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Censimento rom, se il ministro dell’Interno ignora le leggi

di Giulia Albanese, Mauro Barberis, Elena Bovo, Giuseppe Campesi, Carlo Spartaco Capogreco, Benedetta Carnaghi, Giuseppe Carnaghi, Fulvio Cortese, Francesco Paolo De Ceglia, Ernesto De Cristofaro, Claudio Fava, Marzia Finocchiaro, Antonio Fisichella, Francesco Germinario, Carlo Ginzburg, Elisabetta Grande, Adriana Laudani, Marco Lenci, Simon Levis Sullam, Giovanni Messina, Francesco Migliorino, Silvano Montaldo, Guido Neppi Modona, Antonio Pioletti, Fabio Repici, Isaia Sales, Attilio Scuderi, Domenico Simone, Giuseppe Strazzulla, Domenico Tambasco, Xavier Tabet, Maria Sole Testuzza

La politica, non solo in Italia, evita di interrogarsi su molte delle più complesse questioni sociali in chiave storica. Anche quando l’appello alla storia, lo si è affermato persino con riferimento alla profonda crisi economica che ha attraversato il Mondo nell’ultimo decennio, potrebbe fornire utili chiavi di lettura e soluzioni, se non definitive, quanto meno non improvvisate.

La storia, certamente in Italia, non fa parte della cassetta degli attrezzi delle classi dirigenti e c’è da chiedersi se, dopo il massiccio drenaggio di risorse che ha colpito la scuola e l’università, continuerà a far parte del bagaglio dell’opinione pubblica, dal cui giudizio dipendono, non solo le carriere dei governanti, ma la possibilità che essi hanno di assolvere al loro compito sentendosi realmente oggetto di giudizi lucidi e rigorosi.

Non si può, pertanto, commentare con sorpresa la dichiarazione del ministro dell’Interno italiano, onorevole Salvini, del 18 giugno 2018 secondo cui sarebbe opportuno sottoporre la popolazione Rom presente in Italia a un vasto censimento. In modo da poter poi espellere tutti coloro che dovessero risultare “irregolari”.

Ada Colau, la sindaca di Barcellona a Bologna: “La Lega non rappresenta l’Italia”

di Silvia De Santis

“Salvini non rappresenta l’Italia. Non esiste nessuna crisi dei migranti, esiste solo una crisi di valori. È l’Europa che sta naufragando nel Mediterraneo perché non sta rispettando i suoi principi fondatori”. Ada Colau, sindaca di Barcellona, è in visita a Bologna dove ha partecipato alla manifestazione in Piazza Nettuno indetta dai collettivi per la Giornata internazionale del rifugiato.

“Mi vergogno, come cittadina della Spagna e dell’Europa, di queste politiche”, ha detto Colau. Sul censimento dei rom invocato dal ministro dell’Interno “ricorda il fascismo”, ha detto, “bisogna dare battaglia in piazza e in tribunale, perché oggi sono i rom, domani a farne le spese sarà qualcun altro”. Colau ha definito antidemocratica la scelta del Parlamento e inserire il divieto di accogliere i migranti economici, mentre sulla proposta di Donald Tusk di dirottare le navi dei migranti verso altri paesi Nordafricani, “è un modo per dire che creiamo centri di detenzione dove si violentano i diritti umani come già succede in Libia”, ha concluso. “Non sarebbe solo immorale, ma l’inizio della fine”.

L’effetto Italia e la fine dell’Occidente

di Franco Berardi Bifo

In quale abisso stiamo sprofondando non è chiaro, ma che si tratti di un abisso non c’è dubbio. Il cambiamento politico che è accaduto in Italia deve essere letto nel contesto dell’evoluzione mondiale e della disintegrazione d’Europa, e da questo punto di vista sembra essere il colpo finale alla democrazia liberale occidentale, e quindi la fine del traballante ordine del mondo che abbiamo conosciuto dopo il 1989.

Se vogliamo capire la vittoria dei partiti anti-europei in Italia dobbiamo ripensare al collasso finanziario del 2008 e all’imposizione del Fiscal compact sulla vita sociale dei paesi d’Europa. In quegli anni lo smantellamento dello stato sociale fu perfezionato e la vita sociale impoverita oltre ogni attesa. L’Unione europea si fondava un tempo sulla promessa di pace e di prosperità; dopo la svolta neoliberale di Maastricht, dopo la drammatica riduzione del salario implicita nel passaggio alla moneta comune, la regola austeritaria rappresentata dal Fiscal compact determinò una rottura con la prosperità e la pace del passato.

Nel 2011 la protesta contro l’austerità finanziaria fu guidata da un movimento di indignados che trovò il suo punto più alto nell’acampada spagnola, e continuò fino all’estate del referendum greco.

Un’agora sullo spazio politico europeo

di Caterina di Fazio

Perché scegliere l’Europa come spazio politico decisivo per la sinistra? Mentre l’Aquarius naviga nelle acque del Mediterraneo verso il porto sicuro (certo non il primo) di Valencia, l’Europa è scossa da due venti contrastanti. Da un lato, quello liberista ed europeista, dall’altro, quello delle destre antieuropeiste e antimmigrazione. La decisione di Matteo Salvini, infatti, si inscrive nella vasta panoramica che si estende dai paesi del patto di Visegrad ai ministeri degli Interni tedesco ed austriaco, e che punta a rafforzare le frontiere esterne e a bloccare quelle interne.

Un vero e proprio blocco, a cui si contrappone quello della Francia di Macron, il quale accusa l’Italia di irresponsabilità dopo aver perseguito politiche di chiusura e di smantellamento dei campi di rifugiati, e di En Marche, la cui portavoce parla addirittura di «atteggiamento vomitevole», della Germania di Angela Merkel, insomma, dell’Europa di Bruxelles, che si trova ora ad accogliere al proprio interno la nuova Spagna socialista e solidale di Pedro Sánchez e della sua ministra della Giustizia, la quale minaccia di denunciare l’Italia per violazione dei trattati internazionali. Questi i due blocchi.

In mezzo, la vita di seicento persone lasciate a attendere nel Mediterraneo di fronte a una serie di porti sicuri che chiudono loro le porte (la Sicilia, Malta, la Corsica…). L’Aquarius, già ribattezzata la nave dell’Odissea, è costretta a cambiare rotta verso la traversata infinita. Ma la legge del mare parla chiaro, così come i numeri: l’Aquarius avrebbe dovuto approdare nel primo porto sicuro, quando si trovava a 35 miglia nautiche dalla costa italiana e 27 da quella maltese, contro le 750 che la separano da Valencia.

No-stop elettorale sulla pelle dei migranti

di Vincenzo Vita

Una domenica bestiale, quella passata. Tanto per la vicenda della nave Aquarius, in cui si è appalesata la smania fascistoide dei leghisti, quanto per la clamorosa scorrettezza in tema di comunicazione politica.

I fini dicitori obietteranno che le disposizioni della «par condicio», essendo stata quella dello scorso 10 giugno una consultazione parziale al di sotto del 25% della popolazione complessiva, si applicavano solo sul piano locale, esentando le trasmissioni nazionali. Tuttavia, la delicatezza della stagione istituzionale in corso e il dramma dei profughi avrebbero richiesto un’attenzione particolare.

Non c’è stata, né da parte delle emittenti né dal versante dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni cui pure spetterebbero compiti di vigilanza permanente. Non solo gli esponenti politici, a cominciare da Salvini e Di Maio, hanno impunemente scorrazzato tra un programma e l’altro, ma sono stati lungamente intervistati e accolti in pompa magna nei talk. Domenica le urne erano aperte e buona creanza avrebbe voluto che il silenzio elettorale venisse rispettato non solo nei confini territoriali, bensì pure nell’offerta generalista. E fa specie che non ci si sia neppure pensato.

Ecco Razem, la Podemos polacca

di Giacomo Russo Spena

Se ne parla poco, troppo poco. Eppure Razem rappresenta un’esperienza interessante, innovativa e moderna. Qualcuno l’ha ribattezzata la “Podemos polacca” per le sperimentizioni politiche e teoriche messe in atto. Una forza da studiare per l’organizzazione interna, le battaglie intraprese e la contaminazione coi movimenti sociali e femministi. Senza nessun richiamo al passato né alla sinistra classica. Messo in soffitta il rosso, il colore prescelto è il viola. Ad oggi è un partito ancora piccolo – i sondaggi lo danno al 5 per cento – ma i margini di crescita sono immensi. Si ipotizza che in prospettiva possa rappresentare l’alternativa mancante al governo autoritario di Jarosław Kaczyński.

In polacco Razem significa Insieme ed è stato fondato nel 2015, poco prima del voto, da un gruppo di attivisti sociali – a cui si aggregano subito i ‘Giovani socialisti’ e alcuni militanti dei Verdi – che si scagliano sia contro l’establishment che contro quella sinistra radicale incapace di rappresentare le istanze di cambiamento. Si critica un Sistema oligarchico e diseguale, invocando la nascita di un soggetto nuovo che ridia speranza alla gente ormai disillusa.

Alle elezioni del 2015, vinte dal partito conservatore Diritto e Giustizia, Razem ottiene in pochi mesi, senza soldi per la campagna elettorale né copertura mediatica, il 3,6 per cento pari a 600mila voti. Un primo passo, seppur non riesce ad entrare in parlamento.

L’opposizione al governo Salvini: fare che

di Bruno Giorgini

La chiusura dei porti alle navi che portano i migranti salvati dal mare, imposta da Salvini e Toninelli, è un atto che di fatto dichiara uno stato di guerra contro una categoria di persone, ampia e variegata. I migranti e profughi vengono considerati fuorilegge e nemici in quanto tali, per il loro statuto sociale senza avere commesso alcun reato ne portato alcuna offesa al popolo e allo stato italiano. Sono i capri espiatori di un governo e di una parte della società e del popolo – in particolare gli elettori della Lega, ma non solo – in funzione di una politica autoritaria destinata inevitabilmente a estendersi alla società intera.

Salvini è il ferro di lancia mentre Toninelli – il ministro delle infrastrutture e perciò delegato alla gestione dei porti – è il coadiuvante e succube. Questa coppia porta alla luce il patto che sottende il contratto (sic) di governo, il cuore di tenebra di questo governo, con Toninelli al solito così tronfio e imperativo, che corre scodinzolando appresso al capo della Lega e capo politico delle forze di polizia e di sicurezza interna. A questo proposito è la prima volta, se non sbaglio, che un segretario di partito al governo assume anche la carica di ministro degli interni – le minuscole sono d’obbligo.

Dalla Liberazione in poi si è sempre evitata – salvo alcuni ad interim assunti dal Presidente del Consiglio – questa sovrapposizione di cariche, capo di partito e capo politico della forza armata interna dello stato, per non dare la sensazione e percezione che un singolo cumulasse da solo un potere di fatto politico-militare, rieccheggiando uno sgradevole passato dittatoriale e fascista.

Così i social hanno stravolto la politica

di Vincenzo Vita

È stata presentata nei giorni scorsi a Roma, presso la Fondazione Basso, un’importante ricerca su «Persuasori social trasparenza e democrazia nelle campagne elettorali digitali», curata dal Nexa Center for Internet & Society del Politecnico di Torino, dal Centro per la riforma dello stato e dalla Fondazione P&R.

Il comitato di indirizzo del progetto è costituito da Juan Carlos De Martin, Giulio De Petra e Roberto Polillo, mentre il laboratorio ha avuto come coordinatori Fabio Chiusi, Antonio Santangelo e Francesco Marchianò. Il documento tratteggia, sulla scorta di contributi forniti dagli stakeholder e attraverso interviste individuali effettuate dal team del progetto (Punto Zero), le novità delle campagne elettorali dell’era digitale. L’età «post-mediatica», vale a dire quella seguita alla stagione della comunicazione tradizionale.

Quando una politica più forte si rifletteva nel cuore dei mezzi analogici: determinati nel tempo e nello spazio, unidirezionali e rivolti a pubblici «generalisti». La rivoluzione «fredda» della rete e della connessione permanente ha radicalmente cambiato l’ordine degli addendi. Dal consumo massificato, alla persuasione personalizzata.

Le fake news di Matteo Salvini sulle tasse

di Alfonso Gianni

Diceva Mark Twain che una delle differenze più evidenti tra un gatto e una bugia è che il gatto ha solo nove vite. In effetti la “balla” ne ha di infinite. L’ultima prova ce la fornisce l’intervista radiofonica di ieri di Salvini. A parte lo strafalcione di parlare di lira al posto di euro (“il nostro obiettivo è che tutti riescano ad avere qualche lira in più nelle tasche da spendere”: un lapsus freudiano?) il neoministro degli Interni, evidentemente competente anche in economia, ha ribadito la sua ferma fiducia negli effetti strabilianti dell’introduzione della flat tax.

Che il ministro Tria vorrebbe finanziare dando via libera agli aumenti dell’Iva, con grave danno per i consumi popolari. L’articolo 53 della nostra Costituzione vincola il sistema tributario “a criteri di progressività”, ma l’argomento è un mantra del neoliberismo e non c’è populismo che tenga. Come la cd “curva di Laffer” che ne costituisce il background culturale (si fa per dire. Correvano gli anni settanta quando un giornalista del Wall Street Journal si incontrò in un ristorante di Washington con l’economista Arthur Laffer che disegnò su un tovagliolo una curva a campana che doveva dimostrare che più si alza il prelievo fiscale minore è conveniente l’attività economica.

La conclusione è che bisognasse drasticamente ridurre le tasse. Reagan e poi Bush padre lo fecero e fu un disastro, portando a livelli altissimi il debito pubblico americano, senza alcun beneficio per l’occupazione (anzi tre milioni di posti di lavoro in meno). Eppure le sorti gloriose della Laffer hanno continuato negli anni a fare danni. Un quotidiano italiano riferì che anche Benjamin Netanyahu, durante una sua visita all’Expò, riprodusse la curva di Laffer per spiegare all’allora commissario di Expò Giuseppe Sala la necessità per l’Italia di ridurre le tasse.

Il governo del cambiamento: una farsa nera

di Tomaso Montanari

Nel Paese della commedia dell’arte il governo Conte nasce come una farsa, una pochade. Un governo che nasce mentre il presidente del consiglio incaricato viene nascosto in tutta fretta in un armadio del Quirinale, in tasca la lista dei ministri: mentre torna al talamo nuziale l’altro, il marito scacciato, e ora benevolmente riammesso.

Un governo del paradosso: con i due vicecapi che comandano il capo. Anzi: con un vicecapo che è il vero capo, e tiene gli altri due al guinzaglio. Un governo il cui vicepresidente tre giorni fa ha annunciato in diretta la messa in stato d’accusa del Capo dello Stato che oggi lo ha nominato. Un governo che nasce con una manifestazione antifascista (del sedicente Fronte Repubblicano) in solidarietà di un presidente della Repubblica che ha appena nominato ministro della polizia e vice premier uno in cui Casa Pound si riconosce, uno che annuncia rastrellamenti di migranti “con le maniere forti”, uno che vuole gli italiani armati, uno che dice che “il fascismo ha fatto anche cose buone”. Un fascista.

Un governo che nasce con un presidente della Repubblica che prima forza la Costituzione per fermare Savona, nemico dell’Europa, e quattro giorni dopo nomina Savona ministro dell’Europa. E delle due l’una: o Mattarella ha dato disco verde perché è riuscito a imporre al governo il proprio indirizzo politico (violando la Costituzione); o Mattarella ha affidato il Paese a un governo che farà il disastro che egli ha descritto domenica 27 maggio.