Ilva, il dietrofront del M5S: a Taranto si continuerà a morire

di Antonia Battaglia

Il nuovo accordo di governo sull’Ilva, dopo mesi di rimbalzi istituzionali e di dichiarazioni fuorvianti rese alla stampa, ha restituito una soluzione che non prevede nessuna novità sul piano tecnologico e gestionale dello stabilimento e che non apporta alcun elemento migliorativo al problema della città di Taranto. Inoltre, viene anche archiviata la necessità dell’indicazione di strumenti di legge – più o meno coercitivi – con i quali poter obbligare un gruppo privato a divenire l’attore primario di un cambiamento risolutivo nella condizione dello stabilimento e degli abitanti di Taranto.

Il parere richiesto dal Ministero dello Sviluppo Economico all’Avvocatura dello Stato confermava in pieno il precedente, ovvero che la cordata AcciaItalia non poteva gareggiare contro AM Investco perché addirittura cancellata dal Registro delle Imprese. Una grave empasse di mesi, quella causata dal governo, quando si era già in possesso di tutti gli elementi istituzionali per continuare con la procedura in corso, che non ha mantenuto neanche la promessa di un cambiamento profondo nell’operatività dell’Ilva.

I diritti dei cittadini e la politica industriale del Paese sono stati gestiti entrambi con colpi di scena a fini puramente propagandistici. Non rendere pubblico il parere dell’Avvocatura dello Stato, e anzi aver messo in dubbio l’iter, è stata una mossa teatrale che ha usato il nome di Taranto per fini strumentali di campagna elettorale. Un abuso inutile vista la conclusione dei negoziati.
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Accordo per Bagnoli: quando si può arrivare a un buon risultato

di Vezio De Lucia

Non ci posso credere, spero di non sbagliarmi, ma l’accordo su Bagnoli sottoscritto nei giorni scorsi a Napoli fra il ministro De Vincenti e il sindaco de Magistris sembra un buon accordo. Conferma le scelte di fondo del piano regolatore e del piano attuativo formati negli anni ormai lontani di Bassolino e rimaste impantanate per successivi errori e ripensamenti.

Se davvero si smantellano i 20 ettari della colmata a mare (formata da loppe d’altoforno e altri materiali) che nell’ultimo mezzo secolo hanno deformato la linea di costa; se davvero non c’è nessuna riduzione della superficie del parco e nessun aumento di cubatura rispetto alle previsioni comunali; se davvero i tre chilometri della spiaggia di Coroglio sono restituiti alla balneazione; se davvero è stata recuperata la continuità fra il parco e la spiaggia; se finalmente si arretrano a monte di via Coroglio i volumi della Città della scienza da ricostruire dopo l’incendio del 2013: se queste cose sono vere, allora penso di poter tranquillamente dichiarare che siamo di fronte a un esito più che soddisfacente.

Aggiungo subito che secondo me non tutto è risolto, a partire dalla localizzazione del porto a Nisida – ci torno in seguito – ma nel complesso un risultato importante è stato raggiunto e penso di poter dire che sono stati decisivi le opposizioni, le preoccupazioni e gli allarmi espressi negli ultimi tre anni per far capire al governo (prima Renzi, poi Gentiloni) che non c’erano le condizioni per mettere le mani su Bagnoli.
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Prigionieri politici palestinesi: dopo 40 giorni di digiuno strappano un accordo

di AssopacePalestina

Ci sono voluti quaranta giorni di sciopero della fame di 1500 prigionieri che giorno dopo giorno sono diventati 1800; ci sono volute centinaia di manifestazioni in tutta la Cisgiordania e a Gaza, prese di posizioni e attestazioni di solidarietà in tutto il mondo, un fermo intervento della croce rossa internazionale, persino la pressione negli ultimi giorni degli stessi servizi di sicurezza israeliani, preoccupati per le avvisaglie di una protesta di massa contro l’occupazione, per costringere il governo israeliano a lasciare che dirigenti del Servizio Carcerario Israeliano aprissero un negoziato con Marwan Barghouti e altri leader della protesta. La trattativa si è svolta nella prigione di Ashkelon con la partecipazione della Croce Rossa Internazionale. è durata 20 ore e si è conclusa con un accordo firmato da Issa Karake e Qadura Fares, esponenti dell’Autorità Nazionale Palestinese e responsabili per l’assistenza ai prigionieri.

dell’accordo ha dato immediatamente notizia con una propria dichiarazione la “Campagna per la liberazione di Marwan Barghouti e di tutti i prigionieri palestinesi” dalla quale si apprende che l’accordo prevede l’aumento delle visite dei familiari, l’installazione di telefoni pubblici nelle prigioni e la possibilità di accedere con gli apparecchi televisivi installati nelle celle ad un maggior numero di canali in modo da potersi informare meglio su quanto accade fuori dei penitenziari.
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Clima, la resistenza non è solo politica

di Marina Turi e Massimo Serafini

È passato poco più di un anno dalla firma, a Parigi, di quell’accordo sul clima, che diffuse molte aspettative fra gli ambientalisti. Più o meno tutte le grandi associazioni ecologiste del mondo, Greenpeace in testa, pensarono che finalmente la lotta al riscaldamento globale sarebbe diventata una delle priorità nell’agenda politica dei principali paesi della terra, i più inquinatori.

Forse un anno è un periodo troppo breve per poter trarre un bilancio. L’assenza di un calendario per la progressiva, ma totale, sostituzione delle fonti energetiche fossili, doveva insospettire. Oggi molte cose sono indubbiamente cambiate e se si getta uno sguardo realista su ciò che è successo negli ultimi quindici mesi è impossibile ignorare che quella svolta positiva, rappresentata dall’accordo ratificato, è venuta meno. Non bastano a riaccendere le speranze i colpi di tamburo e le antiche grida di guerra della tribù Sioux di Standing Rock che marcia a Washington per difendere il proprio territorio contro la decisione dell’amministrazione Trump di sbloccare l’oleodotto che passerà sulle loro terre.

Ormai a presiedere la principale e più inquinante potenza del mondo è stato eletto un dichiarato negazionista delle responsabilità umane nel cambio di clima e questi pochi mesi di presidenza hanno già fatto capire che la nuova amministrazione americana è impegnata a trasformare gli accordi di Parigi in carta straccia, non riciclabile.
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Renzi-Verdini, oltre il Nazareno

Denis Verdini e Matteo Renzi
Denis Verdini e Matteo Renzi

di Luigi Ambrosio

L’ultimo dossier importante prima della fine della legislatura è la riforma della Giustizia. Le intercettazioni, i tempi della prescrizione e la durata dei processi. Non è un caso che Denis Verdini, al termine dell’incontro con la delegazione del Partito democratico alla Camera, abbia parlato proprio della Giustizia:

“Ha ragione chi vuole la prescrizione lunga e chi vuole un processo breve. Si mettano d’accordo. Non si può essere sotto processo tutta una vita, non si può far cadere reati in prescrizione, ma ci dovrebbe essere una riflessione”.

Il Pd fatica a trovare l’accordo con il Nuovo Centrodestra e, come sempre, il nodo è al Senato dove il gruppo di Verdini, Ala, può dare una mano a Renzi. Ambienti vicini al premier fanno notare che la riforma della Giustizia non si possa fare pensando di sostituire Ncd con Verdini. L’accordo politico con Verdini può dare però a Renzi un margine di manovra decisivo.
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Renzi, l’uscita di Napolitano e l’ombra di B.

di Rossana Rossanda

Chi ha introdotto nell’ennesima legge dello stato l’immunità per gli evasori fino al 3 per cento dell’imponibile, misura assai discutibile che abbatterebbe la pena assegnata a Berlusconi? Nessuno, chissà come si è infilata nel testo di un distratto Padoan e nella lettura di un distratto Renzi; quanto agli uffici tecnici che lo hanno passato, devono aver pensato che era una misura da attendersi nella filosofia delle larghe intese.

Più accorti sono stati i giornalisti che hanno scritto peste e corna contro i dipendenti pubblici (e i medici) che si sono accordati per allungare illecitamente le festività di capodanno. I giornalisti si sono indignati ma moderatamente, volete mettere lo scandalo di quella massa di sfruttatori dello Stato di fronte a qualche centinaio di ricchi che hanno evaso in varie forme per decine di migliaia di euro le imposte, o si sono avvantaggiati in vario modo, incluse corruzione e concussione, sulla pubblica finanza?

Colpisce in questo sfoggio di moralità la duplice misura usata verso i poco abbienti e verso l’ex presidente del consiglio e profittatore numero uno d’Italia, Berlusconi Silvio. È l’abitudine nazionale di risparmiare i ricchi e i potenti e usare la frusta con chi non lo è. Siamo un paese con un’idea bizzarra dell’etica pubblica e privata.

Alla quale ha dato un vasto contributo Giorgio Napolitano che ho sotto gli occhi dal 1945 come dirigente del mio stesso partito, il Pci. Lo sapevo antifascista a Napoli e autore di scritti interessanti sulla questione meridionale. Non l’ho apprezzato nella sua sorda (ma non tanto) opposizione all’ultimo Berlinguer e neanche come Presidente della Camera, quando avrebbe avuto occasione di far qualcosa contro la crisi della politica, se l’avesse vista venire dall’osservatorio privilegiato che aveva.
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Crisi e sindacato

Rappresentanza: un accordo non fa primavera

di Umberto Romagnoli, giuslavorista

Confesso che non ci credevo più. Non credevo che il contratto nazionale potesse risollevarsi e, come Lazzaro, riprendere a camminare. Mi aveva spinto a rassegnarmi l’intonazione della formula adottata nell’art. 8 del decreto governativo (poi convertito in legge) del 13 agosto 2011; un’intonazione che mi sembrò subito di poter definire gladiatoria in ragione tanto della latitudine della derogabilità degli standard protettivi, da quelli fissati nei contratti nazionali a quelli legislativi, ad opera della contrattazione collettiva di prossimità quanto dell’estremizzazione dalla logica economicistica.

Ma ciò che mi aveva più impressionato era il fatto che la radicalizzazione di un corporativismo esasperatamente aziendalizzato, in una con l’indebolimento del ruolo del contratto nazionale e, in prospettiva, la balcanizzazione delle relazioni sindacali, assumesse come modello di riferimento l’accordo interconfederale del 28 giugno 2011. Per 3/4 questa intesa riguardava la contrattazione aziendale (soggetti ed efficacia) e ne enfatizzava la centralità nella misura in cui le attribuiva la potestà di derogare alla contrattazione nazionale anche se ivi non prevista.

Da tempo, insomma, con una risolutezza che non ha precedenti, parti sociali e legislatore mandavano segnali di convergenza sulla necessità di emancipare il decentramento contrattuale da vincoli e limiti predeterminati. Si direbbe pertanto che, col protocollo d’intesa del 31 maggio di quest’anno, le parti sociali abbiano inteso rimediare all’evidente rachitismo della regolazione del contratto nazionale di lavoro: mentre le 14 righe del punto 1 dell’accordo di due anni fa contenevano poco più di un annuncio del proposito di fissare in maniera certa e trasparente i criteri di legittimazione della partnership contrattuale a livello nazionale, il protocollo dedica al medesimo tema un’attenzione che smentisce la sensazione che mi ha accompagnato negli ultimi tempi, e cioè che questa figura di contratto collettivo avesse i giorni contati. I 2/3 del nuovo testo hanno infatti la proprietà dei regolamenti esecutivi di principi che, enunciati in astratto, hanno bisogno di analitiche norme d’attuazione. Che adesso finalmente sono arrivate.
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