Category Archives: Opinioni

Bologna: tra privatizzazioni, Tper e il marketing

di Silvia R. Lolli

Certamente si può essere molto felici quando arriva una pubblicità di Tper indirizzata “ai genitori di Silvia Lolli”. Peccato che non sia più studente da troppi anni e che i miei genitori siano morti da più di 15 anni. Tra l’altro nello stesso indirizzo è riportato un numero chiaramente sbagliato: 159/76, invece di 159/6.

Una lettera per la campagna abbonamenti 2017/18 con l’informazione delle convenzioni che Tper ha stipulato, per i possessori di abbonamento annuale personale, con associazioni, istituzioni e aziende di Bologna e Ferrara. Può far piacere sentirsi ringiovaniti di quasi cinquant’anni. Ci chiediamo però quale tipo di indirizzario usi Tper, settore marketing, e se in questa azienda, sulla via della definitiva privatizzazione, i vari settori operino collaborando fra loro, oppure siano scollegati e senza apporti tecnologici per costruire un data base senza errori.

Da quest’anno non siamo solo in possesso di abbonamento annuale personale, ma abbiamo e già da parecchi anni un contratto di car sharing. L’abbiamo rinnovato anche quest’anno e, avendo l’abbonamento annuale, ci è sembrato opportuno recarci direttamente agli uffici di car sharing, oggi non più nella stessa sede dell’ex Atc. La sua nuova localizzazione è poco distante da Via Saliceto, ma ci è sembrato un corpo annesso all’azienda e non più direttamente dipendente da essa. Non abbiamo ancora capito se anche questo servizio sia stato esternalizzato, ma abbiamo notato la difficoltà degli uffici a ricevere il pubblico e a dare risposte immediate.

Ong: in difesa dei giusti

di Guido Viale

Coloro che dalle coste della Libia si imbarcano su un gommone o una carretta del mare sono esseri umani in fuga da un paese dove per mesi o anni sono stati imprigionati in condizioni disumane, violati, comprati e venduti, torturati per estorcere riscatti dalle loro famiglie, aggrediti da scabbia e malattie; e dove hanno rischiato fino all’ultimo istante di venir uccisi. Molti di loro non hanno mai visto il mare e non hanno idea di che cosa li aspetti, ma sanno benissimo che in quel viaggio stanno rischiando ancora una volta la vita.

Chi fugge da un paese del genere avrebbe diritto alla protezione internazionale garantita dalla convenzione di Ginevra, ma solo se è “cittadino” di quel paese. Quei profughi non lo sono; sono arrivati lì da altre terre. Ma fermarli in mare e riportarli in Libia è un vero e proprio respingimento (refoulement, proibito dalla convenzione di Ginevra) di persone perseguitate, anche se materialmente a farlo è la Guardia costiera libica. Una volta riportati in Libia verranno di nuovo imprigionati in una delle galere da cui sono appena usciti, subiranno le stesse torture, gli stessi ricatti, le stesse violenze, le stesse rapine a cui avevano appena cercato di sfuggire, fino a che non riusciranno a riprendere la via del mare.

Bologna: sport e strutture sportive, creiamo qualcosa di nuovo?

di Silvia R. Lolli

Vorremmo o dovremmo cominciare ad osservare e cambiare di conseguenza tutti i nostri vecchi modi di vivere la politica, per avviare il futuro, soprattutto nella sinistra. Questo pensiero ci perseguita da tempo e non si estende solo alla visione più generale, ma anche ad una più specifica e territoriale, della comunità in cui viviamo.

Si dovrebbero rivedere, alla luce dell’attualità, cioè dei bisogni di questa nostra povera Terra, le idee fondamentali sviluppatesi soprattutto con la rivoluzione francese, libertà uguaglianza e fraternità. Dovremmo continuare il percorso rivoluzionario, se si vuole passando anche da Marx, ma rivedendo alcune affermazioni, soprattutto aggiungendo a tutto ciò la parola sostenibilità. Dovremmo cioè non considerare solo l’uomo e la sua comunità o società di riferimento, che tra l’altro non è più solo di tipo industriale, per riprendere un percorso più sinergico con la Terra. Tra un po’ non ci sarà neppure più il tempo di filosofeggiare su tutto ciò; c’è un’evoluzione naturale in atto e comporterà la nostra scomparsa?

Da ormai tanti anni si sta cercando una nuova via, finora con pochi risultati positivi. Facendo un salto siderale rispetto a questi “grandi sistemi”, guardiamo alla politica di casa nostra e continuiamo ad occuparci o meglio a preoccuparci della vicenda Stadio Comunale e dintorni. Potremmo partire anche da qui per cominciare a mettere in atto la nuova politica?

Appello ai giornalisti: rompiamo il silenzio sull’Africa

di Alex Zanotelli [*]

Scusatemi se mi rivolgo a voi in questa torrida estate, ma è la crescente sofferenza dei più poveri e emarginati che mi spinge a farlo. Per questo come missionario uso la penna (anch’io appartengo alla vostra categoria) per far sentire il loro grido, un grido che trova sempre meno spazio nei mass-media italiani.

Trovo infatti la maggior parte dei nostri media, sia cartacei che televisivi, così provinciali, così superficiali, così ben integrati nel mercato globale. So che i mass media, purtroppo, sono nelle mani dei potenti gruppi economico-finanziari, per cui ognuno di voi ha ben poche possibilità di scrivere quello che vorrebbe. Non vi chiedo atti eroici, ma solo di tentare di far passare ogni giorno qualche notizia per aiutare il popolo italiano a capire i drammi che tanti popoli stanno vivendo.

Mi appello a voi giornalisti/e perché abbiate il coraggio di rompere l’omertà del silenzio mediatico che grava soprattutto sull’Africa (sono poche purtroppo le eccezioni in questo campo).

È inaccettabile per me il silenzio sulla drammatica situazione nel Sud Sudan (il più giovane stato dell’Africa) ingarbugliato in una paurosa guerra civile che ha già causato almeno trecentomila morti e milioni di persone in fuga.

Incendi dolosi: il progetto Maat e i cavalieri dell’apocalisse (incompetenza, noncuranza e cialtroneria)

di Antonio Dumas

Dopo circa vent’anni sono ritornato alle isole Tremiti. Avvicinandomi a San Domino mi è sembrato che nulla fosse mutato, eccetto il colore rossastro degli alberi sul lato sud. Ho ipotizzato che fosse l’effetto del recentissimo incendio, come avevo appreso dai media. Il giorno dopo ho iniziato a vedere aerei che sorvolavano la costa, ne ho visti almeno tre, due Boss Fire ed un Canadair. Ritornato dal mare, dalla veranda del mio alloggio, prospiciente sul mare, ho avvistato un Canadair prelevare acqua ogni circa 10 minuti e passare a quota quasi radente gli alberi che circondano la casa stessa. Questo andirivieni è durato tutto il pomeriggio. Successivamente ho avuto occasione di parlare con alcuni addetti allo spegnimento dell’incendio, I quali mi hanno informato che negli ultimi 4 giorni, malgrado l’impegno costante di una ventina fra volontari e vigili del fuoco erano andati distrutti ben 64 alberi a causa di quell’incendio sicuramente doloso.

Incompetenza, Noncuranza, Cialtroneria sono i tre moderni Cavalieri dell’Apocalisse, che imperversano impunemente e che, quando passano, lasciano una scia di piogge, incendi, disastri ambientali di ogni tipo, che gli stolti chiamano Emergenze. Ma è il quarto cavaliere, dal cavallo bianco, il più subdolo. Esso è l’Avidità. Un’entità multiforme, di difficile riconoscimento che si insinua nell’animo di chi ne è affetto inducendolo a succhiare le risorse di vita al resto del mondo.

Ostalgie: quando c’era l’Europa orientale e la Germania Est

di Franco Di Giangirolamo

È la vigilia di Pasqua, piove, tira vento e si preannuncia una notte fredda, molto appropriata per celebrare uno dei tanti crimini dell’imperialismo in medio oriente. Se comprendessi meglio il tedesco starei visionando un film in TV, se non fossi stanco terminerei la lettura di uno dei libri che ho accumulato sul comodino. Invece mi sprofondo sul divano e lascio che la mia testa vada a zonzo per il nuovo quartiere nel quale mi sono sistemato da qualche mese.

Da un pò di tempo comincio a pensare di essere capitato, per puro caso o forse per un destino cinico e baro, in una specie di fortino simbolico dell’ex socialismo realizzato. La prima avvisaglia l’ avevo colta da alcuni italiani che vivono a Berlin da diversi decenni, curiosi sulla mia residenza, i quali, saputo l’ indirizzo, avevano esclamato: Ah, sei andato ad abitare di là.

Per “di là” intendevano riferirsi a quella che era la Berlino Est, oltre il muro che, dopo 27 anni dalla sua caduta, pare costituisca una presenza piuttosto consistente non solo nelle teste (Mauer in den Koepfen) e nei cuori delle persone, ma finanche nel portafoglio. Basti pensare che l’obiettivo della eguaglianza delle pensioni e delle retribuzioni tra Est e Ovest non è stato ancora realizzato e non credo sia a portata di mano, nonostante l’impegno del sindacato DGB e dei Linke.

Napoli, la verità sulla morte di Ibrahim Manneh

di Novella Formisani

È dal 10 luglio che Napoli vive una costante e crescente mobilitazione, un grido di dolore e di rabbia che stenta a raggiungere il resto del paese, silenziato dai media nazionali, perché è evidentemente intollerabile o pericoloso che anche i dannati della terra, anche gli “ultimi” di questa società, alzino la testa e chiedano diritti, giustizia, uguaglianza. Non è un paese civile quello che accetta che razzismo e malasanità possano mietere vittime impunemente. Un appello da firmare.

Ibrahim aveva 24 anni, era nato in Costa d’Avorio, cresciuto in Gambia e da 10 anni viveva in Italia. Ibrahim è morto nella notte tra il 9 e il 10 Luglio di malasanità e di razzismo. I suoi amici, i suoi familiari, i suoi compagni, non sanno ancora come sia stato possibile morire così. Eppure, ciò che ha ucciso Ibrahim non è frutto del caso: il semplice racconto delle sue ultime 24 ore di vita è esemplare dello stato attuale di questo Paese, del clima di odio e di indifferenza all’interno del quale vogliono gettarci, di un sistema ingiusto e spietato dove i diritti più elementari vengono negati.

Ibrahim se n’è andato tra sofferenze indicibili. Il suo calvario è iniziato la mattina del 9 luglio, quando ha cominciato ad accusare forti dolori addominali e si è recato all’ospedale Loreto Mare di Napoli. In Pronto Soccorso ha ricevuto una semplice iniezione e senza alcun accertamento diagnostico, senza una visita medica, è stato rimandato a casa. Immediatamente dopo essere uscito, le condizioni di Ibrahim sono peggiorate.

Modello Genova: macelleria che non appartiene al passato né è stata un’eccezione

G8 di Genova - Foto di Altreconomia

di Sergio Sinigaglia

L’intervista al quotidiano Repubblica del capo della polizia Franco Gabrielli sta provocando a mio avviso un colossale “equivoco”, anzi una grande mistificazione. Gli elogi piovuti da più parti, anche da parte di esponenti della sinistra, sul presunto coraggio nell’ammettere (dopo 16 anni) le responsabilità delle forze di polizia nel massacrare, torturare, cercare di annientare un intero movimento, e, soprattutto, un’intera generazione che per la prima volta si misurava con l’impegno politico, rischiano di far passare in secondo piano un aspetto fondamentale.

Non è vero che “Genova” appartiene al passato. Non è vero che sia stata un’eccezione. “Genova” è diventata un modello di gestione dell’ordine pubblico, sia nella sua dimensione quotidiana, nelle relazioni che intercorrono tra chi è etichettato come “deviante sociale”, o presenza anomale nel tessuto urbano e le forze dell’ordine, sia nella gestione delle manifestazioni di movimento. La “Zona rossa” è ormai una prerogativa che disciplina lo spazio dei territori dove viviamo, dai terremoti, ai decreti per “il decoro”, alle politiche contro i migranti.

Un vero e proprio paradigma fondativo di una modalità di relazione tra istituzioni e le persone, autoritario e gerarchico. Il cosiddetto “daspo urbano” è lì a confermarlo. Un provvedimento abnorme e liberticida, paragonabile, per la sua gravità, al fermo di polizia degli anni Settanta, frutto tossico e micidiale che affonda le sue radici nella macelleria italiana delle giornate di luglio di 16 anni fa. Le cronache di questi ultimi anni ci hanno proposto casi eclatanti di cittadini, per lo più giovani, che finiti casualmente sotto i controlli delle forze di polizia, ne sono usciti morti.

Aspirazioni di sinistra, Pd e renzismo: art. 1 o art. 0,5?

di Sergio Caserta

Tempo d’estate, tempo di decimali. Ha iniziato Pierluigi Bersani, narratore insuperato di parabole a indicare nel 17.5, la soglia di ripristino del diritto ad essere reintegrati nel caso di licenziamento senza giusta causa, una battuta non proprio felice. La mezza scelta è un po la cifra sulla quale si muovono le compagne e i compagni (si può dire) di art. 1 MdP.

Un piede dentro ed uno fuori il PD, sguardo strabico per non lasciare “la ditta” totalmente al suo destino. Comprensibile, ci mancherebbe, certi addii non sono mai facili e si sa che in amore gli strappi fanno molto male. Questa gestione ondivaga e sinusoidale però, determina uno “stop and go” che può essere molto dannoso alla credibilità di un’alternativa seria al renzismo e mettere a rischio il consolidamento del già difficile raggruppamento di un’area politica che esiste ora più frammentata che mai.

Si dice di voler realizzare un progetto di lungo termine ma si guarda alle prossime elezioni, sarebbe bene uscire dall’ambiguità, o l’una cosa o l’altra. Se è un’alleanza elettorale, si dica chiaramente e si lavori esclusivamente per quella, significa non mettere in gioco l’identità delle forze politiche e dei movimenti che resteranno con una loro precipua autonomia, se mai si lavori per una legge elettorale che favorisca l’affermazione di un quarto polo e cosi sia, non c’è bisogno in questo caso d’identificare il leader perché l’attuale legge elettorale non lo richiede.

Stolpersteine: a imperituro ricordo di chi era ritenuto asociale

di Franco Di Giangirolamo

Chi visita Berlin è indotto più facilmente a stare a testa all’insù che a guardare a terra, a meno che non si tratti di strisce pedonali, di opere dei “madonnari”, di tracce segnalate del “muro” o di artisti di strada dalla fantasia molto sviluppata. Perciò, benché siano poco meno di 7.000, non è raro che passino inosservate le “stolpersteine”, letteralmente “pietre d’inciampo”, sparse per tutta la città.

Simili ai sanpietrini, sono pietre con una placca di ottone delle dimensioni di 10×10 centimetri, che vengono collocate a terra sul marciapiedi o sulla strada, in ricordo di persone perseguitate dal nazionalsocialismo. Il progetto fu avviato dal 1996 dall’artista Gunter Demnig di Colonia e si sta realizzando in circa 1.000 città e comuni tedeschi e in 18 paesi europei. Sono oltre 55.000 le stolpersteine collocate a ricordo di persone di religione ebraica, di etnia Rom e Sinti, di giovani e adulti inseriti nel programma di eutanasia, di membri della Resistenza politica e religiosa, di omosessuali, di Testimoni di Geova e di chiunque fosse ritenuto asociale.

Le pietre hanno inciso il nome, data e luogo di nascita e di morte e la ragione per cui sono stati perseguitati, internati, maltrattati, torturati e deportati e sono deposte nei luoghi dove le vittime del nazionalsocialismo vivevano o dove sono stati prelevati.