Le cattive compagnie di “Cambridge Analytica”

di Vincenzo Vita

Eppur si muove. Un risveglio di primavera. Dopo l’orrenda storia dei dati e dei profili ceduti alla società «Cambridge Analytica», Facebook è finalmente finita sul banco degli imputati. La creatura di Mark Zuckerberg, impasto post-moderno di anarchismo all’acqua di rosa e di adesione profonda alle culture liberiste, è scesa dal cielo ed è atterrata nei luoghi dei corpi reali i cui diritti sono stati ripetutamente violati. Il ragazzo prodigio, è stato sentito dal congresso degli Stati uniti e ha scosso i Garanti per la privacy europei riunitisi a Bruxelles ieri, per disegnare il percorso previsto dal nuovo Regolamento europeo (2016/679) effettivamente applicabile dal prossimo 25 maggio.

Chiare sono state le parole pronunciate, sulla relazione tra l’attendibilità del settore e l’innovazione digitale, dalla commissaria europea Mariya Gabriel. E lucido avamposto si è rivelato il Garante italiano, cui si deve l’iniziativa di maggiore concretezza, vale a dire la contestazione precisa dell’uso illecito dei dati. Per quale obiettivo sono stati utilizzati i profili italiani (214.134 dichiarati a fronte degli 87 milioni nel mondo, ma Antonello Soro sospetta ben di più)?

È vero che se ne evince una precisa finalità politica? Tra l’altro, «Cambridge Analytica» non è sola ed è verosimilmente in cattiva compagnia. Troppi indizi, infatti, portano a ritenere che nell’ultima campagna elettorale (quella lunga, non solo gli ultimi trenta giorni) un bel numero di persone abbia subito una propaganda personalizzata.

La rivoluzione del reddito di base e il lato oscuro della new economy

di Giacomo Russo Spena

Un merito ce l’ha il Movimento Cinque Stelle: quello di aver affermato nel dibattito pubblico il tema del reddito di cittadinanza. Nello stesso momento, è fondamentale sottolineare come abbia distorto il senso originario della proposta trasformando la richiesta iniziale di un reddito minimo ed incondizionato in un mero sussidio di disoccupazione. Ma perché il reddito ad oggi è così importante? Lo spiega Roberto Ciccarelli, giornalista e filosofo, che ha appena scritto per DeriveApprodi il libro Forza lavoro. Il lato oscuro della rivoluzione digitale (219 pp., 18 euro).

Un libro importante, frutto di un’elaborazione cui l’autore ha dedicato più di tre anni, nel quale sono sistematizzate le riflessioni sulle nozioni di lavoro e di valore a partire dalle forme concrete che assumono nei contesti produttivi della contemporaneità (sharing economy – gig economy, free lance – robot). Ne esce fuori un testo complesso, stratificato, con un forte taglio politico-filosofico (spinoziano), utile per capire perché il reddito – inteso come reddito di base, universale e senza condizioni – oggi vada sganciato dal lavoro perché è una delle possibili forme di remunerazione delle attività che già svolgiamo nella società e nell’economia, anche in quella digitale, non una forma di riparazione o di assistenza contro la povertà.

La colpa di Lula? Aver reso possibile un altro mondo

di Luciana Castellina

Telefonano accorati gli amici brasiliani in Italia, prime fra tutti le compagne-suore che dovettero scappare dal loro paese quarant’anni fa perché avevano aiutato Lelio Basso a preparare il processo del Tribunale internazionale dei popoli che denunciò fra i primi l’orrore della dittatura brasiliana (e da allora sono il pilastro della Fondazione ); inviano messaggi rabbiosi da Rio gli amici del Forum mondiale di Porto Alegre, da San Paolo i compagni del Pt.

Il più bello da Belo Horizonte, del cantastorie Erton Gustavo Prado: «Fine corsa per lei, ex presidente alejado (dalle dita amputate), non è a causa dei tre appartamenti che lei sarà condannato. È a causa della sua audacia nell’aiutare i ragazzi a diventare avvocati, nel contribuire all’ascensione del nero della favela che oggi crede di poter studiare medicina, uscire dalla miseria e perfino di conoscere la Cappella Sistina. Fine corsa per lei ex presidente stupido: lei viene condannato non per aver rubato, perché questo non è stato provato.

Il suo sbaglio è stato essere storia e fare storia sulla dimensione del Brasile – l’80 % di approvazione popolare – per aver creduto nell’uguaglianza, per aver saputo governare. Fine corsa per lei ex presidente». Da Buenos Aires chiama Adolfo Perez Esquivel, che fu per anni presidente della Lega internazionale per i diritti dei popoli, il braccio politico della Fondazione Basso (e io ho avuto l’onore di essergli vice) chiedendo sostegno alla raccolta di firme per ottenere che a Lula sia conferito – come avvenne per Martin Luther King – il Nobel per la pace.

“Il popolo Cgil non ha votato Pd”, Landini: i grillini sanno ascoltarci

Maurizio Landini

di Elena G. Polidori

«Subito dopo il voto – dice Maurizio Landini, ex leader della Fiom e attuale segretario confederale della Cgil – abbiamo scritto ai nuovi presidenti delle Camere e ai gruppi parlamentari, per chiedere che il nuovo Parlamento discuta subito la Carta per i diritti del Lavoro, sottoscritta da più di un milione e mezzo di lavoratori; i 5 Stelle sono stati i primi a risponderci».

Che risposta è arrivata?

«A breve saranno fissati gli incontri, ma è chiaro che stiamo parlando di cambiare il Jobs Act, di fare una legge sulla rappresentanza, vuol dire ripristinare un nuovo statuto di diritti per tutte le forme di lavoro, anche quello autonomo, così come vogliamo una nuova legge sulle pensioni…».

Musica per le orecchie di Di Maio. Ma anche di Salvini…

«Il sindacato, la Cgil, guarda quello che succede, è autonomo da qualsiasi forza politica, governo, imprenditore, ma resta il fatto che oggi è più facile licenziare che ricorrere agli ammortizzatori sociali. E nel congresso che stiamo aprendo, tra le proposte c’è anche quella di sperimentare un reddito di garanzia, per chi non ha alcun istituto, è precario e vuole reinserirsi nel mondo del lavoro».

Le cucine popolari di Bologna: qui si trovano le parole smarrite dalla politica

di Bruno Giorgini, ha collaborato Amalia Tiano De Vivo

Mia nonna Lisetta irriducibile comunista ebbe a dirmi una volta quand’ero bimbetto: a Bologne sono rosse anche le pietre. Lei viveva a Ravenna, suo marito era anarchico, le sue figlie e il primogenito tutti comunisti al tempo del fascismo, che facile non era. Facile non fu nemmeno dopo la Liberazione, quando una delle figlie finì incarcerata da Scelba, odiato ministro degli interni di fede democristiana, e tutti ebbero difficoltà economiche e di lavoro, se non fosse che nacquero anche le cooperative rosse, eredi delle antiche cooperative socialiste che le squadracce avevano incendiato e bruciato. Cooperative che oggi chiameremmo eque e solidali, di produzione, agricole, di consumo, culturali.

Per Lisetta Bologna era la capitale di tutto questo fermento per rendere migliori le condizioni di vita, di lavoro e di libertà dei braccianti come lei e suo marito Potastila, delle figlie operaie e sarte, del figlio fornaio. Quando poi una delle figlie si sposò bene, trasferendosi a Bologna a fare la signora, Lisetta prese spesso la corriera per andare a trovarla, scoprendo che a Bologna rosse erano le pietre non soltanto in senso politico e figurato, ma rosse erano proprio le pietre con cui si costruivano le case.

Se non solo i cuori ma anche le mura a Bologna erano comuniste, secondo lei per sradicare da lì la bandiera rossa i padroni, i capitalisti, i democristiani avrebbero dovuto materialmente radere al suolo la città. Il che le pareva del tutto impossibile, “a meno non venga un’altra guerra”. Si trattava di un sentimento condiviso nella cerchia dei comunisti dove sono nato e cresciuto tra un raduno dell’ANPI e una festa dell’Unità. Cerchia che racchiudeva larga parte del popolo, coi socialisti spesso la maggioranza.

Lavoro, la strage silenziosa: ecco chi ci uccide

100 sogni morti sul lavoro - Foto di Samuele Ghilardi

di Gloria Riva

Qualcuno grida «Attenti!», ma il palco viene giù in una frazione di secondo. Matteo Armellini, trent’anni, muore sul colpo. Schiacciato. Doveva montare le luci per illuminare il concerto di Laura Pausini a Reggio Calabria. Era il 5 marzo del 2012 e i giornali non parlarono d’altro: uscire di casa per lavorare e non fare ritorno. Assurdo. Passò qualche giorno, la polvere dell’indignazione si sedimentò e restò soltanto Paola Armellini, la mamma, che oggi ha 76 anni e ancora cerca giustizia. Il processo va per le lunghe, cambia il giudice, cambiano i pm, si riparte daccapo. Risultato: dopo sei anni, ancora non si sa di chi sia la responsabilità per quel palco non in regola. «Alle ultime udienze si gioca a scarica barile fra committenti», racconta Paola.

A processo, sul banco degli imputati, ci sono sette impresari che in quel cantiere avevano un appalto, in subappalto da un altro subappalto, e così via fino a costruire una matassa impossibile da districare: «Lo fanno apposta. Così quando succedono disgrazie il responsabile non è nessuno. Ma deve venire fuori», Paola non demorde. Eppure s’avvicina la prescrizione: e allora Matteo potrebbe non avere giustizia. «Servirebbe un processo esemplare, severo, in tempi giusti. Perché nel frattempo le morti sul lavoro non si sono fermate», e neppure il diabolico sistema del subappalto. Al contrario, le disgrazie hanno ripreso a correre e non è una fatalità. L’Espresso racconta cosa sta succedendo nelle aziende italiane e perché.

Precari più a rischio

Nel 2017 hanno perso la vita – ufficialmente – in 1.115 (più 1,1 per cento sul 2016). Una mattanza. E il 2018 è iniziato nel peggiore dei modi: il 16 gennaio a Milano quattro operai sono morti per asfissia alla Lamina, una piccola azienda metalmeccanica. Due giorni dopo a Brescia, un ragazzo di 19 anni è rimasto incastrato con la manica del maglione nel tornio, è successo sotto agli occhi del padre, titolare dell’azienda.

Lo spettro di Marx torna ad aleggiare

di Sergio Caserta

Metti due ottimi film in programmazione ravvicinata e un week end post elettorale senza riunioni. Capita di vedere “Il giovane Karl Marx” di Raoul Peck, film storico di grande impatto emotivo, sugli anni giovanili del grande filosofo economista e dell’incontro con Friedrich Engels, la nascita di un sodalizio destinato a cambiare il mondo. Un film che lascia senza parole per quanto riesce a proiettarci con realismo e passione nel turbine del periodo che prelude alle grandi trasformazioni della prima rivoluzione capitalistico industriale, agli albori della nascita del movimento operaio e dell’anelito alla giustizia sociale.

Un film romantico e nello stesso tempo asciutto che inquadra in modo puntuale, attraverso la descrizione delle vite dei protagonisti e dei diversi personaggi storici in campo, la furiosa dialettica, all’interno del pensiero socialista che si andava diversificando e l’affermazione impetuosa “sturm und drang” delle idee comuniste che in modo stringente indicavano nella lotta di classe, per l’uguaglianza economica, la liberazione del mondo del lavoro e quindi dell’intera umanità dalla servitù.

Il prequel della grande guerra Tim-Telecom

di Vincenzo Vita

La vicenda Sky-Mediaset, con il prevedibile rialzo in Borsa del titolo delle aziende di Berlusconi cui le complicità politiche della televisione guardano sempre con favore – a prescindere -, ha un prequel fondamentale. Vale a dire la «grande guerra» attorno a Tim-Telecom.

Infatti, il ritorno di fiamma tra il Biscione e il mai amato Rupert Murdoch ha il sapore di una contromossa difensiva, dopo la rottura con Vivendi. La società di Bolloré -con i suoi 24% in Tim e 28,8% in Mediaset- sarebbe stata per l’ex Cavaliere la mossa perfetta: un accordo sulla pay-tv (Canal+ è del finanziere bretone) e un atterraggio morbido sul ghiotto terreno delle telecomunicazioni.

Insomma, sembrava che gli effetti a distanza del «patto del nazareno» funzionassero ancora. Di fronte al rischio di uscirne con le pive nel sacco a causa dell’asprezza del conflitto con i francesi, a loro volta in disgrazia nella scalata all’ex monopolista telefonico, la famiglia Berlusconi ha cambiato la tattica e ridimensionato la strategia.

Un ritorno a casa, nel business dei contenuti televisivi. È vero che nel grandangolo dell’operazione di Sky si vede pure la sagoma di Open Fiber (Enel e Cassa depositi e prestiti), il concorrente diretto nella banda larga di Tim. Sembra un’apertura di orizzonti, ma chissà che accadrà davvero. L’integrazione cross-mediale è ancora da verificare, in un’Italia assuefatta ai riti del «duopolio» Rai-Mediaset.

Europa, mercato e sovranità popolare

di Alessandro Somma

Che l’epoca attuale sia caratterizzata dal trionfo della logica del profitto è oramai un dato di fatto, le cui conseguenze sono state indagate dai punti di vista più disparati. Un recente volume – Lo impone il mercato. Come i nostri governanti hanno stravolto i principi costituzionali di Daniele Perotti (Imprimatur) – ha ripercorso quelle che interessano il piano dei principi fondamentali enunciati dalla Costituzione italiana nei suoi primi articoli[1]. Il risultato è un atto di accusa duro e articolato contro l’Europa unita, ritenuta il catalizzatore di quanto possiamo oramai definire in termini di dittatura del mercato. Al lettore si offre così un contributo riconducibile a un genere letterario che sta finalmente prendendo piede: quello relativo all’incompatibilità conclamata, sebbene troppo a lungo occultata, tra Costituzione italiana e Trattati europei.

Costituzione vs trattati europei

Da un simile punto di vista sono centrali le pagine in cui si sottolinea il ruolo che per la Carta fondamentale assume il lavoro: il perno del patto di cittadinanza per cui il diritto ai beni e servizi erogati dallo Stato sociale costituisce il corrispettivo del dovere di concorrere al progresso materiale e spirituale della società (art. 4). Il tutto collegato a un vero e proprio obbligo dei pubblici poteri di creare le condizioni affinché il diritto al lavoro sia effettivo, e soprattutto sia produttivo di emancipazione e dignità per sé e per la propria famiglia.

Perotti sottolinea opportunamente che questo equivale ad attribuire allo Stato il compito di promuovere attivamente la piena e buona occupazione, rigettando l’idea ora dominante per cui si riconosce al solo mercato “una funzione generatrice di lavoro”.

Winnie 4 ever: la resilienza al femminile

di Silvia Napoli

Se dovessimo declinare il concetto di resilienza al femminile e farlo in maniera iconica, credo non si potrebbe prescindere dalla figura di Winnie, un personaggio teatrale che è tuttora una sorta di potentissima signora delle scene, equipaggiata com’è con tutte le sfumature di ambivalenza possibili derivanti dal suo status antinaturalistico e antipsicologico da un lato e dall’altro dalla sua essenza umana, troppo umana. Se Winnie può diventare un emblema, un simbolo, una portabandiera, un feticcio tra oggetti feticcio è proprio in virtù del suo essere Donna e dunque storicamente destinata ad essere vista come idea, allusione e illusione di qualcos’altro, allorquando il confrontarsi con l’irriducibilità e la carnalità del femminile diventa insopportabilmente angoscioso o deflagrante.

Naturalmente negli “happy days” beckettiani, che non sono la memoria di un periodo di vita circoscritto e sereno, come presto scopriamo, ma una giaculatoria, una collana di giorni che si giustappongono implacabili e sono dunque, tutti i giorni a disposizione di una vita, di una umanità, forse della Storia e del mondo, dall’inizio del Tempo mortale, abbiamo anche una plastica esercitazione sui meccanismi dell’arte scenica, sul valore della rappresentazione, sulla coazione a ripetere insita in ogni attività performativa, sul desiderio anche questo ambivalente di costruire e smontare, di vedere cosa c’è dentro, fino alla distruzione del giocattolo, proprio di ogni drammaturgo-regista, sul principio di alterità e di dialettica necessaria che a questo punto incarna l’attore.

Attore che gioca, come coerentemente suggerisce la lingua inglese su due piani:l’ammiccare al pubblico e alla sua condizione cosi fragile e inerme dinnanzi a ciò che si dispiega ai suoi sensi e il duellare incessante con la volontà vessatoria del metteur en scene.