Category Archives: Politica

Migranti e (mancata) accoglienza: aberrazioni, discorsi e decisioni

di Valerio Romitelli

Lo stile Minniti che prima vara le persecuzioni di Riace e Lucano poi fa discorsi nei quali dice che “sta con loro” fa evidentemente scuola. Prostrandosi al truce “capitano” dell’attuale disastrosa politica italiana il presidente della Repubblica ha firmato l’aberrante “decreto sicurezza”, provando poi a ridare smalto all’aureola che solitamente – e inspiegabilmente (almeno da un punto di vista laico) – circonfonde personaggi del suo rango con un discorsino fine anno tutto belle intenzioni, facendo le moine come a distinguersi dalle politiche giallo-verdi. E allora giù con le riverenze e gli omaggi sperticati da parte di ogni benpensante, al quale il governo Salvini fa tanta paura da non saperci che fare, se non appunto dirne sommessamente male, compatire le sue vittime e sperare che ci pensi la provvidenza a metterlo in crisi.

È bastata però la decisione chiara e netta di due sindaci coraggiosi alla testa di città capaci di farsi felicemente ibridare perché il velo cadesse. E il decreto apparisse per quello che è: radicalmente incostituzionale, destrutturante e criminogeno. Così incostituzionale, destrutturante e criminogeno da macchiare della più odiosa correità chiunque non vi si opponga.

Sono appena trascorse le doverose celebrazioni di quel funesto 1938 durante il quale troppi furono i cittadini ligi al loro dovere di rispettare le leggi, quelle razziali volute da governi nazisti e fascisti sterminatori, che già si sentono riprendere le litanie mainstream che la legge è la legge, e che dunque va rispettata sempre e comunque.

La sinistra “rinasce” dai sindaci

di Daniela Preziosi

Grande confusione sotto il cielo della sinistra radicale italiana ma la situazione non è eccellente, almeno per ora. Al lato sinistro del Pd il 2019 si apre con la nebbia fitta. Per la seconda settimana di gennaio De Magistris ha convocato la nuova – ennesima – riunione che dovrebbe sancire l’inizio della raccolta delle firme per la sua lista alle europee del 26 maggio.

Saranno della partita Sinistra italiana, Rifondazione comunista ma anche la «vecchia» Altra Europa con Tsipras, il cui simbolo potrebbe partecipare di diritto alla competizione per Bruxelles. Ma il sindaco di Napoli preferisce una strada più civica: si è convinto, con fatica, che la sua faccia e il suo marchio – anche con la parola magica «popolo» nel simbolo – non sono abbastanza per un exploit alle urne e ora è a caccia di nomi-simbolo.

Corteggiato numero uno è l’ex sindaco di Riace Mimmo Lucano. Che fin qui ha affettuosamente declinato. Qualche sì «di peso» però è arrivato: quello ancora non ufficiale di Fabio Anselmo, avvocato della famiglia Cucchi (Ilaria ha declinato). La sinistra ancora tramortita dal flop delle politiche guarda con speranza anche a un evento esterno ma non troppo: l’elezione di Maurizio Landini a segretario Cgil. L’ex leader della Fiom, a suo tempo leader della Coalizione sociale con Stefano Rodotà e don Luigi Ciotti, potrebbe favorire la ripresa di fiato della sinistra.

Barcellona, il consiglio dei ministri in trasferta e le proteste del movimento per la Repubblica

di Stefano Portelli

Con la giornata di venerdì, 21 dicembre, il movimento indipendentista catalano ha dimostrato di avere ancora una grande forza di mobilitazione di base, e soprattutto di non essere facilmente manovrabile dalla sua stessa élite. Per la prima volta in quarant’anni, il consiglio dei ministri spagnolo ha deciso di riunirsi a Barcellona: ufficialmente, come segno di distensione del nuovo governo socialista verso la questione catalana; in pratica, trasmettendo un messaggio autoritario molto simile a quelli del governo precedente.

La città militarizzata, con l’invio di migliaia di agenti da altre parti della Spagna, ricordava il referendum del 1° ottobre 2017. Tutta la parte di litorale intorno al palazzo della Llotja, dove si svolgeva l’incontro, era una “zona rossa”, come nei vertici degli anni Novanta. Il governo socialista ha portato a Barcellona le stesse brigate antisommossa responsabili delle peggiori violenze del 1° ottobre. Strano modo di dimostrare distensione.

Esattamente un anno prima, il 21 dicembre 2017, il governo spagnolo aveva costretto i catalani a votare di nuovo, dopo aver sciolto il parlamento eletto. La scelta di questa data per il nuovo vertice, quindi, non poteva che rappresentare una provocazione per il movimento catalano: dopo la pesante repressione al referendum, dopo l’arresto dei deputati, le minacce al presidente Puigdemont (anche di morte) che lo spinsero all’esilio, che bisogno c’era di celebrare questo incontro in Catalogna, proprio ora? Soprattutto con i prigionieri politici catalani ancora in attesa di processo, alcuni dei quali in sciopero della fame.

La Costituzione attribuisce al parlamento un ruolo centrale

di Alfiero Grandi

Era sperabile che il parlamento non venisse più costretto ad approvare leggi a scatola chiusa. La valorizzazione del ruolo del parlamento era esattamente un punto centrale del No alla “deformazione” della Costituzione voluta dal governo Renzi, respinta il 4 dicembre 2016 dal 60% delle elettrici e degli elettori.

Nel discorso di insediamento del Presidente della Camera Fico alla presidenza della Camera c’erano impegni precisi in questa direzione, in coerenza con il precedente impegno referendario. Invece assistiamo al vilipendio del ruolo del parlamento più grave di quello del governo Renzi, che aveva fatto votare le modifiche della Costituzione usando strumenti impropri e la legge elettorale con il ricorso al voto di fiducia.

Costringere il parlamento a approvare le scelte concordate in gran segreto tra Governo e Commissione europea con un voto di fiducia, quindi al buio, è di una gravità senza precedenti. Nemmeno i Ministri hanno potuto esprimersi sul testo, mentre i parlamentari non hanno alcuna speranza di poter cambiare una virgola del testo che saranno chiamati a votare ed è probabile che molti di loro lo leggeranno dopo il voto.

La crisi dei partiti della sinistra secondo Srnicek e Williams

di Gianfranco Sabattini

Nick Srnicek e Alex Williams al loro “Manifesto accelerazionista” (scritto nel 2013) hanno fatto seguire, nel 2015, il volume “Inventare il futuro. Per un mondo senza lavoro”. Il libro contiene uno sviluppo delle tesi già esposte nel “Manifesto”, articolato in una severa diagnosi della crisi dei partiti tradizionali della sinistra, con la formulazione di una proposta per una loro rivitalizzazione, attraverso l'”invenzione” di un possibile futuro, che il capitalismo, nella sua coniugazione neoliberista, ha rimosso dall’immaginario collettivo.
Mentre la diagnosi della crisi dei partiti della sinistra è nella sostanza condivisibile, la proposta, rispetto al modo in cui è formulata e alle modalità della sua realizzazione, risulta ridondante, sino a comprometterne la desiderabilità e la fattibilità.

Sulla crisi della sinistra, Srnicek e Williams esordiscono col dire che la debolezza che attualmente la affligge non è attribuibile esclusivamente a cause esterne; una diagnosi onesta – essi affermano – deve essere formulata assumendo la presenza anche di cause esterne, la principale delle quali è individuata nella diffusa e acritica accettazione di un pensiero basato su quella che gli autori chiamano “folk politics”.

Questa espressione viene adottata per indicare “un insieme di idee e intuizioni che, all’interno della sinistra contemporanea, guida il senso comune da cui discendono organizzazione, azione e pensiero politico”; si tratta in sostanza di un complesso di presupposti strategici che hanno indebolito la sinistra, “rendendola incapace di nutrire ambizioni di crescita, di generare cambiamenti duraturi e di espandere l’orizzonte dei propri interessi”. Adottando la folk politics, i partiti della sinistra si sono illusi di poter rispondere alle crisi ricorrenti provocate dal capitalismo contemporaneo, riportando l’attività politica ad una scala umana, quindi “enfatizzando un’immediatezza che è contemporaneamente temporale, spaziale e concettuale”.

La sinistra è ormai allo sbando. A Capodanno toccherà accontentarsi dello spezzatino

di Sergio Caserta

Si avvicina la fine di questo tormentato 2018 che ci ha regalato il primo governo dichiaratamente populista, sovranista e semi-antieuropeista: a guardare le fibrillazioni alla vigilia dell’approvazione definitiva della cosiddetta legge di stabilità o Dpf che dir si voglia – dal momento che l’Europa s’impunta e i galletti super-vice primi ministri Luigi Di Maio e Matteo Salvini mostrano segni di cedimento sulla linea del “non abbasseremo il deficit di un centesimo, non arretreremo di un millimetro” -, sembra già un altro film. Finirà con l’Italia più virtuosa della Francia macroniana spendacciona?

Nel frattempo l’opposizione è in vacanza, il Pd è alle prese con i più lunghi preliminari che un congresso abbia mai registrato dopo la batosta elettorale del 4 marzo. Si viaggia senza aver mai veramente discusso le cause della rovinosa Little Big Horn, candidati che entrano ed escono dalla porte girevole del Nazareno come nel Grand Hotel, mentre Matteo Renzi ancora non molla la presa. Le primarie saranno un grottesco funerale collettivo.

Se il Pd si contorce come la mucca nelle sabbie mobili (l’immagine piacerebbe a Pierluigi Bersani), più a sinistra non c’è proprio nulla da divertirsi: l’attività da tempo in auge è cercare di superare la scissione dell’atomo, anche quella del nucleo in protoni e neutroni, fino all’impossibile (ma ne sarebbero capaci) scissione dell’elettrone! Di seguito sono andati in pezzi:

Italia in comune al via anche a Bologna

di Sergio Palombarini

“La politica deve essere al servizio di tutte le cittadine e i cittadini. Si fonda su valori condivisi e agisce con responsabilità operando scelte per il bene comune. La politica è l’arte di coniugare la visione ideale con il mondo del realizzabile. In questo modello politico le comunità sono protagoniste. Ci proponiamo come forza aperta al cambiamento, impermeabile a interessi personalistici. Ci riconosciamo nei principi che sono alla base della Costituzione italiana al fine di perseguire una realtà politica democratica, libera, inclusiva, moderna e attiva”.

Queste le prime parole della Carta dei Valori del partito Italia in comune, presentato martedì 11 dicembre scorso alla sala Biagi del Quartiere Santo Stefano. I promotori del progetto, Federico Pizzarotti, sindaco di Parma. Alessio Pascucci, sindaco Cerveteri, Federica Salsi, responsabile di Bologna, ed altri tra parlamentari e semplici simpatizzanti si sono alternati al microfono e si sono confrontati su idee e obiettivi del nuovo partito nazionale.

La parola partito è stata sottolineata più volte evidenziando l’accezione positiva del termine, contrariamente al sentire comune a molte persone che – da tempo – considerano i partiti, di qualunque tendenza essi siano, negativamente. Gli intervenuti hanno rimarcato che invece i partiti sono una forma di associazione prevista direttamente dalla Costituzione italiana, all’art. 49 (“Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”).

L’Avvenire di Marx e di Radio Radicale

di Alberto Leiss

A quanto pare prima di Lenin e di Gramsci (la definizione, com’è noto, è sua) la «rivoluzione contro il Capitale» l’aveva fatta – o quantomeno prevista – lo stesso Marx, che negli ultimi anni della sua febbrile ricerca si poneva molti interrogativi sulla realtà secondo cui il modo di produzione capitalistico si sarebbe esteso alle aree del mondo distanti dall’epicentro occidentale – l’Inghilterra – della rivoluzione industriale. L’ho ascoltato da Marcello Musto – autore di una nuova biografia dell’autore del Capitale, edita da Einaudi – al convegno «200 Marx. Il futuro di Karl», tenuto al Macro di Roma, per iniziativa di associazioni e fondazioni italiane e europee, e della rivista Critica Marxista.

Manuela D’Avila: “Bolsonaro è fascista, la sinistra mondiale ha il compito di difendere la democrazia”

di Giacomo Russo Spena

“La vittoria in Brasile di un ex-militare razzista di estrema destra, sostenitore della dittatura, come Bolsonaro è stato il punto d’arrivo del golpe mediatico giudiziario che ha condotto alla destituzione della legittima presidente Dilma Rousseff e poi all’arresto di Lula”. Manuela D’Avila, 37 anni, è stata la candidata a vicepresidente del Brasile per la coalizione del PT – Partido dos trabalhadores – e del PCdoB “Il Brasile Felice di Nuovo”.

Dopo l’arresto di Lula, si è presentata alle recenti elezioni in tandem col candidato presidente Fernando Haddad: una formula, sebbene uscita sconfitta, che ha preso più di 47 milioni di voti. Attivista sociale, femminista, battagliera deputata di Porto Alegre, è in Italia per due incontri pubblici – ieri a Napoli col sindaco Luigi de Magistris, oggi a Roma, ore 18, presso la Casa Internazionale delle donne con l’europarlamentare Eleonora Forenza e il costituzionalista Luigi Ferrajoli – organizzati dal gruppo del GUE-NGL e da Rifondazione Comunista.

“In Brasile il patto democratico tra istituzioni e cittadini per garantire il rispetto dei diritti umani è sotto attacco – dice D’Avila – Per questo sono venuta in Europa: voglio raccontare cosa è cambiato da quando è stato eletto il presidente Jair Bolsonaro, per capire come resistere all’offensiva autoritaria da parte del suo governo”.

Decreto Salvini: quando lo Stato per discriminare arriva a farsi danno

di Sergio Palombarini

Il decreto legge 113 del 4 ottobre 2018, detto anche decreto Salvini, convertito nella legge n. 132 del 1 dicembre scorso, tra le tante misure che ha introdotto in materia di sicurezza ed immigrazione, ha modificato anche il decreto legislativo n. 142 del 2015. All’art. 13 “Disposizioni in materia di iscrizione anagrafica” si prevede che:

1. Al decreto legislativo 18 agosto 2015, n. 142, sono apportate le seguenti modificazioni:
a) all’articolo 4:
1) al comma 1, è aggiunto, in fine, il seguente periodo: «Il permesso di soggiorno costituisce documento di riconoscimento ai sensi dell’articolo 1, comma 1, lettera c), del decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n. 445.»;
2) dopo il comma 1, è inserito il seguente:
«1-bis. Il permesso di soggiorno di cui al comma 1 non costituisce titolo per l’iscrizione anagrafica ai sensi del decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 1989, n. 223, e dell’articolo 6, comma 7, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286.»;
b) all’articolo 5:
1) il comma 3 è sostituito dal seguente:
«3. L’accesso ai servizi previsti dal presente decreto e a quelli comunque erogati sul territorio ai sensi delle norme vigenti è assicurato nel luogo di domicilio individuato ai sensi dei commi 1 e 2.»;
2) al comma 4, le parole «un luogo di residenza» sono sostituite dalle seguenti: «un luogo di domicilio»;
c) l’articolo 5-bis è abrogato.