Omicidio Tobagi: fare il punto sulla verità storica

di Sandro Padula La mattina del 28 maggio 1980 il cronista del Corriere della Sera e presidente dell’Associazione lombarda dei giornalisti, Walter Tobagi, un uomo cattolico e di area socialista a cui nel gennaio 1979 – dopo il recupero di una valigetta attribuita ai Reparti Comunisti d’attacco – venne proposta una scorta che lui non volle, fu vittima di un […]

La soliitudine dei senzatetto nei giorni del coronavirus

di Giuseppe Rizzo e Stefania Mascetti In questi giorni milioni di persone stanno cominciando a fare i conti con esistenze sospese nel tentativo di arginare la diffusione del nuovo coronavirus. In tanti stiamo imparando che ci sono mille modi di stare da soli: alcuni dolorosi, altri nuovi, qualcuno inaspettato. I mezzi di informazione, i social […]

Il sangue sparso dai fascisti che non esisterebbero più

di Giorgio Cremaschi

Alcuni manifestanti che hanno partecipato venerdì sera al corteo antirazzista “Mai con Salvini” a Bari sono stati aggrediti dopo la manifestazione da un gruppo di militanti di Casapound. È accaduto nel quartiere Libertà poco dopo le 23. Nel pestaggio sono rimasti feriti Antonio Perillo, assistente dell’eurodeputata Eleonora Forenza, e Claudio Riccio, componente di Sinistra Italiana.

L’immagine di Eleonora Forenza che mostra il sangue della testa spaccata di Antonio Perrillo è la drammatica risposta a coloro che sostengono che i fascisti non esistono. I fascisti di Casapound erano asserragliati nella loro sede a Bari, protetti dalla polizia, nella stessa via dove pochi giorni prima era passato in visita Salvini, benedicendo xenofobia e caccia al nero. Proprio per protestare contro quella visita e i suoi messaggi vergognosi si era svolta e conclusa una pacifica manifestazione antifascista. Alcuni manifestanti stavano tornando a casa e i fascisti di Casapound, vigliacchi come sempre, hanno attraversato indisturbati i cordoni della polizia armati di cinghie spranghe e hanno aggredito selvaggiamente Eleonora Forenza, Antonio Perrillo, Claudio Riccio e qualche altro compagno. Ad essi va il nostro abbraccio che non contiene la rabbia.

L’attacco è stato improvviso a freddo e violentissimo, come raccontano gli occhi di Eleonora. Poi i fascisti si sono rifugiati dietro i cordoni della polizia che li ha protetti, caricando le persone che, appresa la notizia, si erano precipitate sul luogo dell’aggressione. Il più grave dei feriti è Antonio, ricoverato con urgenza in ospedale e che ha avuto dieci punti in testa. Ora le chiacchiere stanno a zero, tre punti fermi devono diventare cardini della nostra iniziativa.
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Cecchini di una guerra possibile

di Luigi Manconi

Sono la persona al mondo che meno crede alle teorie e alle sub-teorie del complotto e che meno è sensibile alle ideologie e alle cripto-ideologie della cospirazione. Al punto che quando – in occasione di quelle due o tre circostanze nel corso di un’intera vita – mi è capitato di essere sfiorato da una qualunque forma di macchinazione, ci sono cascato dentro con tutte le scarpe. Si può facilmente immaginare, dunque, quanto abbia resistito agli argomenti di un ottimo giornalista come Paolo Brogi che, nei giorni scorsi, quando un proiettile sparato da un’arma ad aria compressa ha colpito una bimba di 15 mesi, ha minuziosamente ricostruito l’elenco dei più recenti episodi simili. Ed eccolo, quell’elenco.

Nello scorso gennaio, a Napoli, un bambino straniero viene colpito alla testa da un piombino. Poi, nel corso dei mesi successivi, le aggressioni si sono ripetute in varie città. Bersagli sono ora immigrati e ora rom, come la bambina di cui già si è detto. L’altro ieri, a Caserta, un richiedente asilo, viene colpito in pieno volto da due giovani a bordo di un motorino. E, infine, ieri mattina, a Vicenza, un operaio originario di Capo Verde, sospeso su una pedana mobile a 7 metri di altezza, viene colpito da un proiettile sparato da un uomo che spiega: «Miravo a un piccione». Complessivamente, le persone colpite da armi pneumatiche dal gennaio 2018 a oggi sono state undici.
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“Giuseppe Pinelli: una storia soltanto nostra, una storia di tutti”

del Centro studi libertari

In preparazione dell’anniversario dei cinquant’anni dai fatti di piazza Fontana e dall’assassinio di Giuseppe Pinelli, il Centro studi libertari / Archivio G. Pinelli ha avviato un progetto di public history intitolato «Giuseppe Pinelli: una storia soltanto nostra, una storia di tutti» e una campagna di crowdfunding per sostenerne i costi.

In questi quasi 50 anni molto lavoro è stato fatto, che ha portato tra le altre cose allo sgretolamento delle prime versioni e tesi ufficiali, alla riabilitazione del “ferroviere anarchico”, a gettare luce sulle reali motivazioni della strage di piazza Fontana e sulle complesse dinamiche che hanno attraversato quell’intenso periodo della storia italiana. Tuttavia non si tratta di una storia conclusa: è fondamentale ancora oggi conoscere le dinamiche di potere che hanno istruito gli eventi, gli uomini che ne sono stati coinvolti, le conseguenze che hanno avuto su di un’epoca.

Il nostro progetto intende raccogliere testimonianze e documenti su Giuseppe Pinelli , informazioni su quanto è stato fatto nel corso degli anni, per rendere disponibile e fruibile a tutti il materiale raccolto con l’obiettivo di costruire una storia partecipata che, attraverso la figura del “ferroviere anarchico”, possa raccontare tutta un’epoca, nell’intenzione di dare uno strumento in più al mondo di oggi per interpretare se stesso.
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I nuovi clochard d’Europa: con il lavoro, senza la casa

di Alessandro Principe

In Europa sono in forte aumento le persone senza casa. Barboni, clochard, homeless, chiamateli come vi pare: la sostanza non cambia. Di romantico c’è poco o niente. Per qualcuno che, forse, sceglie questa vita, c’è un esercito di poveri che una casa non se la può permettere. Aumenti a due cifre, anche in paesi mediamente ricchi, e con tradizione consolidate di welfare: Danimarca +85%; Belgio + 34%; Olanda +50%. In Italia l’aumento è tra i più bassi, “solo” del 10%. Sta emergendo una nuova tipologia di clochard: il “lavoratore senza dimora”. Persone che un lavoro ce l’hanno. Ma non gli basta.

Cristina Avonto è la presidente della Federazione italiana organismi per le persone senza dimora, attiva dal 1985 e parte della Federazione europea che riunisce le associazioni nazionali.

“Sicuramente c’è in Europa un innalzamento nel numero delle persone senza dimora come tendenza generale. C’è però anche un problema di rilevazione statistica. In Italia ad esempio gli ultimi dati ufficiali sono quelli dell’indagine Istat che abbiamo realizzato insieme al ministero del lavoro nel 2014. Noi poi facciamo costantemente un monitoraggio attraverso le nostre associazioni. Da questo monitoraggio rileviamo un leggero aumento: circa il 10% in più negli ultimi 3 anni. Un dato tutto sommato confortante rispetto ad altri paesi europei”.
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La scienza del Sessantotto: i 70 giorni dell’occupazione di Fisica

di Bruno Giorgini

Introduzione

Il 14 febbraio del 1968 l’assemblea degli studenti di fisica decise a grande maggioranza l’occupazione dell’ala didattica dell’Istituto Righi, in via Irnerio (a quel tempo i dipartimenti non esistevano). Pochi giorni dopo, il 27 febbraio, l’occupazione si estese a tutto l’Istituto, bloccando anche le attività di ricerca. Non era mai successo in Italia e, se si esclude la Francia durante il maggio, neppure all’estero che venisse occupata un’area destinata alla ricerca scientifica, con laboratori e officine, per un tempo così lungo, 70 giorni.

Un tempo di scontri politici e ideologici, discussioni, azioni, terminato con lo sgombero da parte della Polizia. Un tempo che merita di essere raccontato e ripensato non per nostalgiche rievocazioni, ma perchè alcune delle questioni in gioco oggi all’università non si discostano molto da quelle che allora si posero, rimanendo sostanzialmente irrisolte. Un racconto parziale, monco, pieno di buchi, senza alcuna pretesa di esattezza storica. E neppure di polemica con chicchessia. Semplicemente il ricordo di uno che allora giovanissimo studente, prese parte.

L’Istituto di Fisica A. Righi

L’artefice massimo dell’Istituto e delle sue fortune fu Giampietro Puppi, fisico insigne e di chiara fama. Aveva un’idea avanzata del ruolo della ricerca scientifica, e vedeva nella fisica non solo un luogo di conoscenza accademica, ma un motore dello sviluppo economico. Proprio in nome di questa concezione egli definì le due gambe su cui far crescere e camminare l’Istituto.
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La strage di Piazza Fontana e l’uomo che sapeva troppo

di Saverio Ferrari

Con la vicenda della morte di Armando Calzolari si apriva, 46 anni fa, il libro «La strage di Stato», la controinchiesta sulla bomba di piazza Fontana del 12 dicembre 1969 e la «strategia della tensione». Non molta attenzione ebbero i successivi sviluppi giudiziari, che pur attestarono come Calzolari fosse stato assassinato per ragioni che rimandavano alla strage.

Armando Calzolari, 43 anni, nato a Genova, per gli amici «Dino», era un ex ufficiale di coperta della Marina mercantile, poi traferitosi a Roma qualche anno prima. Divenuto uomo di fiducia di Junio Valerio Borghese (anche per i suoi trascorsi da giovanissimo nella X Mas) e assunto presso il Fronte nazionale, l’organizzazione creata dal «principe nero», scomparve la mattina di Natale, il 25 dicembre 1969, dopo essere uscito alle 8 del mattino per una passeggiata dalla sua abitazione, in via Dei Baglioni, al quartiere Bravetta, nella zona ovest di Roma, a bordo di una 500 bianca, con il suo cane Paulette, un setter a pelo lungo, avvertendo la moglie e la madre che sarebbe presto tornato per portarle a messa.

Le ricerche per rintracciarlo iniziarono subito nel pomeriggio e si protrassero inutilmente per quattro giorni. La zona, in particolare il 29 dicembre, fu meticolosamente battuta, palmo a palmo, con cani poliziotto che frugarono in ogni cespuglio, buca o anfratto. Fatto strano fu che solo il giorno prima, il 28, la 500 era riapparsa a 200 metri da casa, posteggiata proprio in via Dei Baglioni, visibilissima.

Impossibile che l’auto fosse lì nei giorni precedenti; tamponata di recente, aveva per altro tutta la parte posteriore ammaccata. Oltretutto era piovuto solo dopo il 25 dicembre, ma il terreno sottostante era bagnato come d’intorno. Qualcuno l’aveva portata di proposito lì e da poco.
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La violenza di CasaPound a Ostia

di Internazionale.it

“Zecca de merda, frocio”, gli urlano quelli di CasaPound quando lo incontrano fuori da qualche locale o sull’autobus. Si muovono sempre in gruppo, sono ragazzi del quartiere militanti di estrema destra e prendono di mira quelli impegnati nei collettivi scolastici di sinistra o nelle associazioni, soprattutto i ragazzi che si occupano di senza fissa dimora o migranti.

Raffaele Biondo è alto e magro, capelli ricci, maglione a collo alto: ha 19 anni ed è stato per lungo tempo il rappresentante degli studenti del liceo scientifico Antonio Labriola di Ostia. “C’era un periodo in cui ricevevo minacce quotidianamente per la mia attività politica a scuola”, racconta. Poi il 24 maggio 2016 ha subìto un’aggressione.

“Il coordinamento degli studenti del decimo municipio aveva organizzato una manifestazione contro la mafia e contro il fascismo, la giornata della cultura, a cui avevamo invitato tutte le scuole”, racconta Biondo. Durante l’evento il Blocco studentesco, la formazione giovanile del partito di estrema destra CasaPound, si è presentata e ha protestato perché non era stata invitata.
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