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I malati cronici lombardi curati dagli Emirati Arabi?

di Aldo Gazzetti e Angelo Barbato, Forum per il Diritto alla Salute Lombardia

Col passare del tempo più si approfondiscono i vari aspetti delle delibere della regione Lombardia sul nuovo modello di gestione dei malati cronici e più si rafforzano le voci critiche, confermate da alcuni elementi decisamente inquietanti. Come è noto, con due delibere di quest’anno, non discusse né votate dal consiglio regionale, seguite da una serie di provvedimenti attuativi, la Giunta della Regione Lombardia intende cambiare le modalità di erogazione dell’assistenza sanitaria per oltre 3 milioni di cittadini con malattie gravi di lunga durata che richiedono prestazioni articolate, complesse e prolungate.

Si tratta di più del 30% dei cittadini lombardi, in prevalenza anziani, affetti da un lungo elenco di malattie comprese in una lista predefinita, tra cui ipertensione, diabete, patologie cardiovascolari, nefropatie, tumori e molte altre patologie croniche, divise in tre categorie di crescente gravità, che assorbono il 70% delle risorse pubbliche destinate alla sanità in Lombardia.

Questi cittadini dovrebbero ricevere tra breve una lettera in cui la Regione li inviterà a scegliersi un gestore, tra quelli inclusi in un apposito elenco, al quale affidare, attraverso un contratto privato giuridicamente valido, la predisposizione di un piano di assistenza per la tutela della propria salute e la gestione dell’intero percorso di cura, definendo le visite, gli esami e le prestazioni necessarie.

Cento (Ferrara): corsa contro il tempo per evitare il taglio delle scuole

di Massimo Corsini

Siamo ancora in tempo per salvare capre e cavoli. Se si aprirà fin da subito un tavolo tecnico e politico, potrebbero esserci tutti gli elementi per uscire da una situazione che finora sembra aver generato solo allarme. Questo è quello che crede la Cgil di Ferrara, per bocca della delegata Ania Cattani, in merito alla proposta del comune di Cento di riorganizzare la rete scolastica locale, passando da cinque istituti comprensivi a tre.

Si tratta di un’operazione che riguarda non solo il comune di Cento, ma anche l’unione dei comuni di Terre del Reno (di cui Sant’Agostino è il più grande), per un totale di 3650 alunni nel primo comune e 586 nel secondo. È bene chiarire fin da subito che non si tratta di cambiare o chiudere degli edifici, ma di una riorganizzazione amministrativa.

Ma perché c’è stata una reazione immediata di protesta sicuramente da parte dei lavoratori della scuola, ma anche da parte dei genitori? È sempre la stessa Cattani a spiegare che la proposta causerebbe alcuni effetti collaterali come la riduzione di diversi posti di lavoro, stimati dal sindacato circa 20 certi per quel che riguarda il personale Ata (bidelli e personale di segreteria), ma anche una probabile diminuzione di docenti in relazione al numero delle future iscrizioni: se verranno spalmati su più classi il numero di alunni che sarebbero stati iscritti all’istituto chiuso si avrà un rapporto alunni docente molto più alto chiaramente, e questo creerebbe un problema di garanzia rispetto al diritto allo studio.

Se questa è la scuola, io me ne vado a fare il maestro di strada

di Alex Corlazzoli

Il primo giorno di scuola quest’anno sono entrato in classe, ho preso un gesso bianco, mi sono avvicinato alla lavagna d’ardesia e ho scritto ciò che dovevamo imparare: “La bellezza salverà il mondo”. I bambini hanno capito subito un concetto che quelli che si definiscono “grandi” spesso non comprendono.

Ad esempio, al verbo obbedire declinato all’imperativo non c’è risposta se sei un maestro che crede e vive la democrazia entrando in classe spostando la cattedra; stando in cerchio, ascoltando la richiesta dei ragazzi di avere più intervalli; facendo il tuo mestiere con passione e onestà; riconoscendo ciò che sai fare e ciò che non sei in grado di fare. Così come al verbo tacere declinato all’imperativo c’è solo una risposta se sei un maestro che crede nel valore della parola: non stare zitto. Perché ai miei alunni ho insegnato a leggere e a scrivere, a usare la parola per difendersi dai soprusi e per difendere chi non ce l’ha.

A chi crede nella scuola dei soli voti, delle sospensioni, all’industria delle verifiche dobbiamo opporci proponendo una scuola dove ciò che ha valore è la conquista quotidiana, anche la più piccola; dove ha valore lo stupore di un bambino di fronte a un’opera d’arte non a un lavoretto o a un pensierino; dove non si interroga ma ci si interroga di fronte al volto di un migrante che muore su una spiaggia, di un’azienda del paese che chiude.

Questa Italia senza memoria

di Simona Maggiorelli

Xenofobia e razzismo hanno radici antichissime nella nostra storia. Antiche almeno quanto la nascita del Logos. Basta ricordare che il termine greco bàrbaros indicava il modo di parlare degli stranieri (i latini usavano il verbo balbutio). Nei primi secoli della storia greca il termine bàrbaros non aveva una particolare connotazione negativa ma dopo la guerra con i persiani del 472 a.C. di cui scrisse Eschilo, le cose cambiarono radicalmente. Pensiamo alla figura di Medea in Euripide. è straniera e viene raccontata come una pazza assassina dei propri figli, per vendetta. Come ha scritto Eva Cantarella, è la rappresentazione minacciosa del mondo dei barbari, dell’altro, del diverso da sé, dello sconosciuto. Non andò meglio con la nascita del monoteismo. Anzi. La retorica pericolosa del popolo eletto, nella Bibbia come nei discorsi di tanti presidenti Usa, da Bush a Trump, si regge sulla costruzione del nemico.

Chi pensa di avere Dio e la Verità dalla propria parte, basata sul libro e sulla parola sacra, vede ovunque eserciti di infedeli da combattere. In nome di Dio e della patria Mussolini impose il regime fascista in Italia. E si lanciò nelle campagne coloniali sulla strada disseminata di cadaveri già aperta dal re. L’Italia in Eritrea e Etiopia, similmente alla Francia in Algeria, si è comportata come uno Stato terrorista. Giornalisti osannati in Italia come Indro Montanelli pensavano che fosse normale prendersi e violentare una sposa bambina, solo perché non era italiana. Ma non si può dire. Montanelli, nell’immaginario italiano, sarebbe il padre di un giornalismo libero e dalla schiena dritta. Avendo annullato la memoria del genocidio compiuto da Mussolini in Libia, ci culliamo nel mito “italiani brava gente”.

La scuola oggi: per quale futuro?

di Silvia R. Lolli

Apprendiamo che il 13 ottobre 2017 ci sarà una manifestazione, sciopero nazionale, degli studenti, contro l'”ASL-alternanza scuola-lavoro”. Si potrebbe dire: “l’Unione degli studenti riprende come ogni anno a manifestare all’inizio della scuola, è ormai una consuetudine…”. Forse però oggi, a distanza di tre anni dalla L. 107/15, ci sono tutti i requisiti perché gli studenti possano prendere coscienza delle falsità che si stanno dicendo circa il loro futuro.

Quando se ne parla non si analizza MAI il possibile, nuovo paradigma del lavoro per la società non solo del futuro, ma anche dell’attuale. Sono incontri normalmente dedicati alle “passerelle” dei politici o alle lezioni trite e ritrite dei formatori di turno. Poche le novità nei linguaggi e nei concetti comunicati.

Il 13 dovremmo capire se la partecipazione sarà consapevole e diversa rispetto alla provenienza degli studenti: ci sarà la stessa critica fra gli allievi dei tecnici e professionali e quelli dei licei? Crediamo che motivi per manifestare i giovani ne abbiano; come leggiamo dal sito dell’associazione, il problema è il loro futuro; lo esprimono con una domanda eloquente: “ci rubano il futuro?”

A chi è più vecchio viene rubato uno scampolo di futuro, mentre ai giovani se sta rubando uno molto più grande: è dovuto all’incertezza che oggi sembra attanagliare tutti. Forse non abbiamo solo gli anticorpi per affrontare questo tempo? Certo l’incertezza di un sistema scolastico capace di promuovere solo Non c’è capacità di immaginare il futuro, come non c’è stata e non c’è la capacità di riflettere, discutere e criticare da parte degli addetti ai lavori la L.107/15. Una propaganda politica fuorviante, e dobbiamo ricordarlo incostituzionale perché poco rappresentativa, ne ha permesso l’applicazione stentata, confusa che cambia la scuola nel modo peggiore.

Com’era la scuola elementare italiana e com’è oggi

di Goffredo Fofi

La 01 Distribution e Rai Cinema hanno messo sul mercato dei dvd un bel film di Alberto Lattuada del 1954, Scuola elementare, che si presta a molte considerazioni e che, anzitutto, può rivelare agli spettatori delle ultime generazioni un mondo che non conoscono, quello dell’Italia prima del miracolo economico.

Le impressioni che se ne ricavano sono tanto più forti in quanto l’ambientazione del film è milanese e non la solita del cinema italiano del dopoguerra, ossessivamente romana. Le impressioni saranno infine più forti per chi frequenta per un motivo o per l’altro – da scolaro, da maestro o maestra o preside o bidello, da genitore – la scuola elementare di oggi.

Nel film, nell’Italia del 1954 il maestro elementare Dante Trilli, spostato da un paese del Lazio alla “capitale morale” ed economica della nazione, e il suo compaesano Pilade che è lì da tempo a fare il bidello, quando vanno dal tabaccaio non comprano un pacchetto di sigarette, ma cinque sigarette – perché le sigarette le si vendeva sciolte, visto che un pacchetto tutto in un botto costava troppo per le tasche di allora. O la domenica d’estate vanno all’Idroscalo, “il mare di Milano”, il massimo di vacanza che il proletariato milanese poteva permettersi.

Università corrotta, nazione infetta

di Alberto Vannucci

Il sistema universitario è l’incubatrice dove si forma la classe dirigente del paese, che in quella sede acquisisce conoscenze, competenze, valori, aspirazioni. Un’università inquinata dalla corruzione vede rovesciata la propria funzione educatrice, da generatrice di sviluppo economico e arricchimento culturale rischia di trasformarsi in agente patogeno, capace di trasmettere (o acuire) l’infezione del malaffare nel mondo delle imprese e delle professioni, nella sfera dell’amministrazione e della politica.

Per queste ragioni, e al di là del rilievo penale che hanno, occorre prendere molto sul serio le condotte dei docenti coinvolti nell’inchiesta della Procura di Firenze che ha decapitato un intero settore disciplinare, quello del diritto tributario, ponendo ben 59 docenti sotto inchiesta per tentata concussione e corruzione. Secondo l’ipotesi accusatoria, due cordate di tributaristi avrebbero concordato un meccanismo spartitorio per governare gli esiti della tornata concorsuale per l’abilitazione all’insegnamento universitario del 2012. Lo dimostra bene un’intercettazione, “Funziona così: a ogni richiesta di un commissario corrispondono tre richieste provenienti dagli altri commissari. Io ti chiedo Luigi e allora tu mi dai Antonio, tu mi dai Nicola e tu mi dai Saverio”.

Il merito dei candidati non è contemplato tra i criteri di valutazione, a differenza della loro filiazione o appartenenza: “Qui non c’è nessun merito, ognuno ha i suoi”. Come sintetizza mirabilmente un altro dei protagonisti: “Non è che si dice è bravo o non è bravo. No, si fa: questo è mio, questo è tuo, questo è tuo, questo è coso, questo deve andare avanti”. Paradossalmente, le buone capacità di un aspirante professore diventano un fardello: non essendo generalizzabili a tutti i vincitori stabiliti, introducono un elemento di perturbazione nei criteri già definiti di lottizzazione.

La Buona Scuola ovvero consigli per gli acquisti

di Beppe Scienza

In Italia l’industria parassitaria del risparmio gestito ne pensa una più del diavolo. Uno dei pilastri della Buona Scuola renziana, che ribattezzerei però in Peggior Scuola, è l’alternanza scuola-lavoro. Apparentemente sensata, è subito risultata sballata per vari motivi, in particolare la mole di ore previste. Ma chi s’immaginava che servisse anche da supporto per i venditori di fondi, polizze e affini?

Non bastava quanto riferito da uno studente del liceo classico Massimo d’Azeglio di Torino che lamentava di essersi sentito decantare la previdenza integrativa al sedicente “Museo del Risparmio” (Il Fatto Quotidiano del 9-11-2016), appunto nell’ambito dell’alternanza scuola-lavoro.

Con l’inizio dell’anno scolastico 2017-18 ne è venuta fuori un’altra. È il recente protocollo d’intesa fra il Forum Ania-Consumatori e il Sindacato nazionale agenti di assicurazione (Sna). Studenti dell’ultimo triennio delle medie superiori passeranno non poche ore in agenzie d’assicurazione. Molte scuole sono in difficoltà per raggiungere la caterva di ore richieste dall’alternanza scuola-lavoro e quindi tutto fa brodo.

L’appello di docenti ed educatori: sì allo ius soli e allo ius culturae

Noi insegnanti guardiamo negli occhi tutti i giorni gli oltre 800.000 bambini e ragazzi figli di immigrati che, pur frequentando le scuole con i compagni italiani, non sono cittadini come loro. Se nati qui, dovranno attendere fino a 18 anni senza nemmeno avere la certezza di diventarci, se arrivati qui da piccoli (e sono poco meno della metà) non avranno attualmente la possibilità di godere di uguali diritti nel nostro paese.

Ci troviamo così nella condizione paradossale di doverli educare alla «cittadinanza e costituzione», seguendo le Indicazioni nazionali per il curricolo – che sono legge dello stato – sapendo bene che molti di loro non avranno né cittadinanza né diritto di voto. Questo stato di cose è intollerabile. Come si può pretendere di educare alle regole della democrazia e della convivenza studenti che sono e saranno discriminati per provenienza?

Per coerenza, dovremmo esentarli dalle attività che riguardano l’educazione alla cittadinanza, che è argomento trasversale, obbligatorio, e riguarda in modo diretto o indiretto tutte le discipline e le competenze che siamo chiamati a costruire con loro. Per queste ragioni proponiamo che noi insegnanti ed educatori martedì 3 ottobre ci si appunti sul vestito un nastrino tricolore, per indicare la nostra volontà a considerare fin d’ora tutti i bambini e ragazzi che frequentano le nostre scuole cittadini italiani a tutti gli effetti.

Leggi, contratti, lavoro: un esempio, la scuola (terza parte)

di Silvia R. Lolli

Altro esempio, rispetto al discorso che stiamo facendo, solidarietà per il diritto al lavoro di tutti in riferimento alla proposta di legge regionale del consigliere Alleva, può emergere guardando le ore settimanali dedicate all’insegnamento.

In genere sono 18, ma, da sempre, la cattedra di un docente può arrivare fino alle 24 ore settimanali. Succede spesso che alcune ore non vengano assegnate ai supplenti, ma agli stessi docenti della scuola che appunto aumentano le loro ore settimanali. Anche se oggi c’è una redistribuzione e, in base ai nuovi ammessi in ruolo, le cattedre all’interno delle scuole prevedono meno ore di insegnamento (è soltanto rispetto alla loro numerosità nelle diverse classi di concorso per la scuola superiore, quindi non è vero per tutti i docenti), dobbiamo sempre verificare le funzioni e le competenze diverse rispetto alla docenza, per alcune di queste attività. In questi anni si sono modificati i ruoli professionali senza una chiara definizione di essi, per legge.

Sarebbe dunque da rivedere la formazione delle cattedre per una distribuzione del lavoro fra più persone: aiuterebbe a diminuire ancora i precari, oltre ad allinearsi a questa proposta di legge regionale. Fra l’altro, nonostante la legge tanto sbandierata come “buona scuola” e obbligatoria per l’assunzione dei precari in genere molto “maturi” – poteva essere limitata solo ad essi – , assistiamo ancora a sacche di precarietà e di disfunzioni in questo inizio di anno scolastico: continua ad esistere il solito fenomeno di cattedre occultate ed opportunamente fatte uscire solo al momento di dare lavoro ai supplenti annuali.