Category Archives: Sociale

Invalsi, quando un test di logica è senza logica

di Manlio Lilli

Dal 4 aprile sono partite le prove Invalsi, le prime su pc. Le prime che non saranno svolte nel corso dell’esame di terza media. Fino al 21 aprile le scuole potranno organizzare le prove per i 574.600 ragazzi coinvolti.

Le criticità sono ancora molte, nonostante le rassicurazioni del Ministero. Dubbi e perplessità – le medesime degli scorsi anni – con delle novità poco rassicuranti. Le hanno chiamate “computer based”, ovvero sul pc. Eppure dal censimento delle strutture informatiche effettuato da Invalsi “le postazioni effettive nelle scuole risultano 216mila, il che significa che è a disposizione un computer ogni 2,5 studenti circa”. Insomma non il massimo. Senza considerare che frequentemente i pc in dotazione sono evidentemente obsoleti.

C’è poi il problema connessione Internet. In molti casi la connettività non è adeguata, perché troppo lenta “e quindi esposta a problemi continui che rischierebbero, come avvenuto nelle simulazioni, di bloccare i test online”.

Ancora, poco risalto è stato dato al fatto che nei 15 giorni nei quali saranno somministrate le prove, la didattica non potrà che subire dei rallentamenti. La questione, nota a molti insegnanti, sembra non aver preoccupato più di tanto il Miur.

Protestano contro l’alternanza scuola-lavoro: il Fai chiede il 7 in condotta

di Adriana Pollice

Una nota disciplinare e il sette in condotta a fine anno per essersi rifiutati di lavorare gratis due giorni fa, domenica delle palme. È quanto è stato minacciato agli studenti del liceo napoletano Vittorio Emanuele. Avrebbero dovuto illustrare ai turisti le meraviglie del Museo di mineralogia dell’università Federico II durante una delle due giornate gestite dal Fai, Fondo ambientale italiano e nelle sue giornate di primavera in cui apre centinaia di luoghi normalmente chiusi al pubblico.

Il badge che avrebbero dovuto indossare li qualificava come «volontari». «Più di un mese fa – raccontano gli studenti – avevamo spiegato che in quella settimana saremmo stati fuori per il viaggio di studio. Siamo tornati sabato, molti abitano lontano, volevamo passare la domenica in famiglia. Invece ci hanno obbligato ad andare».

Obbligati perché l’iniziativa è stata inserita nelle 200 ore di alternanza Scuola – lavoro, ore non retribuite né rimborsate. Così i ragazzi si sono presentati per svolgere il compito ma con un badge più accurato, di loro creazione: «Alternanza Scuola – sfruttamento. Questo non è formativo». I turisti hanno chiesto della singolare protesta e hanno anche apprezzato.

I 50 anni della “scuola statale dell’infanzia”

Scuola materna, anno scolastico 1957

di Antonia Sani, associazione nazionale Per la Scuola della Repubblica

Il 18 marzo 1968 vedeva la luce la legge istitutiva della Scuola dell’Infanzia Statale. Un percorso accidentato, per le inevitabili contrapposizioni con le scuole d’infanzia comunali, fiore all’occhiello (grazie alle scuole dell’Emilia-Romagna) dell’Italia di quegli anni. L’iter parlamentare fu lungo e tormentato. Coprì l’arco di due legislature (1958-63; 1963-68) e provocò ben due crisi di governo. Presidente della Repubblica era Giuseppe Saragat, presidente del Consiglio Aldo Moro. Coalizione di governo: Dc, Psi, Pdsi, Pri.

Le ragioni del contrasto erano di carattere ideologico: le forze più legate al mondo cattolico temevano la perdita della centralità della famiglia in un’ impostazione fondata sul riconoscimento “scolasticistico” delle esigenze della seconda infanzia, sostenuta dai partiti laici e dal PCI. A sua volta il PCI era un forte sostenitore delle esperienze positive realizzate nei Comuni guidati da “giunte rosse”.

Il testo della legge porta evidenti i segni di quel contrasto: si è voluto lasciare in piedi l’impianto delle scuole comunali e la non istituzione di sezioni di scuole statali laddove scuole private potessero rispondere al fabbisogno del territorio.

Paura e povertà: l’Italia del dopo-voto

Povertà estrema

di Mario Pianta

La mappa dell’Italia che ha votato ritrae soprattutto due fenomeni: paura e povertà. Il centro-nord (Lazio compreso) si è affidato a un nuovo Centrodestra a egemonia leghista: nel nord della Lombardia e del Veneto è oltre il 50%, con la Lega che arriva a punte tra il 33 e il 38% nelle sue zone di insediamento tradizionale; nel Piemonte lontano da Torino il Centrodestra è vicino al 50%, con la Lega meno forte; nel resto del Nord è quasi ovunque oltre il 40%; in Emilia, Toscana e Umbria la percentuale è oltre il 35%; nel Lazio che esclude Roma è al 40%.

Il centro-sud (Marche comprese) vede dilagare i Cinque stelle: sfiorano il 50% in Sicilia e nel nord della Campania, sono oltre il 40% in Calabria, Basilicata, Puglia, Molise e Sardegna. Più articolata è solo la fotografia dei collegi uninominali delle grandi città. Il Centrodestra ha vittorie in collegi a Torino, Milano, Venezia, Palermo. I Cinque stelle conquistano alcuni collegi a Torino, Genova, Palermo, Roma e hanno Napoli. Torino, Milano, Bologna, Firenze, Roma lasciano qualche circoscrizione al Pd.

Il 37-38% (rispettivamente alla Camera e al Senato) ottenuto dal Centrodestra viene dal successo della Lega, passata dal 4% delle elezioni politiche del 2013, al 6% delle elezioni europee del 2014, al 18% di oggi, mentre Forza Italia scende dal 22% del 2013 al 17% del 2014 e al 14% attuale. Il 32-33% (rispettivamente al Senato e alla Camera, con un elettorato più giovane) dei Cinque stelle va misurato con il 26% delle politiche del 2013 e con il 21% delle europee del 2014. La partecipazione al voto è stata analoga a cinque anni fa, intorno al 75%, mentre alle europee era scesa molto, al 57%.

Così stanno uccidendo la sanità pubblica

di Gloria Riva

Quella mattina del 24 agosto Giuseppe Teori, ortopedico all’ospedale San Camillo de Lellis di Rieti, se la ricorda benissimo, anche se ha perso il conto dei volti scioccati che gli sono passati davanti. Su 240 barelle allineate c’erano i corpi martoriati degli abitanti di Amatrice. Lesioni, ferite di ogni tipo, fratture da schiacciamento. Nella notte, mentre dormivano, la terra aveva tremato e le case erano crollate su di loro. «È stato un miracolo», racconta l’ortopedico.

Già, ma il miracolo l’hanno fatto soprattutto i 400 giovani medici accorsi da tutte le province del Lazio per salvare vite umane: «Molti di loro li conosco, è gente che da 16 anni tira avanti con un contratto a termine, sono giovani che prendono 100 euro per una guardia medica notturna o si accontentano di 20 euro e una pizza per fare il medico alla partita di pallone». E un altro miracolo, quel giorno, l’hanno fatto i macchinari dell’ospedale che una volta tanto non si sono inceppati, nonostante vent’anni di carriera e rattoppi continui, che spesso obbligano il dottore a ripetere più volte gli esami.

Quella dell’estate 2016 è stata una situazione straordinaria, estrema, in cui il Sistema sanitario nazionale ha dimostrato di essere all’altezza di una catastrofe. Ma poi ci sono poi i miracoli ordinari, nelle corsie d’Italia. Quelli che si fanno tutti i giorni da dieci anni, da quando è cominciato il mantra dei tagli: meno 70 mila posti letto, meno diecimila professionisti, meno 175 ospedali. Giovani medici precari, macchinari nell’83 per cento dei casi obsoleti. E vecchi primari: il 52 per cento dei camici bianchi ha più di 55 anni, record europeo.

Elezioni 2018: tutti a promettere tutto, ma la scuola non ha spazio

di Manlio Lilli

“Viene lanciata oggi la petizione dello Snals-Confsal che coinvolge il mondo della scuola, le famiglie e tutti i cittadini al di là di ogni appartenenza partitica o associativa. Con questa petizione lo Snals impegna i partiti a indicare chiaramente nei propri programmi elettorali misure e risorse per la scuola”. Una nota dello Snals Confsal ha ufficializzato un dato di fatto di questa lunga campagna elettorale. Lunga, ma sostanzialmente vuota in tanti ambiti.

Di certo in quello scolastico. Tutti a promettere tutto. Quasi tutto. La scuola non ha spazio. Fra tasse da togliere e aumenti retributivi da aggiungere, perché mai dovrebbe entrarci anche la scuola? A chi veramente interessa parlarne? Perché mai la politica dovrebbe interessarsene e proporre nei suoi programmi la “sua idea” sull’istruzione? Perché mai dovrebbe farlo se l’istruzione obbligatoria è un tema marginale per una buona parte del Paese. Per tanti genitori e per tanti alunni. Per tanti che pur non rientrando né nella schiera degli uni né degli altri, non lo ritengono nei fatti un tema rilevante.

La scuola non è una priorità della cosiddetta agenda politica. È evidente. Non lo è di chi, anche se con modalità differenti, ne fruisce. Figurarsi degli altri. Certo se ne parla, neppure tanto infrequentemente. Nelle occasioni più disparate. C’è l’ennesimo episodio di bullismo? La cronaca restituisce la notizia di una sparatoria tra baby gang? La xenofobia si affaccia in qualche parte del Paese? Emerge da una delle tante periferie italiane qualche storia di emarginazione? Il rimedio è sempre il medesimo.

Scuola, finalmente l’appello: sette temi per un’idea di futuro

di Marina Boscaino

Finalmente qualcuno l’ha fatto: comporre, passaggio dopo passaggio, argomentazione dopo argomentazione, i nuclei concettuali, i principi ai quali da più di 20 anni stanno plasmando – e uniformando – i sistemi scolastici europei. Del resto, lo sappiamo: ce lo chiede l’Europa!

Sette temi per un’idea di scuola: leggetelo e, se siete d’accordo, sottoscrivetelo. L’appello, che in poche settimane ha raccolto circa ottomila firme (dai maestri delle scuola dell’infanzia agli ordinari di diverse facoltà universitarie, nonché molti cittadini che riconoscono nella scuola della Costituzione lo strumento dell’interesse generale), ha il merito di non scagliarsi, come pure sarebbe legittimo, sulle mille nefandezze della normativa scolastica degli ultimi decenni; ma di nominare – in sette punti specifici – quelli che sono stati i concetti organizzatori che hanno dato vita alle “deforme” che si sono abbattute sulla scuola italiana e di cui sono stati compartecipi governi di centro destra e di centro sinistra.

E che hanno cambiato il volto della scuola “che rimuove gli ostacoli” e promuove l’istruzione completa di “capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi”. Attraverso la enucleazione e l’analisi di questi principi, si ricostruiscono i passaggi che hanno impiantato un modello ideologico, che parte da molto lontano, e che ha trovato accoglienza in tutta la legislazione scolastica, dall’autonomia del 1997 alla legge 107/15 (passando per la legge di parità, la riforma del Titolo V, Moratti, Gelmini e il “cacciavite” di Fioroni).

Altro che università gratis, si dovrebbe intervenire alla scuola dell’obbligo

di Massimo Famularo

La contraddizione in termini, contenuta nell’idea di aiutare i meno abbienti fiscalizzando l’onere di un servizio usato prevalentemente dai ricchi, come l’accesso all’università, che oggi è parzialmente a carico degli studenti, potrebbe essere tranquillamente liquidata come propaganda elettorale, seppure un po’ zoppicante sotto il profilo della logica.

Val la pena tuttavia provare a fare qualche ragionamento meno superficiale in tema di benessere collettivo. La riforma illustrata da Pietro Grasso non è solo carente dal punto di vista dei nessi di causa-effetto, perché otterrebbe conseguenze opposte a quelle desiderate dai suoi fautori, ma pecca anche di ingenuità, assumendo che l’unico ostacolo all’accesso all’istruzione universitaria consista nel pagamento della retta, laddove è abbastanza evidente che l’onere più rilevante della frequenza universitaria consiste invece nel mancato reddito da lavoro del periodo in questione. Ne consegue quindi una conclusione a dir poco rocambolesca ossia che la mera eliminazione delle rette universitarie possa incentivare l’affluenza negli atenei (lasciando perdere la questione che questo sia o meno un obbiettivo desiderabile).

“Buona Scuola”, il re è nudo: appello per la scuola pubblica

di Anna Angelucci

Il 2018 si apre con un importante appello della scuola pubblica, per la scuola pubblica. Un appello che ha già raccolto, in pochissimi giorni e con il solo passaparola, più di 7000 firme ma che chiede e merita l’attenzione di tutti.

Qualunque lavoro facciate, qualunque attività svolgiate, qualunque interesse o passione abbiate, leggetelo: riguarda ogni singolo cittadino italiano. E, se condividete l’esigenza di una riflessione critica sul ruolo e sulla funzione della scuola, una riflessione critica profonda sui cambiamenti istituzionali imposti dalla politica negli ultimi anni al sistema dell’istruzione, firmatelo.

E’ un appello pacato e incisivo, ponderato e argomentato, nutrito di pensieri – e non di slogan – che vanno al cuore delle questioni più cogenti e urgenti; scritto da chi insegna nella scuola e sperimenta insieme agli alunni, giorno dopo giorno, le drammatiche conseguenze degli interventi normativi degli ultimi anni, svelandone tutte le implicazioni culturali, pedagogiche, professionali, al di là della retorica e della mistificazione imperanti nel discorso pubblico ufficiale.

Questo appello mostra tutta la gravità della situazione in cui versa la scuola pubblica italiana oggi e costituisce un’opportunità di reazione preziosa, da non lasciarsi sfuggire. Perché il vero problema di questi anni, prima ancora dell’assenza di un’interlocuzione politica realmente disponibile all’ascolto e al confronto dialettico, è stato quello della mancanza di una reazione forte e unitaria da parte del mondo della scuola e della società civile.

Buon anno! Anarchia nella scuola

di Silvia R. Lolli

Messaggio sobrio quello del presidente Mattarella, quest’anno. Unico desiderio trovare il prossimo 4 marzo una maggioranza di votanti. Chissà però quanta sovranità popolare per la nostra democrazia sarà rappresentata nel futuro Parlamento con la legge elettorale. Almeno ha richiamato i principi della Costituzione ricordando i suoi Settant’anni.

Che cosa vorremmo per il nuovo anno? Non abbiamo molte aspettative, da tempo ormai non osiamo più averne: troppe delusioni. Prendiamo ciò che arriva, anche se facciamo tutto per mantenere idee e conservare diritti, ai quali sappiamo che devono precedere doveri vedi gli artt. 2 e 4 della Costituzione. Per esempio il dovere di continuare a fare una professione come se nulla fosse cambiato dal momento in cui si è cominciata, proprio per attuare la Carta. Prendiamo la scuola italiana; non c’è dubbio che la “buona scuola”, ma non solo, stia cambiando nei fatti i suoi principi.

Che dire dell’ultima trovata di un ministero che ha perso da tempo il termine “pubblica” e che in questi giorni di fine mandato dà attuazione all’ennesima azione che allontanerà ancora di più i cittadini dal diritto allo studio e continuerà a confondere la scuola statale con quelle private?