Category Archives: Politica

Padova sperimenta: l’esperienza di Coalizione Civica

di Giuliana Beltrame

Padova l’11 giugno voterà per scegliere il sindaco e per il rinnovo del consiglio comunale. Due anni e mezzo di giunta leghista capeggiata dal sindaco Bitonci hanno ridotto Padova ad una situazione di degrado politico, sociale e culturale difficile da immaginare qualche tempo fa. Dopo aver cacciato diversi assessori, ridotto al silenzio i suoi sostenitori che si permettevano deboli critiche, il prode Bitonci si è trovato sfiduciato dai suoi stessi supporter. E senza aver, non dico risolto, ma neppure affrontato nessuno dei suoi temi forti come sicurezza e nuovo ospedale, solo per citare i due più urlati.

L’esperienza di Coalizione civica nasce in questo contesto e si caratterizza subito per la novità e la capacità attrattiva: parte dalla proposta di Padova2020, lista civica presente alle elezioni del 2014 e protagonista di una sofferta vicenda di rapporti con il PD, che con un appello a dicembre lancia un primo appuntamento per costruire un percorso di alternativa in vista delle elezioni amministrative. A sorpresa accorre una folla che la sala non è in grado di contenere e a distanza di pochi giorni una seconda convocazione vede la presenza di più di 250 persone.

Il lugubre voto in Francia: l’analisi di Rossana Rossanda

di Rossana Rossanda

I risultati del primo turno delle elezioni presidenziali a Parigi sono stati un poco lugubri: al secondo turno accanto a Emmanuel Macron è uscita Marine Le Pen, con sette milioni e mezzo di voti, più deldoppio di quanti ne avesse fatti suo padre nello scontro con Chirac nel 2002. Il risultato finale non è affatto sicuro.

Le cose sono andate finora così: il Partito Socialista aveva indetto le primarie per scegliere il candidato. Ma quando è uscito Benoît Hamon – uno dei leader della sinistra, l’altro era Montebourg, e già defilato Jean-Luc Mélenchon -, il Partito Socialista non è stato contento, a cominciare da Hollande. Credo che sia stato Hollande medesimo a introdurre al governo Emmanuel Macron, giovane brillante economista, allievo della banca Rothschild. Senonché Macron, a un anno delle elezioni presidenziali, ha deciso per conto suo di presentarsi, contando sul fatto che il PS non si sarebbe mobilitato per Hamon.

E infatti è andata cosi: nel aprile 2016, Macron ha fatto sapere che avrebbe concorso alle elezioni. Hollande non lo ha appoggiato, ma lui si sarebbe presentato ugualmente nel mese di novembre 2016, lanciando a proprio sostegno non un partito ma un “movimento”, En Marche. La sua fortuna è stata fulminea, dovuta anche al fiasco del partito di destra classico, Les Républicains, il cui candidato François Fillon, già premier di Sarkozy, ha rappresentato proprio la destra classica, ma è sprofondato in una sordida storia di compensi per moglie e figli come assistenti parlamentari. Quando questo pasticcio è uscito, ha rifiutato di ritirarsi: risultato, è rimasto escluso dal primo turno della competizione elettorale.

Oltre il municipalismo: la sfida all’Europa dell’alcaldessa Ada Colau

di Steven Forti

Il 24 maggio del 2015 in diverse città spagnole delle liste civiche nate dal basso vincono le elezioni comunali. A Madrid, Barcellona, Saragozza, Cadice, Pamplona, Santiago de Compostela, La Coruña, Badalona i cittadini entrano per davvero nelle istituzioni con progetti di rottura rispetto al passato. Esperienze diverse in contesti urbani diversi. Grandi metropoli e piccoli capoluoghi di provincia. Ma con un punto in comune: cambiare la Spagna e chiudere con i quarant’anni di bipartitismo PP-PSOE, partendo dalla partecipazione della cittadinanza e dallo strettissimo legame con i movimenti sociali presenti sul territorio. Sono passati quasi due anni da quel giorno e la scommessa neomunicipalista, che ha ottenuto importanti risultati nelle città in cui governa, guarda già oltre il municipalismo.

Il neomunicipalismo è figlio del movimento del 15M, gli Indignados, che hanno invaso le piazze spagnole nel maggio del 2011. La reazione alla grande crisi, che stava distruggendo, con le contro-riforme del governo Zapatero e poi del governo Rajoy, il fragile Welfare state spagnolo, è stata imponente e ha permesso la politicizzazione di una nuova generazione che negli anni della bolla immobiliare viveva per lo più nell’apatia politica. Il triennio 2011-2013 è stato quello delle grandi manifestazioni, delle Mareas in difesa della sanità e dell’educazione pubblica, del radicamento degli Indignados nei quartieri delle città, della lotta contro gli sfratti portata avanti dalla Plataforma de Afectados por la Hipoteca (Pah), di cui Ada Colau, attuale sindaca di Barcellona, era la portavoce. La disoccupazione aveva toccato i drammatici record greci (27%), le famiglie che avevano perso la casa erano oltre 500mila, i giovani che emigravano circa 100mila l’anno. Il sistema spagnolo, nato con la transizione dalla dittatura franchista alla democrazia, era entrato in cortocircuito: non si trattava solo di una crisi economica e delle sue tragiche conseguenze sulla popolazione, ma di una crisi sociale, politica, istituzionale, territoriale e culturale.

Dov’è la politica tra interventi a bocconi e mancanza di strategie?

Stadio Dall'Ara

di Silvia R. Lolli

I mezzi di comunicazione italiani continuano a dare corda al politichese e non alla politica. Accanto alle cronache, soprattutto nere, usate spesso all’infinito per occupare gli spazi angusti di un’informazione nella quale la politica non si fa sentire, se non per gossip o per inchieste giudiziarie o chiacchiere da bar legate a primarie varie.

Così è a livello nazionale e locale, basta guardare i vari telegiornali e le trasmissioni connesse in cui la fa da padrone un racconto semplice e senza idee sul nostro futuro. Se guardiamo poi la politica più locale, complice forse leggi elettorali schiacciate sulla vittoria di uno che decide e costruisce la sua Giunta, ma anche di una cittadinanza che sta perdendo il senso del diritto di cittadino finché non gli si toglie qualcosa che sente suo, ci dovremmo accorgere della caduta in basso dell’idea di politica e di democrazia.

Continuo a pensare che negli ultimi anni la città di Bologna ed oggi la metropoli siano organizzate come un’azienda, con a capo un consiglio di amministrazione (giunta) e un amministratore delegato (sindaco o chi per lui). Il consiglio comunale fa le veci del consiglio dei probiviri o di sindaci, che come sappiamo da tante situazioni di fallimenti, corruzioni, italiani non servono troppo, viste le indagini che spesso ci danno un quadro delle varie colpe, ma senza darne le sanzioni. Il più delle volte non incide sulle scelte già fatte dalla giunta.

Gustavo Zagrebelsky: “Il M5S si apra ad alleanze chiare prima delle elezioni”

Gustavo Zagrebelsky

di Silvia Truzzi

“Ci sono parole che sono entrate nel lessico quotidiano, che ripetiamo tanto più spesso quanto meno sapremmo definirle. Ma suscitano sentimenti. Ci sono parole che obnubilano e altre che rischiarano”. Gustavo Zagrebelsky comincia così la nostra chiacchierata. Facciamo un esempio, professore? “Populismo. Tante definizioni, nessuna definizione. Chiunque è autorizzato a dire che gli altri sono populisti. La parola viene dagli intellettuali russi contrari all’autocrazia zarista.

Ma la si usa a vanvera per Napoleone I e III, per i dittatori sudamericani e il ‘giustizialista’ argentino Perón. Non si è detto che Pio XII fosse populista, eppure con i suoi rituali magici di massa, si sarebbe potuto. Lo si è detto di papa Wojtyla e ora di papa Bergoglio. Di Trump e prima di Obama. Populisti gli inglesi che hanno votato la Brexit, populisti i nostri ‘sovranisti’. Insomma: non appena appare qualcuno o qualcosa che incontra un vasto consenso di popolo c’è qualcuno che non è d’accordo e allora sventola il pericolo populista.

Naturalmente, non sempre la vox populi è la vox dei e quasi mai le blandizie dei politici sono innocenti. Insomma, bisogna stare in guardia e osservare le cose distintamente e analiticamente, separando le buone dalle cattive. Consiglio a chi voglia orientarsi e difendersi dalla seduzione delle vuote parole il recentissimo Populismo 2.0 di Marco Revelli, pubblicato da Einaudi”.

Douce France? Mappa per comprendere l’incertezza d’Oltralpe a dieci dal voto

di Felice Besostri

A meno di dieci giorni dal primo turno delle presidenziali la situazione è altamente incerta. Soltanto il 66% degli elettori si dichiara sicuro della propria scelta. I quattro candidati in testa ai sondaggi stanno in un fazzoletto di 3 punti percentuali tra il 19 di Fillon e il 20 di Mélenchon e il 22% di Macron e Le Pen, tenendo conto che il margine di errore in questo tipo di sondaggi è del 2,7%.

I ballottaggi possibili sono dunque 6 e pertanto è possibile che il voto utile faccia aggio sul voto di convinzione fin dal primo turno. Per Macron e Fillon arrivare al ballottaggio contro Marine Le Pen è una quasi certezza di vittoria se prevale il riflesso della disciplina repubblicana, come nel 2002 e nelle più recenti elezioni regionali del 2015. Ma un ballottaggio Le Pen- Mélenchon sarebbe un inedito da non escludere e che, qual che sia l’esito, sarebbe la fine del sistema politico francese e della V Repubblica, fondato su un’alternativa tra i gollisti e la sinistra a guida socialista. Di questo scenario il Psf e soprattutto il Presidente François Hollande portano la maggiore, se non esclusiva, responsabilità: basta pensare all’entusiasmo con il quale la sua vittoria era stata festeggiata non soltanto in Francia, ma in generale in Europa coinvolgendo diverse sensibilità di sinistra.

Ha deluso come persona da cronaca rosa, ma quelle non avrebbero inciso più di tanto, se non fossero state accompagnate da scelte politiche sia in economia, che in politica estera del tutto contraddittorie con il suo programma. Di passaggio si può notare che i sistemi maggioritari possono dare un’illusione di forza quando danno una maggioranza assoluta nel Parlamento, che non corrisponda ad un reale insediamento politico-sociale, ma appunto è il frutto di un sistema elettorale.

La democrazia diretta e i suoi strumenti, pro e contro

di Roberto Puglisi

Quali sono i pro e i contro della democrazia diretta? E quali caratteristiche hanno i paesi che più la utilizzano? Per “spacchettare” senza danni un tema specifico dalla delega generale data agli eletti servono cittadini istruiti e stabilità politica.

Il ruolo dei referendum

Il referendum su Brexit e quello sulla riforma costituzionale Boschi-Renzi hanno riportato con forza l’attenzione del pubblico sugli strumenti di democrazia diretta, anche se ci si è più che altro concentrati sulla (scarsa) capacità da parte dei sondaggisti di prevedere quale posizione avrebbe vinto poi. Nel panorama politico italiano a ciò si aggiunge l’apprezzamento da parte del Movimento 5 Stelle per queste forme di decisione politica che scavalcano la tradizionale rappresentanza parlamentare.

Invece di focalizzarsi sugli esiti di referendum specifici – e sulla loro prevedibilità – vorrei formulare qualche riflessione su due questioni più generali. La prima è di carattere teorico: quali sono i benefici e costi di forme di democrazia diretta all’interno di democrazie largamente basate sul principio rappresentativo? La seconda questione è invece di stampo empirico: quali sono le caratteristiche dei paesi che utilizzano con più frequenza strumenti di democrazia diretta?

Partiamo dalla teoria: a mio parere il modo più incisivo per capire il ruolo dei referendum sta nel partire dalla constatazione che i rappresentanti dei cittadini eletti in assemblee legislative o all’esecutivo devono decidere su un numero molto ampio di argomenti, cercando possibilmente di interpretare la volontà degli elettori.

Italicum, cronaca semiseria di una fregatura

Italicum

di Silvia Truzzi

Quella che state per leggere è la storia dell’Italicum, per i distratti la legge elettorale che in teoria dovremmo avere ma in realtà non abbiamo affatto. Si sa: nei talk-show appena uno ha l’ardire di nominare la legge elettorale il conduttore di turno si colora di verde tendente al giallo. Una volta ripresosi dallo sgomento, si affretta a tacitare l’impavido interlocutore con una formuletta che suona più o meno così: “Non annoiamo gli spettatori con queste tecnicalità”. Le quali sono tuttavia il meccanismo con cui mandiamo i politici in Parlamento a fare le nostre veci, cioè regolano il principio della rappresentanza. Si obietterà: ma chi se lo ricorda più com’è votare, almeno com’è votare sapendo che la propria preferenza vale qualcosa e che non verrà distorta dai trucchetti del legislatore.

Da più di dieci anni, si sa, votiamo con una legge dichiarata incostituzionale, il Porcellum, che avrebbe dovuto essere sostituito dall’Italicum, divenuto legge il 4 maggio 2015 a suon di fiducie, voti segreti, scazzottate a Montecitorio e blitz notturni del premier Renzi in Parlamento. La nuova legge però sarebbe entrata in vigore più di un anno dopo, a luglio 2016: siccome vale solo per la Camera, bisogna aspettare la riforma costituzionale del Senato. Nonostante la dilazione, il giorno dell’approvazione è un trionfo a reti unificate. Per il presidente del Consiglio è più di una vittoria, è “un pilastro” del suo progetto politico, come annota il Financial Times. Il diretto interessato conferma: “I primi giorni in Europa mi guardavano con la faccia di chi diceva avanti un altro: ‘Vediamo a chi tocca, ne abbiamo visti tanti’… La credibilità dell’Italia è centrale. Grazie a questa legge elettorale le cose cambieranno davvero: uno farà il presidente del Consiglio per 5 anni, magari 10 per poi andare a casa”.

La guerra digitale di Donald Trump

Donald Trump

di Vincenzo Vita

Le due guerre di Trump. Quella analogica – fisica e materiale – dell’attacco della Siria con i missili Tomahawk e quella digitale volta alla conquista del business del secolo: il commercio dei dati personali. Sulla prima si è detto e scritto molto. Si può azzardare che nella società dell’informazione “le pratiche di guerra non siano scindibili dal loro racconto, dalla loro rappresentazione e messa in forma narrativa… Questa dimensione è talmente cresciuta da divenire ipertrofica, fino a diventare parte della stessa pianificazione strategica” (F. Montanari, 2004). Guerra e media vanno in simbiosi ed è difficile separarli. Per questo le guerre stellari per il controllo delle comunicazioni sono oggi più attuali che mai. La “lotta di classe” nell’iCloud è un pezzo sostanziale della nuova geopolitica, che sta attraversando un cambiamento senza precedenti dopo le elezioni americane.

Lo scorso 3 aprile, all’incirca in contemporanea, lo stesso Trump ha firmato un provvedimento – votato poi dal congresso- che abolisce di fatto la protezione dei dati personali dei cittadini utenti dei servizi di telecomunicazione. È stata abrogata, tra l’altro, una misura molto recente, della fine del 2016, adottata dalla Federal Communications Commission (Fcc) in linea con gli orientamenti europei (Regolamento 2016/679 Ue). “Disgusting”, ha commentato su “The Guardian” il creatore del World Wide Web, Tim Berners Lee. Giustamente la rivista “Interlex” (10 aprile 2017) sottolinea che “Per chi ama pensar male, non sono solo informazioni che riguardano la lotta al terrorismo, ma interessano anche ai padroni dei Big Data, i “profilatori” a fini commerciali dai quali non riusciamo a difenderci”.

Gasdotto Tap, Tomaso Montanari: “L’Italia del no è l’Italia migliore”

di Giacomo Russo Spena

Deluso dal M5S, acerrimo nemico del Pd. Tomaso Montanari – storico dell’arte, paesaggista e professore universitario – dopo aver avuto un ruolo centrale nella campagna per il NO alla riforma costituzionale, è diventato recentemente presidente dell’associazione Libertà e Giustizia. Volto emergente, interpellato anche sul futuro della sinistra nell’ultimo numero di MicroMega, si dice poco interessato alle primarie Pd del prossimo 30 aprile né crede in un ritorno in scena di Matteo Renzi: “È politicamente finito, il suo carburante è esaurito, bruciato, volatilizzato. Nessuno può più credergli, dopo tante balle, false promesse, fanfaronate risibili”. Per ultimo, Montanari sta studiando le carte sulla costruzione del gasdotto Tap, dove ha deciso di schierarsi con i comitati locali del NO: “In Puglia si sta calpestando l’articolo 9 della nostra Costituzione”.

Montanari, partiamo da qui. Il Tap (Trans Adriatic Pipeline) è la parte finale di un gasdotto di quasi quattromila chilometri che va dall’Azerbaijan all’Italia. Chi è favorevole al tunnel parla di grandi vantaggi per il Paese perché porterebbe 9 miliardi di metri cubi di gas con un impatto ambientale minimo (le proteste sono per 200 ulivi secolari che poi verrebbero ripiantati). Intanto, però, da un’inchiesta dell’Espresso, si evince che dietro l’opera spuntano manager in affari con le cosche, oligarchi russi e casseforti offshore. E’ favorevole nel dire che il problema del Tap non è dato certamente dagli ulivi, ma da chi ci sta mangiando sopra?