Autonomia differenziata? No Grazie: i video dell’incontro (seconda parte)

“Autonomia differenziata? No grazie”: ecco la seconda e ultima parte dei video realizzati durante l’incontro che lo scorso 4 aprile, all’Auditorium Toscanini di Parma, dal Comitato Democrazia Costituzionale cittadino. Scuola, sanità, ambiente, lavoro: sono questi i temi che sono stati affrontati nel corso del dibattito per capire cosa succederà a questi settori strategici e a […]

Autonomia differenziata? No Grazie: i video dell’incontro (prima parte)

“Autonomia differenziata? No grazie” è il titolo dell’incontro che lo scorso 4 aprile, all’Auditorium Toscanini di Parma, dal Comitato Democrazia Costituzionale cittadino. Scuola, sanità, ambiente, lavoro: sono questi i temi che sono stati affrontati nel corso del dibattito per capire cosa succederà a questi settori strategici e a tanti altri, se passerà il progetto di […]

Bologna: prioritari mobilità, bosco urbano, salvaguardia degli impianti sportivi e ambiente

di Mariangela Balestra

Sono orgogliosa di rappresentare questo comitato nato per la difesa di alcuni diritti dei cittadini bolognesi, di questi cittadini bolognesi che ammiriamo sinceramente per quello che sono, per quello che fanno in silenzio, con amore e costanza per la cura dei beni comuni e il bene di Bologna.

Nel 2016, 400 cittadini residenti del quartiere Porto di Bologna hanno firmato una petizione per l’attraversamento ciclo pedonale della via Gandhi in corrispondenza delle vie Piave e Sacco e Vanzetti. Queste 2 strade prima comunicanti sono state interrotte senza prevedere almeno un passaggio pedonale. La petizione è arrivata al Sindaco, ma dopo due anni nessun intervento è stato realizzato; eppure noi contiamo nella realizzazione dell’attraversamento per evitare incidenti e per consentire il passaggio pedonale in sicurezza.

Si badi bene: si tratta di installare un semplice semaforo per nulla costoso, non chiediamo una inutile e faraonica sopraelevata, non funzionale alla mobilità delle persone disabili, anziane e in bici (il progetto presentato dal comitato in consiglio di quartiere c’è già). Il comitato, oltre a sostenere la petizione, si è attivato per difendere le sorti del Cierrebi (che vediamo in queste foto, con campi da tennis, piscine, verde e i classici tetti rossi). Il
Cierrebi è un impianto sportivo d’eccellenza con una storia prestigiosa negli internazionali di tennis. Tuttora si allenano e vi competono campioni nazionali di tutte le discipline. Il centro è un punto di riferimento sportivo e formativo per i giovani e meno giovani e anche i disabili di questa prima periferia di Bologna.
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Contro la devastazione del territorio

Ambiente e paesaggio: Lega e 5S all’opposto

di Vittorio Emiliani

Mentre si profila una possibile intesa fra Luigi Di Maio e Matteo Salvini, mi tornano in mente le dure polemiche consumatesi in Parlamento fra i loro due gruppi in materia di cultura, di natura, di ambiente, di aree protette, e, comunque, le opposte opinioni espresse.

Andate a rileggervi sul sito dei 5 Stelle il programma elettorale in materia di beni culturali e paesaggistici:

  • 1) bisogna difendere e rafforzare il ruolo delle Soprintendenze indebolite dai governi Berlusconi e Renzi sul piano dei poteri;
  • 2) bisogna tornare a dividere il Turismo dai Beni culturali evitando che il Mibact consideri quei beni o quel centri storici, beni commerciali, “macchine da soldi”.

All’opposto le posizioni della Lega (e in generale del centrodestra): in uno “storico” dibattito televisivo da Bruno Vespa, Matteo Salvini, infuriato per la bocciatura (sacrosanta) di un’altra strada sul Lago di Como da parte del soprintendente Luca Rinaldi, se ne uscì reclamando l’abolizione delle Soprintendenze e dei loro “assurdi vincoli e poteri”. E la renzianissima Maria Elena Boschi fu di fatto d’accordo: “Della soppressione delle Soprintendenze si può discutere, noi intanto, con la riforma Franceschini, le abbiamo ridimensionate…”. Renzi docebat.
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La preziosa “dote” dei migranti

di Guido Viale

Accogliere è una parola che viene dal latino: ad-cum-ligare, legare insieme. Ma più che cercare il suo significato nel passato, dobbiamo costruirne uno nuovo, adatto ai tempi in cui viviamo, ai problemi con cui ci confrontiamo, alle persone che oggi sono al centro dello scontro politico e sociale: i profughi.

Innanzitutto accogliere non ha niente a che fare con le «rilocalizzazioni» pretese e non realizzate dalla Commissione europea che trattano i profughi come «pezzi» (Stücke, una parola che richiama ricordi atroci) da smistare. E con ciò, a prescindere dalla «selezione» (Selektion, altro termine dai rimandi atroci) con cui l’Unione europea pretende di accettarne alcuni e di scartare gli altri, attacca loro l’etichetta di «ingombri», problemi. Questo produce insofferenza, rancore e razzismo e spinge i Governi a inseguire le parole d’ordine delle destre.

Al di là delle false professioni di spirito umanitario, con i migranti la Commissione europea è più feroce di Trump. Inserita in questa cornice, anche la migliore «accoglienza» riservata a persone trattate come ingombri umilia sia loro che noi: sono esseri (umani?) di cui «non si sa che cosa fare»; Untermenschen di cui sbarazzarsi.

L’ospitalità, che un tempo era sacra, ci può indicare un’altra strada: l’ospite, lo «straniero», veniva trattato come un membro della famiglia (come il naufrago Ulisse nell’isola dei Feaci); poi veniva preparato e attrezzato per continuare il suo viaggio. E qual è la meta del viaggio dei profughi del nostro tempo?
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Bombe ecologiche ad Alghero: assalti, predazioni e lavori mai visti

di Carlo Troilo

Alghero è un prezioso gioiello del Mediterraneo, ponte culturale fra Sardegna e Catalogna, ha un centro storico di grande interesse, coste dai paesaggi mozzafiato e l’affascinante campagna della Nurra. Ha tutto quanto possa permetterle di essere molto ambita sul piano del richiamo turistico, non c’è dubbio.

Ha anche, però, alcuni pessimi biglietti da visita. Fra essi le autentiche bombe ecologiche della Pineta Mugoni e dell’Arenosu. Come si ricorderà, nella notte fra il 19 e il 20 settembre 2015 mani criminali e non disinteressate hanno messo fuoco alla Pineta Mugoni, sul litorale di Porto Conte, ad Alghero. Una decina di ettari percorsi dal fuoco, materiali tossici fuorusciti dai campeggi abusivi posti sotto sequestro preventivo fin dal 2011 dalla magistratura, anche dietro numerose segnalazioni da parte del Gruppo d’Intervento Giuridico onlus [1], per numerose ipotesi di reato di natura ambientale ed urbanistica il cui dibattimento penale è tuttora in corso presso il Tribunale di Sassari.

Coincidenza aveva voluto che il rogo fosse appiccato alla vigilia dell’apertura del relativo dibattimento penale e solo l’abnegazione e il coraggio di Vigili del Fuoco, Corpo forestale e di vigilanza ambientale, personale dell’E.F.S. e della Protezione civile aveva permesso di contenere i danni che avrebbero potuto estendersi ancor più. A fine gennaio 2015, poi, dopo anni di rimpallo delle responsabilità, era stato finalmente sgomberato il campo nomadi abusivo, realizzato in località Arenosu, su area di proprietà dell’Agenzia Laore: nel corso degli anni venivano sistematicamente realizzati casi di accumulo e incendio di rifiuti per la disperazione dei residenti della vicina Fertilia. Però, passa il tempo e di bonifiche ambientali non se ne vede l’ombra, per la felicità degli algheresi.
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Rifugiati climatici: non è soltanto un romanzo

Qualcosa, là fuori
Qualcosa, là fuori

di Telmo Pievani

Quando un problema è grande, grande come il nostro pianeta intero, si fa fatica ad affrontarlo, a prenderlo sul serio, finché all’improvviso non si manifesta. Ma quando ciò accade, la sua manifestazione è così grande, appunto, che già non c’è più niente da fare, bisogna soltanto scappare. L’ultimo appassionante romanzo di Bruno Arpaia[1] è dedicato all’impossibilità della lungimiranza, e alla speranza nonostante tutto. E’ ambientato in un futuro non troppo lontano, e dunque sufficientemente realistico, negli anni che saranno dei nostri nipoti, cioè l’ultimo quarto del XXI secolo in cui ci stiamo inoltrando. Per la precisione, è un futuro non abbastanza prossimo per fare previsioni scientificamente precise, e non abbastanza remoto per darsi alla fantascienza. Se ne sta in una dimensione temporale di mezzo, nella dimensione della possibilità.
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Parigi: voci dalla città assediata

Parigi assediata
Parigi assediata
di Luca Mozzachiodi

Parlare per strada con i passanti è un segno di urbanità, anzi è l’urbanità, non si parla nelle campagne dove non ci sono strade percorse a piedi e dove il concittadino assumeva piuttosto i tratti del pellegrino o del viandante, pericoloso o benefico, umano o divino ma comunque estraneo, non prossimo come chi attraversa la strada della tua stessa città. Parlare per strada poi in una città specifica e in un particolare momento storico come la Parigi di questa fine del 2015 è anche un elementare forma di preoccupazione per la salute, diciamo così anche se è una metafora reazionaria, della democrazia.

Questo semplice atto che pure dà molte informazioni su come viene percepita la realtà non è poi molto praticato, al punto da stupire chi lo compie con quel tanto di socratico e antieconomico che comporta impiegare tempo a fare domande e a rispondere, tuttavia era nel complesso e probabilmente resta il modo migliore di capire come davvero si vive a Parigi in questo Stato di Emergenza. Abbiamo dunque interrogato alcuni parigini e alcuni turisti sulla loro opinione riguardo ai fatti recenti e, seppur senza pretesa di rilevanza statistica ma piuttosto umana, ne sono emersi tratti dominanti per nulla rassicuranti.
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Vive la France?

Vive la France? Testimonianza di due attivisti arrestati

di Luca Mozzachiodi

Parigi non è più un sogno, finisce così l’articolo-memoriale di Rebecca Amorim Csalog e Vicente Booth, due giovani attivisti per l’ambiente portoghesi che hanno fatto sulla loro pelle le spese dello Stato di Emergenza e dei poteri speciali concessi alla polizia di Parigi e i tratti sono più quelli di un incubo allucinato. Nel proseguire il report che si concluderà con le riflessioni su alcune interviste mi è parso ineludibile il dovere di portare a conoscenza degli abusi legittimati (ah i controsensi della reazione!) nei confronti delle proteste e dei cittadini da parte della polizia, soprattutto durante la Cop21 che si è appen, e deludentemente conclusa. Per questa ragione, grazie alla gentile concessione e collaborazione degli autori, do qui di seguito la traduzione italiana, la prima, del loro testo e mi associo nell’appello finale a rompere il silenzio che ha tutta l’aria di essere desiderato, come ogni volta che una liberaldemocrazia passa il segno.

Questo è pertanto un articolo con la più viva preghiera di diffusione
Vive la France? (di Rebecca Amorim Csalog e Vicente Booth, traduzione di Luca Mozzachiodi)

La scorsa domenica, il 29 novembre, io e il mio fidanzato Vicente abbiamo deciso di andare a Place de la Republique per vedere come stava procedendo la Marcia Globale per il clima. Io sono una studentessa Erasmus, studio filosofia e antropologia, vivo a Parigi da Settembre e Vicente era venuto a trovarmi quel finesettimana. Guardavo da un mese i cartelloni per strada e in metropolitana e controllavo le pagine facebook riguardo alle iniziative che stavano venendo organizzate. Alla mia università (Parigi Diderot 7) già settimane prima di COP21 si tenevano dibattiti e proiezioni e c’erano pranzi vegani di gruppo gratuiti organizzati dagli studenti. Mi pareva gran cosa trovarmi per la prima volta in una città che si univa per agire, che discuteva e che si organizzava intorno a questioni tanto importanti come l’ambiente, il clima e la Natura.
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Vecchia e nuova Parigi: alla ricerca di ciò che non viene raccontato

Parigi 2015
Parigi 2015
di Luca Mozzachiodi

Volare a Parigi di questi tempi è una sensazione strana, s’intende per un piccolo borghese medio italiano, ci si sente caduti dentro la storia per caso, non quella ovviamente di lungo periodo ma quella dei rivolgimenti, dei gesti imprevisti e dell’evento che, almeno un po’ sparpaglia e poi riordina le carte del gioco della politica e della vita di ogni giorno, quella insomma da cui di solito noi ci sentiamo fuori e che ci limitiamo a vedere alla televisione. Certamente andando là non si parte dal nulla ma le informazioni che riceviamo da internet, dalla televisione e dai giornali, oltreché dall’antichissimo passaparola comunque generano un sostrato di attesa.

Almeno in parte è stato confermato: immancabili i militari schierati con armi pesanti al primo aprirsi della porta che immette nell’aeroporto di Beauvais e poi ovviamente per le strade della capitale e davanti a tutti i monumenti, autoblinde e camionette, in certe zone più di cinque per squadra e ovunque polizia intenta a perquisire e volanti a sirene spiegate, tutto come atteso, compresi controlli sistematici all’ingresso di edifici pubblici e centri commerciali, con tanto di volantino appiccicato che ammonisce “in considerazione dei fatti recentemente avvenuti nella regione dell’Île-de-France”.

A prescindere però da questi effetti più esteriori dello stato di cose presente in quella città occorre cercare di capire quello che ci dicono le strade e che spesso i media non sanno o non vogliono dire, passeggiare per quelle strade e per quei viali significa muoversi dentro la capitale indiscussa della cultura europea ed è stato detto da molti e delle più diverse origini: in confronto a Parigi larga parte dell’Europa non era che una chiazza bianca sulla carta geografica ed è poi diverso oggi? Quanto sappiamo dell’est Europa, dei Balcani, della Penisola Iberica? Cioè quanto se ne può sapere mediamente senza che sia il prodotto di una volontà di studio specifica?
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