Napoli in ripresa: non è un fuoco fatuo

di Sergio Caserta

Chi come me – partenopeo che non vive più a Napoli da molto tempo – tornandoci periodicamente per insopprimibile amore, non può non registrare con soddisfazione un costante cambiamento della città e soprattutto dei napoletani. Siamo abituati alla cautela e collaudati dalle tante delusioni: flussi e soprattutto riflussi in quest’ultimi trentanni ne abbiamo visti tanti, perciò nessuna esaltazione, né lodi a ennesimi rinascimenti.

Napoli in realtà muore e rinasce ogni giorno: questa nuova fase, che coincide con il secondo mandato di Luigi De Magistris, mi sembra mostri chiari elementi di evoluzione. In primo luogo e alla base, c’è il consolidamento del flusso turistico imponente ancor più per qualità che per la notevole quantità. Turismo straniero, ma anche tantissimo italiano cui corrisponde una crescita di servizi, ristorazione, arte, artigianato, cultura non più come fenomeni marginali ed effimeri.

No, sta crescendo una cultura imprenditoriale autoctona, rivolta a soddisfare domande più esigenti e diversificate, basti osservare l’offerta gastronomica e gli apprezzabili miglioramenti nell’imponente rete museale e culturale.

Autonomia di classe in Venezuela

di Valerio Evangelisti

Per mettere subito le cose in chiaro, non prendo nemmeno in considerazione le tesi di chi dice che in Venezuela, con la formazione di un’Assemblea costituente, sia in gioco la sopravvivenza della democrazia (e lo dice chi, da quasi vent’anni, ha sostenuto che nel paese vigesse una dittatura). In gioco la democrazia lo è, ma non per mano dei costituenti.

Si tratta di intendersi, in via preliminare, sul significato del termine “democrazia”. Per i greci, che hanno inventato la parola, era il potere del “demos”: non il popolo generico, bensì il “popolo minuto”, gli strati più deboli economicamente della società. In questo senso, gli Stati Uniti, che permettono la competizione elettorale solo a candidati abbastanza ricchi per presentarsi alle urne, non sono mai stati e non sono una democrazia.

Quanto al resto dell’Occidente, il meccanismo elettorale seleziona oligarchie dotate di vita propria, senza possibilità di verifica, fino al voto successivo, dell’effettiva obbedienza degli eletti alla volontà dei votanti. Non mi ci soffermo, sono critiche già note dai tempi di Rousseau. Divenuta consapevole dello stato effettivo delle cose, la popolazione dell’Occidente vota sempre meno. E l’Unione Europea, fondata su centri di potere privi di controllo e su un parlamento inutile, consolida la sfiducia. È lo sfascio del modello governativo liberale.

Telecomunicazioni, il privato è in declino

di Vincenzo Vita

Il dato nuovo, interessante – a prescindere – della discussione sulla rete di telecomunicazioni e sulla sua ipotetica “ripubblicizzazione” è l’evidente declino dell’era del Privato. È stato un periodo foriero di danni seri. Si potrebbe dire, anzi, che l’eccesso non ha fatto bene neppure al capitalismo italiano, gracile e subalterno come non mai. Il tema è tornato all’ordine del giorno in aree diverse tra di loro, a conferma di una tendenza.

Pensiamo alla riacquisizione da parte dell’Istituto Luce degli Studios di Cinecittà; all’emergenza acqua; alla complessa storia dell’accennato network della fibra. Quest’ultima fiammata è davvero sintomatica, vista l’enfasi con cui a suo tempo (correva l’anno 1997) fu accompagnata la “madre” di tutte le privatizzazioni. Ora, a fronte della resistenza francese all’iniziativa di Fincantieri, è cresciuta la voglia di dare un metaforico calcio a Vivendi e di riprendersi Tim-Telecom.

Al di là della sfida tra tricolori – accidenti, che disinvoltura dopo gli inni alla gioia di Macron e a valle delle religione globalista – di che si parla, davvero? Passi per il “Mov5Stelle”, che allora proprio non c’era neanche nella mente di Grillo. Ma dove stavano all’epoca coloro che oggi discettano sull’argomento come se fossimo all’anno zero?

Una legge elettorale a difesa della Carta

di Alfiero Grandi

La vittoria del No non basta ad impedire nuovi tentativi di stravolgimento della Costituzione. Abbassare la guardia sarebbe un errore, come sottovalutare la forza e la determinazione delle potenti forze che in Italia e all’estero hanno spinto Renzi a tentare di deformare la Costituzione. La proposta di Renzi – bocciata il 4 dicembre 2016 – è solo la forma che ha assunto in Italia una scelta politica e istituzionale autoritaria e accentratrice. Panebianco ha proposto che le future modifiche debbano riguardare tutta la Costituzione, principi compresi, non più solo la parte istituzionale. Del resto il tentativo di modificare il patto costituzionale uscito dalla Resistenza e dall’intesa tra le forze fondamentali dell’epoca ha radici antiche.

Né è casuale che l’Istituto Leoni rilanci la flat tax, con il conseguente stravolgimento della progressività e dell’universalità dei diritti sociali, cambiando di fatto la prima parte della Costituzione. Le dichiarazioni fatte durante la campagna referendaria che la prima parte della Costituzione non era in discussione celavano in realtà il boccone più ambito, da affrontare una volta risolto il problema dei meccanismi decisionali in senso autoritario.

Del resto nel mondo ci sono tendenze autoritarie: dalla simpatia delle grandi corporation per i regimi non democratici, fino alle derive autoritarie in Turchia, in Ungheria con il bavaglio alla stampa, in Polonia con l’attacco all’autonomia della magistratura. La pressione è contro le procedure democratiche, viste come inutili pastoie che ritardano le decisioni delle corporation e dei gruppi di potere. Il pensiero stesso è semplificato e primordiale e la società che prefigura è autoritaria, anzitutto sotto il profilo culturale. È già accaduto negli Usa, la destra ha preparato gli stravolgimenti partendo dal piano culturale, con l’obiettivo di trasformare un nuovo pensiero dominante in unico, talora in un dogma di Stato.

2 agosto 1980, Alleva: “L’Emilia Romagna istituisca una commissione d’inchiesta regionale”

di Francesca Mezzadri

Istituire una commissione d’inchiesta regionale sui fatti della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980: lo chiede Piergiovanni Alleva (Altra ER) per l’attentato che causò la morte di 85 persone e oltre 200 feriti e il cui 37° anniversario ricorre domani. “La vicenda giudiziaria ha registrato negli anni molte difficoltà fra depistaggi, false dichiarazioni, omissioni, reticenze e ingerenze di istituzioni deviate”, rileva Alleva, “nel 1995 si è avuta la sentenza definitiva da parte della Corte Suprema di Cassazione con la condanna di esponenti dei NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari) e di personaggi della massoneria”.

A settembre 2017 è però stata fissata l’udienza per la valutazione di archiviazione chiesta dalla Procura di Bologna che “non ravviserebbe in città ed in regione la presenza di organizzazioni dell’eversione stragista e di logge massoniche di stampo piduista”.

Si oppone l’Associazione dei familiari delle vittime della strage, secondo la quale “rimangono da ascoltare le rilevanti testimonianze dirette di persone informate sui fatti ed analizzare molti documenti processuali”. L’associazione, come fa notare Alleva, in tutti questi anni ha tenuto alta l’attenzione su tutte le stragi, si è impegnata sulla proposta di legge per l’abolizione del segreto di Stato nei delitti di terrorismo e ha anche aperto il Centro di documentazione storico politica sullo stragismo.

Chi vuole fare la sinistra: un abbraccio è un abbraccio

di Antonio Gibelli

Inutile negarlo: un abbraccio è un abbraccio, come un pacca sulla spalla è una pacca sulla spalla e un sorriso è un sorriso, specie se affettuoso e timido come quelli che sfodera di regola Giuliano Pisapia. Inutile cercare scuse del tipo: si è trattato di un gesto di cortesia, in fondo ero ospite, sono solo andato a salutarla. Niente da fare. Un abbraccio è un abbraccio, come una rosa è una rosa, né più né meno.

Almeno avesse cercato di dissimulare, come suggerisce una fine stratega, autrice del commento più sagace, una vera pietra miliare nella storia della sinistra eternamente perdente: «Non doveva essere così plateale», «bisognava farlo in modo meno entusiastico», insomma «bastava usare un poco più di discrezione». Nascondersi dietro uno stand, per esempio, e consumare in fretta. Oppure stringere la mano voltandosi dall’altra parte, come fece Letta salutando Renzi al cambio della guardia governativo.

Ma Pisapia no, non è stato abbastanza accorto, non è stato capace. Non sará mai un leader. I veri leader, se proprio necessario, lanciano l’abbraccio ma ritirano la guancia. Altrimenti «il nostro popolo», anzi non tutto, solo «un pezzo del nostro popolo», si disorienta o addirittura storce il naso. Ma come, pensa il popolo, abbracciare il nostro nemico? E contro chi allora faremo la guerra? E quando Bersani abbracciò Alfano allora? Non ci furono proteste anche allora?

Padania, l’insostenibile referendum del Pd. Dal centralismo renziano al centralismo regionale

di Andrea Ranieri

Dopo una stagione di forsennato centralismo il PD riscopre il federalismo. I sindaci PD della Lombardia – Sala e Gori in testa – annunciano che voteranno si al referendum promosso da Maroni e Zaia, per tenere al Nord una quota maggiore dei soldi del fisco che oggi vanno allo Stato. I sindaci piddini aggiungono alla sicurezza e alla sanità, da sempre cavalli di battaglia dei padani, la necessità di trattenere risorse al Nord per la ricerca e la innovazione.

Tutti sembrano ragionare come se la recente stagione di centralismo abbia sottratto risorse al Nord per redistribuirle alle Ragioni Meridionali. In realtà il centralismo statalista renziano non assomiglia in nulla al centralismo del periodo keynesiano che redistribuiva risorse per evitare il crescere delle disuguaglianze fra le diverse aree del Paese. Si è assunto al contrario il ruolo di guardiano del debito, scaricando sui comuni il maggior onere delle operazioni di riequilibrio finanziario, e dall’altro ha spostato in maniera sempre più accentuata risorse dai deboli ai forti, con una sorta di meritocrazia applicata ai territori.

Sala, che insite per avere più risorse per ricerca e innovazione, dovrebbe sapere che oggi al progetto Human Technopole nell’area ex Expo sono destinate più risorse di quelle che vanno al finanziamento dell’insieme dei progetti di ricerca di tutto il territorio nazionale.

L’unità della sinistra per fare una politica di destra?

di Tomaso Montanari

Ci sono due modi radicalmente diversi, anzi opposti, per lavorare alla famosa lista unica a sinistra del Pd. Uno è quello di chi pensa che quella lista sia necessaria contro qualcosa: contro il rischio che governi la destra, nella fattispecie. L’altro è quello di chi pensa che quella lista sia necessaria per fare qualcosa: per cambiare rotta alla direzione del Paese, indirizzandola verso l’eguaglianza, l’inclusione e la giustizia, nella fattispecie.

La domanda che si fanno milioni di italiani di sinistra che non sanno per chi votare, e che sono molto tentati dall’astensione, è: ma perché le due cose non possono stare insieme? Non si potrebbe fermare la destra facendo cose di sinistra? Questa intervista di Andrea Orlando, ministro della Giustizia dei governi Renzi e Gentiloni, al «Manifesto» spiega perché questo uovo di Colombo sembra, al momento, introvabile.

Orlando dichiara che «chi si sottrae a una prospettiva unitaria dentro o fuori dal Pd si assume la responsabilità di portare la destra al governo». Ma, nella stessa intervista, difende il decreto, da lui firmato insieme a Minniti, che consegna i migranti a una giustizia di serie b, violando platealmente la Costituzione. Afferma che non bisogna «smentire il Jobs Act», e che non si deve ripristinare l’articolo 18 (semmai «un 17 e mezzo»). E ancora che bisogna difendere un sistema elettorale maggioritario.

Venezuela: il socialismo alla prova

di Geraldina Colotti

Nell’ascensore dalle porte capestro, un ragazzo dal sorriso aperto impedisce alla nuova venuta di rimetterci il naso. Scambio di battute. Dove sta andando, perché si trova qui? Quando si è da sole in Venezuela in un momento simile, un po’ di prudenza nelle risposte non guasta. La sera prima ci siamo incappate in un esagitato portoghese che guidava il taxi imprecando contro Maduro come si brontola contro il cambio del tempo: dava per scontato che un’europea dovesse essere d’accordo con lui a prescindere.

Perciò ora restiamo nel vago. Ribaltiamo la domanda: “Lei che fa?” “Operaio petrolifero È dice il ragazzo È vengo dal Zulia per presentare al presidente di Pdvsa un progetto di lavoro che la mia squadra ha messo a punto: si risparmia sui tempi, sui costi e con una miglior qualità di lavoro sulle piattaforme”. La storia ci interessa. Siamo nelle 48 ore dello “sciopero generale” proclamato dall’opposizione che, secondo i media internazionali, avrebbe avuto un’adesione superiore al 90%. Qual è l’umore fra gli operai petroliferi, nerbatura della principale ricchezza del paese?

Il ragazzo racconta. Lavorare sulle piattaforme È spiega È è sempre stato il suo sogno. Prima di Chavez, però, era difficile accedere senza specializzazione per una famiglia povera, poi c’erano le mafie del lavoro, le tangenti, certe vie gerarchiche da seguire. Insomma, poche possibilità. Dopo la vittoria di Chavez, nel 1998, le cose cambiano. Il giovane si fa avanti, lo mettono alla prova: “Osservavo tutto e prendevo nota È dice ora È porto sempre con me un quaderno come questo. Gli operai più esperti sono stati i miei maestri. La storia del colpo di Stato e della serrata petrolifera padronale, mi ha insegnato il resto”.

Attacco bipartisan alle pensioni: quando la solidarietà tra generazioni diventa un dispositivo neoliberale

Pensioni e pensionati

di Alessandro Somma

La Commissione Affari costituzionali della Camera ha da poco iniziato l’esame di due proposte di modifica dell’articolo 38 della Costituzione, nella parte in cui menziona il diritto alla pensione e precisa che alla sua attuazione “provvedono organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato”. Con la prima proposta, sottoscritta da parlamentari di maggioranza e opposizione, dal Pd ai Fratelli d’Italia, si vuole puntualizzare che il diritto alla pensione si attua “secondo principi di equità, ragionevolezza e non discriminazione tra le generazioni” [1].

La seconda proposta è stata presentata da deputati del Pd e ha un contenuto simile: vuole precisare che “il sistema previdenziale è improntato ad assicurare l’adeguatezza dei trattamenti, la solidarietà e l’equità tra le generazioni nonché la sostenibilità finanziaria” [2].

Molti hanno accolto con entusiasmo il richiamo alla solidarietà tra generazioni, considerato una novità positiva per i pensionati di domani. Proprio su questo aspetto deve avere insistito una velina a cui evidentemente si deve un titolo molto gettonato dalle testate, che hanno sbrigativamente parlato di “norma salva-giovani”. Sono però mancate analisi più approfondite su una vicenda di notevole portata e impatto, tutto sommato passata sotto silenzio.