Democrazia indivisa: la storia del Movimento dei Finanzieri Democratici e del loro ’68

di Loris Campetti

Del biennio rosso si conoscono con ragionevole approssimazione le date d’inizio. L’anno degli studenti, il ’68, inizia il 27 novembre a Torino con una votazione di 500 ragazze e ragazzi assiepati nell’aula magna dell’Ateneo, palazzo Campana, che ne decide l’occupazione. L’autoritarismo baronale è sottoposto a un processo di massa destinato a modificare prima i rapporti di forza e poi le relazioni all’interno delle università e delle scuole.

L’anno degli operai, il ’69, inizia anch’esso con qualche anticipo, il 19 aprile del ’68, quando durante una manifestazione contestuale a uno sciopero che coinvolge 6 mila lavoratori in lotta per il salario, la salute e l’occupazione, viene abbattuta la statua del padre-padrone, il conte Marzotto, nella piazza di Valdagno. L’unità operaia-popolare – così si è raccontato quel movimento – ha spezzato il sistema feudale di Marzotto e ha fondato un sistema di forze nuove”.

Decisamente più difficile sarebbe invece fissare le date conclusive del movimento antiautoritario. Per molte ragioni, la principale delle quali è che il contagio partito dalle scuole e dalle fabbriche non è stato archiviato dalle bombe di piazza Fontana, anzi si è esteso progressivamente all’intera società, dalla scienza alla religione, alla famiglia, ai rapporti di coppia, fino a ribaltare ritualità e regole persino nei luoghi più separati di un’Italia già messa a soqquadro dal boom economico.
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L’occasione mancata del Sessantotto

Un Sessantotto di Michele Battini (Università Bocconi Editore, 129 pagine, 15,50 euro) sarà presentato a Bologna lunedì 11 febbraio

di Adriano Sofri

Passato l’anniversario del Sessantotto, gabbatu più o meno lu santu, se ne può riparlare a piede libero, per così dire. Michele Battini ha pubblicato un libro agile, intitolato a “Un Sessantotto”. Il concetto è replicato nel titolo del primo capitolo, “Un Sessantotto, tra i tanti”. Ma non è una storia personale, come nel bel libro di Pierluigi Sullo, sottotitolato appunto Un romanzo nel ’68.

È piuttosto una interpretazione generale del Sessantotto fondata su una scelta particolare di situazioni e documenti, in cui prevalgono l’esperienza studentesca (e operaia) pisana e teorica torinese, e svolta poi in un ampio confronto con la vicenda americana degli anni Sessanta, quella dell’Sds tedesco di Dutschke e Krahl, quella complementare e opposta della lotta per la libertà contro il sedicente socialismo a Praga e a Varsavia – Kuron, Modzelewski, Michnik… La ricerca torinese di Raniero Panzieri e dei Quaderni Rossi aveva anticipato il rapporto fra controllo operaio, democrazia “rivoluzionaria” e democrazia costituzionale in cui Battini riconosce la possibilità più promettente del cosiddetto Sessantotto (perché la sua datazione esorbita da quel solo anno e non a caso la metafora spodestò presto gli eventi) e il limite contro il quale si ruppe la testa.
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“La rivoluzione dei piccoli pianeti: un romanzo nel ’68”: ovvero come eravamo

di Silvia Napoli

Pierluigi (Gigi) Sullo è una penna militante, qualunque cosa voglia oggi dire questa espressione, di indubbia vaglia. La direzione del Quotidiano dei Lavoratori, la lunga collaborazione con Luigi Pintor alla guida del Manifesto della fase più fulgida, l’esperienza del periodico Carta, da lui fondato, inchieste e reportage su tutti i temi più caldi dei movimenti vecchi e nuovi, lo rendono figura credibile e certificata per continuare a dire la sua sullo stato delle cose. Certe volte si può legittimamente riflettere e lottare in modalità oblique, alla ricerca di rivoli carsici di pensiero e sentimento che sembrano al momento occultati e silenti, in attesa di un ciclo nuovo di mutamenti.

Non facile naturalmente a questo punto,parlare senza inanellare banalità, di un libro – “La rivoluzione dei piccoli pianeti. Un romanzo nel ’68” – che ha già raccolto recensioni lusinghiere ed importanti(una su tutte quella di Adriano Sofri) e ha avuto in giro molte presentazioni. Sottotitolo cui io aggiungerei un come eravamo o avevamo sognato di essere, riferito ad un panorama emotivo e attitudinale, uno state of mind di una fetta generazionale, prevalentemente studentesca, ma non solo, e forse anche al suo lascito ereditario culturale. E qui il discorso interpretativo diventa fatalmente sdrucciolevole.
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