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1 maggio 1947: la strage di Portella della Ginestra più di settant’anni dopo

di Claudio Cossu

1 maggio 2017: sono trascorsi settant’anni da quella tremenda e crudele strage, a Portella della Ginestra (Sicilia), ricorrenza che Macaluso giustamente ha ricordato “La Repubblica” definendola la “prima strage di Stato” del dopoguerra. Strage che segnò l’inizio, purtroppo, di quella serie di eccidi che vide il connubio tra Cosa nostra, servizi deviati dello Stato e forze oscure della reazione (monarchici e neo-fascisti nella fattispecie, in quei tempi lontani). Scopo: reprimere le giuste rivendicazioni dei contadini dell’epoca e delle forze progressiste tout court, del mondo del lavoro in genere, negli anni seguenti, contro il latifondo e i privilegi di pochi ricchi e potenti del nostro Paese.

Nel 1947 il bandito Salvatore Giuliano e la mafia, in sintesi, servirono a reprimere nel sangue quelle rivendicazioni alle terre e in seguito l’intreccio gelatinoso e viscido tra le forze sopra menzionate servì a soffocare le aspirazioni operaie, studentesche e progressiste emergenti. Aspirazioni all’eguaglianza sociale e alla libertà, contro il potere di pochi e le pretese corporative e reazionarie di poteri oligarchici e retrivi giù giù, fino ai nostri giorni.

Ricordiamo, dunque, quelle vittime, questo 1 maggio 2017, giorno dei lavoratori e dedicato alla sacralità del lavoro, che dovrebbe realmente essere tutelato, come previsto – del resto – dalla nostra Costituzione, ma sempre minacciato da licenziamenti e revisioni inique, con la scusante dello sviluppo economico e di nuove, peraltro incerte, modalità di contratti di lavoro a tempo determinato, di natura incerta e vaga nonché insicure.

1 maggio: l’Italia in coda alle classifiche europee sul lavoro

Sinistra

della Cgia Mestre

A festeggiare il 1° maggio saranno circa 22 milioni e 500 mila italiani (lavoratori dipendenti più autonomi) e sebbene gli ultimi dati presentati ieri sulla disoccupazione dall’Istat ci dicono che le cose stanno migliorando, il nostro paese continua a registrare dei ritardi occupazionali molto preoccupanti.

Tra i 28 paesi dell’Unione europea solo la Croazia (55,8 per cento) e la Grecia (50,8 per cento) presentano un tasso di occupazione più basso del nostro (56,3 per cento). Questo tasso è ottenuto rapportando il numero degli occupati presenti in un determinato territorio e la popolazione in età lavorativa tra i 15 e i 64 anni. In buona sostanza, questo indice con sente di misurare il livello di occupazione presente in una nazione.

Al netto di disoccupati, scoraggiati e inattivi emerge che in Italia la platea degli occupati registra un gap di 17,7 punti percentuali con la Germania, di 16,4 punti con il Regno Unito e di 7,9 punti con la Francia. “Quando analizziamo i dati riferiti al mercato del lavoro -esordisce il coordinatore dell’ufficio studi della Cgia Paolo Zabeo – l’attenzione è quasi sempre rivolta all’andamento del tasso di disoccupazione. In realtà il tasso di occupazione è più importante, perché lega questo indice a doppio filo con il livello di produzione di ricchezza di un’area. In altre parole, tra il numero di occupati e la ricchezza prodotta in un determinato territorio c’è un rapporto diretto. Al crescere dell’uno, aumenta anche l’altra”.

Il 1 maggio e l’Italia di quei lavori “à la carte”

1 maggio, il riscatto del lavoro - Foto di iMec - Giornale metalmeccanico

di Silvia Garambois

Gli studi per capire a chi dovrebbe andare il bonus governativo di 80 euro hanno fornito una nuova fotografia dell’Italia al lavoro, e soprattutto del lavoro dei giovani. Intanto, si è scoperto che tra gli “under 30” il bonus lo prenderanno quasi tutti (o meglio: lo prenderanno quelli che hanno un vero lavoro dipendente, è escluso il mondo delle partite Iva così come quello degli “incapienti”, che guadagnano cioè meno di 8mila euro, perché per loro non ci sono tasse da detrarre). Gli stipendi delle nuove generazioni sono, cioè, tutti livellati verso il basso, dai bancari a mille e 400 euro al mese alle baby sitter a poco più di 700.

Quello che però adesso salta agli occhi è un altro dato: l’Italia che ha studiato, l’Italia con la laurea in tasca, nella stragrande maggioranza fa il commesso o il cameriere. Sui quasi 2 milioni di giovani lavoratori dipendenti presi in esame dalla Cgia di Mestre quasi 270mila sono dietro a un banco e 225mila servono a tavola: un quarto del totale. Alle loro spalle la categoria numericamente più “forte” è quella degli impiegati, che sono un po’ più di 115mila: significa però che poco più del 5 per cento dei giovani oggi trova posto dietro una scrivania, a differenza delle generazioni passate che in ufficio hanno passato una vita.

Un ultimo raffronto: gli operai metalmeccanici e quelli del tessile, insieme, sono in tutto 33 mila. Un numero che racconta da solo la crisi industriale. Questi dati costringono a fermarsi e riflettere. La prima cosa, e c’è fin troppa esperienza, riguarda il fatto che – quali che siano stati gli studi fatti – si prende il lavoro che c’è: nessuna sorpresa, dunque, se a consigliare la taglia d’abito giusta c’è una avvocata laureata a pieni voti o se la pizza viene servita da un dottore in economia con tesi sui mercati esteri.

Bologna, 1 maggio 2013: il corteo dell’Usb per le vie del centro


Foto di Leonardo Tancredi

Primo maggio, il riscatto del lavoro. Se non ora, quando?

1 maggio, il riscatto del lavoro - Foto di iMec - Giornale metalmeccanico

di Marco Revelli

Non è giorno di festa, questo Primo Maggio 2013. Giorno di mobilitazione, questo sì. E di bilancio. Occasione d’incontro. E di riflessione. Ma di festa no. Per la brutale ragione che non c’è nulla da festeggiare. Mai come oggi, per lo meno nell’ultimo mezzo secolo, il lavoro è stato umiliato e offeso. Mai è stato così ignorato, nelle sue esigenze materiali e nelle sue ragioni ideali, nella società e nelle istituzioni. Nel mercato del lavoro e sui posti di lavoro.

Il tasso di disoccupazione – lo rivela l’Istat – è arrivato a sfiorare l’11%, quasi il doppio rispetto alla fine degli anni 70, quando incominciò la guerra dei potenti contro il lavoro. Ma il dato è sottostimato, perché se si tenesse conto anche della massa sterminata di ore di Cassa integrazione e al suo equivalente in posti di lavoro, dovremmo aggiungervi altri due o tre punti percentuali. E in alcune aree del paese arriva a sfiorare addirittura il 20 per cento.

Né si può ignorare che c’è un’intera generazione costretta a restare fuori dalla porta del mondo del lavoro. Un’immensa coda virtuale di centinaia di migliaia di ragazzi e ragazze, davanti a virtuali uffici di collocamento, che non si vede, che non provoca lo shock del 1929 e non ne evoca l’incubo solo perché se ne rimangono a casa, a spedire curricula inutili, ma ci sono, e non riescono a immaginare un proprio futuro: è disoccupato il 35,7% dei giovani tra i 15 e i 24 anni, che nel Meridione diventa il 46,9%, quasi la metà di quelli che si attivano sul mercato del lavoro.

A cui va aggiunta una buona parte dei quasi tre milioni di «scoraggiati», che non figurano nella statistica della disoccupazione perché non studiano e non cercano neppure un lavoro. È lo scenario di una catastrofe sociale, ma anche culturale e antropologica – perché un paese non può perdersi un’intera generazione, buttata fuori dal tempo per assenza di futuro -, che solo l’inguaribile cecità della politica non permette di porre al primo posto dell’agenda nazionale.