Bruno Papignani: una vita per Fiom, l’ultimo discorso dedicato al sindacato

Per ricordare Bruno Papignani, scomparso lo scorso 11 luglio, Inchiesta Online ha ripubblicato il suo discorso pronunciato prima delle dimissioni da segretario regionale FIOM dell’Emilia Romagna il 9 maggio per motivi di salute, discorso in cui racconta in sintesi la sua vita da sindacalista di Bruno Papignani Oggi, lunedì di Pasquetta, è un giorno spensierato […]

In ricordo di Piero Pesce, morto il 4 luglio all’età di 63 anni

di Sandro Padula

A Roma ti vedevo spesso, anche una volta alla settimana, durante gli anni della tua adolescenza: a piazzale Clodio con “Valpreda è innocente, la strage è di Stato”; al corteo studentesco fra viale della Primavera e l’enorme cancello da buttare giù davanti ad uno stabile inutilizzato di via Aquilonia; nello stanzone fumoso degli anarchici a via dei Campani o presso il ciclostile della redazione del settimanale “Umanità Nova”, a via dei Taurini.

In seguito, fra il 1974 ed il 1976, nel periodo di crisi di tutti i gruppi della nuova sinistra, le cose cambiarono. Ti vedevo di meno rispetto a prima ma di sicuro ti vidi a Campo de’ Fiori per protestare contro il regime franchista spagnolo che, addirittura con la garrota, aveva ucciso l’anarchico catalano Salvador Puig Antich.

Era il tempo in cui la compagneria, specie dopo l’occupazione delle case a San Basilio e l’uccisione di Fabrizio Ceruso da parte delle “forze dell’ordine”, cercò di radicarsi meglio nel territorio. Era il tempo della “disobbedienza civile” con l’autoriduzione delle bollette del telefono e della luce. Era il tempo dell’Assemblea Cittadina della variegata area dell’Autonomia.
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In morte di Ermanno Olmi: se ne va un mondo e un modo di interpretarlo

di Mario Agostinelli

Leggo meno i giornali e sempre più spesso mi infastidisce la televisione. Di conseguenza, la notizia della morte di Ermanno Olmi non mi è giunta online né metabolizzata da Wikipedia, ma attraverso il dolore già rimuginato da amici, il rincrescimento per un vuoto che non si può riempire a parole, l’apprezzamento sofferente per l’autenticità e la creatività di un uomo che sceglieva i tempi lunghi, sapeva collocarsi nella storia con le sue contraddizioni e riusciva a scrollarsi di dosso la rincorsa affannata del presente.

Come dice Tonio Dell’Olio, “non è moneta corrente che la storia contempli l’azione di registi ispirati e inventivamente geniali che hanno dato la parola agli ultimi”. E nemmeno che esalti quelli che hanno trasformato in poesia il dolore e la quotidianità senza cedere un frammento alla retorica né un granello alla verità nuda di storie solo apparentemente anonime e minori. Poveri, dialetto, terra e lavoro e poi qualche volo poetico e maestoso oltre le nostre pianure nebbiose – anch’io sono nato a Treviglio – per sognare la pace dopo la crudeltà delle guerre: un auspicio che viene sempre più rimosso, come se la pace non fosse il diritto da cui emanano e traggono senso tutti gli altri.

Il timore è che con lui se ne vada un mondo e anche un modo di interpretarlo. Provo una certa vena di pessimismo e non credo ai prodigi. Così, dietro la morte di Ermanno, vedo con rammarico una solidarietà infranta, tanti frammenti separati, ognuno dotato di ostinazione, poca sensibilità al pluralismo, perdita di meraviglia di fronte al vivente, che, anche quando muore, può invece trasferire la sua identità, la sua unicità in una eredità comune e incancellabile, se la si è potuta e voluta valorizzare a suo tempo nelle forme più aperte di comunità.
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Alfredo Tradardi, nel mio giardino dei giusti

di Angelo D’Orsi

Chi non ha conosciuto Alfredo Tradardi, ora che se n’è andato, ha perso molto. Alfredo è stato una figura rarissima, sotto molti aspetti. Un appassionato militante per la causa palestinese innanzi tutto, per la quale ha speso larga parte della sua vita, e delle sue energie, di ogni genere. Alfredo però ha avuto una biografia complessa e articolata, come suol dirsi. Una vita ricca, intensa, che è stata spezzata da una fine imprevista e improvvisa, per un morbo non grave, ma che tale è diventato, perché sottovalutato, a quanto comprendo o scoperto troppo tardi.

Era nato all’Aquila, il giorno di Natale del 1936, è morto a Torino il giorno della Liberazione, del 2018. Diplomato al Liceo Classico di Ivrea, scelse poi la strada delle scienze applicate, laureandosi in Ingegneria, ottenendo un impiego, nel 1960, alla mitica Olivetti dei tempi d’oro, una fabbrica che fu un autentico laboratorio culturale, oltre che un centro di sperimentazione di un “capitalismo dal volto umano”. Alla Olivetti lavorò per un trentennio, fino al 30 novembre 1991, svolgendo ruoli di rilievo: progettista di telescriventi, coordinatore di gruppi di analisti/programmatori di sistemi informatici non solo per quella azienda, ma per altre, esterne.

Fu anche direttore di filiale e direttore marketing dei sistemi di telecomunicazione Olivetti. E via seguitando, mostrando capacità gestionali, tecniche, organizzative, e relazionali, oltre che una specifica intelligenza informatica: fu da questo punto di vista un autentico pioniere. Fu anche assessore alla Cultura a Ivrea, per due volte, negli anni Settanta e nei Novanta, con notevolissimi risultati.
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Angela Pascucci: ciao, compagna, questa mostra ti sarebbe piaciuta

di Sergio Caserta

Avrei voluto e dovuto essere presente, in rappresentanza del circolo, sabato scorso all’ultimo addio ad Angela Pascucci. Purtroppo sono rimasto bloccato in un maxi ingorgo, causa incidente sull’A1, di quelli che quotidianamente attentano ai nostri viaggi. Angela ha terminato la sua intensa esistenza dopo una difficile e dolorosa malattia. È stata stata una giornalista ed intellettuale di primo piano per il manifesto e per la sinistra, una persona “di senso” ovvero che andava a fondo delle cose, che si poneva domande impegnative sul presente, sempre incredula che la sinistra stesse cosi velocemente declinando verso il nulla.

Angela è stata un’appassionata sostenitrice del manifesto in rete. La sua analisi corroborata da una profonda cultura e dalla elevata conoscenza del quadro politico globale ed in particolare di quello della Cina, le forniva argomenti razionali all’indagine sulle conseguenze della globalizzazione e della crisi. Ebbi la fortuna di poterla visitare non tantissimo tempo fa, a casa sua, in un momento in cui la malattia le concedeva una pausa alle sofferenze e le dava la forza di esporsi al dialogo, un incontro doloroso e bellissimo in cui ancora ci confrontammo sulle deludenti vicende politiche della nostra cara e “sfrantummata” sinistra.
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Angela Pascucci: con la Cina nel cuore

di Claudia Pozzana e Alessandro Russo

Salutiamo la cara amica Angela Pascucci che se ne è andata dopo aver resistito a lungo al male che l’aveva colpita. Angela è stata una grande giornalista e studiosa della Cina contemporanea, che ha svolto un vasto lavoro di inchiesta militante. Ci siamo incontrati per molti anni attorno a una serie di interrogativi sulla possibile universalità della politica cinese del Novecento, nonché sulle conseguenze contemporanee della «negazione integrale» (dal governo cinese in primis) di ogni loro valore.

Abbiamo fatto insieme viaggi, seminari, incontri, conferenze e tante lunghissime telefonate per mettere a fuoco reciprocamente gli interrogativi e le piste di lavoro. Angela era informatissima sulle ricerche di punta a livello internazionale sull’economia, oltre che sulla politica contemporanea cinese. Nei suoi vari viaggi in Cina non smetteva di fare inchiesta su ciò che lei considerava un «essere parlante», Talkin’ China come si intitola uno dei suoi libri più belli.

S’intende, una molteplicità illimitata di soggettività, che lei cercava di ascoltare con attenzione e umiltà per imparare da chiunque qualcosa di essenziale sulla Cina come crocevia delle principali questioni politiche contemporanee. Dedicava una speciale attenzione agli operai della «fabbrica del mondo», figure di un passaggio epocale che era per Angela un tema centrale della sua intelligenza politica: le centinaia di milioni di giovani migranti, non più contadini ma destinati a non diventare mai veramente popolazione urbana.
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Angela Pascucci: una storia di passione profonda, lotta e progetti comuni

di Mauro Chiodarelli Questa notte se n’è andata Angela Pascucci. L’ho conosciuta personalmente solo pochi anni fa; prima era per me solo una delle mitiche firma del mio giornale, Il manifesto. All’inizio forse era un po’ diffidente verso questi pazzi bolognesi che non solo volevano salvare il giornale, ma volevano farne una nuova e più […]

Addio a Sandro Provvisionato, cronista con la passione della verità

di Loris Campetti

Una passione per il giornalismo, una passione per la verità, una passione per la democrazia. È morto lunedì 30 ottobre Sandro Provvisionato, un amico e un compagno. Aveva iniziato fin da piccolo a scavare dentro le notizie e non ha mai smesso. Ci ha insegnato che si può fare un mestiere a rischio come quello del giornalista senza mai piegare la testa e senza mai girarla dall’altra parte: indipendente sempre, sia che lavorasse per la l’agenzia Ansa sia che dirigesse Radio Città Futura, o per l’Europeo o come capocronaca del Tg5 di Mentana dove si è inventato il settimanale d’inchiesta internazionale Terra!. E, soprattutto, la sua creatura: www.misteriditalia.it.

Dal caso Moro al “pentimento” di Patrizio Peci, dalla Uno bianca ad Ali Agca, non sono i misteri che mancano nel paese della strage di stato, e Sandro li ha attraversati e raccontati tutti in tantissimi libri, saggi, interventi. Una vera militanza al servizio della verità, anche quella scomoda. Sandro rispettava le persone, non i potenti. Nella guerra “umanitaria” alla Jugoslavia, nel Libano occupato da Israele, in Iran e Iraq, nel Kosovo delle armi, della droga e della pulizia etnica. Dalla parte dei più deboli, per esempio dei palestinesi. Qualche anno fa mi propose di fare un viaggio insieme in Iran, paese che Sandro conosceva e aveva raccontato.
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“Ero solo un numero, 46737”: è morto Adelmo Franceschini, spiegò ai bimbi l’orrore dei lager nazisti

di Micol Lavinia Lundari

Anzola dell’Emilia si risveglia oggi orfana, e più povera. Orfana di quello che è stato un padre per molte generazioni, e fino a oggi una guida e un collante per l’intera comunità. Se n’è andato a 93 anni ancora da compiere – e a poche ore dall’anniversario della caduta del fascismo – Adelmo Franceschini, sindaco del paese per tutti gli anni Sessanta, militare internato in Germania, nome e volto conosciuto non solo nell’ambito locale dell’antifascismo e della Resistenza, ma anche per il suo incrollabile impegno per la memoria dei tragici e terribili fatti vissuti, instancabile testimone che ha speso energie e fatica perché i più giovani potessero conoscerli dai suoi racconti.

Il nazismo ha provato ad annientarne la forza e il coraggio, rendendo Adelmo un numero. L’internato italiano numero 46737 del campo tedesco di Barsdof, dove giunse alla fine del 1943, dopo aver rifiutato di aderire alla Repubblica di Salò. Franceschini sopravvisse per quasi due anni alla fame, al freddo e alla fatica, con i pochi stracci che aveva addosso durante i rigidi inverni tedeschi, ai lavori forzati in una fabbrica di missili 4 km fuori dal campo, e poi, negli ultimi mesi di prigionia, persino trascinato dai tedeschi sul fronte sul fiume Oder contro i sovietici, a scavare le trincee, e finì con una decina di compagni nel bel mezzo della ritirata dei nazisti.

La sua liberazione giunse il 1° maggio 1945, ma potè tornare a casa solo a settembre di quell’anno. Per molto tempo Franceschini rimase in silenzio, impegnandosi nella politica e nel sociale (alla Camera del Lavoro e poi in Municipio ad Anzola), con lo sguardo “verso il futuro, probabilmente per dimenticare l’orrore e tacendo sulla tragedia che aveva vissuto e che era costata la vita a tanti compagni. Poi, a decenni di distanza da quei fatti, la decisione di raccontare tutto a chi, per ragioni anagrafiche, non poteva aver visto: “Gli onesti non devono tacere”, si disse. E cominciò la sua missione civile fra i giovani.
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Valentino Parlato, il ragazzo del secolo scorso

di Marco D’Eramo

“Scendi al bar?” Quando Valentino ti diceva questa frase, incrociandoti nel corridoio della redazione del manifesto a via Tomacelli a Roma, sapevi già che voleva parlarti di una questione seria a proposito della linea politica del giornale, o delle difficoltà economiche, o dei rapporti non sempre idilliaci tra compagni. Perché Vale è sempre stato l’unico, tra i fondatori del manifesto, a curarsi dei giovani redattori.

Se un compagno stava male, era Valentino a procurarti la visita con il celebre luminare, a farti saltare la lista d’attesa nel famoso centro chirurgico. Delle tue difficoltà economiche non parlavi con Luigi (Pintor) o Rossana (Rossanda): no, scendevi al bar con Vale e con lui cercavi una soluzione (quando sono entrato io nel manifesto, nell’agosto 1980, Luciana Castellina e Lucio Magri già erano usciti dal giornale, mentre Aldo Natoli veniva solo a collaborare di tanto in tanto). Detto fuori dai denti: Valentino è il più umano tra i padri del manifesto.

Forse perché, nato nel 1931, Valentino tra i fondatori era uno dei “giovani”: Natoli era nato nel 1913, Rossanda nel 1924, Pintor nel 1925, Eliseo Milani nel 1927, Castellina nel 1929. Solo Lucio Magri era di un anno più giovane di lui. Forse per questo Rossana e Luigi lo trattavano sempre come un “fratello minore” mentre, rispetto alla generazione dei redattori allora trentenni, i cinquantenni Valentino (e Michelangelo Notarianni) si vedevano nella parte degli “zii” di questi sessantottini casinari e rissosi.
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