Il dirigente del Pci che tallonava Togliatti

di Manfredi Alberti

Come ha affermato Plechanov in un noto scritto di fine Ottocento, le grandi personalità della storia sono tali nella misura in cui riescono a interpretare al meglio e con determinazione le forze e le tendenze in atto nella società, indirizzandole in modo coerente. L’inestricabilità del rapporto fra le biografie individuali e le forze collettive è particolarmente evidente nel caso del comunismo novecentesco, i cui grandi dirigenti hanno sempre avuto alle spalle un grande partito, una forza organizzata in grado di creare, nel contesto dato, virtuose sinergie fra i singoli e il gruppo di riferimento.

Sotto questo profilo non fa eccezione la vicenda del comunismo italiano, come si può evincere dal rigoroso e documentato lavoro di ricerca di Massimo Asta, dedicato all’avventurosa vita di Girolamo Li Causi, uno dei dirigenti più popolari del Pci nella prima metà del Novecento, negli anni ’50 il candidato comunista più votato dopo Togliatti; un uomo capace di infiammare le masse non solo grazie alle parole, ma anche con il linguaggio del corpo (Girolamo Li Causi, un rivoluzionario del Novecento. 1896-1977, Carocci, pp. 328, euro 33).

Nato a Termini Imerese nel 1896, Li Causi si forma durante l’età giolittiana, osservando dal Sud l’incapacità dello Stato liberale di realizzare una reale inclusione dei lavoratori nella vita politica nazionale. Dopo aver ottenuto il diploma di ragioneria, si sposta a Venezia dove si iscrive alla Scuola superiore di commercio di Ca’ Foscari.

Sionismo senza democrazia?

di Raniero La Valle

C’è una notizia che è stata quasi nascosta, perché è difficilissimo darla, non sanno come farla accettare dal senso comune, ma è di tale portata da marcare una cesura nella storia che stiamo vivendo. Lo Stato di Israele, almeno nella sua veste ufficiale e giuridica, cambia natura. Non è più lo Stato che unisce democrazia ed ebraicità, come era nel sogno del sionismo, ma è definito come uno Stato-Nazione ebraico, uno Stato del solo popolo ebreo nel quale gli altri, quale che sia il loro numero, sono neutralizzati nella loro dimensione politica, cioè nella loro esistenza reale: non partecipano di ciò che, in democrazia, si chiama autodeterminazione, la quale è riservata al solo popolo ebreo, il solo sovrano. Gli altri sono naturalmente gli Arabi, e in modo specifico i Palestinesi, musulmani o cristiani che siano.

Infatti giovedì 19 luglio il Parlamento israeliano, la Knesset, ha approvato a stretta maggioranza con 62 voti favorevoli e 55 contrari una legge di rango costituzionale che era in gestazione da tempo, la quale fissa in questi termini perentori la natura dello Stato, che finora non si era voluta definire in alcuna Costituzione formale, in base all’idea che la vera Costituzione d’Israele è la Torah (la Scrittura). Per intenderci un primo articolo Cost. del tipo “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo…” sarebbe stato impensabile per Israele; e infatti, dopo un primo approccio iniziale per il quale furono consultati i libri di Carl Schmitt, il tentativo costituzionale fu abbandonato, come ci ha raccontato a suo tempo Jacob Taubes.

La strage di Bologna e il Paese allo specchio

Strage di Bologna

di Sergio Caserta

Sono trascorsi trentotto anni dalla strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna e ancora non c’è una verità storico-politica ufficiale, nonostante il processo a Gilberto Cavallini e l’indagine della procura generale sui mandanti, oltre quella processuale che condannò Mambro, Fioravanti e Ciavardini quali esecutori materiali dell’attentato, che possa aiutare a fare piena luce sui mandanti dell’efferato attentato, costato la vita a ottantacinque persone.

Bologna si prepara a ripercorrere nella ricorrenza il corteo da piazza Maggiore a quella delle Medaglie d’oro, davanti la stazione centrale; ci saranno come sempre con i parenti delle vittime, raccolti nell’associazione e insieme alle autorità, tanti cittadini a richiedere ancora come il primo anno verità fino in fondo.

La strategia della tensione che provocò, prima e dopo il due agosto, stragi e lutti nel nostro paese ha sempre rappresentato con le verità comunque emerse tra le cortine fumogene dei depistaggi, un disegno di ampio raggio per condizionare il corso politico d’Italia, colpevole di avere una sinistra troppo forte, a causa di quel partito comunista anomalo che raccoglieva eccessivi consensi e si temeva che potesse andare al governo. Furono anni di stragi di innocenti, omicidi di magistrati, docenti universitari e giornalisti.

Cecchini di una guerra possibile

di Luigi Manconi

Sono la persona al mondo che meno crede alle teorie e alle sub-teorie del complotto e che meno è sensibile alle ideologie e alle cripto-ideologie della cospirazione. Al punto che quando – in occasione di quelle due o tre circostanze nel corso di un’intera vita – mi è capitato di essere sfiorato da una qualunque forma di macchinazione, ci sono cascato dentro con tutte le scarpe. Si può facilmente immaginare, dunque, quanto abbia resistito agli argomenti di un ottimo giornalista come Paolo Brogi che, nei giorni scorsi, quando un proiettile sparato da un’arma ad aria compressa ha colpito una bimba di 15 mesi, ha minuziosamente ricostruito l’elenco dei più recenti episodi simili. Ed eccolo, quell’elenco.

Nello scorso gennaio, a Napoli, un bambino straniero viene colpito alla testa da un piombino. Poi, nel corso dei mesi successivi, le aggressioni si sono ripetute in varie città. Bersagli sono ora immigrati e ora rom, come la bambina di cui già si è detto. L’altro ieri, a Caserta, un richiedente asilo, viene colpito in pieno volto da due giovani a bordo di un motorino. E, infine, ieri mattina, a Vicenza, un operaio originario di Capo Verde, sospeso su una pedana mobile a 7 metri di altezza, viene colpito da un proiettile sparato da un uomo che spiega: «Miravo a un piccione». Complessivamente, le persone colpite da armi pneumatiche dal gennaio 2018 a oggi sono state undici.

Alle radici delle migrazioni: contributo di Guido Viale per il forum Terra! #ApriteIPorti

di Guido Viale

La questione dei migranti – accogliere o respingere, e come? – è da tempo diventata una questione planetaria e, per quello che ci riguarda, di dimensione europea. Non si può affrontare in ordine sparso, nazione per nazione; e meno che mai ciascuno per proprio conto.

Per alcuni anni è sembrato che politica ed establishment europeo fossero divisi tra due fronti – accogliere o respingere – che di fatto hanno assorbito, o fatto passare in secondo piano, quasi tutte le altre questioni.

Non solo quelle economiche e sociali relative alle politiche di austerità, alla privatizzazione di tutto l’esistente, alla crescente diseguaglianza tra un numero infimo di ricchi e una platea sterminata di poveri, al peggioramento delle condizioni di vita della maggior parte della popolazione. Quanto soprattutto i temi di fondo di cui la questione dei profughi e dei migranti non è che la più evidente – per noi – manifestazione: le guerre e i conflitti armati ormai diffusi in quasi tutti i paesi da cui si originano i flussi migratori e il deterioramento dell’ambiente prodotto dalla rapina delle risorse locali, ma, ormai in misura sempre più evidente, dai cambiamenti climatici.

Così la questione dei profughi e dei migranti viene affrontata come se la loro esistenza si materializzasse solo ai bordi del Mediterraneo (o alla frontiera del Messico, per quel che riguarda gli Stati Uniti) senza interrogarsi sul prima – che cosa ha provocato quell’esodo? – e sul dopo: come affrontare un fenomeno destinato a crescere nel tempo?

Metti una sera Marx…

Su Youtube sono disponibili tutti i video del dibattito su Marx tenutosi alla Manifesta 2018 lo scorso 7 luglio.

di Sergio Caserta

Al giornalista statunitense del SUN, John Swinton che lo intervistò nell’agosto del 1880, Karl Marx ormai al crepuscolo dell’esistenza, alla domanda finale “qual è la legge ultima dell’essere”, rispose solenne “la lotta!” (Marcello Musto “l’ultimo Marx 1881-1883” Donzelli editore). In questo duecentesimo anniversario dalla nascita del filosofo di Treviri in tutto il mondo si sono tenute numerose celebrazioni, significativa quella svoltasi nella sua città natale in cui il presidente del Parlamento europeo, Junker (tu quoque?) ha scoperchiato una statua di Marx alta sei metri, donata dal governo cinese, così come l’insospettabile Economist, tempio del capitalismo, gli ha dedicato un lungo articolo consigliando di indagarlo. Meno significativi, per non dire quasi del tutto assenti momenti di discussione o celebrazione in Italia che si distingue per smemorato provincialismo.

La Manifesta di Bologna, festa annuale dell’associazione il manifesto in rete, evoluzione in autonomia dell’ex circolo del Manifesto, ha promosso un incontro su Marx lo scorso 7 luglio che si è dipanato in una discussione, preceduta da un’intervista ad Aldo Tortorella per inquadrare la figura del filosofo rivoluzionario, rispetto a tre questioni: la responsabilità o meno di Marx rispetto agli insuccessi e alle sconfitte storiche e ripetute della sinistra, a cominciare dall’esito della rivoluzione d’ottobre, conseguentemente l’utilità o meno della sua “cassetta degli attrezzi” per leggere anche la realtà di oggi, la terza il pericolo reiterato del dogmatismo marxista, cioè dell’interpretazione e soprattutto dell’applicazione schematica delle dottrine marxiane.

La cultura del clima

di Bruno Giorgini

Al di là del circolo polare artico per oltre dieci giorni si sono misurate temperature tra i 30 (trenta) e 34 (trentaquattro) gradi, talché chi era andato colà in vacanza per esperimentare i ghiacci eterni munito di robuste giacche a vento, scarponi, berretti di lana e guanti, ha dovuto comperare magliette, scarpe da tennis, cappellini contro il sole.

Ovvero i ghiacci non sono più eterni, e sempre meno lo saranno. Si chiama riscaldamento globale, secondo l’espressione coniata da Wallace Smith Broecker, oceanografo di chiara fama. perché non ci siano dubbi, più a sud Atene e l’Attica bruciano, venti caldi, temperature altissime e il fuoco che basta respirare perché s’appicchi, e infatti! Con l’azione dei criminali che moltiplicano gli effetti.

Ma torniamo al Nord, nei dintorni del Polo. Immediatamente a molti viene in mente lo scioglimento dei ghiacci e l’innalzamento delle acque, le città costiere allagate, le colonne di profughi che si spostano, migrano, verso i luoghi alti, per sfuggire ai conflitti e alle acque, a tutt’oggi più di 65 milioni di persone. È questa l’immagine catastrofica che più si ritrova in articoli, romanzi, film, sostenuta anche fortemente dall’alluvione di New Orleans, che tutti abbiamo visto sugli schermi del mondo, e per esempio il fotografo sudafricano Gideon Mendel ha costruito una mostra Submerged portraits ritraendo persone allagate, dal Regno Unito al Brasile, dal Pakistan alla Thailandia, Nigeria, eccetera.

Migranti, serve un nuovo patto Ue

di Alfiero Grandi

Le grida di Salvini tentano di coprire l’assenza dei (suoi) risultati e di mettere in ombra alcuni ottenuti da Conte come la ripartizione in altri Paesi Ue dei migranti di un barcone, è l’opinione condivisibile di Stefano Feltri. Malgrado non ci sia pericolo di invasione e il numero dei migranti sia crollato, la Lega alza sempre più i toni e Salvini cerca di affermarsi come uomo forte del governo. Ci riesce fin troppo. I toni moderati di Conte non bastano, per riuscire a contrastare la Lega occorre che Di Maio e i 5Stelle esprimano una posizione diversa, superando un ruolo fin troppo subalterno, superando una divisione dei compiti e aprendo un confronto esplicito sui migranti.

Certo, l’Italia ha altri, seri problemi. La rachitica ripresa economica sta già rallentando ed è indispensabile una strategia di rilancio e per reagire al rischio declino l’Italia ha bisogno di una quota di lavoratori stranieri. Gran parte degli immigrati farà lavori che gli italiani non vogliono fare e questo convive con i giovani che non trovano in Italia una risposta coerente con la loro formazione, che è costata alla collettività somme ingenti. Il lavoro degli stranieri subisce uno sfruttamento inaccettabile, condizioni di vita inumane in ghetti invivibili, fonte di tensioni con aree della popolazione a contatto con questo degrado.

I rifugiati hanno diritto d’asilo, ma c’è anche una storia di flussi di immigrazione controllata, motivata da ragioni economiche, da ricongiungimenti familiari, ecc. Queste esperienze sono saltate, ne resistono aree limitate. Una recente legge di iniziativa popolare propone una versione aggiornata dei flussi programmati di immigrazione, responsabilizzando chi chiede manodopera.

Marchionne: un sovrano intercambiabile

di Augusto Illuminati

Ammettetelo: una cosa simile non si era mai vista. Interminabili agonie con accanimento terapeutico, sì, ma si trattava di personaggi politici, corpi sacri di governanti e papi – Franco, Tito, Giovanni Paolo – e bisognava pure prendere tempo per risolvere il problema della successione quando non della sopravvivenza stessa del regime. Seguivano ben orchestrati funerali in cui alle masse veniva offerto lo spettacolo dell’eternità del regime, secondo la sua specificità. La sepoltura “centralistica” nella Valle de lo Caídos, la peregrinazione “federale” in treno per tutte le capitali jugoslave, la confluenza universale di tutti i vertici politici e confessionali in piazza San Pietro.

Certo, la riproposizione moderna dei “due corpi del re”, secondo la formula di Kantorovicz, quello naturale e corruttibile del portatore della sovranità e quello simbolico e incorruttibile della dignitas sovrana che legittima l’istituzione e la dinastia, strideva con la medicalizzazione a oltranza dell’agonia (e infatti, coerentemente Wojtyla la rifiutò, sospendendo le cure) – il corpo fisico viene privilegiato rispetto al corpo simbolico permanente, dimostrando un’evidente sfiducia nel secondo.

Nei primi due casi il gigantismo dell’impresa urtò con un evidente fallimento, a sanzione della crisi della sovranità nelle due versioni simmetriche (per fortuna nel caso franchista, per disgrazia in quello titino). Più ambiguo l’esito per Wojtyla, che rinnovava nel suo anacronistico progetto di una Ecclesia triumphans il motivo della rappresentazione dall’alto della sovranità divina in quella umana assoluta del Pontefice (secondo il Carl Schmitt del Römischer Katholizismus).

Se la cavò benissimo, dal suo punto di vista, nell’azione politica e nello spettacolo dell’agonia e del funerale, ma l’evoluzione della Chiesa andò, per buona sorte, in tutt’altra direzione e che i tempi fossero irreversibilmente cambiati lo si deduce dal confronto spietato fra la tomba michelangiolesca di Giulio II in S. Pietro in Vincoli e l’orinatoio eretto nel piazzale della stazione Termini.

Stati Uniti: tra realtà o pregiudizi, alla scoperta della vera America

di Silvia R. Lolli

Chi lo dice che negli Usa ormai si paga anche il caffè con la carta di credito? Che ormai non si fa più uso di contanti? Non sappiamo se è un’abitudine mai persa, oppure se è d’uso in alcuni locali o negozi di New York e di Washington e meno della costa ovest, ma nei primi giorni di vacanza mi è capitato più volte di dover pagare in contanti.

In un paese in cui è nato ed esploso il commercio online oltre alle maggiori industrie informatiche imposte a suon di marketing in tutto il mondo, è abbastanza strano constatare che nelle maggiori città non accettano pagamenti elettronici neppure sopra i 10 dollari. Forse saranno solo episodi marginali, ma dicono parecchio sulle “leggende metropolitane” che spesso da noi diventano consolidate certezze.

In un locale tipico, molto anni Cinquanta-Sessanta e non sembrava neppure troppo pulito, ubicato nei pressi della Casa Bianca, il probabile titolare ha spiegato che le carte elettroniche non sono una buona cosa e non le accetta. Certamente aumentano i costi bancari per i rivenditori, perché quando ho pagato in un altro locale, più moderno ma sempre in stile americano, il “tip” esiste se si paga con la credit card. Ancora una volta potere in mano alle banche? Oppure è solo una certezza in più dei commercianti: il contante è sicuro, lo si vede, mentre le carte di credito potrebbero risultare con buchi notevoli, visto l’alto numero di debitori per il consumo in città dove la forbice fra povero e ricco si vede sempre di più?