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Giustizia: sì ai provvedimenti di clemenza, ma poi via alle riforme strutturali

Carceri - Foto di Marco Molinaridi Desi Bruno, garante dei diritti delle persone private della libertà Emilia Romagna

Prosegue incessantemente la battaglia contro le condizioni disumane delle carceri italiane. E non potrebbe essere altrimenti. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, nella recente sentenza “Torreggiani ed altri contro l’Italia” ha condannato il nostro Paese al risarcimento dei danni morali subiti da sette detenuti italiani per il “trattamento inumano e degradante” delle nostre carceri, lasciandoci un anno di tempo per fronteggiare il problema con provvedimenti strutturali.

In questo contesto, l’amnistia può costituire solo la premessa – e non certo l’esito – di un programma di riforme imprescindibili per l’affermazione dei più elementari diritti dei detenuti. Dal 1975 (anno della sua introduzione), l’Ordinamento Penitenziario è stato ripetutamente “martoriato” da interventi legislativi ispirati alle più diverse esigenze (correzionali, deflattive).

Questa continua esigenza di “aggiustare il tiro” deriva da alcune ragioni strutturali: ancora oggi, si tende a dislocare verso il “basso” (ovvero verso il momento dell’esecuzione penale) la soluzione di problemi che non si riesce (o non si vuole veramente ) risolvere “a monte”.

Violante contro Trasibulo e il governo del popolo ateniese: «L’amnistia è più fascista che democratica»

Foto di Aurelio Candidodi Paolo Persichetti

Il maggior numero di amnistie si è registrato durante il regime fascista: in 22 anni di dittatura ce ne sono state 51». Per Luciano Violante l’amnistia sarebbe dunque un’istituzione giuridica predemocratica. Lo ha detto con una bella faccia tosta durante il meeting di Comunione e Liberazione tenutosi a Rimini come ogni anno in pieno agosto. Erano i giorni in cui imperversava la polemica tra Scalfari e Zagrebelsky, innescata dallo scontro tra Quirinale e procura di Palermo attorno alla vicenda della trattativa tra Stato e Mafia e alle intercettazioni telefoniche nelle quali sono finite le voci del capo dello Stato e di un suo importante collaboratore.

Si rompe il fronte giustizialista

Sceso in difesa di Napolitano, Violante ha denunciato la pericolosità di un blocco politico-editoriale che farebbe capo «al Fatto quotidiano, Grillo e Di Pietro», e che starebbe «reindirizzando il populismo italiano verso un populismo giuridico», intenzionato – sempre secondo le sue parole – a «sostituire la democrazia con il processo penale per questo incita le procure a farsi levatrici di un nuovo ordine».