Category Archives: Politica

In Lombardia votiamo no al selfie di Maroni

di Mario Agostinelli e Daniele Farina

In Catalogna succedono cose serie e drammaticamente allusive delle implicazioni dei percorsi identitari nella involuta fase europea e mondiale. In Lombardia e Veneto assai meno. Se si volesse seriamente discutere di poteri, di autonomie locali, bisognerebbe piuttosto farlo partendo da quegli enti chiamati comuni. Per ragioni storiche e fatti.

Con un esame piuttosto impietoso anche dell’ultima geniale abolizione delle province, con trasferimento presunto di parte delle competenze alle regioni e la creazione di evanescenti città metropolitane. Non guasterebbe anche, per una valutazione della bontà dell’idea, un esame del come le creature regionali hanno gestito nientemeno che la materia sanitaria e le relative risorse.

Là dove il diritto alla salute collassa e dove lo si autoproclama eccellente. Regnante Formigoni la “Lombardia dell’eccellenza” (e dei cadaveri del Santa Rita) aveva cominciato a proporre più di dieci anni fa, attraverso la formulazione del proprio statuto e la modifica degli articoli 115, 116, 117,

Legge elettorale: perché non provare a sorteggiare i parlamentari?

di Renzo Rosso

Non è entusiasmante votare con il sospetto che il proprio voto sarà di nuovo svalutato da elementi di incostituzionalità o, nel migliore dei casi, da profonde contraddizioni interne della legge elettorale, stavolta il Rosatellum. Non capisco nulla di alchimie elettorali, ma percepisco un profondo scontento, anche perché la statistica – di cui qualcosa, invece, capisco – non lascia immaginare un quadro chiaro su chi e come eserciterà i poteri legislativo ed esecutivo. Per contro, la statistica suggerirebbe una coraggiosa rivisitazione del modello di selezione democratica.

Nel Terzo millennio la democrazia rappresentativa, modello uscito vittorioso dalle guerre calde e fredde del XX secolo, ha inforcato una parabola discendente in tutto l’Occidente. Più suolo viene consumato, più l’aria viene saturata da gas tossici e più anticipa la data dell’Earth Overshoot Day, meno le decisioni scaturiscono da un confronto informato, aperto e condiviso dalla gente; ma sono trasmesse alla popolazione come scelte ineluttabili in nome della modernità, della crescita, del mercato. E, almeno in apparenza, la gente non ha avuto finora difficoltà ad accettarle, poiché si «preferisce l’immagine alla cosa, la copia all’originale, la rappresentazione alla realtà, l’apparenza all’essere» come aveva anticipato Ludwig Feuerbach a metà Ottocento.

A partire dal 2011 sono evaporati in Italia i governi eletti dal popolo o almeno i governi che praticano i programmi votati dagli elettori. Anzi, chi ha governato, lo ha fatto in direzione ostinata e contraria, in senso del tutto opposto a quanto promesso agli elettori, poiché «nel mondo realmente rovesciato, il vero è un momento del falso» come aveva previsto Guy Debord negli anni 60 del XX secolo. Le elezioni non sono state abolite, ma adeguate ogni volta a necessità transitorie, quando cambiare le regole appare un mezzuccio affinché nulla cambi nella selezione della classe dirigente.

Pd, un non-partito proiettato alla deriva

di Michele Prospero

A dieci anni dalla nascita, il Pd si conferma non tanto un amalgama mal riuscito quanto un esperimento fallito. È rimasto in giro un ibrido pericoloso per gli effetti sprigionati dai suoi detriti impazziti. A confrontare la foto dei fondatori con quella degli attuali capi, viene la stessa impressione suscitata dalle immagini dei grandi protagonisti dell’Ottobre sovietico il cui volto all’improvviso scomparve dalla iconografia ufficiale del regime.

Il cattolicesimo sociale più radicale e con venature di rosso (Rosy Bindi) è fuggita da tempo dall’abbraccio con il cerchio gigliato di Rignano. I cattolici adulti (Prodi, Parisi, Monaco) hanno già allontanato la tenda dall’accampamento di un partito sfigurato. I cattolici dell’ala tecnico-moderata (Letta) sono inorriditi dalle arti magiche vendute all’ingrosso dal populismo di governo.

Tra i cattolici conservatori restano in scuderia gli andreottiani Guerini e Fioroni, l’ultra moderato Lotti, la fanfaniana Boschi che, rimuovendo organiche inclinazioni bancarie con un impeto di egualitarismo, propone di pagare allo stesso modo i calciatori maschi e femmine, il manipolatore delle regole democratiche del voto (Rosato). E si barcamena tra le macerie l’eterno viandante Franceschini che idee non coltiva ma si pone agli ordini di qualsiasi leader, pur di conservare margini di potere.

Costituzione, uguaglianza e prelievo fiscale

di Roberta Mistroni

Principio di eguaglianza: la Costituzione italiana all’art. 3 afferma il principio fondamentale dell’uguaglianza dei cittadini senza alcuna distinzione. Ciò che però rende moderna la nostra Costituzione, motivo per cui la si definisce sociale, è che nel secondo comma dell’articolo si afferma che “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”.

Dall’articolo si evince che quando si parla di uguaglianza non si fa riferimento alla semplice uguaglianza formale (ad esempio “tutti sono uguali di fronte alla legge” oppure “tutti anno diritto al lavoro”), bensì si fa riferimento all’uguaglianza sostanziale, cioè all’uguaglianza che si crea eliminando gli ostacoli che ne impediscono la realizzazione.

Affermare questo principio significa riconoscere una funzione socio economica allo Stato che si fa garante dello sviluppo. Ma come può farsi garante? Attraverso una serie di interventi che la costituzione mette bene in risalto. Vediamo di elencarne almeno una parte:

La Costituzione per l’uguaglianza e la democrazia

di Roberta Mistroni

La Costituzione è la legge fondamentale della Repubblica italiana. È stata approvata dall’Assemblea Costituente della Repubblica il 22/12/1947 ed è entrata in vigore il 1° gennaio del 1948. Il testo comincia con 12 articoli che definiscono i principi fondamentali e prosegue con l’enunciazione dei diritti, doveri e libertà dei cittadini (artt.13-54) suddivisi in quattro parti: sui rapporti civili, etico-sociali, economici e politici. La seconda parte della Costituzione è dedicata all’ordinamento dello Stato (artt.55-139) ed è suddivisa in 6 titoli: il Parlamento, il Presidente della Repubblica, il governo, la magistratura, le regioni, le province e i comuni e le garanzie costituzionali.

La nostra Costituzione ha, tra le altre, due caratteristiche fondamentali:

  • 1. è una Costituzione rigida nel senso che la sua revisione non può essere effettuata con legge ordinaria, ma solo con una legge che preveda una procedura di approvazione rafforzata, cioè con una procedura più complessa di quella prevista per le leggi ordinarie al fine di assicurare una maggiore ponderazione (vedi art.138).
    Purtroppo la rigidità della nostra Costituzione da molti anni è stata superata con l’introduzione di numerose leggi ordinarie che, pur non modificandola formalmente (d’altra parte non sarebbe stato possibile!), l’hanno fatto materialmente. Ritorneremo tra poco su questo argomento;
  • 2. è una Costituzione sociale nel senso che nella prima parte non si limita ad affermare i diritti e le libertà dei cittadini ma si impegna a garantirli e a rimuovere gli ostacoli che si frappongono alla loro applicazione: art.2 – la Repubblica riconosce e garantisce i diritti fondamentali dell’uomo; art.3 – tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali di fronte alla legge .. E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impedisce il pieno sviluppo della persona umana; art.4 – la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendono effettivo questo diritto.
    Gli articoli citati sono solo un’esemplificazione del carattere sociale della nostra Costituzione. In realtà tale carattere si evince da molti altri articoli contenuti nei principi fondamentali e nella prima parte, su molti dei quali ci soffermeremo tra poco.

Sinistra, centrosinistra e quarto polo: dove stava la novità? Di certo non nell’unità

di Loris Campetti

Bisogna essere grati a Giuliano Pisapia che finalmente ha detto parole chiare sulla possibilità di costruire un quarto polo, a sinistra del partito di Renzi: quel matrimonio non s’ha da fare, perché l’unione delle sigle, dei movimenti e delle persone che non si rassegnano a sottomettersi al pensiero unico sarebbe contro natura, dato che senza e contro il Pd di Renzi non c’è futuro. Il futuro è nel centrosinistra, senza inventarsi rotture verticali con le politiche e i partiti socialdemocratici, laburisti e cattolici democratici (quelli, va detto, che stanno mostrando la corda in tutta Europa e oltre Atlantico).

Partiti da cui il popolo di sinistra è in fuga, ovunque. Semplicemente, Pisapia ha in mente una strategia entrista con l’obiettivo di trascinare il renzismo lungo una strada sminata dall’esplicito inquinamento della destra-destra. Perché la politica è l’arte del possibile, perché Machiavelli la sapeva lunga, perché il liberismo mitigato da avanzi di welfare è meglio del turboliberismo. Amen.

Ma è davvero una novità, la fine di un presunto bipolarismo l’operazione verità di Pisapia? O non è vero, al contrario, che a far precipitare lo scontro a sinistra è stata semplicemente la deflagrazione delle incompatibilità personali, la più vistosa quella tra l’ex sindaco di Milano (ex per sua scelta, va ricordato) e l’ex presidente del consiglio nonché ex ministro nonché ex segretario del partito erede del Pci, Massimo D’Alema? Pisapia non ha mai davvero creduto in un progetto alternativo a quello renziano.

Perché la Catalogna piace

di Valerio Romitelli

Statistiche da citare non ne ho, né forse non le si potrebbe ricavare da nessuna parte e ammetto pure di potermi sbagliare, tuttavia sui fatti di Catalogna ho una netta sensazione: che a livello di opinione mondiale prevalga comunque la simpatia. Dagli svariati media consultabili,leggibili o ascoltabili come dagli infiniti segnali che vengono dalla rete mi pare infatti chiaramente percepibile che nell’insieme dei discorsi e delle chiacchiere planetarie il vantaggio dei consensi – sia pur di misura – finisca per andare al referendum, anche prescindendo dai suoi più accesi sostenitori. Ora, trovo ciò qualcosa di niente affatto scontato, ma assai sorprendente. Perché?

Ma perché in questo modo si sono rivelate quanto mai deboli tutte le argomentazioni mobilitate per condannare la rivendicazione dell’indipendenza catalana, nonostante si tratti di argomentazioni non da poco, all’apparenza del tutto razionali e pertinenti. Difficile infatti assolvere questa rivendicazione dalle imputazioni rivoltegli contro da parte dei suoi detrattori: di essere anticostituzionale, di non avere delimitazioni e contorni definiti, di essere priva di qualsiasi chiara prospettiva geopolitica, di rappresentare anche alcune delle frange più esclusive e xenofobe dei residenti in quella regione spagnola, di funzionare come copertura della corruzione serpeggiante tra i suoi governanti, di non avere neanche ottenuto quel fragoroso successo tanto voluto dai suoi promotori e così via.

Futuro della sinistra: hanno distrutto i nostri valori

di Tomaso Montanari

Antonio Padellaro scrive che se la sinistra non sarà rappresentata nel prossimo Parlamento, i responsabili faranno “bene a espatriare”. Sono d’accordo: è per questo che, il 18 giugno scorso, ho lanciato – al Teatro Brancaccio, con Anna Falcone e quasi duemila persone – un appello per “una sola lista a sinistra”.

Ma non parliamo della stessa “sinistra”. Padellaro è convinto che il Partito democratico ne faccia parte, e che le divisioni dentro e fuori quel partito siano tutte imputabili alle “inimicizie personali” di Matteo Renzi e ai simmetrici personalismi dei troppi leader che si contendono il “comando”. Ma se c’è una cosa che appare chiara proprio leggendo il Fatto Quotidiano è che il Pd è un partito che da tempo non ha nulla a che fare con la sinistra: esso ha invece preso il posto della vecchia Democrazia cristiana, senza averne tuttavia la cultura né una sinistra interna altrettanto efficace e preparata. È il partito del potere: perché ha inteso il potere come un fine. L’unico.

L’Italia così com’è (segnata dalla massima crescita europea della diseguaglianza, Regno Unito escluso) è un prodotto del Pd, che – insieme ai partiti di cui è erede, nella formula del centrosinistra – ha governato più a lungo di Berlusconi. Lo smontaggio dello Stato, la distruzione del pubblico e la negazione sistematica di pressoché tutti i principi fondamentali della Costituzione sono da imputare al Pd almeno quanto a Forza Italia.

Futuro della sinistra: ma non tutti sono come Renzi

di Antonio Padellaro

Sulla sinistra (ancora) possibile, Tomaso Montanari riesce a dire e a scrivere cose che restituiscono speranza. Poi però esiste la dura realtà quotidiana che la buona politica può certo trasformare, non prima però di aver compreso. Mi limito al dato citato a proposito del Referendum costituzionale: pur avendo la riforma imposta da Matteo Renzi “straperso” nel Paese, l’85% dei votanti Pd ha scelto il Sì.

Dunque la domanda è: assodato che per tutte le ragioni esposte da Montanari il renzismo è il degno erede del berlusconismo, come mai pur avendo perso per strada larghe fette di consenso quel Pd continua a ricevere i voti di tanti milioni di italiani? Eredi del berlusconismo anch’essi? Tutti democristiani di ritorno? Tutti che, come le famose scimmiette, preferiscono non vedere e non sentire pur di continuare a subire gli effetti delle diseguaglianze e della distruzione progressiva della cosa pubblica? Come cronista del Corriere della Sera, poi come direttore dell’Unità ho conosciuto quel mondo: anche se qualche anno è trascorso sono convinto che, al di là di un ceto politico spesso impresentabile, nella base di iscritti ed elettori esso resti una realtà largamente ancorata ai valori fondanti della sinistra.

Paradossalmente anche a quelli che il renzismo non ha fatto altro che rinnegare. Allora perché diavolo restano nel Pd invece di procedere a quella “scelta di campo” che nel loro stesso interesse sembrerebbe inevitabile? Non lo fanno, caro Montanari, perché non si fidano. Né dei Cinque Stelle, per molte delle ragioni su cui sicuramente concordiamo. Ma neppure intendono dare ascolto a coloro che a nome della sinistra dicono di parlare dando tuttavia di quella stessa sinistra un’immagine fumosa, rissosa e alla fine politicamente ininfluente. E allora, in mancanza di meglio prendono quello che c’è. “Parlare all’altra metà del Paese con un linguaggio nuovo e radicale” è un progetto entusiasmante a cui auguro di cuore le migliori fortune.

Nel frattempo, per affrontare quella dura realtà quotidiana sempre più stretta tra il ritorno della destra e l’incognita pentastellata suggerirei di compattare “quello che c’è”. Magari dialogando con chi nel Pd pensa di rappresentare molte delle cose di sinistra di cui tu parli, per nulla rassegnato a lasciare le cose come stanno. Non provarci, considerare il Pd un partito perduto alla causa, significa fare soltanto il gioco di Renzi. Ne vale davvero la pena?

Questo articolo è stato pubblicato dal Fatto Quotidiano il 3 ottobre 2017

Riforma elettorale: due leggi e elementi incostituzionali, dove lavorare

di Alfiero Grandi

Noi rivendichiamo con forza il risultato del referendum del 4 dicembre 2016, che troppi stanno cercando di ignorare e di far dimenticare. Naturalmente la vittoria del No appartiene a tutti coloro che il 4 dicembre 2016 si sono pronunciati contro la deformazione della Costituzione fortemente voluta da Renzi. Quindi non è solo nostra, ma perfino di settori che in passato non si sono certo schierati a difesa della Costituzione, ma questo è un problema loro non nostro.

In questo ambito noi rivendichiamo di avere svolto un ruolo preciso, che riteniamo importante. Non solo siamo partiti per primi l’11 gennaio di un anno fa, proprio in questa sala, nella campagna per il No, ma soprattutto abbiamo lavorato per dare dignità, argomenti di merito e forza collettiva a quanti erano contrari alla deformazione della Costituzione ma erano frenati dal timore di entrare nell’orbita politica di altri.

Grazie a noi chi non si sentiva di centro destra e neppure dei 5 stelle, con cui pure abbiamo spesso collaborato nella campagna referendaria, è stato incoraggiato a dire un No forte e chiaro e questo ha contribuito a salvare la nostra Costituzione nata dalla Resistenza. Questo lo rivendichiamo con forza. Renzi aveva ragione su un punto: c’era, e c’è, un rapporto inscindibile tra modifiche della Costituzione e legge elettorale (Italicum) da lui fortemente volute.