socialismo del XXI secolo” sbozzato negli anni ’90 del ‘900 da Hugo Chávez e Fidel Castro. Dopo la sconfitta del peronismo kirchnerista di centro-sinistra e lo smaccato riflusso neo-liberista nell’Argentina del presidente Mauricio Macri; dopo la triste deriva del decennio di Lula e il golpe parlamentare anti-Dilma di Michel Temer (a sua volta, per fortuna, a forte rischio) in Brasile; dopo la deludente perfomance anche della seconda presidenza di Michelle Bachelet e la prospettiva di un prossimo ritorno della destra post-pinochettista di Sebastián Piñera in Cile; con le inquietanti incognite di una Bolivia in cui il pur popolarissimo Evo Morales, dopo il referendum perso di misura l’anno passato, non potrà ripresentarsi (salvo sorprese) alle presidenziali del 2020, e di una Cuba impegnata in una impervia transizione al post-castrismo (Fidel, il simbolo, morto nel novembre scorso, Raúl, il gestore, all’uscita di scena annunciata per il febbraio prossimo).
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