Diario dopo il 4 marzo

di Francesco Indovina

Ci sono degli avvenimenti che lacerano la rete dei nostri riferimenti e che ci spiattellano l’inconsistenza della nostra conoscenza della realtà. Avevamo una idea del mondo che non corrisponde completamente alle trasformazioni avvenute. Una ignoranza dettata da pigrizia, dall’essere affezionati ai nostri idoli, di cui si era in parte consapevoli ma che, in un certo senso, l’allontanavamo per paura.

La trasformazione dell’essenza dei rapporti sociali di produzione, gli effetti della globalizzazione e della finanziarizzazione dell’economia, l’aumento delle diseguaglianze sociali, l’emarginazione di molto lavoro, la modifica dei riferimenti culturali, la trasformazione delle relazioni sociali, l’individualismo esasperato, l’egoismo, la violenza come essenza dell’individuo, l’incapacità di riconoscersi in altri, la diversità, di qualsiasi tipo, assunta come “vezzosa” conquista ma anche come insopportabile… di tutto questo si aveva cognizione ma contemporaneamente i nostri occhi erano opachi e non riuscivano a distinguere forme e colori del quadro complessivo.

Sentivamo che molti dei valori ai quali eravamo legati, come libertà, uguaglianza, solidarietà, accoglienza, giustizia sociale non vivevano più come sistema nervoso della nostra società, ma ci sembrava di dover attribuire, questo nostro sentire, al pessimismo.
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Populismo versus establishment, la diga è crollata

di Carlo Formenti

Dopo Trump, dopo la Brexit, dopo il referendum sulla Costituzione italiana del dicembre 2016, erano arrivate la vittoria di Macron nelle elezioni presidenziali francesi e il recente, travagliato rilancio della Grande Coalizione CDU-SPD in Germania, alimentando nell’establishment liberal democratico l’illusione che la marea populista fosse sul punto di rifluire. Invece no. Il risultato delle elezioni politiche italiane di pochi giorni fa testimonia che l’onda prosegue il suo cammino e rischia di travolgere la diga eretta da partiti tradizionali, media e istituzioni nazionali ed europee.

M5S e Lega triplicano le rispettive rappresentanze parlamentari e i loro voti sommati superano il 50%, certificando che metà dei cittadini italiani sono euroscettici e non credono più alle narrazioni sulla fine della crisi e sui presunti benefici della globalizzazione. Partirò da alcuni commenti giornalistici sullo tsunami populista per affrontare quattro interrogativi:

  • 1) quali sono le radici sociali del populismo;
  • 2) quali sono le differenze fra le sue due anime principali;
  • 3) perché le sinistre (tanto le socialdemocratiche quanto le radicali) stanno affondando nell’insignificanza politica;
  • 4) perché, malgrado tutto, l’establishment è ancora in grado resistere e quali scenari si apriranno se e quando la diga crollerà davvero.

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E ora uno spazio per discutere: pessimismo della ragione, ottimismo della volontà

di Valerio Romitelli

Il “terremoto” dalle ultime elezioni, come tutti oramai lo chiamano, non è ancora finito. Ci attendono infatti non poche scosse di assestamento. Questa situazione crea ansia sopratutto tra molti commentatori politologici, avvezzi a ragionare di politica come se essa dovesse necessariamente funzionare secondo la coerenza logica di certe regole (più o meno giuridiche), come se si trattasse sempre di un sistema (di partiti), di un regime (costituzionale), quasi di un gioco come un gioco a dama nel quale almeno la scacchiera è sempre la stessa.

Per stigmatizzare le recentemente sempre più frequenti manifestazioni contrarie a questo modo di ragionare si è ricorsi alla parola “populismo”, come se si trattasse di eccezioni perverse e temporanee alla via maestra polito-logica e senza capire che è proprio questa via ad essere ampiamente immaginaria: una fantasia che ha dalla sua una lunga tradizione risalente alla notte dei tempi, ma che dal secolo scorso ha cominciato a perdere pezzi e oggi pare non tenere più da nessuna parte.

Se c’è qualcosa di positivo in queste elezioni, cosa del tutto dubbia, è proprio che costringono a pensare la politica diversamente – o se no a rinunciarvi “per lo schifo che fa”. Cosa vuol dire diversamente? Vuol dire quanto meno ammettere (diciamo con Machiavelli – solo per fare un grande nome di casa nostra -) che le regole in politica (di qualsiasi tipo siano o pretendano di essere: etiche, economiche, costituzionali, logiche, sistemiche, e persino biologiche e così via) ci sono e funzionano finché le passioni collettive (le quali ne sono e ne restano sempre come motore) sono almeno in parte soddisfatte, ma che queste regole si rivelano del tutto transitorie ed inefficaci quando le passioni collettive riprendono ad agitarsi.
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Dopo il voto, le opportunità per i movimenti e l’associazionismo

di Sergio Sinigaglia

A 72 ore dall’esito elettorale non è ancora possibile un’analisi del voto esauriente, ma sicuramente il quadro che ne emerge è piuttosto chiaro. E quindi alcune considerazioni vanno fatte. Il voto del 4 marzo fotografa in modo piuttosto chiaro l’immagine del Paese in cui viviamo. Un’Italia, come già in precedenza sottolineato, che in questi anni recenti, e più lontani, ha subito una trasformazione profonda dal punto di vista sociale ed economico, ancora prima che sul versante politico. Un mutamento antropologico.

Sicuramente la cosiddetta crisi del 2008, in realtà tappa fondamentale di quella “shock economy” efficacemente analizzata più di dieci anni fa da Naomi Klein, ha determinato un salto di qualità delle politiche in atto da tempo qui come in tutto l’Occidente. Ma è indubitabile che in Italia abbiamo assistito a dinamiche ancora più laceranti che altrove.

Dalla reazione xenofoba e razzista di buona parte della popolazione di fronte all’aumento dei flussi migratori, alle conseguenze che la recessione economica ha avuto sul tessuto sociale, fino, sul piano squisitamente politico, alla graduale e sempre più travolgente crescita del Movimento 5 Stelle, soggetto che non ha eguali nel panorama europeo e probabilmente mondiale.
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Elezioni: cosa significa amministrare lo Stato

di Silvia R. Lolli

Dopo la 24 ore non di LeMans, ma di “MaratonaMentana” su La7, di 48 ore di dati elettorali e a distanza di 72 ore dall’inizio della tornata elettorale, leggendo il FattoQuotidiano del 6 marzo finalmente ci ri-appare il dato primario per capire le sorti della nostra democrazia: l’abbassamento della percentuale dei votanti. Non siamo certo ancora arrivati al livello americano: alle ultime presidenziali andò a votare il 27% degli venti diritto. Ma chi esporta la democrazia in tutto il mondo a suon di guerre, può ancora dirsi in democrazia?

Da noi il 4 marzo (purtroppo data associata a Dalla.) è andato a votare il 73% degli aventi diritto, una percentuale perfino inattesa, in un momento in cui, fra l’altro e nonostante la pochezza della campagna elettorale, ogni cittadino poteva ravvisare l’importanza civica del momento.

Altri dati forse si potranno analizzare più avanti come schede nulle, bianche, dichiarazioni di elettorali davanti ai presidenti. Sarà possibile leggere serie e non coinvolte analisi, in questo circo mediatico della politica? Oggi possiamo dire due cose: 1) meno male che nel 2016 i cittadini mantennero l’attuale Costituzione; 2) meno male che c’è il M5S.
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Un terremoto spacca in due l’Italia e travolge il centrosinistra: finisce un’era, è tutto da rifare

di Pietro Spataro

Se si guarda la mappa elettorale dell’Italia si capisce subito che è avvenuto un tremendo terremoto politico. Al Centro Nord domina il colore azzurro del centrodestra a trazione leghista con qualche piccola macchia rossa in Toscana e in Emilia Romagna. Al Sud dilaga il colore giallo del Movimento Cinque Stelle. Il voto del 4 marzo spacca in due il Paese e consegna la vittoria alle due forze politiche più populiste, antisistema e antipolitiche: la Lega di Salvini e il M5S di Di Maio. Quello che fino a qualche anno fa sembrava impossibile è accaduto.

Siamo in presenza di una vera e propria crisi di sistema. No, non siamo davanti a normali vittorie e sconfitte elettorali. Non è, quello di oggi, uno dei tanti passaggi di quell’alternanza di governo che è il cuore dei sistemi democratici occidentali. E’ molto di più. E molto più grave. Finisce un’epoca e finisce nel modo peggiore. Travolgendo quel che restava dei partiti tradizionali e degli assetti politici. Archiviando un modo di intendere la funzione delle forze politiche e il modo di esercitarla.

Distruggendo equilibri, sensi di responsabilità, aspirazioni di governo e riformismi declinati in tutte le formule possibili e immaginabili. Abbattendo un centrosinistra che è stato incapace – in tutte le sue componenti, dal Pd a Leu – di capire il Paese, di interpretarne gli umori, di stare dentro la complessità sociale e di dare una credibile risposta ai drammi che vivono gli italiani.
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Big Bang 4 marzo: niente sarà come prima

di Giacomo Russo Spena

Il Rosatellum ha vinto. L’Italia è un Paese ingovernabile. In fondo, la legge elettorale – ideata da Renzi, Berlusconi e Verdini – era stata partorita per questo. Pensata ad hoc per impedire la vittoria del M5S e giustificare l’ennesimo inciucio.

Ma si era sottovalutata la rabbia popolare. Queste elezioni aprono una fase nuova, niente sarà come prima. Qualcosa è sfuggito o andato storto, secondo i calcoli del Pd e di Forza Italia. Un accordicchio di Sistema non ha (più) i numeri sufficienti per governare il Paese. Il Gentiloni bis torna in soffitta. Il M5S è, infatti, andato oltre le aspettative attestandosi al 32 per cento facendo quasi il pieno nei collegi uninominali del Sud. È un successo inequivocabile. Un voto storico: finisce la Seconda Repubblica. Per Di Maio inizia “la Terza Repubblica dei cittadini”. I partiti tradizionali vengono spazzati via.

Il M5S intercetta il voto del ceto medio impoverito, dei working poor e dei giovani senza futuro. Un segnale di discontinuità contro un establishment ormai screditato agli occhi dei cittadini. Ha trionfato il “mandiamoli a casa”. Anche se il MoVimento, nelle ultime settimane, sta avendo una metamorfosi. Una forza non soltanto del “vaffanculo” ma responsabile e con un progetto credibile. Una sorta di normalizzazione all’interno del Sistema dei vari Di Maio & Co.
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Governo

Crollo Pd: Renzi è stato il becchino della sinistra

di Stefano Feltri

In Italia la sinistra non c’è più. L’ha distrutta Matteo Renzi, certo, ma anche i vari Massimo D’Alema e tutta la cricca di Liberi e Uguali che è uscita dal Pd perché non condivideva la visione monarchica del renzismo che metteva ai margini la loro oligarchia polverosa. E non c’è una sinistra radicale competitiva, non c’è un Jeremy Corbyn che scali il partito e non c’è un Jean-Luc Melénchon che incarni, da sinistra, la novità populista.

Il Pd non è più stato un partito di sinistra. Renzi e i renziani cercavano la compagnia della Confindustria, non dei precari ai quali veniva spiegato, anzi, che l’abolizione dell’articolo 18 era una buona notizia anche per loro che sognavano un contratto a tempo indeterminato. Il Pd non ha neppure provato a vincere queste elezioni perché non aveva un messaggio da dare se non “siamo dei buoni amministratori dello status quo”.

Eppure, ha detto Walter Veltroni in un bel discorso al teatro Eliseo di Roma il 25 febbraio, “sinistra è una bellissima espressione, rimanda alla condivisione del dolore sociale, alle lotte per la libertà, alla tensione verso l’uguaglianza. La sinistra moderna è riformista, è liberale, deve essere radicale nelle sue scelte e nei suoi programmi”. Ecco questa sinistra, quella del Pd ma anche quella di LeU non è stata liberale, non è stata radicale, non ha teso all’uguaglianza.
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Un bonus al giorno toglie il welfare di torno

di Alfonso Gianni

I due pilastri portanti della Renzinomics, gli incentivi alle imprese e i bonus al popolo, continuano a reggere l’impianto della politica economica del governo Gentiloni. Si potevano nutrire pochi dubbi al riguardo, trattandosi di un governo fotocopia che per di più condivide con il precedente il ministro dell’Economia e delle Finanze. Questi consentono da un lato di sorreggere un mondo delle imprese che non si accontenta della liberalizzazione del mercato del lavoro e deve essere continuamente stimolato dagli sgravi fiscali e dagli iperammortamenti.

Cui si aggiunge per i singoli una sorta di nuovo condono attraverso la riapertura dei termini per la “rottamazione delle cartelle”, ovvero della chiusura dei contenziosi con l’Agenzia delle entrate, contenuta nel collegato fiscale. Dall’altro lato permettono di cercare consensi tra strati popolari vessati da una crisi che ha visto ridurre i loro redditi dal 2008 ad oggi. Gli istituti statistici ci ricordano che il dipendente medio può comprare con i proventi del suo lavoro una quantità di beni e servizi inferiore di 320 euro rispetto a quella che poteva tranquillamente permettersi nel 2007.
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