Category Archives: La sinistra che non c’è

Assemblea dell’Associazione Il Manifesto in Rete: proposte per una discussione

L'associazione il manifesto in rete

di Michele Fumagallo

Questo testo è stato scritto in vista di domani, 29 marzo 2014, quando a Bologna è convocata l’assemblea dell’associazione Il manifesto in rete.

La prima cosa che voglio dirvi è che il documento di preparazione dell’assemblea del 29 marzo che avete pubblicato su questo blog è interessante su alcuni punti ma per me reticente sull’essenza di un dibattito che dovrebbe vertere sulla questione centrale – altrimenti perché chiamarsi “circolo del manifesto”? – del Manifesto.

Mi pare ci sia la tendenza a parlare d’altro (un “altro” molto valido, sia chiaro), quasi per sfuggire alla motivazione principale della vostra nascita come Circolo e delle sconfitte mano a mano subite in questi ultimi due anni. Come leggerete nei documenti allegati, io non ho voluto/potuto far parte dei circoli pur avendo messo a disposizione qualsiasi aiuto per loro, con la motivazione della loro nascita troppo in ritardo sui tempi.

I Circoli del Manifesto sarebbero dovuti nascere 15/20 anni fa per avere un senso storico preciso e una funzione assolutamente produttiva di cambiamento e di senso. Così non è stato ma tant’è. La loro mobilitazione è stata del tutto generosa (troppo, per un giornale e un collettivo che non la meritavano) ma segnata da questo sfasamento dei tempi. Perché sfasamento? Ma perché il Manifesto da almeno 15/20 anni aveva perduto la “spinta propulsiva” delle sue origini, e si era ormai accovacciato in un limbo autoreferenziale dove non c’era più possibilità di invertire la rotta e tornare alla politica alta delle sue origini.

Emilia Romagna, piccola cronaca della crisi

Fifty - Foto di Roberto La Forgia

Fifty - Foto di Roberto La Forgia

di Vincenzo Comito

Per capire i risultati del voto (a quasi due mesi dalle elezioi), partiamo da un’inchiesta minima, dalla microstoria di un quartiere in una città di medie dimensioni dell’Emilia Romagna, area tra le più ricche del paese, una delle città dove si vive meglio in Italia. Vediamo come vivono e cosa pensano le classi medie, a partire dai commercianti.

Il bar del quartiere, gestito su base familiare da una coppia di coniugi, è rimasto aperto anche la domenica del voto ma, a differenze delle precedenti tornate elettorali, non fatto molti affari. Elettori, scrutatori e altri addetti alla bisogna – racconta il titolare – hanno speso poco, si sono portati panini, dolci e bevande da casa. Il bar è accanto a una banca importante e a una scuola media. Ma anche qui gli affari calano: gli addetti allo sportello dell’istituto finanziario sono passati da 110 a 25, e anche il numero dei professori si è ridotto. Nel primo caso ha pesato l’automazione, l’home banking, la ristrutturazione organizzativa; sulla scuola hanno colpito i tagli di Tremonti. E negli ultimi anni hanno aperto, nel raggio di duecento metri, altri tre bar, un altro segnale delle difficoltà di trovare altre occupazioni.

Il primo dei tre esercizi, in mancanza di affari adeguati, è da tempo in vendita, senza trovare compratori. Il secondo nei giorni scorsi ha chiuso perché nel locale si è sviluppato un incendio, che alcuni sospettano essere doloso, anche se non c’è alcun elemento specifico che avvalli tale ipotesi; la proprietaria afferma che stava comunque per vendere l’attività. Il terzo infine, è un grande e rinomato bar-pasticceria – con numerosi addetti al banco e al laboratorio, che appare ancora molto frequentato, ma i suoi alti costi lo rendono vulnerabile alla crisi.

Lo scossone e la sveglia: la particolarità italiana e l’incompreso disagio sociale / 2

Crisi - Foto di Roberto Giannotti

Crisi - Foto di Roberto Giannotti

di Aldo Tortorella

Nel deserto di iniziative adeguate, le denunce urlate da Grillo assumevano il sapore di una verità indiscutibile e le grida, gli insulti, le parole di odio apparivano a moltissimi giustificate o giustificabili. Segnali clamorosi erano arrivati anche elettoralmente da anni nelle elezioni comunali e, infine, nelle regionali siciliane. Berlusconi ha reagito, secondo il suo codice di mercato, con un’offerta pubblica di acquisto del voto (in parlamento la compera era stata clandestina) a livello di massa: «Vi tolgo l’Imu. Anzi, vi rendo i soldi».

Il centrosinistra non solo in campagna elettorale, ma ancora prima di essa è apparso balbettante se non reticente, pur enunciando probi propositi cui non crede più nessuno e che sono apparsi come il tentativo di spegnere l’incendio del palazzo con un innaffiatoio. Molti elettori hanno votato per il centrosinistra solo perché hanno avvertito che c’era il rischio di una nuova vittoria della destra berlusconiana. E infatti Grillo andava visibilmente dissanguando a grandi sorsate Pd e Sel. Se il vampiro avesse succhiato ancora un pochino, Berlusconi avrebbe potuto festeggiare una sua nuova maggioranza assoluta alla Camera sulla base di una legge elettorale da lotteria, che stavolta per un soffio ha favorito alla Camera il centrosinistra.

Ma bisogna ricordarlo: tra quei centoventimila in più (in cui ci sono anche i quasi centocinquantamilamila della Südtiroler Volkspartei) e tra tutti gli altri elettori del centrosinistra molti hanno dato il voto per salvare se stessi e l’Italia da una nuova e intollerabile umiliazione, non per approvare le politiche di Monti o la debolezza sui temi della riforma della politica.

Lo scossone e la sveglia: la particolarità italiana e l’incompreso disagio sociale / 1

Crisi - Foto di Roberto Giannotti

Crisi - Foto di Roberto Giannotti

di Aldo Tortorella

Nuovamente, la democrazia italiana mostra di essere la più inquieta e turbolenta rispetto a quella che si ritiene la normalità dei paesi dell’Europa. La crisi economica mette in discussione ovunque le basi materiali (la fiscalità, la redistribuzione del reddito prodotto) su cui si reggono gli Stati e il compromesso sociale democratico.

Si estende, non solo nella destra americana, l’interesse per il capitalismo asiatico (cinese) senza democrazia, che fu l’ultima preoccupazione del liberale democratico Dahrendorf. Ma, dall’altra parte, riprende vigore anche l’accusa (Occupy Wall Street ne è un modesto ma significativo segnale) al capitalismo finanziario, il cui trionfo a livello planetario non ne ha spento ma esaltato le contraddizioni. In un mondo economicamente globalizzato si eclissa la sovranità degli Stati nazionali entro cui sono racchiuse le istituzioni democratiche esistenti: l’Europa detta legge ma il suo Parlamento è senza poteri reali. C’è un passaggio d’epoca per le sorti della democrazia dall’esito incerto.

In Italia, all’interno di questa realtà generale, tutto il materiale infiammabile accumulato dalla crisi economica, dalla sua ostinata negazione da parte dei governi di destra, dalle cattive politiche a essa precedenti, e dalle misure inique per porvi rimedio, è venuto concentrando la sua carica dirompente sul sistema politico. Con il risultato della esplosione di un movimento esplicitamente volto ad azzerare tutti i partiti esistenti negandone la diversità secondo il motto, non nuovo, «partiti e politici sono tutti uguali».

La coerenza di essere comunisti (eretici): alcuni appunti da discutere per (ri)costruire

Sinistra

di Mauro Chiodarelli

Al convegno di Firenze “La rotta d’Europa”, in uno degli ultimi interventi, un lavoratore in cassa integrazione disse all’incirca: “Di sinistra, di sinistra, io non sono di sinistra, io sono comunista”. Ecco, dovremmo ripartire da lì, dalla coerenza di essere comunisti (eretici).

Al di là di ogni dietrologia, a un certo punto, la maggioranza di coloro che si dichiaravano comunisti, anche i teorici, hanno avuto paura dell’orizzonte; fascino della borghesia e del capitale o semplice miseria dell’essere umano (anche su questo dovremmo interrogarci ed attrezzarci)? L’alternativa a una società capitalista è una società socialista/comunista; ogni via di mezzo è illusoria.

Ci interessa? Allora cominciamo a costruirla partendo dal quotidiano ed assumiamo un punto di vista e di azione all’altezza dell’impegno, interrogandoci innanzitutto sui fallimenti del passato e sul perché da una teoria di libertà, uguaglianza e giustizia si sia giunti a una pratica totalitaria, diseguale e repressiva. Alcuni elementi, che possono suonare ingenui o eretici, del “che fare”, su cui ragionare:

  • uscire dalla subalternità capitale-lavoro (non mi riferisco ai principi di accumulazione): non possiamo combattere il capitale e nello stesso tempo auspicare la presenza di un capitale altro, materiale od immateriale, che elargisca lavoro;

Situazione politica in Italia: il vero pericolo è la destra

Destra - Foto di Giulio Bernardi

Destra - Foto di Giulio Bernardi

di Alfiero Grandi

Senza dubbio nell’elezione dei presidenti delle Camere si sono verificate 2 importanti novità. Laura Boldrini Presidente della Camera e Piero Grasso Presidente del Senato rappresentano insieme un’evidente svolta politica e una garanzia sul funzionamento delle Camere. Le novità di queste elezioni sono state tali da aprire interrogativi anche nel M5S, inducendo comportamenti differenziati nel voto. Tuttavia i passaggi più impegnativi di questa legislatura – nuovo Governo e nuovo Presidente della Repubblica – sono ancora da realizzare per garantirne un avvio effettivo.

La riedizione di una maggioranza simile a quella che ha sorretto il Governo Monti nella scorsa legislatura resta un pericolo non del tutto scongiurato. Il lavorio per questo obiettivo continua. Va apprezzato che Bersani abbia escluso la possibilità di una riedizione della maggioranza che ha prodotto i provvedimenti (o non li ha prodotti come quelli per occupazione e sviluppo) che sono all’origine di tante sofferenze sociali e della dura reazione critica degli elettori verso il Pd, a cui sono mancati quasi 3 milioni e mezzo di voti e i 6 milioni che mancano a Berlusconi non bastano come consolazione. Le dichiarazioni eversive e ricattatorie di Berlusconi confermano che con questo centrodestra non si può in alcun modo costruire una qualunque forma di maggioranza politica, neppure di emergenza, perché la vera emergenza sono loro.

Dopo Grillo, e considerata la situazione europea, una proposta per uscire dallo stallo attuale

Foto dal blog di Guido Viale

Foto dal blog di Guido Viale

di Guido Viale

L’esito delle elezioni ha “tolto il tappo” a un sistema politico bloccato, pietrificato dall’egemonia, condivisa da destra e sinistra, del pensiero unico (e in Italia consolidata, e in parte mascherata, dal dilagante berlusconismo). Ma non è stato Beppe Grillo a far saltare quel tappo; sono stati quelli che lo hanno votato, andando ad aggiungersi o a sovrapporsi al numero, altrettanto ampio, degli astenuti. Non è stato Grillo a intercettare il loro voto; sono stati quegli elettori a “intercettare” Grillo. E che altro potevano fare? Se si fossero astenuti, il sistema politico italiano – centro-destra, centro e centro-sinistra – avrebbe continuato le sue pratiche come se niente fosse, incurante del fatto che ormai solo il 50 per cento degli elettori lo vota. D’altronde negli USA è già così da tempo.

Ma è sbagliato confondere gli elettori di Grillo con il movimento cinque stelle o dare troppo peso al loro programma; perché a fare il pieno di voti è stata la rivolta contro il sistema dei partiti e le politiche economiche da questi sostenute. Come è sbagliato sostenere che il movimento cinque stelle non ha un programma: c’è l’ha, ed è più solido e sensato di quello del PD, anche se forse né Grillo né il movimento hanno idee chiare su come realizzarlo (Pizzarotti insegna). Ma gli elettori che lo conoscono sono una minoranza; e quelli che lo condividono, o vi si riconoscono, sono ancor meno.

Populismo e post elezioni: è tempo di riproporre una costituente dei movimenti

Indignados a Barcellona - Foto di Democrazia Km Zero

Indignados a Barcellona - Foto di Democrazia Km Zero

di Mario Pezzella

Per definire Grillo e il suo movimento si usa spesso il termine “populismo”. Come abbiamo fatto a suo tempo per quello di spettacolo, può essere utile capire cosa vuol dire effettivamente questo termine, al di fuori delle banalizzazioni giornalistiche e televisive. Un primo riferimento utile è il libro di Ernesto Laclau, La ragione populista, anche se preciso subito di non essere d’accordo con le conclusioni dell’autore, che è un sostenitore dell’attuale governo peronista argentino. Un movimento populista nascerebbe con tre caratteri iniziali: la vaghezza dei principi, l’equivalenza e la confluenza di domande sociali che in realtà sarebbero distinte e perfino discordi, l’unificazione immaginaria dei conflitti sociali.

Per quanto riguarda la vaghezza dei principi, secondo Laclau, non è una colpa o un’insufficienza del movimento: l’incertezza dei concetti, la ricerca a tastoni di un nuovo linguaggio, non sono un effetto ma una causa del movimento. Il populismo esprime cioè nella sua fase iniziale il collasso terminale di un linguaggio simbolico e politico (nel nostro caso quello della democrazia rappresentativa, in crisi da tempo e di cui anche il capitale finanziario ha deciso di fare a meno) e l’intervallo o il vuoto che precede una nuova fase costituente: “Affermare qualcosa al di là di ogni prova potrebbe essere anche il primo passo verso l’emergere di una verità che può essere affermata, in effetti, solo rompendo la coerenza della discorsività preesistente” (Laclau).

Ricostruire la sinistra “non per vincere domani, ma per operare ogni giorno”

Sinistra

di Angela Pascucci

Siamo in piena dinamica post elettorale. Non è vero che i giochi siano fermi, paralizzati dai veti reciproci. L’elezione dei presidenti della Camera e del Senato ha mostrato linee di frattura, margini di manovra e possibilità che consentono alla dialettica istituzionale di arrivare a qualche risultato, il minimo dei quali potrebbe essere un governo di transizione che faccia una riforma elettorale, ritocchi i costi della politica, tamponi le emergenze più gravi e porti a nuove elezioni in autunno. Inquietante, e da incoscienti che sia, la fase attuale è percepita da tutti gli attori in gioco come transeunte e l’unica cosa che conta sembra essere come arrivare più forti alla fase successiva. A meno che la realtà degli spread e della finanza non decida ancora una volta di intervenire pesantemente e dettare le sue regole. Gli scricchiolii di Cipro (vera cloaca finanziaria piazzata nel cuore del Mediterraneo) preannunciano tempesta, ma di un tipo nuovo.

Prima domanda. Ci interessa intervenire in questo piano del discorso che punta a una fase di transizione? E se sì, quale potrebbe essere una proposta che non sia pura testimonianza e abbia qualche possibilità di incidere? E ammesso che ci sia, di quali strumenti potrebbe essere dotata? Gettiamo anatemi contro il M5S e lanciamo un’offensiva per sottrargli l’acqua in cui nuota oppure ci uniamo al coro di quel 10% dei “nostri” che ha votato Grillo e chiede oggi un’alleanza organica e durevole a sinistra?

Questi interrogativi, ai quali io non so rispondere, potrebbero essere il punto di partenza di una discussione ma sono convinta che la dimensione del breve e medio periodo purtroppo non si attaglia alla portata delle vere questioni che dovremmo affrontare. In qualche modo convergo dunque con il ragionamento di Tiziana quando afferma nel suo intervento che “dobbiamo creare qualcosa di totalmente nuovo”. Cerchiamo però prima di capire che cos’è il “nuovo” che avanza e che ci ha preso alle spalle.

Crisi: tante cure senza diagnosi portano al rischio dell’autoritarismo

C'è grossa crisi - Foto di Arianna Flacco

di Valentino Parlato

Siamo – il mondo – investiti da una crisi di una gravità che non ha precedenti, più pesante anche di quella, storica, del 1929. Crisi economica ma anche sociale, politica e culturale. E in un mondo estremamente comunicante: cinquant’anni fa la crisi di un’isola come Cipro non avrebbe avuto effetti sulle borse degli Usa. Crisi economica, con fallimenti d’imprese e crescita straordinaria della disoccupazione, distruzione delle speranze nelle giovani generazioni.

In questa situazione il paradosso (per essere gentili) è che tutti si affannano a proporre e praticare cure senza un’analisi approfondita e seria, una realistica analisi di questa crisi. Pensate a un medico che cura un malato senza aver fatto una diagnosi, con la conseguenza che le cure aggravano il male, come peraltro sta accadendo con la cura del risparmio e dell’austerità. Un testo di Keynes del 1933 ha per titolo, appunto, “l’assurdità dei sacrifici”.

Questa crisi è globale, e non potrebbe essere altrimenti con lo straordinario progresso dei mezzi di comunicazione e della finanziarizzazione dell’economia, cioè il produrre denaro con il denaro, senza passare per la produzione di merci. Ignorare e mettere in secondo piano l’attuale globalizzazione, impedisce ogni analisi seria dell’attuale crisi.

Di pari importanza sono le trasformazioni dei processi produttivi: la vecchia fabbrica fordista non c’è più e il progresso tecnico ha ridotto enormemente il peso e l’importanza del lavoro vivo, come già Marx aveva previsto nei suoi “Grundisse”. Il lavoro e i lavoratori sono diventati meno importanti e in larga parte sono passati dalla produzione ai servizi e alla disoccupazione. È duro dirlo, ma la classe operaia del nostro passato non c’è più, ma ci sono ancora gli sfruttati e gli esclusi.