Category Archives: Scuola

Cultura italiana: lo spartiacque del gioco, tra educazione e business

di Silvia R. Lolli

Qualche giorno fa le cronache cittadine del Corriere della Sera ci informavano che una dirigente scolastica di una scuola primaria di Bologna ha impedito di giocare a calcio ai bambini della scuola. Ovviamente sul giornale che ha riportato la notizia non solo il commento del giornalista, ma anche l’intervento dell’esperto di turno, un ex giocatore del Bologna, diventato business man di corsi di formazione di calcio per bambini.

Da una scelta dovuta, viste le norme italiane sulla sicurezza a scuola, della dirigente si è dovuto ancora una volta magnificare le qualità del calcio, non tanto dello sport o di un’attività fisica meno pericolosa da giocare in spazi istituzionali poco agibili. Un conto è parlare di gioco libero, quello che cioè una volta si faceva nei cortili ed anche nelle strade ed ancora si fa in pochi luoghi bolognesi, abitati soprattutto da bambini extra comunitari, un conto è parlare di gioco del calcio nel cortile di una scuola che evidentemente non dà margini di sicurezza alla dirigente.

Non vogliamo neppure sapere se l’intervento si è svolto in una scuola primaria o in una scuola media di primo grado (l’istituto comprensivo racchiude questi ordini di scuola); cioè non vogliamo sapere se questa attività si faceva con le maestre nel tempo libero e non nelle ore di lezione, oppure se era presente un insegnante di educazione fisica, fino ad oggi in ruolo solo nella media di primo e secondo grado in Italia. Tra l’altro rispetto a ciò qualche giorno fa al festival dello sport di Trento il ministro dell’Istruzione Marco Bussetti ha spiegato che si stanno studiando le procedure per aver nella scuola primaria l’insegnate di educazione fisica. Auspichiamo che finalmente non rimanga solo un’idea.

Scuola, una sicurezza da paura: un crollo ogni 4 giorni

di Mario Pierro

Per la manutenzioni e la messa in sicurezza di tutti gli edifici scolastici italiani servono investimenti per 15-20 miliardi di euro in almeno dieci anni. Lo sostiene Cittadinanzattiva nel XVI rapporto sulla sicurezza delle scuole presentato ieri a Roma dove emerge una situazione inquietante: nel 2017-2018 c’è stato un crollo ogni quattro giorni di scuola, un record rispetto agli ultimi 5 anni. Tredici persone sonostate ferite, tra personale scolastico e alunni. Dal 2013 a oggi i crolli sono stati 204 crolli, i feriti 37 feriti.

Tre scuole su quattro sono senza agibilità statica, solo una su venti è in grado di resistere ad un terremoto in un paese sensibilissimo a questi eventi traumatici e mortiferi. Sulla manutenzione degli edifici scolastici emerge un paese a tre velocità: ad investire di più sulla manutenzione ordinaria è la Lombardia (in media quasi 119mila euro), meno la Puglia (non si arriva ai 3mila euro); la verifica di vulnerabilità sismica è stata effettuata solo nel 2% delle scuole calabresi e nel 59% di quelle umbre, il certificato di prevenzione incendi è presente nel 69% degli istituti del Trentino Alto Adige e solo nel 6% di quelli laziali.

Il sud arranca, poiché solo il 17% delle scuole ha il certificato di prevenzione incendi, il 15% quella igienico-sanitaria, il 15% quello di agibilità, il 18% il collaudo statico; un pò meglio al Centro, dove il 19% ha il certificato di prevenzione incendi, il 18% quella igienico-sanitaria, il 22% quella di agibilità e il 21% il collaudo statico.

Marco Bussetti, il neo ministro dell’istruzione

di Silvia R. Lolli

Sono molte le facce nuove del governo giallo-verde finalmente insediato e con piena fiducia; tra esse c’è il nuovo ministro dell’Istruzione, prof. Bussetti Marco. Un nome politicamente in quota Lega, ma una reale competenza per il ruolo assegnato, visto che ha lavorato per anni negli uffici ministeriali periferici ed insegnato legislazione all’Università Cattolica di Milano; la sua carriera ha inizio dall’insegnamento dell’educazione fisica; è stato, forse per pochi anni visto i suoi tanti incarichi organizzativi e più amministrativi, insegnante, poi dirigente scolastico.

La sua formazione di base è dunque quella di diplomato Isef, poi di laureato in scienze motorie. Un profilo di competenza per un ministero per il quale alla Camera per esempio sono state spese poche parole; del resto è un incarico che, nonostante l’importanza che dovrebbe rivestire in un paese democratico, è stato finora adombrato dagli altri ministeri.

La nostra speranza è di vedere rifiorire l’impegno per ricostituire una scuola in linea con i dettami costituzionali, richiamati spesso dal presidente del consiglio dei Ministri, Conte. Ma cosa ci attendiamo più nel dettaglio dal ministro che dovrebbe conoscere la situazione in cui riversa la scuola statale? Innanzitutto che non faccia l’ennesima riforma dall’alto degli scranni governativi, anche se ci auguriamo, forse troppo utopisticamente, che faciliti quella riforma dal basso per cui si stanno raccogliendo per l’ennesima volta le firme sulla proposta di legge popolare della scuola partendo appunto dalla Costituzione.

Ministro Bussetti, cinque consigli per cambiare la scuola. Da un’insegnante

di Aurora Di Benedetto

Egregio signor ministro Marco Bussetti, da giovane docente della scuola primaria le auguro buon lavoro e mi permetto di segnalarle qualcosa che secondo me non dovrebbe essere cambiato ma difeso e attuato e qualche cambiamento che riterrei opportuno introdurre. Quello che non cambierei sono le Indicazioni nazionali per il curricolo.

Esse portano avanti un’idea di scuola moderna ispirata alle migliori e sperimentate teorie pedagogiche. Una scuola che deve porre al centro al centro il bambino rendendolo protagonista del suo apprendimento attraverso esperienze significative e la riflessione su quelle esperienze. Insomma, per farla breve, esse configurano la scuola come a mio avviso dovrebbe essere e ancora non è. Ora mi accingo ad elencarle delle piccole modifiche nella struttura organizzativa della scuola.

Perché l’Amaca di Serra sulla scuola non è stata capita

di Tomaso Montanari

Michele Serra si è molto stupito dell’incomprensione della sua Amaca sulle aggressioni ai professori: «I tempi devono essersi ribaltati – ha scritto nel pezzo in cui replica alle critiche – davvero ribaltati, se invece in molti hanno scelto di rivolgermi esattamente l’imputazione opposta, accusandomi di “classismo” e di “puzza sotto il naso”, nel solco del molto logoro, molto falsificante ma sempre trionfante cliché “quelli dell’establishment contro quelli del popolo”».

Ma davvero è così? Cioè davvero la colpa è dei ‘tempi cambiati’ e del sommo male dei nostri tempi, l’esecrato ‘populismo’? Mi ha molto colpito che una giornalista pacata e intelligente come Annalisa Cuzzocrea abbia difeso Serra usando su twitter l’hashtag #tuttiprevenuti. E ho provato a risponderle scrivendole: «Tutti prevenuti, cara Annalisa? O bisognerebbe chiedersi perché molti abbiano reagito così? Non peserà il contesto delle altre posizioni di Serra? E non solo sue (penso agli articoli di Merlo)? E non credi che un giornale debba chiederselo invece di rispondere ‘non ci capite’?»

Invalsi, quando un test di logica è senza logica

di Manlio Lilli

Dal 4 aprile sono partite le prove Invalsi, le prime su pc. Le prime che non saranno svolte nel corso dell’esame di terza media. Fino al 21 aprile le scuole potranno organizzare le prove per i 574.600 ragazzi coinvolti.

Le criticità sono ancora molte, nonostante le rassicurazioni del Ministero. Dubbi e perplessità – le medesime degli scorsi anni – con delle novità poco rassicuranti. Le hanno chiamate “computer based”, ovvero sul pc. Eppure dal censimento delle strutture informatiche effettuato da Invalsi “le postazioni effettive nelle scuole risultano 216mila, il che significa che è a disposizione un computer ogni 2,5 studenti circa”. Insomma non il massimo. Senza considerare che frequentemente i pc in dotazione sono evidentemente obsoleti.

C’è poi il problema connessione Internet. In molti casi la connettività non è adeguata, perché troppo lenta “e quindi esposta a problemi continui che rischierebbero, come avvenuto nelle simulazioni, di bloccare i test online”.

Ancora, poco risalto è stato dato al fatto che nei 15 giorni nei quali saranno somministrate le prove, la didattica non potrà che subire dei rallentamenti. La questione, nota a molti insegnanti, sembra non aver preoccupato più di tanto il Miur.

Protestano contro l’alternanza scuola-lavoro: il Fai chiede il 7 in condotta

di Adriana Pollice

Una nota disciplinare e il sette in condotta a fine anno per essersi rifiutati di lavorare gratis due giorni fa, domenica delle palme. È quanto è stato minacciato agli studenti del liceo napoletano Vittorio Emanuele. Avrebbero dovuto illustrare ai turisti le meraviglie del Museo di mineralogia dell’università Federico II durante una delle due giornate gestite dal Fai, Fondo ambientale italiano e nelle sue giornate di primavera in cui apre centinaia di luoghi normalmente chiusi al pubblico.

Il badge che avrebbero dovuto indossare li qualificava come «volontari». «Più di un mese fa – raccontano gli studenti – avevamo spiegato che in quella settimana saremmo stati fuori per il viaggio di studio. Siamo tornati sabato, molti abitano lontano, volevamo passare la domenica in famiglia. Invece ci hanno obbligato ad andare».

Obbligati perché l’iniziativa è stata inserita nelle 200 ore di alternanza Scuola – lavoro, ore non retribuite né rimborsate. Così i ragazzi si sono presentati per svolgere il compito ma con un badge più accurato, di loro creazione: «Alternanza Scuola – sfruttamento. Questo non è formativo». I turisti hanno chiesto della singolare protesta e hanno anche apprezzato.

I 50 anni della “scuola statale dell’infanzia”

Scuola materna, anno scolastico 1957

di Antonia Sani, associazione nazionale Per la Scuola della Repubblica

Il 18 marzo 1968 vedeva la luce la legge istitutiva della Scuola dell’Infanzia Statale. Un percorso accidentato, per le inevitabili contrapposizioni con le scuole d’infanzia comunali, fiore all’occhiello (grazie alle scuole dell’Emilia-Romagna) dell’Italia di quegli anni. L’iter parlamentare fu lungo e tormentato. Coprì l’arco di due legislature (1958-63; 1963-68) e provocò ben due crisi di governo. Presidente della Repubblica era Giuseppe Saragat, presidente del Consiglio Aldo Moro. Coalizione di governo: Dc, Psi, Pdsi, Pri.

Le ragioni del contrasto erano di carattere ideologico: le forze più legate al mondo cattolico temevano la perdita della centralità della famiglia in un’ impostazione fondata sul riconoscimento “scolasticistico” delle esigenze della seconda infanzia, sostenuta dai partiti laici e dal PCI. A sua volta il PCI era un forte sostenitore delle esperienze positive realizzate nei Comuni guidati da “giunte rosse”.

Il testo della legge porta evidenti i segni di quel contrasto: si è voluto lasciare in piedi l’impianto delle scuole comunali e la non istituzione di sezioni di scuole statali laddove scuole private potessero rispondere al fabbisogno del territorio.

Elezioni 2018: tutti a promettere tutto, ma la scuola non ha spazio

di Manlio Lilli

“Viene lanciata oggi la petizione dello Snals-Confsal che coinvolge il mondo della scuola, le famiglie e tutti i cittadini al di là di ogni appartenenza partitica o associativa. Con questa petizione lo Snals impegna i partiti a indicare chiaramente nei propri programmi elettorali misure e risorse per la scuola”. Una nota dello Snals Confsal ha ufficializzato un dato di fatto di questa lunga campagna elettorale. Lunga, ma sostanzialmente vuota in tanti ambiti.

Di certo in quello scolastico. Tutti a promettere tutto. Quasi tutto. La scuola non ha spazio. Fra tasse da togliere e aumenti retributivi da aggiungere, perché mai dovrebbe entrarci anche la scuola? A chi veramente interessa parlarne? Perché mai la politica dovrebbe interessarsene e proporre nei suoi programmi la “sua idea” sull’istruzione? Perché mai dovrebbe farlo se l’istruzione obbligatoria è un tema marginale per una buona parte del Paese. Per tanti genitori e per tanti alunni. Per tanti che pur non rientrando né nella schiera degli uni né degli altri, non lo ritengono nei fatti un tema rilevante.

La scuola non è una priorità della cosiddetta agenda politica. È evidente. Non lo è di chi, anche se con modalità differenti, ne fruisce. Figurarsi degli altri. Certo se ne parla, neppure tanto infrequentemente. Nelle occasioni più disparate. C’è l’ennesimo episodio di bullismo? La cronaca restituisce la notizia di una sparatoria tra baby gang? La xenofobia si affaccia in qualche parte del Paese? Emerge da una delle tante periferie italiane qualche storia di emarginazione? Il rimedio è sempre il medesimo.

Scuola, finalmente l’appello: sette temi per un’idea di futuro

di Marina Boscaino

Finalmente qualcuno l’ha fatto: comporre, passaggio dopo passaggio, argomentazione dopo argomentazione, i nuclei concettuali, i principi ai quali da più di 20 anni stanno plasmando – e uniformando – i sistemi scolastici europei. Del resto, lo sappiamo: ce lo chiede l’Europa!

Sette temi per un’idea di scuola: leggetelo e, se siete d’accordo, sottoscrivetelo. L’appello, che in poche settimane ha raccolto circa ottomila firme (dai maestri delle scuola dell’infanzia agli ordinari di diverse facoltà universitarie, nonché molti cittadini che riconoscono nella scuola della Costituzione lo strumento dell’interesse generale), ha il merito di non scagliarsi, come pure sarebbe legittimo, sulle mille nefandezze della normativa scolastica degli ultimi decenni; ma di nominare – in sette punti specifici – quelli che sono stati i concetti organizzatori che hanno dato vita alle “deforme” che si sono abbattute sulla scuola italiana e di cui sono stati compartecipi governi di centro destra e di centro sinistra.

E che hanno cambiato il volto della scuola “che rimuove gli ostacoli” e promuove l’istruzione completa di “capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi”. Attraverso la enucleazione e l’analisi di questi principi, si ricostruiscono i passaggi che hanno impiantato un modello ideologico, che parte da molto lontano, e che ha trovato accoglienza in tutta la legislazione scolastica, dall’autonomia del 1997 alla legge 107/15 (passando per la legge di parità, la riforma del Titolo V, Moratti, Gelmini e il “cacciavite” di Fioroni).