Category Archives: Politica

America Latina: alle origini del rischio neo-liberista e classista

di Maurizio Matteuzzi

A pochi giorni da una tragedia annunciata – la probabilissima vittoria del fascista Jair Bolsonaro nel ballottaggio del 28 ottobre per la presidenza del Brasile – vale la pena ricordare, se non altro per cercare di capire dove e cosa si è sbagliato. E ripartire, chissà dove e chissà quando. Ricordare che vent’anni fa, nel dicembre del ’98, nel Venezuela – il “Venezuela Saudita” dall’immensa ricchezza petrolifera devastato dalla crisi economica, politica e sociale – veniva eletto presidente della repubblica l’ex-tenente colonnello Hugo Chávez Frias. Sembrava uno dei tanti caudillos di cui è ricca la storia dell’America Latina. Un personaggio che allora appariva ideologicamente ambiguo e un po’ folclorico, tutto da scoprire.

Invece era l’inizio di una nuova era, di un ciclo politico come amano dire i sociologi. Un’era che combinata con un ciclo economico favorevole avrebbe prodotto a macchia d’olio quasi un ventennio di governi di sinistra, o quanto meno progressisti, e avrebbe fatto parlare di “rinascita” dell’America Latina dopo la stagione infame delle dittature militari pilotate dagli USA e delle tante “decadi perdute” – gli anni ’70, gli ’80, i ’90 – sotto il tallone del “Consenso di Washington” (e dell’FMI, della Banca Mondiale, del neo-liberismo sfrenato).

Fino ad allora il “Consenso di Washington” era il vangelo che nessun paese del “cortile di casa” si poteva azzardare a mettere in discussione. Così era stato nel ’94 per l’entrata del Messico di Carlos Salinas de Gortari nel Nafta, l’accordo di libero scambio con USA e Canada; nel ‘91 per la Ley de Convertibilidad che parificava il peso con il dollaro nell’Argentina di Carlos Menem; nel ’94 con il Plano Real che stabilizzava l’economia agganciandone la moneta al dollaro nel Brasile del ministro delle finanze e poi presidente Fernando Henrique Cardoso (il famoso sociologo che in altri tempi aveva sviscerato i meccanismi perversi dello scambio ineguale nella “Teoria della dipendenza”…).

Soumahoro: “Il modello Riace funziona: per questo dà fastidio”

di Paolo Griseri

Una catena umana “che attraversi tutta l’Italia e che dica di no a questa propaganda contro l’integrazione e il meticciato. Che faccia capire che un altro Sud è possibile”. Aboubakhar Soumahoro, il sindacalista dei migranti sfruttati nelle campagne del Sud, reagice così alle notizie in arrivo da Riace: “Vogliono soffocare la rinascita di quel territorio. Ma reagiremo”.

Abou, perché è successo?

“Perché il modello Riace dà fastidio. Dimostra che si possono accogliere i migranti dando loro dignità e speranza, trattandoli come persone e non come macchine da parcheggiare. E facendo rinascere un territorio. Questo dà fastidio”.

Il ministero parla di irregolarità amministrative.

“Il ‘modello Riace’ ha dimostrato che con l’integrazione si spende anche meno di quanto lo Stato sborsa per manentere le persone nei centri tradizionali. Far vedere una città del Sud che riesce a creare integrazione, che tratta gli immigrati come persone attive e non esseri passivi da spostare come pacchi: ecco, questa è la vera colpa di Mimmo, il sindaco. Ha la colpa di aver dimostrato che un’altra Italia è possibile”.

Bologna: il Pd perde anche nelle fusioni di Comuni e la legge Delrio è una delle cause

di Sergio Caserta

I progetti di fusione dei Comuni in Emilia Romagna sono stati bocciati in larga parte da elettrici ed elettori. È uno smacco clamoroso per l’orgoglio amministrativo del Partito democratico, ma la sconfitta, o meglio smentita, è solo l’ultima in ordine di tempo negli appuntamenti elettorali e referendari dell’ultimo triennio. Le fusioni riguardavano i Comuni di Castenaso con Granarolo e di Malalbergo con Baricella, in provincia di Bologna. Alla base di questi risultati, ci sono ragioni sia di merito che più generalmente politiche.

Nell’ambito del sistema istituzionale attuale tutte le recenti proposte di riforma sono state o del tutto inconcludenti o peggiorative della situazione precedente. A cominciare dall’introduzione della città metropolitana di Bologna che è stata partorita nell’ambito della legge di superamento delle Provincie, cosiddetta legge Delrio numero 56/2014 che prevede “Disposizioni sulle provincie, sulle città metropolitane, sulle unioni e fusioni tra Comuni”.

Il principio cardine su cui si basa questa riforma è l’elezione indiretta degli organi delle città metropolitane e delle cosiddette “aree vaste”, che avrebbero dovuto sostituire le Province se il referendum confermativo della riforma costituzionale, voluta da Renzi, fosse passato. Cosa che come sappiamo, fortunatamente, non è avvenuta.

Bologna, Ugo Mazza: “Mai usato un euro di danaro pubblico per scopi privati”

Regione Emilia Romagna - Foto di Wikipedia

di Ugo Mazza

Alle dichiarazioni dei miei avvocati, Alessandro Gamberini e Salvatore Tesoriero, che condivido, aggiungo solo che tutta la mia vita politico-amministrativa è sempre stata finalizzata alla difesa della credibilità delle istituzioni e alla tutela del patrimonio e delle risorse pubbliche, così come ho fatto in Regione dove nessuna spesa fatta nel corso della mia attività di consigliere regionale viene contestata.

È per me motivo di sofferenza, quindi, essere condannato per peculato in quanto Capo Gruppo, per cui desidero, come già ho fatto di fronte ai magistrati, ribadire pubblicamente che io non ho mai preso e/o usato un euro di danaro pubblico. Aspetto le motivazioni della sentenza per una valutazione più consapevole e per l’inevitabile appello.

Di seguito l’articolo pubblicato da Repubblica con le dichiarazioni degli avvocati Alessandro Gamberini e Salvatore Tesoriero

Il premier Conte e i concorsi universitari: l’ordine è quello di smorzare i toni

di Alessandra Maltoni

L’Italia è un groviglio di inchieste, e non bastano leggi, direttive o linee guida come quelle introdotte recentemente dal giudice dell’anticorruzione Raffaele Cantone che per sanare e correggere un’amministrazione pubblica tenacemente “indisciplinata” ha inasprito giustamente i toni. Ognuno di noi se decide di partecipare a un concorso pubblico sa a prescindere che, teoricamente, non potrà sussistere alcun rapporto di interessi tra chi lo giudicherà e tutti coloro che come lui saranno giudicati. Sappiamo che sono vietati i rapporti d’affari, di lavoro, di “coniugio” tra selezionatori e selezionati.

E invece a volte capita di vedere che giudicante e giudicato condividano le stesse pratiche d’ufficio per poi ritrovarsi anche alla prova concorsuale come coprotagonisti, ma seduti dalla parte opposta. Sarà esattamente quel che è capitato al premier Conte quando si vide arrivare come membro di commissione giudicante il professor Guido Alpa, con cui aveva pochi giorni prima condiviso “quanto meno” una prestigiosa causa in tribunale. Ma in gioco per lui c’era pure la prestigiosa cattedra di diritto privato. In teoria per buon uso non avrebbero neppure vedersi per un caffè.

Bene ha fatto il presidente Cantone, scoppiata la polemica, a sottolineare che il conflitto di interesse si ravvisa soltanto in presenza di affari e interessi economici ben comprovati e che non basta ai fini giuridici la comune gestione di rilievo meramente procedurale per pratiche di studio. Ma se la norma giuridica non è violata, quella di opportunità si che lo è. Siamo in un terreno politicamente scivoloso.

Il balcone e la prima manovra gialloverde

di Sbilanciamoci.info

I ministri cinque stelle la sera di giovedì 27 settembre hanno chiamato le masse sotto Palazzo Chigi, a festeggiare l’approvazione in Consiglio dei ministri della nota di aggiornamento del DEF 2018 che dovrebbe avviare la realizzazione concreta dei punti qualificanti del programma di governo giallo-verde (in particolare il cosiddetto reddito di cittadinanza, la flat tax, la revisione della riforma pensionistica Monti – Fornero del 2011) e, a tal fine, porta, altro elemento caratterizzante la manovra, il deficit pubblico al 2,4% annuo per il triennio 2019-2021.

Diciamo subito che le modalità di comunicazione sono state in pieno stile populista. I ministri che scendono in piazza, mentre al termine del Consiglio dei Ministri non viene neanche tenuta una conferenza stampa. Il testo non è disponibile e non lo sarà, verosimilmente, ancora per qualche giorno. Nessuna possibilità per la stampa di interloquire, per i tecnici di valutare qualcosa che non siano gli annunci dei politici o qualche documento di lavoro di incerta provenienza e dubbia attendibilità.

Non è cosa nuova (ricordiamo le 26 slide con cui Renzi presentò l’aggiornamento del DEF nel 2014, in conferenza stampa si soffermò solo sulla prima, si scoperse poi che le altre 25 contenevano solo il titolo), ma possiamo ben dire che tale modalità ben rappresenta tutte le ansie e le difficoltà della squadra grillina a trasformare i propri annunci in progetti operativi tecnicamente adeguati.

Brasile: il voto e i nodi che stanno per venire al pettine

di Maurizio Matteuzzi

Se, come si usa dire in Brasile per tirarsi un po’ su, “Deus é brasileiro” forse, secondo il perfido humor britannico dell’Economist, negli ultimi tempi “era in ferie”. È un fatto che il grande Brasile si trova di fronte a una fase drammatica, la più drammatica dalla fine della dittatura militare (1964-1985). Con cui non ha mai fatto i conti.

Il 7 ottobre prossimo, giorno del voto, e il 28, giorno del probabilissimo ballottaggio, le contraddizioni oscene, i nodi irrisolti potrebbero venire al pettine. E non solo se a vincere dovesse essere Jair Bolsonaro – l’ex-capitano dell’esercito candidato di estrema destra e delle sette pentecostali (il 25% dell’elettorato), razzista e misogino (sta spopolando l’hashtag “Ele não” lanciato da un gruppo di donne: Lui no), nostalgico dichiarato del regime militare -, che i sondaggi danno in testa con il 28%.

Sembrava che con Lula, presidente dal 2003 al 2010, l’eterno futuro del Brasile stesse infine per diventare il tanto atteso presente. Economia in crescita, disoccupazione in calo, incisivi programmi sociali, aggressive politiche di inclusione per scuola e università, sanità e case, milioni di esclusi strappati alla povertà e all’emarginazione. E business a tutto vapore. Con Lula, il primo presidente operaio e di sinistra nella storia classista del Brasile, e il Partido dos Trabalhadores al potere sembrava ce ne fosse per tutti. Lula “il padre dei poveri e la madre dei ricchi”, si diceva, con Lula “i poveri meno poveri e i ricchi più ricchi”.

Intervista a Lorenza Carlassare: “Il decreto Salvini è incostituzionale”

Lorenza Carlassare

di Andrea Fabozzi

La costituzionalista Lorenza Carlassare è professoressa emerita di diritto costituzionale all’università degli studi di Padova.

Professoressa Lorenza Carlassare, come giudica il decreto «sicurezza»?

La prima considerazione critica riguarda la mancanza di omogeneità nel testo. La Corte costituzionale ha sempre detto che ci vuole omogeneità nei contenuti di un decreto legge, mentre questo di Salvini mette assieme cose diverse. Nella seconda parte, quella più propriamente sulla sicurezza, accanto a misure da rifiutare, come l’allargamento nell’impiego della pistola elettrica, ci sono anche cose che possono essere interessanti, per esempio tra le misure antimafia. Aggiungo che, come ha già osservato il professor Flick, l’accostamento tra migranti, terroristi e mafiosi è parecchio malizioso. Il decreto non è solo eterogeneo, vuole anche suggerire che i migranti sono pericolosi e questo è inaccettabile. Ecco, la prima cosa da dire è che avrebbero dovuto essere almeno due decreti, come del resto era previsto in origine.

Secondo lei il decreto è incostituzionale?

Sul punto delle revoca della cittadinanza penso proprio di sì. Intendiamoci, nel momento in cui uno straniero acquista la cittadinanza è cittadino italiano come gli altri. Invece questo decreto è come se gli attribuisse un vizio di origine. Prevede che alcune categorie e solo loro possono perdere la cittadinanza, così pone in essere una discriminazione effettiva e ingiustificata sulla base della provenienza. Questo è sicuramente incostituzionale per violazione del principio di uguaglianza.

L’odio verso gli stranieri: il capro espiatorio e l’attacco alla democrazia

di Chiara Saraceno

L’Italia sembra avvitata in una sorta di spirale viziosa, ove l’impossibilità – per motivi di compatibilità economica, ma anche per contraddittorietà degli obiettivi – di mantenere tutte le promesse contenute nel contratto di governo, unita alla competizione tra i “contraenti”, spinge ossessivamente alla ricerca di capri espiatori da indicare come i colpevoli di questa impossibilità: non solo i governi passati, ma gli immigrati, l’Unione Europea, la Germania, la Francia di Macron, le agenzie di rating. Ciò a sua volta provoca sfiducia e isolamento da parte degli investitori e dei (ex?) partner europei, riducendo ulteriormente i margini di manovra e allo stesso tempo confermando la sindrome dell’accerchiamento e del vittimismo. “Prima gli italiani”, non solo dei migranti, ma anche del patto europeo di stabilità e dei vincoli di bilancio, suonerebbe accattivante e sensato, se non fosse che l’insostenibilità del debito pubblico rischia di ridurre non solo il bilancio pubblico, ma anche quelli privati, oltre a mettere una pesante ipoteca sulle generazioni future.

Questo circolo vizioso è per ora vincente sul piano politico, consolidando la leadership di chi è più bravo (e con meno remore morali) nella costruzione della dicotomia noi-loro, amico-nemico e nello spostare progressivamente i limiti di ciò che è ritenuto moralmente e civilmente intollerabile, nelle parole ma anche nei fatti. Tra “la pacchia è finita”, i migranti come “croceristi” a sbafo, fino al sequestro per giorni di 170 migranti su una nave italiana, il ministro degli interni Matteo Salvini ha visto sistematicamente aumentare la propria popolarità e il consenso al suo partito. Ha visto anche aumentare la percentuale di chi lascerebbe in mare al proprio destino coloro che si ostinano a cercare in Europa, via Italia, una vita migliore, o a fuggire da quella intollerabile nel loro paese.

Elezioni europee e regionali: il prossimo voto in Emilia Romagna

Regione Emilia Romagna - Foto di Wikipedia

di Sergio Caserta

In Italia, si sa, da quando ai partiti si sono sostituite congerie di apparati al servizio di gruppi economici o di vari interessi, la politica prende veramente vita solo in corrispondenza di scadenze elettorali, che per le peculiari caratteristiche del Paese, totale discordanza tra diversi livelli istituzionali, avvengono con frequenza e cadenze ravvicinate. Cosicché non abbiamo ancora digerito le elezioni politiche del 4 marzo che hanno terremotato il quadro politico, che si avvicinano rapidamente quelle europee e le regionali in Emilia Romagna, Piemonte, Sardegna, Abruzzo e Calabria, più un centinaio di comuni per lo più al di sotto dei quindicimila abitanti.

Il governo giallo verde a meno di improvvisi scossoni difficilmente andrà in crisi, la prova del nove è rappresentata dal DEF che se conterrà provvedimenti anche parziali in tema di reddito di cittadinanza, flat tax e pensioni, è destinato a consolidare il Salvimaio, almeno fino alle europee, con buona pace della “ruota della fortuna” auspicata da Renzi. Lo ha detto chiaramente Salvini, rispondendo a Berlusconi: va bene allearsi alle amministrative, ma il governo non si tocca. È chiaramente un gioco delle parti che consente ai due di spalleggiarsi, tranquillizzando i propri elettorati, quello residuale di Berlusconi è ormai rappresentato pressoché unicamente dal mondo Fininvest.