Category Archives: Opinioni

Karl Marx impigliato nel futuro

di Benedetto Vecchi

Due secoli separano il presente dall’anno di nascita di Karl Marx. In termini di anni (duecento), l’immagine evocata è quella di un uomo e di un’opera di altri tempi, ottocentesca. Eppure la sua critica all’economia politica, la sua antropologia filosofica, la sua militanza politica hanno condizionato gran parte del Novecento. Era quindi prevedibile che studiosi – marxisti e non solo – facessero i conti con la sua eredità teorica. Molte sono state le pubblicazioni dedicate al Moro. Difficile individuarne contorni netti, tuttavia. Ne esce semmai una costellazione tematica, talvolta sfuggente.

In primo luogo, emergono quelli che David Harvey ha chiamato i «punti di stress» dell’opera marxiana. La teoria del valore lavoro, la distinzione tra lavoro produttivo e improduttivo, la definizione della necessità di una organizzazione politica che valorizzasse l’autonomia della classe operaia. La polarità tra una tendenza globale del capitale (la formazione di un mercato mondiale, o per usare una espressione di Etienne Balibar di «capitalismo assoluto») e una «nazionalizzazione» della base economica del capitalismo stesso.

Alcune riflessioni sulla Next Generation: appunti da un festival

di Silvia Napoli

La passata legislatura si è chiusa con un pesante smacco rispetto alle questioni inerenti i diritti civili, stante la mancata approvazione di una legge sullo ius soli. La nuova si presenta come ritorno ad un futuro fatto di discriminazioni, luoghi comuni pregiudiziali e passatisti, nella migliore delle ipotesi, quando non si vagheggi apertamente una sorta di far west urbano.

A Bologna, la rete Non one is illegal, composta in larga parte da operatori del sociale che lavorano a stretto contatto con i migranti e che fa capo al centro sociale TPO, da tempo ribatte colpo su colpo all’ondata di diffuso razzismo strisciante tramite molteplici mobilitazioni e azioni di vigilanza culturale. Iniziative concepite al suo interno o anche entro altre realtà aggregative strutturate o in divenire, cui fa da cassa di risonanza e contenitore.

Questo è stato il caso del festival dedicato alle nuove generazioni italiane, che abitualmente vengono definite invece come seconde o terze rispetto all’ondata migratoria della propria etnia, che si è svolto nel pomeriggio-serata del 17 novembre scorso presso i locali di via Casarini, presentando un programma nutrito e variegato in grado di richiamare una folta partecipazione giovanile estremamente eterogenea.

Il decreto sicurezza e il destino dei migranti

di Chiara Saraceno

Senza diritti, al di fuori della protezione delle convenzioni internazionali sui diritti dei bambini e ragazzi che pure l’Italia ha sottoscritto. Dopo l’approvazione della nuova legge sulla sicurezza i figli di coloro che hanno ottenuto protezione umanitaria dovranno seguire il destino dei genitori, obbligati, spesso con il preavviso di pochi giorni, a lasciare i luoghi in cui avevano trovato accoglienza e progetti di inserimento.

La nuova legge, infatti, esclude i titolari di protezione umanitaria da ogni progetto di inserimento, consentendo solo di portare a termine quelli già iniziati. Zelanti prefetti hanno deciso tuttavia di accelerare i tempi, togliendo ogni tipo di sostegno economico per queste persone, inclusa la semplice ospitalità.

La loro permanenza sarà quindi affidata solo alla buona volontà, e alle risorse (per altro fortemente ridotte anche per chi avrà titolo a rimanere), delle associazioni e dei comuni che li ospitano. Anche i bambini e i ragazzi, dunque, rimarranno, come i loro genitori, senza casa, senza diritto a prendere una residenza temporanea e probabilmente anche senza scuola. Non solo, infatti, sarà difficile per loro andare a scuola se dovranno vagare alla ricerca di ricoveri più o meno di fortuna e magari anche essere costretti all’accattonaggio.

Il “rosario pride”? La risposta di un cattolicesimo reattivo

di Elettra Santori

Anche chi non nutre una particolare avversione verso questo governo gialloverde, non potrà non avvertire, purché laico per credo e per formazione, i fastidiosi sintomi di una reazione allergica di fronte a tanto esibir di immaginette da Pietrelcina, baciar di ampolle splatter in omaggio a San Gennaro nel Duomo di Napoli, e ciondolar di rosari a mo’ di pendolo di Foucault di fronte a platee comiziali di ipnotizzati leghisti.

Tutte e tre le Persone della Trinità gialloverde – il Padre Pio Giuseppe Conte, il Figlio sacrificale Di Maio, cui spetta la parte più difficile, quella di immolarsi nella disperata impresa dello sviluppo economico del Paese, e la Terza Persona Salvini, il Pneuma che fa la voce grossa, Spiritello incendiario che soffia sul fuoco rafficando tweet, mostrano una devozione da “governo del popolo”, vicina al sentire religioso più elementare.

Ma Salvini, a differenza di Conte e Di Maio, dà voce a un cattolicesimo reattivo, da contrattacco, ripescato dalle patrie soffitte dove giaceva in po’ in disuso, e rispolverato per far fronte alla moderna offensiva globalista. Quando nei comizi Salvini impugna il rosario con sguardo dritto e sfidante, si rivolge in realtà ad un avversario preciso: il multiculturalismo frou-frou delle élite nazionali ed europee che vorrebbe sfrattare i crocifissi e i presepi dalle aule scolastiche, mica in nome di una sacrosanta laicità, ma semplicemente per non urtare la delicata sensibilità di islamiche velate e barbuti allahanti. Al mio segnale scatenate i rosari.

Bertolucci, gli intellettuali e la debolezza della sinistra

di Luciana Castellina

Toronto, 11 settembre 2001. Erano all’incirca le 8 del mattino e stavo consumando una frettolosa colazione in albergo prima di correre a una riunione (erano i tempi in cui ero presidente dell’Agenzia per il cinema italiano ed ero in Canada per uno dei più importanti festival/ mercato di film del mondo), quando, guardando distrattamente lo schermo sempre acceso della TV in un angolo della sala, vidi le immagini di un incidente aereo. Nelle vicinanze delle altissime torri costruite da poco a New York. Mi alzai senza dar troppo peso a quella notizia, di incidenti aerei ce ne sono tanti. Fu Bernardo Bertolucci – anche lui a Toronto per il Festival – che, poco dopo, mentre nessuno aveva ancora capito cosa era accaduto e io stavo tranquillamente raggiungendo la mia riunione, ad avvertirmi che, forse, non si trattava di un comune incidente. Era infatti accaduto l’«11/9», una svolta epocale.

Passai insieme a Bernardo e a sua moglie Claire l’intera giornata appiccicati allo schermo TV della loro stanza ascoltando e guardando per ore le notizie e le immagini in diretta che arrivavano da New York, stesso fuso orario di dove noi ci trovavamo. Se non fosse stato per lo sbigottimento e l’orrore della vicenda che ci si snocciolava dinanzi agli occhi, e soprattutto per le terribili conseguenze che quell’evento ha poi prodotto, potrei dire che quella giornata è stata per me una straordinaria esperienza. Ore e ore a discutere del mondo insieme a Bernardo, vale a dire a qualcuno che del mondo era stato un interprete lucidissimo e assai precoce. Per questo, assistere con lui allo stravolgimento che si annunciava aveva un valore particolarissimo.

Fate come il camaleonte: un occhio al passato e un occhio al futuro

di Vittorio Capecchi

Un proverbio del Madagascar

Il camaleonte, molto diffuso nel Madagascar, ha tre caratteristiche che fanno di questo piccolo rettile squamato (è lungo dai 3 ai 60 centimetri) un attore molto particolare. La sua caratteristica più nota è quella del mimetismo per cui cambia colore a seconda del suo stato emotivo: se è tranquillo assume il suo tipico colore verde, mentre se è agitato assume una colorazione rosso arancio e può mimetizzarsi col fogliame o i tronchi d’albero.

Su di un tronco (agitato perché ha fame) resta in attesa che voli sopra di lui un piccolo insetto. A questo punto interviene la sua seconda straordinaria caratteristica: una lingua, che è due volte la sua lunghezza (chi scrive è alto 1,96 e, se fosse un camaleonte, avrebbe una lingua di quasi 4 metri) e che scaglia sulla preda con grande precisione e velocità. Il suo muco vischioso e appiccicoso blocca l’insetto che viene portato alla bocca per poterlo mangiare. La terza caratteristica del camaleonte sono gli occhi indipendenti che vedono in direzioni diverse (a 360 gradi) convergendo solo quando il camaleonte vuole catturare una preda. Di queste tre caratteristiche gli occhi indipendenti hanno favorito la diffusione di un proverbio nel Madagascar: “Fate come il camaleonte, un occhio al passato e un occhio al futuro”.

Un passo falso: Francesco e l'”hate spech” nei confronti delle donne

di Guido Viale

Sabato 13 ottobre ho avuto la fortuna di partecipare allo straordinario corteo di Nonunadimeno contro la delibera comunale che ha proclamato Verona “città della vita”. Il successo dell’iniziativa, quasi ignorata dai media, mi conferma nella convinzione che i movimenti delle donne costituiscono oggi uno dei nuclei fondamentali di resistenza all’ondata reazionaria, autoritaria e razzista che sta investendo non solo il nostro paese, ma un po’ tutto il mondo.

Lo sono sia per la loro dimensione internazionale, che è l’unico terreno su cui oggi si possono intraprendere delle battaglie vincenti, sia, soprattutto perché in questa come in altre mobilitazioni indette da donne, il bersaglio, pienamente centrato, è la restaurazione della famiglia patriarcale come vincolo all’autonomia della persona e modello per riaffermare la sacralità del “terribile diritto” di proprietà: innanzitutto del “capofamiglia” sulle proprie donne (quasi sempre più di una, ancorché tenute nascoste, anche nelle famiglie più tradizionali); ma modello anche di tutte le altre forme di proprietà, compresa quella sulla “propria” patria (termine la cui allitterazione con patriarcato non è casuale, come è già stato fatto notare); ciò che fa dello straniero, del migrante, del profugo un nemico contro cui muovere guerra senza alcuna pietà per la sorte a cui lo si condanna.

Vienna: bambini nemici, un treno per salvarli

di Gianluca Gabrielli, storico e insegnante di scuola primaria

E chi se la ricorda questa storia? Dai, è passato un secolo! Eppure vale la pena raccontarla, tirarla fuori dai vecchi cassetti. Ascoltala, vedrai che parla anche di noi, di quello che potremmo voler essere. In fondo siamo noi, volenti o nolenti, a scegliere il nostro passato.

1919

Sono gli ultimi giorni di dicembre. Da Bologna e da Milano partono due treni carichi di viveri e capi di abbigliamento. Ci sono anche le maestre, “vigilatrici”. Sono stati organizzati dalle giunte comunali socialiste di varie città italiane e dalle associazioni operaie. Vanno a Vienna, la capitale dello Stato nemico per eccellenza, dell’esercito al di là delle trincee. Vanno là a prendere bambini, il treno dell’Emilia Romagna ne prenderà oltre seicento.

Non è una deportazione, li prendono per salvarli, perché rischiano di morire di fame e di freddo. Sono i sindaci e assessori socialisti di Bologna, Milano, Ravenna, Reggio Emilia e altre città che si sono accordati con il nuovo borgomastro socialdemocratico di Vienna: accoglieranno i bambini e le bambine per la durata dell’inverno, perché a Vienna è finito il carbone e manca il cibo, i bambini pesano un terzo di quello che dovrebbero pesare e il dopoguerra è un inferno.

L’invasione dei cromocosmi: il Gender Bender a Bologna

di Silvia Napoli

Non vanno mai deserte le conferenze stampa di Gender Bender, uno dei festival fiore all’occhiello della città, un festival che marca un territorio e fa letteralmente la differenza, nel già affollato mondo bolognese di rassegne filmiche, teatrali, presentazioni librarie o vernici d’arte visiva.

Anzi, assomigliano ad una festa per il clima amichevole che si respira tra operatori e giornalisti e, quest’anno, avvicinandosi la maggiore età per questa programmazione giunta alla sedicesima edizione, più estesa che mai temporalmente, dal 24 ottobre al 3 novembre, era da segnalare la presenza di due assessori alla Cultura, quali Lepore e Mezzetti per la municipalità e la Regione e di tutti i rappresentanti dei main sponsor della manifestazione, che ogni anno crescono in numero e peso.

Gender Bender è naturalmente un grande evento prodotto dal Cassero LGBTQI center sotto la direzione artistica del brillante e attento Daniele Del Pozzo, una figura unica di programmatore culturale di livello internazionale come il numero e l’espansione delle collaborazioni world around nuove e consolidate dimostra. Ma è molto di più, in termini di ricognizione dal punto di vista meno considerato delle congruenze o dei clash tra forma e contenuto artistici.

La carovana della vergogna

di Alessandra Maltoni

Era l’alba del 9 settembre 1943 quando, immediatamente dopo l’annuncio di accettazione dell’armistizio e dell’uscita dalla guerra, il capo del governo italiano Badoglio e alcuni tra i suoi più importanti generali come Puntoni e Zanussi si apprestavano all’immediata fuga. Insieme ai vertici del potere politico e militare, il re e gli esponenti della real casa non attesero a lungo prima di decidere che l’unica alternativa fosse solo la fuga con però un unico dubbio: se scappare verso il più vicino mar tirreno o dirigersi verso l’Adriatico.

Erano già le prime ore del mattino e, come da “copione”, erano tutti saliti a bordo con bagagli e servitù mettendo in scena un “real” protocollo che sarebbe diventato una delle pagine più squallide e precipitose di chi a capo di un popolo, nei momenti della maggiore disperazione, non trova né per sé né per gli altri un po’ di coraggio e dignità.

D’altronde, chiediamoci, chi erano queste persone? tra loro il capo dello stato maggiore fu tra i primi a prendere posto fra i fuggiaschi. Si trattava di quel tal Marco Roatta di cui la Jugoslavia a lungo proverà a chiedere l’estradizione per responsabilità negli atroci e spietati crimini contro l’umanità… crimini compiuti a danno di cittadini inermi, fucilati, presi in ostaggio, bruciati vivi negli incendi e annientati nei loro villaggi, colpevoli solo di appartenere ad un popolo, quello slavo, considerato “inferiore”.