Category Archives: Caporalato

Braccianti e prostitute: l’Emilia arruola sempre più schiavi nelle mani di caporali

di Marcello Radighieri

Sono manovali, braccianti, badanti, muratori e, soprattutto, prostitute. Vengono da Nigeria e Romania, Moldavia e Marocco, ma anche dal Bangladesh o dal Pakistan. Per arrivare in Italia si sono indebitati per migliaia di euro (qualcuno, pure per decine di migliaia). E una volta giunti qui sono finiti inesorabilmente nelle mani della criminalità organizzata, a rinforzare le fila dell’esercito dei nuovi schiavi, costretti a raccogliere frutta e verdura per pochi spicci nelle campagne oppure a battere lungo i viali delle città d’Emilia.

Stando ai dati forniti dalla Regione, il fenomeno è esploso con il massiccio incremento dei flussi migratori non programmati. Negli ultimi anni, infatti, sono praticamente raddoppiate le persone aiutate dal progetto “Oltre la strada”, un insieme di interventi dedicati alla lotta alla tratta che punta ad allontanare le vittime dalle reti di sfruttamento, accogliendole in case protette e concedendo loro il permesso di soggiorno.

Erano 110 ingressi nel 2013, sono stati oltre 200 nel 2016. E il dato sembra trovare conferma anche per l’anno in corso, visto che a fine giugno il numero delle vittime assistite toccava già quota 89. Tanto che, a partire dall’anno prossimo, l’Emilia Romagna prevede di potenziare ulteriormente i progetti di protezione e accoglienza, aggiungendo una trentina di nuovi posti letto alla rete regionale.

Vino doc e olio d’oliva: il sangue dei migranti nei campi di Trapani

di Antonello Mangano

Uno taglia a cubetti l’agnello, l’altro prepara la padella, il terzo accende il fornello da campo. Il tè alla menta bolle in un angolo. Piazza Renda, pieno centro di Alcamo. Un gruppo di tunisini si attrezza per la cena. Quel quadrato di asfalto è la loro casa: cucina e camera da letto. L’armadio è una specie di gabbia metallica dove i vestiti sono stesi ad asciugare.

I migranti che dormono sull’asfalto sono la parte meno presentabile della catena di produzione dei vini bianchi Doc. I prodotti che hanno reso famosa quest’area e creato lavoratori usa e getta per la vendemmia. Più in là ci sono gruppi di subsahariani. E coperte, sacchi a pelo e materassi appesi agli alberi. Li stanno recuperando in vista della notte. Al centro della piazza, intorno a un tavolino, un gruppo di vecchietti del paese gioca a carte come se nulla fosse.

Alcamo

“La doccia”, chiedono tutti. “È vero che si può fare la doccia senza pagare? “A qualche chilometro di distanza c’è effettivamente un centro di accoglienza che ha stabilito regole rigide. Si entra documenti alla mano, che vengono fotocopiati e spediti alle autorità. Molti hanno il permesso di soggiorno e potrebbero almeno lavarsi. Ma l’ostacolo sono i due euro per cena, doccia e letto. Tutti sono qui per lo stesso motivo: mettere soldi da parte. Meglio dormire all’aperto che cedere due monete preziose.

Caporalato, fuggiti da Rosarno ora producono yogurt african style a Roma

Da Rosarno alle campagne che circondano il lago di Martignano, a due passi dalla capitale. Dalla schiavitù nei campi sotto i caporali alla libertà e, addirittura, al riscatto sociale. È la storia di Suleman, Cheikh, Ismael e altri quattro braccianti africani che ce l’hanno fatta. Si sono messi insieme per produrre un ottimo yogurt, African style e per coltivare ortaggi. È nata così la cooperativa Barikamà, che significa “Resistente” in lingua Bambara, un’impresa autogestita da loro, che ha trovato ospitalità in un’azienda agrituristica sulle sponde del lago di Martignano, dove la produzione di yogurt avviene in un caseificio con tutti i permessi e le norme sanitarie in regola.

“Dopo la rivolta di Rosarno siamo arrivati a Roma e dopo aver passato qualche tempo alla stazione Termini siamo stati ospitati in un centro sociale sulla via Prenestina ed è lì che ci siamo conosciuti” racconta all’Adnkronos Ismael, originario del Benin. “L’idea di produrre yogurt alla maniera nostra, africana, è nata lì”.

“Sono libero e indipendente nel mio lavoro, non sono più schiavo di qualcuno nelle campagne italiane – prosegue Ismael che nel Benin ha lasciato la famiglia e una figlia di 7 anni – dovunque sono andato a raccogliere la frutta a Rosarno, a Foggia, a Torino, sono sempre stato sfruttato. Mi pagavano 25 euro al giorno per dieci ore di lavoro. Uno sfruttamento assoluto. E ora, anche se non guadagno moltissimo, non importa, sono soddisfatto”.