Category Archives: Politica

Catalogna, il caso speciale 20907/2017: cos’ha di tanto speciale?

di Fulvio Capitanio

Si è appena avviato a Madrid il processo per il caso speciale 20907/2017, il processo contro i prigionieri politici catalani. Facciamo un poco d’ordine in questa complessa vicenda e cerchiamo di capire chi sono le persone processate, quali sono i capi d’imputazione e le richieste delle accuse. Inoltre, per evitare confusione, sarà necessario spiegare alcune differenze importanti del procedimento penale spagnolo rispetto a quello italiano.

Ricordiamo innanzitutto chi sono gli imputati in questo processo. Oriol Junqueras, Jurdi Turull, Joaquim Forn, Raül Romeva, Dolors Bassa, Josep Rull, rispettivamente ex vice presidente ed ex membri del governo della Catalogna, Carme Forcadell ex Presidente del Parlamento della Catalogna, Jordi Cuixart, presidente della associazione culturale “Omnium Cultural” fondata nel 1961 con oltre 130.000 soci e infine Jordi Sanchez, ex presidente dell’associazione di promozione civica e politica Assemblea Nazionale Catalana fondata nel 2011 e con circa 100.000 soci.

Tutti attualmente in prigione preventiva, alcuni di loro da 15 mesi. Merixell Borràs, Carles Mundó, Santi Vila, tutti ex membri del Governo della Catalogna, imputati anche loro in questo processo sono invece in libertà condizionale sotto cauzione. Poi, essendo stato il processo sdoppiato in due tronconi, altri sei ex parlamentari in libertà condizionale saranno invece giudicati dal Tribunale Superiore di Giustizia della Catalogna.

Governo gialloverde: le riforme costituzionali nascondono la via verso il presidenzialismo

di Alfiero Grandi

Al Senato è stato approvato in prima lettura il testo della legge che riduce il numero dei parlamentari, 400 alla Camera, 200 al Senato. Ora la proposta di legge passa alla Camera e come tutte le proposte che vogliono modificare la Costituzione dovrà essere approvata due volte, sia alla Camera che al Senato, a distanza di almeno 3 mesi, e se la proposta verrà approvata senza il voto favorevole di almeno i due terzi dei parlamentari sarà possibile chiedere che si svolga il referendum costituzionale, come è avvenuto il 4 dicembre 2016, quando la vittoria del No ha bocciato le deformazioni della Costituzione targate Renzi.

A poco più di due anni dalla vittoria del No nel referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 l’attuale maggioranza Lega-M5Stelle non ha saputo fare meglio che rilanciare le modifiche alla Costituzione. Cercando di non dare nell’occhio si è arrivati ad avere in campo queste modifiche:

  • Introduzione del referendum propositivo, il cui difetto di fondo – anche nell’ultima versione – è che anziché arricchire la democrazia rappresentativa con una nuova forma di partecipazione dei cittadini, tale da integrare l’attività del parlamento, continua a contrapporre cittadini e parlamento, con il serio rischio di creare cortocircuiti.

C’è bisogno di un’altra Europa: prima i contenuti, poi gli schieramenti

Europa

di Paolo Ciofi

La paradossale vicenda del bilancio dello Stato italiano si conclude in modo farsesco e al tempo stesso drammatico e rischioso. Sia perché il Parlamento della Repubblica democratica fondata sul lavoro è stato umiliato ed espropriato del suo ruolo, ridotto a un inutile fantasma chiamato prima a votare sul nulla e poi a ratificare decisioni prese da altri in altre sedi: un colpo duro alla democrazia.

Sia perché il cosiddetto governo del cambiamento nella sostanza non ha cambiato un bel niente, limitandosi ad applicare i dispositivi stabiliti in sede europea. Secondo i quali, una volta garantito l’equilibrio monetario del sistema con la valuta unica, e fissati i parametri relativi al deficit di bilancio e al debito pubblico, a tutto il resto provvede il mercato. L’occupazione, il salario, la tutela della natura, i diritti sociali e civili, ossia l’intera condizione umana, ridotti a variabili dipendenti dal mercato. Questa è la scelta. La sovranità del mercato, vale a dire del capitale, non è stata minimamente contrastata.

Tutto ciò impone una svolta radicale. L’esigenza di progettare un’alternativa programmatica e di movimento allo stato di cose presente, in grado di raccogliere con proposte concrete il malessere e il disagio sempre più diffusi, è diventata pressante in tutta Europa. Ed è indispensabile per contrastare con efficacia le crescenti spinte nazionalistiche e fascistiche. Detto in estrema sintesi: all’Europa della finanza e dei mercati, quale è attualmente la UE, occorre contrappore non il ripiegamento nazionalista, ma un’altra idea d’Europa. L’Europa dei popoli e dei lavoratori.

Emilia Romagna, il boccone più ghiotto per la Lega

di Sergio Caserta

Manca meno di un anno alle elezioni regionali in Emilia Romagna, se l’attuale maggioranza riesce a rinviare la data ai primi di gennaio 2020, mancano undici mesi. Di mezzo ci sono altre elezioni regionali il 10 febbraio in Abruzzo e il 24 febbraio in Sardegna, poi il 26 maggio ci saranno le europee con annesse le elezioni in Piemonte e in Basilicata, infine toccherà alla Calabria e all’Emilia Romagna.

I sondaggi elettorali danno da mesi e in modo pressoché univoco la Lega di Salvini in crescita costante, i M5S in arretramento progressivo e altrettanto costante, il partito democratico ben che vada inchiodato ai risultati del 4 marzo, cioè il livello più basso della sua decennale esistenza.

Questi dati riguardano anche la regione guidata da Stefano Bonaccini, almeno secondo il recente sondaggio dell’IPSOS commissionato e pubblicato dal Corriere della sera edizione bolognese, e sono nefasti per il partito oggi al governo, in parentesi quelli delle precedenti regionali: Lega al 23% primo partito (19,42%), Pd crollo al 17%( 44,53%), M5S in arretramento al 15% (13,27%), Forza Italia si dilegua al 3%(8,36%) , altri al 4%, incerti 38% una quota alta ma non tanto da far pensare ad un ribaltamento, nel 2014 infatti voto solo il 38% con un’astensione inimmaginabile. Consideriamo inoltre che a sinistra del PD, due liste SEL e Altra Emilia Romagna, insieme raggiunsero circa il 7% e nel sondaggio non sono nemmeno rilevate.

Tav Torino-Lione, una bolla lunga trent’anni

di Mauro Ravarino

Ogni giorno una dichiarazione, un tweet, una sparata creano ulteriore confusione sulla questione Tav. Che venga dall’opposizione o dalla maggioranza (l’ultima, «il risparmio di tempo sarà di un minuto e 20 secondi», di Simone Valente, sottosegretario M5s) non importa: l’esito è lo stesso, una bolla incomprensibile. Proviamo a sgonfiarla e a capire quali sono i punti fermi e quelli controversi.

Si parla da trent’anni della Torino-Lione e, al tempo, fu proposta con stime di traffico assolutamente esagerate, se le guardiamo con gli occhi di oggi. Tra il finire degli anni Ottanta e i primi Novanta si faceva un gran parlare di alta velocità e le famiglie del capitalismo italiano, poco prima dello scoppio di Tangentopoli, promettevano investimenti privati che mai si sono concretizzati. La Val di Susa capì che non era oro quel che luccicava e la sigla No Tav comparve presto in questo territorio resistente. Sono passati decenni e ora la tratta contestata fa parte del corridoio del Mediterraneo, dalla Spagna all’Ungheria, e non più della defunta, per quanto ancora citata, Lisbona-Kiev.

Nel 2017, una delibera del Comitato interministeriale per la programmazione economica (Cipe) ha ricalcolato la spesa totale del tratto transfrontaliero della Torino-Lione, ovvero quello condiviso da Italia e Francia – 65 chilometri di cui 57,5 di galleria a doppia canna -, alla luce dell’aumento del costo delle materie prime e dell’inflazione: la cifra è salita a 9,6 miliardi di euro in totale.

Cosa sta succedendo a Podemos?

Podemos

di Elias Deliolanes

In Spagna Podemos, il principale partito emerso dal movimento degli Indignados, versa in uno stato di difficoltà dovuto alla rottura tra le due principali correnti interne, quella di Pablo Iglesias e quella di Íñigo Errejón. Ne parliamo con Victor Valdesco militante della prima ora di Podemos.

Íñigo Errejón ha destato stupore quando, con l’aprirsi del nuovo anno, ha annunciato la sua candidatura per le elezioni della Comunidad de Madrid non in Podemos, ma nella nuova piattaforma Más Madrid, fondata dalla popolarissima sindaca uscente Manuela Carmena. Errejón infatti era considerato tra le figure più importanti di Podemos, secondo solo a Pablo Iglesias.

Per capire cosa abbia portato a questa decisione, abbiamo sentito Victor Valdesco, militante del partito. “Potremmo parlare di un primo fenomeno che ha a che vedere con la stessa struttura del partito che ha toccato il fondo – spiega Valdesco ai nostri microfoni – Dagli inizi nel 2014 ad oggi il partito si è costruito secondo presupposti di una macchina da guerra elettorale in modo da avere per unico obiettivo vincere le elezioni per poi trasformare istituzionalmente la realtà spagnola”.

Contro il nuovo fascismo, l’Europa dei popoli

Fascismo - Foto di Ian M.

di Angelo d’Orsi

Recentemente un noto storico italiano, Alberto De Bernardi, ha pubblicato un pamphlet con ambizioni storiografiche, per dichiarare che non ha senso ormai parlare di antifascismo in quanto il fascismo appartiene a una stagione lontana e irripetibile. E che chi lancia appelli contro il ritorno del fascismo finisce per intorbidare le acque, impedendo una libera dialettica democratica.

Si tratta di una tesi non nuova, già autorevolmente sostenuta da Renzo De Felice, massimo studioso del fascismo, e biografo (innamorato) di Mussolini e che periodicamente viene riproposta. Chi la pensa così, dimentica che il fascismo è sì un fenomeno storico, nato come movimento dei Fasci di combattimento in Italia nel 1919, ma è presto divenuto un modello politico, a cui si sono rifatti molti emulatori, individuali e collettivi. E dimentica anche che la forza del fascismo consiste nella sua capacità di cambiare sembiante adattandosi alle situazioni storiche, ai climi culturali: ma la sua sostanza non muta. E in che cosa consiste tale sostanza?

Innanzi tutto nella concezione antiegualitaria che investe gli individui e i popoli: ossia è “naturale” che sussistano differenze tra gli uni e gli altri, differenze che postulano gerarchie, considerate immutabili e necessarie. Nel sistema mentale fascista l’antiegualitarismo è il rifiuto di ogni politica e ogni ideologia che vadano nel senso della riduzione o della eliminazione delle disuguaglianze: giuridiche politiche economiche culturali.

La Costituzione è ancora un bene comune o no?

di Alfiero Grandi

Il referendum che ha bocciato le modifiche della Costituzione targate Renzi è del 4 dicembre 2016, eppure sono in arrivo nuove proposte di modifica. È un virus che colpisce chi entra a palazzo Chigi? L’Italia è in recessione, il governo dovrebbe dedicarsi a questo grave problema, invece pensa a modificare la Costituzione. Presentare le modifiche separatamente, o come attuative, non riesce a nascondere la logica che le lega, puntando a modificare l’assetto istituzionale definito dalla Costituzione, con il rischio di aprire ad altri, più pesanti rivolgimenti.

Referendum propositivo

Potrebbe essere un arricchimento della partecipazione dei cittadini ma la legge proposta, anche se migliorata, non riesce a nascondere il peccato originale: la contrapposizione tra democrazia rappresentativa (il parlamento) e diretta (il referendum). Altro sarebbe costruire una sinergia, ma il nucleo forte è l’opposto.

Riduzione dei parlamentari

La riduzione è motivata solo con la diminuzione dei costi, mentre il punto principale è il ruolo di rappresentanza che il parlamento deve svolgere. Senza dimenticare che la maggioranza gialloverde ha la responsabilità di avere usato decreti e voti di fiducia come i predecessori e per di più di avere costretto deputati e senatori a votare la legge di bilancio senza conoscerla e poterla modificare.

Autonomia differenziata: menzogne, omissioni e responsabilità di Lega e 5 Stelle

di Massimo Villone

Si avvicina la deadline del 15 febbraio, e parallelamente sale la temperatura sulla autonomia differenziata. Questo giornale documenta con analisi e cifre il danno che ne deriva al Sud, e il rischio grave per l’unità della Repubblica. Per tutta risposta, summit leghisti manifestano rabbia e avanzano velate minacce.

Il punto più intollerabile è che una questione indiscutibilmente rilevantissima per tutto il paese sia gestita a trattativa privata e in maniera semi-segreta. La ministra leghista Stefani obietta in una lettera a questo giornale che il metodo seguito oggi è quello già adottato per il pre-accordo tra l’on. Bressa (PD) e le regioni richiedenti nell’imminenza del voto del 4 marzo.

Ma è proprio là che comincia la grande menzogna. Perché quel governo era limitato al disbrigo degli affari correnti e non era vincolato a stipulare un pre-accordo, per di più in odore di conflitto di interessi. La legge 147/2013 (art. 1, co. 571) richiedeva solo l’attivazione della procedura, che poteva dunque essere avviata e rinviata al dopo voto. Per di più, comparve allora fugacemente la notizia che gli stipulanti concordavano di mantenere riservato l’accordo, per evitare che incidesse sul voto imminente. Vale a dire che il popolo italiano fu scientemente tenuto all’oscuro di una scelta che avrebbe pesato sul futuro di tutti. Un comportamento da ladri: di voti.

Splendori e miserie del sindacalismo: i crimini degli intellettuali di Édouard Berth

di Luca Mozzachiodi

Certo, ripubblicare oggi, e traducendolo per la prima volta, un libro manifesto del sindacalismo rivoluzionario francese del primo Novecento è a suo modo una scelta coraggiosa, tanto più se si pensa che si tratta non dell’in qualche modo canonizzato Sorel, ma del molto meno noto Édouard Berth (1875-1939) che di Sorel fu discepolo, interprete e in parte continuatore in quel miscuglio di suggestioni tra marxismo, socialismo, nietzscheanesimo e rivalutazione della tradizione che costituisce il terreno di coltura tipico di queste riflessioni.

Berth stesso ha un itinerario complesso e a tratti contraddittorio nelle posizioni, passando da un’inziale vicinanza ai socialisti all’adesione all’Action Française di Maurras, alla fondazione dei Quaderni del circolo Proudhon nel 1911, alla rottura con i nazionalisti e all’entrata nel Partito comunista, fino alle dure critiche all’URSS degli scritti degli anni Trenta. Questo libro però risale al 1914 e costituisce il suo tentativo più articolato di fondare socialismo e tradizionalismo in una prospettiva rivoluzionaria.

Riassumere il contenuto del libro è un’impresa difficile alla quale Berth stesso ha posto consapevolmente e dichiaratamente alcuni ostacoli: anzitutto lo stile vibrante e oratorio spesso più incline all’invettiva che alla dimostrazione; infatti i vari capitoli sono intessuti di ampie citazioni dai suoi autori, Sorel, Bergson, Nietzsche e Proudhon soprattutto (così il libro ha anche il pregio non del tutto trascurabile di essere un breviario proudhoniano), da Berth connessi tra loro sempre in polemica con le opzioni politiche allora esistenti in Francia e cioè, per rimanere in ambito progressista o rivoluzionario, con il socialismo riformista, con quello marxista ortodosso o con l’anarchismo.