Vecchia e nuova Parigi: alla ricerca di ciò che non viene raccontato

Parigi 2015
Parigi 2015
di Luca Mozzachiodi

Volare a Parigi di questi tempi è una sensazione strana, s’intende per un piccolo borghese medio italiano, ci si sente caduti dentro la storia per caso, non quella ovviamente di lungo periodo ma quella dei rivolgimenti, dei gesti imprevisti e dell’evento che, almeno un po’ sparpaglia e poi riordina le carte del gioco della politica e della vita di ogni giorno, quella insomma da cui di solito noi ci sentiamo fuori e che ci limitiamo a vedere alla televisione. Certamente andando là non si parte dal nulla ma le informazioni che riceviamo da internet, dalla televisione e dai giornali, oltreché dall’antichissimo passaparola comunque generano un sostrato di attesa.

Almeno in parte è stato confermato: immancabili i militari schierati con armi pesanti al primo aprirsi della porta che immette nell’aeroporto di Beauvais e poi ovviamente per le strade della capitale e davanti a tutti i monumenti, autoblinde e camionette, in certe zone più di cinque per squadra e ovunque polizia intenta a perquisire e volanti a sirene spiegate, tutto come atteso, compresi controlli sistematici all’ingresso di edifici pubblici e centri commerciali, con tanto di volantino appiccicato che ammonisce “in considerazione dei fatti recentemente avvenuti nella regione dell’Île-de-France”.

A prescindere però da questi effetti più esteriori dello stato di cose presente in quella città occorre cercare di capire quello che ci dicono le strade e che spesso i media non sanno o non vogliono dire, passeggiare per quelle strade e per quei viali significa muoversi dentro la capitale indiscussa della cultura europea ed è stato detto da molti e delle più diverse origini: in confronto a Parigi larga parte dell’Europa non era che una chiazza bianca sulla carta geografica ed è poi diverso oggi? Quanto sappiamo dell’est Europa, dei Balcani, della Penisola Iberica? Cioè quanto se ne può sapere mediamente senza che sia il prodotto di una volontà di studio specifica?
Leggi di più a proposito di Vecchia e nuova Parigi: alla ricerca di ciò che non viene raccontato

Demani civici in Sardegna

Sardegna: la poca voglia di gestire bene i demani civici

di Stefano Deliperi

Passano gli anni, cambiano le Amministrazioni regionali, eppure in Sardegna continua il colpevole disinteresse verso la corretta gestione di circa un quinto dell’Isola. I demani civici sardi e i diritti delle relative collettività locali rimangono alla mercè dei tanti interessi particolari e degli abusi. Perché? Proviamo a vedere gli ultimi sviluppi.

L’azione legale ecologista

L’associazione ecologista Gruppo d’Intervento Giuridico onlus ha rivolto (21 ottobre 2015) una puntuale istanza al Presidente della Regione autonoma della Sardegna Francesco Pigliaru, all’Assessore regionale dell’agricoltura Elisabetta Falchi e al Direttore generale del medesimo Assessorato perché provvedano a dar corso ai procedimenti di accertamento dei diritti di uso civico e dei demani civici in ben 120 territori comunali, nonché diano corpo agli interventi regionali sostitutivi previsti dalla legge (art. 22 della legge regionale n. 12/1994 e s.m.i.) per il recupero di terreni a uso civico illegittimamente occupati da privati nei tantissimi casi di inerzia dei Comuni interessati.

Coinvolti, per opportuna informazione, il Commissario per gli usi civici per la Sardegna, il Procuratore regionale della Corte dei conti per la Sardegna, il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Cagliari. I terreni a uso civico e i demani civici (legge n. 1766/1927 e s.m.i., regio decreto n. 332/1928 e s.m.i., legge regionale n. 12/1994 e s.m.i.) costituiscono un patrimonio di grandissimo rilievo per le Collettività locali in Sardegna, sia sotto il profilo economico-sociale che per gli aspetti di salvaguardia ambientale, che si rivelerà – al termine delle operazioni di accertamento previste dalla legge – interessante con probabilità circa un quinto del territorio isolano, circa 400 mila ettari.
Leggi di più a proposito di Sardegna: la poca voglia di gestire bene i demani civici

Contro la devastazione del territorio

Saccheggio del territorio: unire le forze contro i predatori dell’ambiente

di Cristina Quintavalla, L’Altra Emilia-Romagna

I comitati, i movimenti, le associazioni che si sono confrontati contro lo Sblocca Italia e le grandi opere domenica 4 ottobre ad Ancona sono avviati verso il raggiungimento di un importante obiettivo: l’interconnessione delle lotte condotte contro la devastazione e il saccheggio dell’ambiente. Tale esigenza non nasce certo per creare nuovi e improponibili contenitori, ma per la condivisa convinzione che ogni battaglia rafforza le altre e tutte insieme fanno la differenza, poiché possono davvero spostare i rapporti di forza.

Dai tanti racconti dei comitati presenti sono affiorati la consapevolezza del loro ruolo di presidi avanzati di difesa e di lotta nei loro territori, ma al contempo il senso di corresponsabilità che li lega tra loro. “Noi ci siamo” è stato detto da tanti agli altri partecipanti. Se il movimento NO TAV “ha indicato la strada e la linea”, le lotte No Ombrina, Trivelle zero, No grandi navi, contro il terzo valico, contro gasdotti e stoccaggi di gas, contro il biocidio ecc. hanno rappresentato le une per le altre sostegno reciproco, e soprattutto la moltiplicazione dei fronti di lotta di uno stesso comune conflitto contro lo scippo della vita, della democrazia e dei diritti ad opera di un capitalismo predone, che mette a valore tutto, a partire dai modi e dai luoghi di produzione e riproduzione della vita materiale delle persone.

L’esigenza dell’interconnessione delle lotte nasce proprio da una condivisa carica antisistemica, maturata nel corso delle tante forme di lotta, accomunate dalla denuncia dell’uso capitalistico del territorio, delle città, dell’ambiente, contro l’assalto del grande capitale finanziario ai beni comuni, contro i suoi investimenti speculativi, e la complicità delle istituzioni conniventi.
Leggi di più a proposito di Saccheggio del territorio: unire le forze contro i predatori dell’ambiente

Piano Vetrale

Metti una sera a Piano Vetrale, Cilento-Salerno-Italia

di Sergio Caserta

Carmelo Infante è un giovane cilentano tenace, da quattro anni organizza nel suo piccolo paese del Cilento, Orrio nella frazione di Piano Vetrale, un eco-rave, una festa popolare con obiettivi di tutela e sviluppo ambientale del territorio. Carmelo vive a Bologna però non c’è estate in cui non torni in Cilento per trascorrervi le vacanze, essenzialmente lavorando ‎al “Vet-Rave”. Con altri giovani compaesani, Antonio Inverso, Francesco di Matteo, Felice Infante, la collaborazione delle famiglie e la supervisione di Carmine Paolino, si danno tutti un gran da fare per realizzare al meglio l’evento.

Orrio con le sue frazioni è incastonato in una cornice verdissima nel parco del Cilento, un paese dell’interno che gode di una posizione felicissima, tutt’intorno circondato da colline (quasi montagne) che discendono verso la piana di Velia e il mare, questi borghi erano rifugio dalle scorrerie piratesche fin dai tempi dei Greci. Di fianco scorre l’antica via “del sale” che dal mare portava il prezioso elemento verso destinazioni lontane d’Europa.

Piano Vetrale, noto soprattutto per la tradizione di affreschi che adornano i muri di abitazioni e uffici, come altri gioielli in tutto il sud d’Italia corre il rischio di scomparire perché i giovani non hanno altro modo di lavorare che emigrare. Però le cose anche se lentamente possono cambiare. E così in un dibattito molto attraente si è discusso tra associazioni e organizzazioni giovanili del Sud impegnate nei loro territori a creare occasioni di sviluppo locale sfruttando le straordinarie risorse che il nostro meridione offre, molte volte nascoste come in uno scrigno di cui non si vuole trovare la chiave.
Leggi di più a proposito di Metti una sera a Piano Vetrale, Cilento-Salerno-Italia

Bologna, Legambiente ai sindaci: informate i cittadini sul passante nord

Tracciato passante norddi Legambiente Emilia Romagna

In questi giorni abbiamo scritto ai sindaci e ai consiglieri comunali interessati dal tracciato del passante nord chiedendo con urgenza momenti di confronto e informazione per i cittadini, relativi al progetto. Infatti dopo la firma dell’accordo del 29 luglio scorso tra Regione Emilia Romagna, Provincia, Comune di Bologna e Autostrade per l’Italia, il percorso del “passante Autostradale Nord” ha avuto purtroppo una accelerazione, con l’inizio della progettazione vera e propria da parte di ANSPI.

Poiché, sono già stati avviati i sondaggi per la preparazione del tracciato di dettaglio, e sono in corso incontri tra i sindaci per esaminare il progetto e richiedere eventuali opere accessorie, l’associazione ritiene sia inderogabile la necessità di informare la cittadinanza di questo progetto e delle sue conseguenze sul benessere della collettività. Purtroppo se sui giornali il tema del passante è onnipresente, nessuna azione comunicativa vera è stata messa in campo dai comuni della pianura per dare informazioni basilari, come ad esempio il tracciato previsto, le scelte progettuali, i costi ed i benefici dell’opera.

Certo a noi è chiaro che risulti difficile, da parte delle amministrazioni locali, presentare i presunti benefici del passante, quando la stessa Società autostrade nel 2013, definiva l’opera di “scarsi benefici trasportistici”, dal “consistente impatto territoriale” e rilevano la “mancanza di elementi necessari a garantire la fattibilità tecnico / economica dell’iniziativa”.
Leggi di più a proposito di Bologna, Legambiente ai sindaci: informate i cittadini sul passante nord

Chi inquina (e uccide) non paga

Ilva - Foto di Antonio Sepranodi Antonia Battaglia

Il nuovo decreto Ilva, approvato in Consigli dei ministri il 24 dicembre scorso, è stato reso pubblico. Composto di nove articoli, il testo rappresenta un via libera totale e senza freni alla produzione dello stabilimento di Taranto, che viene definito di fondamentale interesse strategico nazionale e di pubblica utilità. Il principio di questo decreto è la volontà chiara di salvare lo stabilimento e di eludere il grave problema ambientale e sanitario, allungando i tempi della realizzazione di quelle misure contenute nell’AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) per l’abbattimento, seppur parziale, di un inquinamento che è ormai totale e che ha toccato l’intero ecosistema dell’area.

Senza il rispetto dell’AIA (permesso a produrre), così come aveva sottolineato la Corte Costituzionale, l’Ilva non poteva garantire il bilanciamento tra diritto alla salute e diritto al lavoro e pertanto il sequestro degli impianti, del 2012, sarebbe potuto diventare di nuovo senza facoltà d’uso. Adesso l’AIA, scritta nel 2011, rivista nel 2012 e modificata nel marzo 2014 con un Piano Ambientale deludente e annacquato, non esiste de facto più.

Perché il decreto, che allunga i tempi affermando che tale piano si deve considerare completato qualora entro luglio 2015 venga realizzato almeno l’80% delle prescrizioni, in concreto non risponde al problema urgente: mettere un freno alla produzione che, secondo la Magistratura tarantina, inquina e uccide. Perché per il restante 20 % di misure da attuare in un futuro imprecisato (da definire con nuovo decreto ministeriale) ci potranno volere ancora anni, e in quel 20% ci potrebbero essere gli interventi più urgenti e costosi, quelli che farebbero la differenza sulla salute dei cittadini. Ad esempio la copertura dei cumuli di minerali e carboni, le cui polveri si diffondono incontrollatamente sulla città; o ancora, l’aspirazione delle emissioni nocive in fuoriuscita libera dallo stabilimento.
Leggi di più a proposito di Chi inquina (e uccide) non paga

Ilva - Foto di Antonio Seprano

Clini, la famiglia Riva e i veleni: vent’anni di disastri italiani

di Loris Campetti “Corrado è uomo nostro”. Nostro di chi? Ma della famiglia Riva, naturalmente, e del gran corruttore Girolamo Archinà che la rappresentava comprandosi uomini di governo e dei partiti, amministratori e prelati, giornalisti e sindacalisti per nascondere sotto un cumulo di danaro e di bugie centinaia di vittime della diossina sparata dall’Ilva di […]

L’Europa alla prova del clima

Clima - Foto di Tuquetu
Clima - Foto di Tuquetu
di Massimo Serafini

Sulla campagna elettorale per le europee si è abbattuto come un macigno il quinto rapporto sul clima. Ci consegna una previsione agghiacciante di cosa causeranno i cambiamenti climatici al vecchio continente se non verranno fermati. Le migliaia di scienziati dell’Ipcc, che dal 1988 studiano per l’Onu il riscaldamento globale del pianeta, ci dicono che dovremo convivere con nubifragi, alluvioni, un’atmosfera immersa in un aerosol di gas e polveri velenose, mari gonfi d’acqua ed energia.

Un’Europa che gli atlanti geografici dovranno completamente ridisegnare: ghiacciai alpini definitivamente sciolti, deserti che avanzano, città costiere inghiottite dal mare, migliaia di animali estinti. Per capire il dramma sociale cui si sta andando incontro è sufficiente dire che il rapporto prevede milioni di profughi ambientali per mancanza di acqua.

Colpisce non vedere traccia di tutto ciò nello scontro elettorale che deciderà il futuro dell’Europa. Soprattutto sconcerta il silenzio di noi che vogliamo un’altra Europa. Non si sono viste, sebbene il rapporto fosse già noto, mobilitazioni per la decisione del Consiglio europeo di fine marzo di rinviare ogni decisione sulla nuova direttiva di protezione del clima. Eppure la ricetta per abbassare la febbre alla terra è nota da tempo ed è composta da tre ingredienti: intelligenza, rinnovabilità e democrazia.
Leggi di più a proposito di L’Europa alla prova del clima

“No Muos. Il film”: un documentario per raccontare un movimento

di Noemi Pulvirenti

Il M.U.O.S. (Mobile User Objective System) è un moderno sistema di telecomunicazioni satellitare della marina militare statunitense, composto da cinque satelliti geostazionari e quattro stazioni di terra, di cui una a Niscemi, dotate di tre grandi parabole del diametro di 18,4 metri e due antenne alte 149 metri. In poche parole serve a controllare in modo più efficace le comunicazioni tra i soldati in guerra e a manovrare i velivoli senza pilota (meglio conosciuti come droni) e i vari apparati missilistici.

Questo scempio iniziò nel 2001 quando venne siglato un accordo bilaterale tra gli USA e l’Italia dall’allora governo Berlusconi, nel 2006 il governo Prodi ratificò l’accordo imponendo il rispetto delle normative in materia di inquinamento ambientale ed elettromagnetico.
Leggi di più a proposito di “No Muos. Il film”: un documentario per raccontare un movimento

Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano - Foto di Irene Grassi

Il Cilento: la “terra dell’osso” abbandonata e lasciata morire

di Andrea D’Ambrosio, regista

Il cilento muore ogni giorno. Strade chiuse, frane, smottamenti, terremoti e alluvioni. Il mio Cilento sta naufragando come le promesse mancate di politicanti di terz’ordine che promettono l’Eden ma poi lasciano la palude. Da anni sotto scacco dei soliti potentati locali, una sorta di feudalesimo barocco che ormai è penetrato nel dna degli stessi cilentani. Le aree interne, diceva Manlio Rossi Doria, sono quelle che andrebbero maggiormente tutelate e protette, sono lo scheletro vero del Paese. Definì alcune aree interne della Campania e dell’Appennino proprio “la terra dell’osso”. La nostra “terra dell’osso” della provincia di Salerno è proprio l’area a Sud di Eboli.

Dove Cristo si è fermato, ma non è più ripartito. Dove per ottenere i propri diritti bisogna urlare in uno spazio vuoto. Dove si chiudono gli ospedali, dove si cercano di insediare discariche, dove si chiudono gli uffici postali, dove i servizi essenziali di sopravvivenza vengono barattati come patate o funghi. Dove ancora oggi, anno del signore 2014 si muore sulle strade, bagnate dal sangue di chi le percorre alla ricerca della vita e di un futuro spezzato. Così è morta Emma, giovane ambientalista che tornava da Pollica. Da un paese che pochi anni fa è stato bagnato dal sangue di un uomo perbene.

Dove c’è un parco del cilento che dovrebbe maggiormente tutelare il territorio e non essere una gabbia in cui lottare per ottenere un posto da presidente. Chi vive nei paesi interni si sente come un cittadino di serie B, lasciato solo, come se non fosse Campania, come se non fosse Italia. Ognuno è migrante nella propria terra, vivendo su un barcone come i naufraghi che dalla Libia partono per credere ancora che valga la pena di provare a vivere. Il nostro barcone è l’inedia, l’apatia in un mare di attese.
Leggi di più a proposito di Il Cilento: la “terra dell’osso” abbandonata e lasciata morire

Utilizziamo i cookie per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. Maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi