Europa, come ti vorrei

di Vincenzo Vita

Prima di tutto sconfiggere le destre, populiste o meno, alle prossime elezioni. È questo l’imperativo categorico. Guai a dar vita ad un arcipelago di liste nei settori del progressismo e della sinistra. L’onda nera può essere fermata da dighe forti, non da mille piccole palafitte. E non si possono logorare anche i santi, che già sono pochi. Non è compito delle associazioni “dare la linea”, ovviamente. Lo spirito generale, però, conta e il contesto è importante.

All’ARS e al CRS – come sempre ricordano Aldo Tortorella e Maria Luisa Boccia – spetta se mai la funzione di offrire luoghi aperti e mai faziosi per l’elaborazione creativa delle culture politiche, dei punti fondamentali preliminari rispetto ad ogni azione concreta.

La questione dell’Europa è oggi, per di più, una straordinaria metafora del nuovo mappamondo. Che, ormai, si è girato rispetto alla visione della centralità occidentale: la Cina è davvero vicina e sta vincendo la “guerra fredda” della lotta per la supremazia scientifica, a cominciare dalla regina delle tecniche perché integra e supera tutte le altre: l’intelligenza artificiale.

Trump e il suo regime, Putin e suoi oligarchi, la Brexit come epifania del “sovranismo” (più difficile uscire dall’Europa che rimanerci) danno il tocco politico-estetico della geopolitica contemporanea, la cui visione d’insieme sembra scomparsa dal talk politico, esasperatamente provinciale, prima che nazionale o “sovranista”. E poi la profonda trasformazione dell’intero sub-continente asiatico, con l’India in progressione elevata. Non solo.
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Migranti, incriminato per aver salvato una donna incinta? Il solo reato è voltarsi dall’altra parte

di Damiano Rizzi

Ho edificato la mia vita, ogni giorno della mia vita, per cercare di essere utile al prossimo. Perché credo che salvare una vita umana valga la mia stessa vita. Qualsiasi sia questa vita umana. Di una persona famigliare o di uno sconosciuto. Non credo faccia, in fondo, molta differenza.

Mi sento in grande difficoltà nel leggere che chi salva una vita umana a 1.900 metri di altezza (così come quando accade al livello del mare) possa essere incriminato per traffico di essere umani. Se mi ascolto bene, la mia risposta è facile. Davanti a una persona che rischia di morire il solo vero reato è voltarsi dall’altra parte. Credo, inoltre, che in alcune situazioni vi sia poco da decidere. Davanti ad un bambino che rischia la morte, ad una donna migrante incinta in mezzo alla neve, l’istinto umano dovrebbe portare a offrire il proprio aiuto. O, alla fuga, appunto.

Mi piace pensare che la gran parte delle persone, nella stessa situazione, avrebbe fatto lo stesso. Cioè avrebbe cercato di salvare la donna e il suo bambino. Quando si prova a salvare un’altra persona è perché, forse, in fondo si sente che apparteniamo alla stessa famiglia umana. Che quindi in quel modo salviamo anche noi stessi. Salvare una vita è in fondo un gesto semplice. Quando riesce è la più grande gioia che una persona possa provare nella sua esistenza.
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L’uso politico dei migranti e la spoliazione dell’Africa

di Cristina Quintavalla

La tragedia umanitaria che si sta consumando sotto i nostri occhi, acuita dall‘inarrestabilità dei processi migratori, è resa tanto più drammatica quanto più viene utilizzata a fini politici e sociali, in Italia e in Europa. La questione della fuga di milioni di uomini, donne, bambini dai loro paesi d’origine e l’approdo di molte migliaia di essi sul territorio europeo viene presentata come la conseguenza del sottosviluppo, legato ad economie non industrializzate, rurali, primitive, imputabili ad arretratezza, o a regimi dittatoriali, a guerre intestine e fratricide. Insomma imputabili a storie e responsabilità loro.

Viene messa in scena una sorta di concezione della storia, fondata su una dialettica contrappositiva tra civili/civilizzati/sviluppati/benestanti/capaci/meritevoli e incivili/sottosviluppati/incapaci/poveri/immeritevoli: l’assalto di questi ultimi alla nostra ricchezza, prosperità, sicurezza, civiltà si configurerebbe come una minaccia gravida di insidie e pericoli, causa della disoccupazione, della precarizzazione delle vite, della crisi economica, dell’imbarbarimento sociale.

Di questo si tratta in primo luogo: della costruzione di una narrazione che rende giustificabili i respingimenti collettivi, la chiusura delle frontiere, l’erezione di muri, la militarizzazione delle operazioni di ricerca, la collaborazione con regimi ripetutamente denunciati per violazione dei diritti umani, la detenzione in hotspot in stato di sospensione, quando non di brutale e violenta negazione dei diritti, come sta avvenendo in particolare nel territorio libico, posto sotto il controllo del sedicente governo di Al Serraj, con cui le autorità italiane, con la benedizione delle istituzioni europee, hanno stretto accordi.
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Prove tecniche di ordinaria disumanità e nuovo colonialismo

di Marco Revelli

Non troviamo altro modo per definire nella sostanza il significato del “vertice di Parigi”. Un’iniziativa che gronda ipocrisia nel modo con cui è presentata. E che sancisce la vocazione dell’Europa a coniugare la propria “guerra contro i poveri” con una forma inedita di nuovo colonialismo nei suoi contenuti. I tratti dell’operazione sono chiari, a saper leggere dietro il velo d’ignoranza costruito dal linguaggio diplomatico: estendere i confini dell’Europa fino alla portata dello sguardo, così da tenere i disperati della Terra fuori dalla nostra vista. Spostare le barriere dall’acqua alla sabbia: spariranno nel deserto, fuori da sguardi indiscreti, anziché affondare nello stesso mare blu delle nostre vacanze. Non li dovremo più vedere affogare quotidianamente nel Mare Nostro, creperanno nel deserto loro. E se qualcuno dovesse sfuggire a quella prima barriera, ci abbiamo già pensato noi, col “Codice Minniti” a svuotare il mare da osservatori scomodi – le “famigerate” ONG – malati di “estremismo umanitario” (sic!).

Pagheremo profumatamente per questo. Pagheremo – anzi, già paghiamo – le milizie che taglieggiano, torturano, stuprano e assassinano in Libia e lungo tutta la tratta che dall’Africa subsahariana sale verso di noi. Pagheremo gli “scafisti”, gli stessi che accusiamo di tratta degli schiavi, perché da trasportatori di carne umana si trasformino in macellai o in custodi degli spazi. Saranno gli stessi di prima, ma ora lavoreranno per noi.. Pagheremo i signori della guerra che governano (si fa per dire) quei paesi: li pagheremo in dollari, euro, oro, ma anche armi per addomesticarli ai nostri progetti. Alcuni saranno lì, a Parigi, alla tavola dei Signori. Altri sono già stati reclutati dai nostri emissari – servizi, mercanti di cannoni, uomini di finanza e di banca, funzionari d’ambasciata – e stanno scritti lì, nei protocolli della Nuova Europa, sotto dizioni immaginifiche: “sindaci libici”, capi tribù del Fezzan e del Sahel, i gioielli che Marco Minniti porta in dote a Angela Merkel ed Emmanuel Macron che gentilmente ringraziano e approvano, mettendo il proprio suggello.
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Appello ai giornalisti: rompiamo il silenzio sull’Africa

di Alex Zanotelli [*]

Scusatemi se mi rivolgo a voi in questa torrida estate, ma è la crescente sofferenza dei più poveri e emarginati che mi spinge a farlo. Per questo come missionario uso la penna (anch’io appartengo alla vostra categoria) per far sentire il loro grido, un grido che trova sempre meno spazio nei mass-media italiani.

Trovo infatti la maggior parte dei nostri media, sia cartacei che televisivi, così provinciali, così superficiali, così ben integrati nel mercato globale. So che i mass media, purtroppo, sono nelle mani dei potenti gruppi economico-finanziari, per cui ognuno di voi ha ben poche possibilità di scrivere quello che vorrebbe. Non vi chiedo atti eroici, ma solo di tentare di far passare ogni giorno qualche notizia per aiutare il popolo italiano a capire i drammi che tanti popoli stanno vivendo.

Mi appello a voi giornalisti/e perché abbiate il coraggio di rompere l’omertà del silenzio mediatico che grava soprattutto sull’Africa (sono poche purtroppo le eccezioni in questo campo).

È inaccettabile per me il silenzio sulla drammatica situazione nel Sud Sudan (il più giovane stato dell’Africa) ingarbugliato in una paurosa guerra civile che ha già causato almeno trecentomila morti e milioni di persone in fuga.
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Una città, una rivoluzione: Tunisi e la riconquista dello spazio pubblico. Intervista a Chiara Sebastiani

testo e video di Noemi Pulvirenti

La rivoluzione del 14 gennaio in Tunisia ha segnato una svolta molto importante, ossia la riconquista dello spazio pubblico. SelIl libro Una città una rivoluzione. Tunisi e la riconquista dello spazio pubblico della Prof.ssa Chiara Sebastiani, edito dalla Pellegrini Editore, analizza le modalità in cui la rivoluzione ha cambiato il paesaggio urbano di una capitale, mostrando così la stretta relazione fra spazio fisico e pratica politica. La trasformazione strutturale dello spazio pubblico tunisino attraverso la rivoluzione ha messo in evidenza come, in situazioni politiche estreme, il corpo nello spazio pubblico diventa strumento politico.

Sono passati più di tre anni e mezzo da quei giorni di dicembre che sconvolsero la storia della Tunisia con la “Rivoluzione dei Gelsomini”, scintilla della “Primavera araba”. Questo mutamento Selha mostrato i suoi segni anche nello spazio pubblico: la lotta per la libertà di espressione si è commutata in espansione dello spazio fisico politicizzato. Ma è ancora una volta sul corpo delle donne che in Tunisia si combatte la battaglia più dura del percorso di democratizzazione e ricerca della propria identità di Paese. Madri e figlie che sono state in prima linea durante la rivoluzione e che oggi, grazie ad una legge post-rivoluzionaria, sono presenti al 50% nelle liste elettorali, sono ancor più protagoniste di un dibattito culturale sull’Islam. Il ritorno all’uso del hijab, tanto demonizzato dall’Occidente, è legato a diverse istanze: l’affermazione di un femminismo islamico, l’ingresso delle donne nella politica e infine anche una precisa scelta di nello stesso spazio pubblico e di espressione di un differente canone estetico.
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Foto Avvocati di Strada

Un permesso libera-tutti per nascondere il fallimento del piano emergenza nord Africa

di Costantino Giordano, associazione Avvocato di strada

A poco meno di un mese dalla chiusura dell’Emergenza Nord Africa, ovvero il piano d’accoglienza dei richiedenti asilo fuggiti dalla Libia in fiamme, anche Bologna si appresta a concludere il primo esperimento di accoglienza ai tempi del federalismo. E l’esodo dei profughi, cominciato diversi anni fa nei rispettivi paesi di origine, continuato fra le carceri e le angherie di Gheddafi e passato per Lampedusa, sta per finire in maniera brusca e approssimativa negli uffici della prefettura.

L’emergenza, partita il 12 febbraio 2011, prevedeva un progetto rapido di accoglienza, mediazione, alloggio e assistenza sanitaria per accompagnare ogni singolo migrante verso l’esame in Commissione, l’organismo che ascolta la storia di ogni singolo richiedente asilo, valuta le prove addotte e decide se concedere o meno lo status di rifugiato politico. L’audizione, a norma di legge, è da tenersi entro 30 giorni dalla formalizzazione della richiesta di asilo, eppure l’emergenza si è trascinata per un anno e nove mesi in cui i profughi hanno vissuto nei centri d’accoglienza in perenne attesa di una convocazione mai arrivata, per la gioia della Lega Nord che negli ultimi comizi è tornata a parlare di immigrazione, accusando i “finti” profughi di “banchettare” a nostre spese.

Ma se qualcuno ha ricavato un profitto economico queste sono state le cooperative, le associazioni nate all’improvviso o anche solide organizzazioni come la Croce Rossa e addirittura alberghi, agriturismi e case vacanze che, approfittando del panico del ministero dell’Interno, hanno firmato contratti di accoglienza nel momento in cui i profughi giunti a Lampedusa, in un impeto di federalismo, venivano “distribuiti” equamente nelle diverse regioni d’Italia.
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