Category Archives: Carcere

Se il carcere cancella la nostra Costituzione

di Adriano Prosperi

«Voi qui non applicate la Costituzione». Così ha detto un detenuto delle carceri italiane. Si chiama Rachid Assarag. Non importa perché si trovi in carcere. Basti solo sapere che ha registrato, con molte altre cose, questo breve dialogo.

Un dialogo con un graduato (un brigadiere) delle forze della polizia carceraria. Gli ha chiesto: «Brigadiere, perché non hai fermato il tuo collega che mi stava picchiando?». Gli è stato risposto: «In questo carcere la Costituzione non c’entra niente». E anche: «Se la Costituzione fosse applicata alla lettera questo carcere sarebbe chiuso da vent’anni».

La cosa stupefacente non è che un detenuto sia stato picchiato. Né che ci siano state quella domanda e quella risposta. La cosa fra tutte più singolare è proprio il nostro stupore. Davvero riusciamo a stupirci? Davvero non sapevamo che ci sono dei luoghi dove la Costituzione non vale? E non sapevamo forse che fra quei luoghi ci sono proprio quelli che si richiamano alla Giustizia? Gli uomini che picchiano ne recano il nome sulla loro divisa. Il loro ministero di riferimento è quello che si chiamava di Grazia e Giustizia. La Grazia se n’è uscita alla chetichella. Ma la parola Giustizia è ancora lì.

Non solo: quei luoghi sono governati in nome della Costituzione. La Costituzione è come un cielo che ci copre tutti. Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me, diceva Kant. La Costituzione nasce dalla volontà di sostituire all’illusoria volta di un cielo che, come diceva una canzone di Jacques Brel, “n’existe pas”, la protezione effettiva di un orizzonte comune, quella di princìpi e regole validi dovunque si estendano i confini dello Stato sovrano. È la coscienza di essere coperti da questo cielo che ci fa muovere negli spazi della vita quotidiana.

Appello per Roverto Cobertera in sciopero della fame e della parola

Roverto Cobertera

Roverto Cobertera

di Carmelo Musumeci, carcere di Padova

Vi ricordate di Roverto Cobertera, l’uomo di colore con doppia cittadinanza domenicana e statunitense, condannato all’ergastolo che tempo fa aveva iniziato uno sciopero della fame per gridare la sua innocenza? Vi ricordate che dopo due ricoveri in ospedale, l’appello del Presidente della Camera dei Deputati e della Redazione di “Ristretti Orizzonti” e l’importante novità della ritrattazione del suo accusatore, e reo confesso di quell’omicidio, aveva interrotto il digiuno?

Ebbene Roverto non ce la fa più ad aspettare i tempi lunghi della giustizia italiana per la revisione del suo processo. E ha deciso di iniziare un nuovo sciopero della fame e questa volta anche della parola (sta comunicando solo con carta e penna). Ho tentato con tutte le mie forze di convincerlo a desistere da questo nuovo digiuno, ma incredibilmente è stato lui a convincere me che non ha nessun’altra scelta. Prima d’iniziare la sua protesta mi aveva scritto:

Caro Carmelo, scusami di non essere potuto scendere al campo, mi sento un po’ giù di morale. Mi sto sforzando di mettere le idee in ordine per prepararmi psicologicamente per lo sciopero della fame. Non sento nessun tipo di emozione per il risultato dell’interrogatorio, perché io so come sono andate le cose. E lo sa anche la procura che ha condotto l’indagine. Trovo vergognoso dover parlare ancora di questa vergogna che non provano questi magistrati convinti di essere Dio. Non provo rabbia per questo sistema nazista e fascista, ma con me stesso, per essere venuto a cadere in questo sistema medievale. Ricevi un forte abbraccio.

“Qui va tutto male, ma ci obbligano a dire il contrario”: lettera dal carcere femminile di Pozzuoli

Carceri

Carceri

Riceviamo via Facebook da Cristina Comparato e rilanciamo il post del blog CarcereVerità.it

dalla Casa Circondariale Femminile di Pozzuoli

Mi è capitato di leggere questa lettera, pubblicata da Gaia Bozza. Arriva dal carcere di Pozzuoli e scritta da una ragazza detenuta. “Dentro va tutto male, ma qui ci obbligano a dire che va tutto bene, con la minaccia dei rapporti”. Ovvero: se menti, esci prima. Se parli, scordati i giorni di liberazione anticipata.

Invece queste cose devono uscire. Come sono uscite le torture a cui venivano sottoposti i malati di mente nei manicomi. Solo così si è riusciti ad abolirli. Se si parla, si ha una speranza di cambiare le cose. Stare in silenzio, significa essere complici.

“Sono una detenuta di Pozzuoli – si legge – e vi scrivo anche da parte di tutte le detenute di questo carcere, anche se nessuno di noi può firmare, se no subito ci puniscono e non ci pensano su una volta a metterci in isolamento, che è una stanza che puoi fare solo i bisogni personali e non stare a contatto con nessuno. Per prima cosa vogliamo che voi sappiate che tutte le lettere che vi mandiamo gli assistenti non ve le fanno arrivare per paura che noi vi scriviamo come siamo trattate qua dentro, e anche quando venite qua fuori non ci consentono di parlare né con voi né con i nostri familiari, nemmeno per salutarli, se no subito fanno abuso di potere incominciando a metterci i rapporti. Si perché in questo “inferno” che noi viviamo, andiamo avanti solo con le minacce dei rapporti, anche per una sigaretta, che è l’ultima cosa che ci è rimasta qua dentro, in questo inferno che è così facile ad entrare, ma così difficile ad uscire.

“Meno male è lunedì”, un bellissimo film di Filippo Vendemmiati

di Vittorio Capecchi

Ho visto il film Meno male che è lunedì di Filippo Vendemmiati con Amina alla Cineteca per merito di Roberto Alvisi e non esito a definirlo bellissimo per due motivi: uno privato e uno pubblico. Il motivo privato richiede una relativamente lunga spiegazione. Quando sono arrivato come incaricato di sociologia a Bologna nell’anno accademico 1968/69 da Milano dove ero assistente di statistica alla Bocconi avevo una laurea in sociologia matematica e una libera docenza in sociologia.

La matematica mi aveva portato fortuna fin dall’inizio perché Francesco Brambilla (l’ordinario di statistica della Bocconi) mi aveva preso come “assistente”da matricola perché aveva visto nei miei occhi “la passione della matematica”e insieme ad altre due matricole Michele Cifarelli e Giorgio Faini decise un nuovo esperimento “inviare alla carriera di assistente tre matricole”per evitare che si corrompessero e non amassero la “bellezza della matematica”(Brambilla diceva sempre che se un bel modello matematico non spiega la realtà la colpa è della realtà).

Gatto Randagio: “Meno male è lunedì”, quasi fosse un film

di Francesca de Carolis

Fiabe vere per insegnare che, nonostante le difficoltà, la fatica, il male, il dolore, c’è anche una speranza. Appunto su di un film. Una delle cose che piacciono a me… tutto a rovescio, a cominciare dal titolo: “Meno male è lunedì”. Sì, perché se prassi vorrebbe che per tutti si pensi al lunedì come alla fine dello spazio di libertà che sabato e domenica ci dovrebbero riservare, per i protagonisti di questo film, che è piuttosto documentario, è lì che inizia la gioia. La gioia di un lavoro. Sì, perché i protagonisti sono tredici persone recluse, nel carcere bolognese della Dozza, per essere precisi. E per loro si è compiuto un piccolo grandissimo miracolo. Una vecchia palestra del carcere è stata trasformata in officina. E non è una cosa tanto per passare il tempo.

Una vera officina, messa in piedi da tre aziende metalmeccaniche leader nel settore del packaging (Gd, Ima Spa e Marchesini Group, meritano la citazione), che le persone in prigione le hanno proprio assunte con regolare contratto. Roba rarissima nel desolante panorama penitenziario italiano, dove per i più il tempo trascorre nel nulla. Sembra, anche questo, il racconto di una fiaba. Di quelle non addomesticate e sdilinquite. Fiabe vere, scritte per insegnare che, nonostante le difficoltà, la fatica, il male, il dolore, c’è anche una speranza. Anzi, sono proprio le difficoltà, la fatica, il male, il dolore, a insegnare a costruire la speranza e non solo.

“Cucinare in massima sicurezza”: quando il cibo si prepara in un carcere di massima sicurezza

Cucinare in massima sicurezza

Cucinare in massima sicurezza

di Francesca Mezzadri

In questo manuale di cucina, le donne non ci sono. Non ci sono, ma è come se ci fossero: nelle lasagne allo stipetto, nella patata incappucciata, nei rotolini stuzzicanti, nei broccoli baresani alle acciughe, persino nel dolce galeotto. Perché dietro questi piatti ci sono le sorelle, le zie, le madri dei veri autori di Cucinare in massima sicurezza, detenuti in regime di massima sicurezza, che hanno reinventato le ricette di casa in un ambiente diverso: quello del carcere. E hanno reinterpretato i piatti a modo loro, con quello che si trovavano davanti, o meglio con quello che soprattutto “non avevano” nelle loro celle, cercando di replicare i sapori casalinghi grazie ai ricordi e alle telefonate con le loro donne – “quei 10 minuti dove ti spiegano perché le melanzane alla parmigiana sono venute acquose”.

E non è un caso che la sorella di uno di loro ammetta che “leggendo questo libro sono venuta a conoscere parti della quotidianità di mio fratello di cui sono all’oscuro da tanti, troppi anni. Mio fratello quando tornava a casa, trovava il pranzo pronto e finiva con il caffè che gli veniva portato in poltrona, per poi uscire nuovo. Scoprire che oggi si fa il pane è strano. Anche incoraggiante.” E tutto in effetti è nato proprio da un’affermazione di suo fratello “Io in cella mi faccio il pane!”, un’affermazione colta durante un laboratorio di comunicazione realizzato nel 2009 nel carcere di massima sicurezza di Spoleto e che ha dato origine al singolare ricettario Cucinare in massima sicurezza edito da Stampa alternativa/Nuovi equilibri nel 2013.

Giustizia: l’uso oppressivo delle parole e il Dio delle piccole cose

Carcere - Foto di Luca Rossato

di Sandro Padula

La giornata nazionale di studi Il male che si nasconde dentro di noi di domani, 17 maggio 2013, promossa da Ristretti Orizzonti nel carcere di Padova, punta ad affrontare tre tematiche: la violenza sulle donne, la vendetta legata al “codice del disonore” e la violenza delle parole.

Quest’ultimo argomento, cioè – come cercherò di precisare – il tema che secondo me riguarda soprattutto l’uso oppressivo delle parole, è quello su cui spesso mi capita di riflettere e rispetto al quale, come contributo al dibattito, oggi preferisco intervenire. Fatta questa premessa, entro subito nel cuore del problema. Per evitare discorsi metafisici, parto da un dato di fatto: le semplici o composte parole significanti nascono per esprimere determinati concetti ma non sempre sono intese in modo univoco. Da un lato hanno per lo più dei significati variabili in base a come, dove, quando e a chi le trasmettiamo e dall’altro sono suscettibili di essere interpretate male o diversamente dall’Altro da sé per i più svariati motivi culturali, psicologici e morali.

Se benedico l’Ergastolo, inesistente nei paesi più civili, le mie parole fanno male non solo alle persone condannate al dolore del “fine pena mai” ma pure alla memoria di quei politici del nostro paese, come Umberto Terracini al tempo della Costituente, che lo hanno considerato crudele e disumano. Se invece male-dico l’Ergastolo, come hanno fatto i firmatari di un appello abrogazionista lanciato nel novembre 2012 dallo scienziato Umberto Veronesi, non faccio male a nessuno perché mi limito a criticare l’ignoranza di chi non ha capito bene il significato dell’articolo 27 della Costituzione e soprattutto dell’ancora non completa realizzazione del suo terzo comma: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.

Giustizia: sì ai provvedimenti di clemenza, ma poi via alle riforme strutturali

Carceri - Foto di Marco Molinaridi Desi Bruno, garante dei diritti delle persone private della libertà Emilia Romagna

Prosegue incessantemente la battaglia contro le condizioni disumane delle carceri italiane. E non potrebbe essere altrimenti. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, nella recente sentenza “Torreggiani ed altri contro l’Italia” ha condannato il nostro Paese al risarcimento dei danni morali subiti da sette detenuti italiani per il “trattamento inumano e degradante” delle nostre carceri, lasciandoci un anno di tempo per fronteggiare il problema con provvedimenti strutturali.

In questo contesto, l’amnistia può costituire solo la premessa – e non certo l’esito – di un programma di riforme imprescindibili per l’affermazione dei più elementari diritti dei detenuti. Dal 1975 (anno della sua introduzione), l’Ordinamento Penitenziario è stato ripetutamente “martoriato” da interventi legislativi ispirati alle più diverse esigenze (correzionali, deflattive).

Questa continua esigenza di “aggiustare il tiro” deriva da alcune ragioni strutturali: ancora oggi, si tende a dislocare verso il “basso” (ovvero verso il momento dell’esecuzione penale) la soluzione di problemi che non si riesce (o non si vuole veramente ) risolvere “a monte”.

Fine pena mai, firme contro l’ergastolo

Foto di Luca Rossato

di Marco Del Ciello

Lo statista democristiano Aldo Moro, l’oncologo di fama internazionale Umberto Veronesi e l’ergastolano-scrittore Carmelo Musumeci: tre uomini diversi per formazione e cultura, ma accomunati dalla convinzione che il fine principale della pena sia la rieducazione del condannato e dal proposito di eliminare l’ergastolo dal nostro ordinamento giuridico.

LO STATISTA ALDO MORO. Nel 1976, due anni prima della sua tragica scomparsa, Moro spiegava ai suoi studenti dell’università La Sapienzala pena dell’«ergastolo, che priva com’è di qualsiasi speranza, di qualsiasi prospettiva, di qualsiasi sollecitazione al pentimento e al ritrovamento del soggetto, appare crudele e disumana non meno di quanto lo sia la pena di morte» (Aldo Moro, Lezioni di Istituzioni di diritto e procedura penale, Cacucci, 2005). Il suo impegno però risaliva agli anni dell’Assemblea Costituente, quando l’allora giovane politico si batteva per abrogare la legislazione penale fascista.

LO SCIENZIATO UMBERTO VERONESI.Veronesi ha invece affidato le sue riflessioni in materia al settimanale Panorama, in un’intervista rilasciata alla giornalista Annalisa Chirico: «L’ergastolo ostativo è di fatto una pena di morte civile o una pena fino alla morte» sostiene l’ex ministro della Sanità del secondo governo Amato. «Una persona, che entra in cella sapendo di essere destinata a morirvi, è condannata a un’agonia lenta e spietata». Non solo, ma l’ergastolo è anche una pena contraria alla scienza: «il nostro sistema di neuroni non è immutabile, ma si rinnova perché il cervello è dotato di cellule staminali in grado di generare nuove cellule. Quindi la persona che abbiamo chiuso in un carcere non è la stessa vent’anni più tardi. Per ogni uomo esiste la possibilità di cambiare ed evolversi» («No all’ergastolo, lo dice la scienza», Panorama, 17 ottobre 2012).

Suicidi in carcere: una strage silenziosa tra sovraffollamento e assenza di speranze

Foto di Shamballah

di Francesca Mezzadri

L’ultimo a Bologna nel 2011 è stato Wadih Said, per inalazione di gas: era il 4 dicembre e aveva 34 anni. Era nella sezione comune della Dozza, carcere di Bologna, ancora in attesa di giudizio, eppure si vede che lui una decisione l’aveva già presa. Wadih Said è solo uno dei 66 detenuti che nel 2011 si è ucciso nelle celle italiane: a pochi interesserà sapere la sua storia e anche la sua sorte non sorprenderebbe più di tanto visto che “se è in carcere un motivo ci sarà, evidentemente ha fatto qualcosa, perché perdere tempo con questa gente quando là fuori ci sono altri problemi?”

È un pensiero comune a molti, e non solo è superficiale, ma anche sinonimo di disattenzione civile, scarsa umanità e causa di molti mali della nostra società. E invece basterebbe partire proprio da questi dati per capire meglio: nel 1990 erano “solo” 23 le persone che si sono uccise in carcere, nel 2012 (da gennaio a ottobre) sono già 48. In base al dossier Morire di carcere che riporta i dati degli ultimi anni del Dipartimento di Amministrazione penitenziaria, rielaborati dal centro studi Ristretti Orizzonti, il numero dei morti nelle carceri italiane sembra quasi aumentare di anno in anno: 123 nel 2007, ben 186 nel 2011. Di questi ultimi, 66 sono suicidi accertati – è difficile “accertare un suicidio”, come spiega chiaramente lo stesso Dossier visto che se una persona muore nell’ambulanza o in ospedale non viene sempre considerato atto suicida.

Ma basta con i numeri, poniamoci invece una domanda: perché? Sono sicuramente le condizioni di vivibilità del carcere e il sovraffollamento che in questi anni hanno raggiunto picchi clamorosi, i fattori scatenanti, anche se non gli unici: esiste infatti una relazione tra sovraffollamento delle carceri e frequenza dei suicidi. Nel 2011 i 6 istituti penitenziari dove il tasso di sovraffollamento è maggiore alla media nazionale (già alta del 150%) sono anche quelli dove si è registrato più di un suicidio: Torino, Padova, Genova, Bologna, Cagliari, Castrovillari.