Category Archives: Politica

La Lega del Sud non è l’antidoto alla secessione

di Tonino Perna

La vittoria del centro-destra in Sardegna non è una novità, lo è invece che a diventare governatore sia un senatore della Lega. E secondo tutti i sondaggi, la popolazione meridionale voterà in massa per la Lega alle prossime scadenze elettorali. Se il trend in atto continuerà il PdS (Partito di Salvini) sarà con buone probabilità il primo partito nel Sud, a dispetto del fatto che proprio lui sta sostenendo con determinazione la cosiddetta «autonomia finanziaria differenziata».

Vale a dire quella «differenziazione» che comporterà per il territorio meridionale il crollo della sanità, delle Università, scuola e servizi essenziali. È difficile accettare che i cittadini meridionali possano votare in gran numero per chi li ha insultati fino a pochi anni fa. Varrebbe la pena tentare di capire perché il leader verde-nero non è un fungo velenoso nato per caso, ma il frutto di un terreno di coltura, di un humus culturale che abbiamo ignorato.

Ci sono delle ragioni strutturali e delle matrici culturali nell’improvviso, incredibile, successo del PdS che si è determinato in soli tre anni. Di certo è stata una mossa elettoralmente geniale cancellare con un colpo di spugna la parola «Nord» e sostituire i «terroni» con gli immigrati. Chapeau! Non c’è che dire. Condizione necessaria, ma non sufficiente per prendere i voti nel resto del paese.

La Sardegna accelera lo schianto del M5S

di Alessandro Canella

Dopo l’Abruzzo, i risultati del voto regionale sardo confermano la crisi del M5S, che si acuisce ancora di più. Di Maio e Conte minimizzano e rassicurano, ma c’è già chi mette in discussione la leadership del movimento. Vince il centrodestra di Solinas. Allucinante il meccanismo dello scrutinio: dopo 7 ore nemmeno il 20% dei risultati. L’analisi di Giuliano Santoro e l’intervista a Claudia Sarritzu.

L’unico dato che emerge abbastanza chiaramente tra le nubi dell’allucinante meccanismo dello spoglio delle elezioni regionali in Sardegna è il tonfo del M5S. E, ancor più che dei dati che arrivano a spizzichi e bocconi, sono le reazioni a misurare il polso di quello che appare come uno schianto della formazione guidata a livello nazionale da Luigi Di Maio.

Dopo la batosta delle elezioni abruzzesi, infatti, i pentastellati sembrano andare molto velocemente in picchiata. E i commenti del premier Giuseppe Conte, della senatrice “ribelle” Paola Nugnes e dello stesso Di Maio confermano la sensazione.

Il vicepremier pentastellato gioca in difesa con un copione che pareva già scritto. “Per la prima volta entriamo in consiglio regionale – osserva Di Maio – È inutile confrontare il dato delle elezioni regionali con quello delle politiche”.

Perché la sinistra non sceglie la laicità?

di Matteo Gemolo

Col 55,05% dei voti favorevoli, attraverso un referendum domenica 10 febbraio Ginevra ha dato la propria benedizione alla nuova legge sulla laicità (LLE 11764), voluta e approvata nel maggio del 2018 dal Consiglio di Stato. Dopo due anni di approfondimenti e studi da parte della Commissione dei diritti dell’uomo e sotto l’impulso in particolare del magistrato e consigliere liberale Pierre Maudet, gli 11 articoli che compongono questa legge si ripromettono di aggiornare e ricontestualizzare la precedente normativa che Ginevra aveva adottato agli inizi del ‘900 e rivisto l’ultima volta nel 2012.

La legge del 2018 si staglia sul panorama multiculturale svizzero attuale con l’obiettivo chiaro e netto di osteggiare la sempre più forte diffusione di fenomeni in contrasto col convivere democratico, quali radicalismo, fanatismo, proselitismo e comunitarismo religioso.

In modo particolare, questa legge rappresenta un passo importante proprio nel processo di secolarizzazione della Svizzera stessa, la cui carta costituzionale (vale la pena ricordarlo) si apre ancora con l’originario motto risalente al 1848: “Au nom de Dieu tout-poussant”, retaggio di un passato calvinista mai realmente dimenticato. Se, da un lato, la Costituzione federale della Confederazione svizzera enuncia esplicitamente principi come la libertà di coscienza e di culto, dall’altro, quella stessa carta non impone una neutralità religiosa che altre democrazie nel continente europeo hanno ritenuto necessario implementare (prima fra tutte la Francia), lasciando di fatto aperta la possibilità ai singoli cantoni di determinare la propria religione “ufficiale”. Non stupirà dunque constatare che tra tutti i 26 cantoni svizzeri, le sole Ginevra e Neuchâtel rimarcano in Costituzione la propria natura “laica”.

Governo, parlamento e inosservanza della Costituzione: una deriva pericolosa

di Carlo Smuraglia

Non ho alcuna intenzione di procedere ad una verifica delle scelte politiche del Governo e del Parlamento, sulle quali avrei – magari – non poche osservazioni da fare, ma non in questa sede. L’intento è invece quello di verificare il livello di “rispetto” della Costituzione da parte della maggioranza di Governo, intendendo per tale non solo l’osservanza puntuale delle regole scritte nella Carta, ma l’aderenza, o meno, in concreto, a quello che molti definiscono, al di là delle singole disposizioni, “lo spirito” della Costituzione. A questo fine, occorre una brevissima premessa, solo per chiarezza.

Secondo l’art. 1 della Costituzione, la nostra è una Repubblica democratica fondata sul lavoro; la sovranità popolare appartiene al popolo, che la esercita attraverso lo strumento parlamentare. Implicita, in questa disposizione e in altre, la necessità di una reale partecipazione dei cittadini, in altre parole di un serio ed effettivo esercizio della sovranità popolare. Da ciò, il fondamentale rilievo della rappresentanza e della funzionalità rigorosa del sistema parlamentare, fondato sulla centralità del Parlamento.

Ma accanto a questi “pilastri” essenziali, c’è un sistema fatto non solo di princìpi, di regole e di valori, ma – come accennato – anche di un complesso di elementi che sono considerati lo “spirito della Costituzione” (il valore della persona, la dignità, il lavoro, la solidarietà, l’uguaglianza, la legalità e l’etica, l’antifascismo e l’antirazzismo, per limitarsi all’essenziale).

Reddito e pensioni: fra marketing politico e realtà

di Pelto Pekka

Il detto nomina sunt consequentia rerum va attribuito all’imperatore Giustiniano che, evidentemente ignaro degli sviluppi che il marketing politico avrebbe avuto nei successivi millenni, pensava che i nomi dovessero corrispondere all’essenza delle cose. Oggi siamo invece costretti per legge ad usare nomi buoni per la comunicazione ma che, come suol dirsi, poco c’azzeccano (al lettore immaginare fin dove potrebbe spingersi in futuro la nuova tecnica legislativa).

Nello specifico, dobbiamo parlare di “reddito di cittadinanza”, perché così ci impone l’art. 1 del decreto legge n. 4/2019, anche se il nuovo strumento, che ha pregi e difetti, poco ha a che fare con il reddito di cittadinanza discusso in letteratura, traducendosi, piuttosto, in un sussidio di disoccupazione condizionato, ancorché relativamente adeguato nell’importo; di “pensione di cittadinanza” (sempre l’art. 1), anche se la pensione di cittadinanza in Italia c’è già (l’assegno sociale) e il nuovo strumento si limita di fatto ad integrare, a favore di un numero limitatissimo di pensionati, con un contributo per l’abitazione, le prestazioni già in essere (il valore delle pensioni minime – assistenziali e previdenziali – per gli ultrasettantenni è già oggi superiore al livello assicurato dalla componente di integrazione al reddito della “pensione di cittadinanza”).

Analogamente, l’art. 14 dello stesso decreto legge 4/2019 ci impone di parlare di “pensione quota 100” laddove i contenuti della norma sono diversi.

Una petizione per dire no all’autonomia che divide

di Alfiero Grandi, Antonia Sani, Domenico Gallo, Eleonora Forenza, Francesco Sinopoli, Gianfranco Viesti, Gianni Ferrara, Giovanni Russo Spena, Guido Viale,Loredana De Petris, Loredana FraleoneLoredana Irene Marino, Marina Boscaino, Massimo Villone, Paolo Berdini, Piero Bernocchi, Piero Bevilacqua, Roberto Musacchio, Rosa Rinaldi, Silvia Manderino, Vincenzo Vita

Rivolgiamo un appello a donne e uomini liberi, alle soggettività politiche e sindacali, al mondo dell’associazionismo, ai movimenti che si riconoscono nei principi di uguaglianza e nell’universalità dei diritti sanciti dalla nostra Costituzione. Un appello per incontrarci e costituirci in un Coordinamento nazionale in difesa della Repubblica, dell’universalità dei diritti e della solidarietà nazionale contro il federalismo differenziale.

Va avanti l’approvazione “dell’autonomia regionale differenziata”, nel silenzio generale mentre l’opinione pubblica viene distratta dall’assordante propaganda razzista e xenofoba. Senza discussione politica diffusa e all’insaputa di milioni di cittadine/i si sta per determinare nel giro di poche settimane la mutazione definitiva della nostra architettura istituzionale, la destrutturazione della nostra Repubblica.

La vicenda è partita con i referendum svolti in Veneto e Lombardia nel 2017, cui ora si vuole dare seguito senza tenere alcun conto dei principi di tutela dell’eguaglianza, dei diritti e dell’unità della Repubblica affermati dalla Corte Costituzionale.

Catalogna, il caso speciale 20907/2017: cos’ha di tanto speciale?

di Fulvio Capitanio

Si è appena avviato a Madrid il processo per il caso speciale 20907/2017, il processo contro i prigionieri politici catalani. Facciamo un poco d’ordine in questa complessa vicenda e cerchiamo di capire chi sono le persone processate, quali sono i capi d’imputazione e le richieste delle accuse. Inoltre, per evitare confusione, sarà necessario spiegare alcune differenze importanti del procedimento penale spagnolo rispetto a quello italiano.

Ricordiamo innanzitutto chi sono gli imputati in questo processo. Oriol Junqueras, Jurdi Turull, Joaquim Forn, Raül Romeva, Dolors Bassa, Josep Rull, rispettivamente ex vice presidente ed ex membri del governo della Catalogna, Carme Forcadell ex Presidente del Parlamento della Catalogna, Jordi Cuixart, presidente della associazione culturale “Omnium Cultural” fondata nel 1961 con oltre 130.000 soci e infine Jordi Sanchez, ex presidente dell’associazione di promozione civica e politica Assemblea Nazionale Catalana fondata nel 2011 e con circa 100.000 soci.

Tutti attualmente in prigione preventiva, alcuni di loro da 15 mesi. Merixell Borràs, Carles Mundó, Santi Vila, tutti ex membri del Governo della Catalogna, imputati anche loro in questo processo sono invece in libertà condizionale sotto cauzione. Poi, essendo stato il processo sdoppiato in due tronconi, altri sei ex parlamentari in libertà condizionale saranno invece giudicati dal Tribunale Superiore di Giustizia della Catalogna.

Governo gialloverde: le riforme costituzionali nascondono la via verso il presidenzialismo

di Alfiero Grandi

Al Senato è stato approvato in prima lettura il testo della legge che riduce il numero dei parlamentari, 400 alla Camera, 200 al Senato. Ora la proposta di legge passa alla Camera e come tutte le proposte che vogliono modificare la Costituzione dovrà essere approvata due volte, sia alla Camera che al Senato, a distanza di almeno 3 mesi, e se la proposta verrà approvata senza il voto favorevole di almeno i due terzi dei parlamentari sarà possibile chiedere che si svolga il referendum costituzionale, come è avvenuto il 4 dicembre 2016, quando la vittoria del No ha bocciato le deformazioni della Costituzione targate Renzi.

A poco più di due anni dalla vittoria del No nel referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 l’attuale maggioranza Lega-M5Stelle non ha saputo fare meglio che rilanciare le modifiche alla Costituzione. Cercando di non dare nell’occhio si è arrivati ad avere in campo queste modifiche:

  • Introduzione del referendum propositivo, il cui difetto di fondo – anche nell’ultima versione – è che anziché arricchire la democrazia rappresentativa con una nuova forma di partecipazione dei cittadini, tale da integrare l’attività del parlamento, continua a contrapporre cittadini e parlamento, con il serio rischio di creare cortocircuiti.

C’è bisogno di un’altra Europa: prima i contenuti, poi gli schieramenti

Europa

di Paolo Ciofi

La paradossale vicenda del bilancio dello Stato italiano si conclude in modo farsesco e al tempo stesso drammatico e rischioso. Sia perché il Parlamento della Repubblica democratica fondata sul lavoro è stato umiliato ed espropriato del suo ruolo, ridotto a un inutile fantasma chiamato prima a votare sul nulla e poi a ratificare decisioni prese da altri in altre sedi: un colpo duro alla democrazia.

Sia perché il cosiddetto governo del cambiamento nella sostanza non ha cambiato un bel niente, limitandosi ad applicare i dispositivi stabiliti in sede europea. Secondo i quali, una volta garantito l’equilibrio monetario del sistema con la valuta unica, e fissati i parametri relativi al deficit di bilancio e al debito pubblico, a tutto il resto provvede il mercato. L’occupazione, il salario, la tutela della natura, i diritti sociali e civili, ossia l’intera condizione umana, ridotti a variabili dipendenti dal mercato. Questa è la scelta. La sovranità del mercato, vale a dire del capitale, non è stata minimamente contrastata.

Tutto ciò impone una svolta radicale. L’esigenza di progettare un’alternativa programmatica e di movimento allo stato di cose presente, in grado di raccogliere con proposte concrete il malessere e il disagio sempre più diffusi, è diventata pressante in tutta Europa. Ed è indispensabile per contrastare con efficacia le crescenti spinte nazionalistiche e fascistiche. Detto in estrema sintesi: all’Europa della finanza e dei mercati, quale è attualmente la UE, occorre contrappore non il ripiegamento nazionalista, ma un’altra idea d’Europa. L’Europa dei popoli e dei lavoratori.

Emilia Romagna, il boccone più ghiotto per la Lega

di Sergio Caserta

Manca meno di un anno alle elezioni regionali in Emilia Romagna, se l’attuale maggioranza riesce a rinviare la data ai primi di gennaio 2020, mancano undici mesi. Di mezzo ci sono altre elezioni regionali il 10 febbraio in Abruzzo e il 24 febbraio in Sardegna, poi il 26 maggio ci saranno le europee con annesse le elezioni in Piemonte e in Basilicata, infine toccherà alla Calabria e all’Emilia Romagna.

I sondaggi elettorali danno da mesi e in modo pressoché univoco la Lega di Salvini in crescita costante, i M5S in arretramento progressivo e altrettanto costante, il partito democratico ben che vada inchiodato ai risultati del 4 marzo, cioè il livello più basso della sua decennale esistenza.

Questi dati riguardano anche la regione guidata da Stefano Bonaccini, almeno secondo il recente sondaggio dell’IPSOS commissionato e pubblicato dal Corriere della sera edizione bolognese, e sono nefasti per il partito oggi al governo, in parentesi quelli delle precedenti regionali: Lega al 23% primo partito (19,42%), Pd crollo al 17%( 44,53%), M5S in arretramento al 15% (13,27%), Forza Italia si dilegua al 3%(8,36%) , altri al 4%, incerti 38% una quota alta ma non tanto da far pensare ad un ribaltamento, nel 2014 infatti voto solo il 38% con un’astensione inimmaginabile. Consideriamo inoltre che a sinistra del PD, due liste SEL e Altra Emilia Romagna, insieme raggiunsero circa il 7% e nel sondaggio non sono nemmeno rilevate.