1989, il fantasma della libertà

di Marco Bascetta I sintomi evidenti di una crisi irreversibile della Repubblica democratica tedesca si erano ormai pienamente manifestati, e sempre più intensamente a partire dall’arrivo di Gorbaciov al Cremlino nel 1985, quando nel novembre di trenta anni fa il suo confine, simbolico e materiale, si sgretolò con incredibile rapidità, travolto da una spinta improvvisa […]

Sulla memoria avvoltoi a Est dopo l’89

di Tommaso Di Francesco

A fine 2018 e in apertura del nuovo anno, tre avvenimenti sembrano parlarsi in modo inequivocabile. Quasi in segreto è stata rimossa negli ultimi giorni di dicembre dalla piazza del parlamento di Budapest la statua di Imre Nagy, il leader comunista che fu alla guida della rivolta ungherese del 1956 repressa nel sangue dall’intervento armato dell’Urss; solo pochi giorni fa Matteo Salvini, il leader populista-razzista italiano, dopo avere ricevuto a Milano in pompa magna l’attuale leader magiaro sovranista identitario Viktor Orbán, ha iniziato a volare come un avvoltoio a Varsavia, nella Polonia di Kaczynski, avviando il suo tour elettorale per la costruzione di una coalizione elettorale in vista delle prossime elezioni europee, trovando per ora simpatie e connivenze ma anche sospetti sulla linea filo-Putin del leghista.

Ultimo, ma non in ordine d’importanza, il concerto indetto a Verona per mercoledì 16 dei gruppi nazirock (che si richiamano alla Xa Mas), nel nome di Jan Palach – il giovane che si immolò con il fuoco su Piazza Venceslao a Praga il 16 gennaio del 1969, cinquanta anni fa. Tra queste tre notizie c’è una correlazione strettissima. E riguarda la cancellazione della memoria che ad Est, con grande concorso dell’Occidente europeo ed americano. Ormai, dai movimenti reazionari si è passati a regimi a presidio della revisione della storia.
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Muro di Berlino, 1989

Il crollo del Muro: dov’è la festa?

di Luciana Castellina

Un pezzetto di quel muro caduto 25 anni fa ce l’ho ancora sulla mia scri­va­nia: un fram­mento di into­naco colo­rato che strap­pai con le mie mani quando accorsi anche io a Ber­lino men­tre ancora, a frotte, quelli dell’est eson­da­vano verso l’agognato Occi­dente. Furono gior­nate gio­iose attorno a quel sim­bolo di una guerra – quella fredda – che era scop­piata meno di due anni dopo la fine di quella calda.

Per oltre quarant’anni quella fron­tiera, e già molto prima che fosse eretto il muro, l’avevo attra­ver­sata solo ille­gal­mente: negli anni ’50 per­ché il mio governo non mi dava un pas­sa­porto valido per i paesi oltre la cor­tina di ferro (dove­vamo rima­nere chiusi nell’area della Nato) e per­ciò per par­larsi con tede­schi della Ddr, unghe­resi o bul­gari si pren­deva il metro a Ber­lino e dall’altra parte ti for­ni­vano una sorta di pas­sa­porto posticcio.

Poi, dopo la costru­zione del muro, quando noi pote­vamo legal­mente andare ad est e invece quelli di Ber­lino est non pote­vano più venire a ovest, ridi­ven­tammo clan­de­stini: per potere incon­trare, senza incap­pare nella sor­ve­glianza della Stasi, i nostri com­pa­gni paci­fi­sti del blocco sovie­tico, dis­si­denti rispetto ai loro regimi, ma con­vinti che a una evo­lu­zione demo­cra­tica non sareb­bero ser­viti i mis­sili per­ché solo il disarmo e il dia­logo avreb­bero potuto facilitarla.

Per que­sto, gioia in quell’autunno dell’89 e anche un po’ di orgo­glio per il merito che per que­sto esito aveva avuto anche il nostro movi­mento paci­fi­sta, l’End «per un’Europa senza mis­sili dall’Atlantico agli Urali». Ave­vamo pro­dotto una deter­renza poli­tica, con­tri­buendo ad iso­lare chi, per abbat­tere il muro, avrebbe voluto sce­gliere la più sbri­ga­tiva via delle bombe.
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