Il fascino discreto della crisi economica: l’intervista a Riccardo Bellofiore e Giovanna Vertova / 4

Riccardo Bellofiore e Giovanna Vertova
Riccardo Bellofiore e Giovanna Vertova
di Noi Restiamo

(Prima, seconda e terza parte). DOMANDA: Dal vostro punto di vista, dove vedete in questo momento sia in Italia che in generale nel resto del mondo movimenti e/o contraddizioni più interessanti, con un potenziale di rottura? Pensiamo ad esempio al ruolo della logistica in Italia.

GV: La domanda: “dove li vedo?” dovrebbe essere accompagnata da: “dove vorrei vederli?”. In questo momento li vedo (poco), frantumati e sparpagliati per il discorso che facevo precedentemente di una debole rappresentazione politica e sindacale della classe lavoratrice . Li vorrei vedere in tutti i luoghi di produzione e di lavoro che sta sopportando l’attacco a salari, diritti e condizioni di lavoro. Ma li vorrei anche vedere nella sfera della riproduzione sociale che subisce la distruzione del welfare. Vorrei essere molto chiara a proposito. Quando si parla di attacco al welfare, in genere da parte di economisti maschi, si parla sempre di attacco ai diritti (diritto alla salute, all’istruzione, etc.). Si esplicita molto meno il fatto che il welfare, e quindi le politiche fiscali, non rappresentano solo dei diritti per i lavoratori e le lavoratrici, ma anche un’infrastruttura sociale necessaria per permettere a quelle persone che svolgono il lavoro domestico e il lavoro di cura di poter conciliare questi lavori con il lavoro pagato. Siccome in Italia più che in altri paesi tutto questo lavoro è ancora sulle spalle delle donne, il welfare deve esser considerato anche come l’infrastruttura necessaria, anche se non sufficiente, per permettere alle donne di entrare nel mondo del lavoro.

C’è una contraddizione nel fatto che, nel capitalismo, la strada dell’emancipazione femminile passa necessariamente attraverso l’indipendenza economica. È una condizione necessaria ma non sufficiente: necessaria affinché la donna possa riappropriarsi del proprio corpo, della propria vita, della propria mente. La contraddizione sta nel fatto che l’emancipazione delle lavoratrici passa attraverso la valorizzazione del capitale. Me lo sono, purtroppo, sentita dire da maschi. È strano, però, che questa contraddizione non viene mai evidenziata quando si parla di lavoratori.
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Il fascino discreto della crisi economica: l’intervista a Riccardo Bellofiore e Giovanna Vertova / 3

Riccardo Bellofiore e Giovanna Vertova
Riccardo Bellofiore e Giovanna Vertova
di Noi Restiamo

(Prima e seconda parte). DOMANDA: In occidente la dottrina economica neoclassica è a livello accademico da più di 30 anni a questa parte completamente dominante. In maniera analoga, anche le visioni sulla politica economica e sulla crisi hanno una matrice ideologica comune. Come deve posizionarsi un teorico eterodosso oggi? Ovvero ha senso una guerra di posizione all’interno dell’accademia, ha senso intervenire sulle modalità di gestione della crisi? Ha senso partecipare al dibattito istituzionale su ciò che andrebbe fatto, o è meglio lavorare in altri luoghi e spazi? In sostanza, il capitalismo è riformabile e quindi bisogna parteciparne alla gestione, magari in una direzione più “egualitaria”, oppure no?

GV: La mia risposta è “nì”. Non vedo perché una cosa debba escludere l’altra. L’economista eterodosso può fare entrambe le cose: discutere nei dibattiti istituzionali con i teorici dei diversi mainstream e lavorare in altri luoghi e spazi. I problemi che vedo sono altri. Prima di tutto il teorico eterodosso ha più difficoltà a partecipare ai dibattiti istituzionali perché, come avete giustamente sottolineato, il mainstream è tornato dominante e quindi ci sono “pochi spazi”. Tuttavia, vedo un problema più importante: il dibattito tra gli economisti eterodossi. Mi preoccupa sia il livello del dibattito che le sue modalità. Mi sembra che molti economisti eterodossi, riprendendo la mia risposta precedente, tendano sia a voler diventare i consiglieri del principe che a farlo con un approccio fideistico. Seguendo i dibattiti in televisione, sulla stampa di sinistra, ma anche sui blog, o sui social network, il comportamento che registro tra gli economisti eterodossi italiani è abbastanza allarmante. Quasi tutti partono dalla convinzione che la loro è “la” risposta giusta alla crisi, permettono che si crei un fan club – i loro hooligan, e riempiono di insulti chiunque si permetta di dissentire o criticare la loro proposta. Questo non è un dibattito e, inoltre, dimostra l’assoluta incapacità di gestire un dissenso, una critica teorica che, oltretutto, viene spesso recepita come un attacco personale. Vi è una difficoltà nel distinguere il dissenso teorico e politico da un dissenso di natura personale.
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Riccardo Bellofiore e Giovanna Vertova

Il fascino discreto della crisi economica: l’intervista a Riccardo Bellofiore e Giovanna Vertova / 2

di Noi Restiamo

(Prima parte) DOMANDA: Analizzando l’andamento dell’economia mondiale, si può notare che l’economia americana, seppur in maniera ancora debole, appaia in ripresa, mentre la maggior parte delle economie europee arranca. È quindi sensato pensare che vi siano elementi peculiari dell’Unione Europea e dell’Eurozona che hanno contribuito ad aggravare la crisi. Quali sono questi elementi e qual è stato il ruolo da essi giocato? Più in generale, per alcuni l’UE è una struttura neutra, con anzi un potenziale di maggiore democratizzazione, per altri è un’istituzione di classe e uno strumento di imposizione di politiche conservatrici. Qual è il ruolo di classe giocato dall’Unione Europea?

RB: Credo che non si possa comprendere la crisi europea e il ruolo dell’Unione Europea e dell’eurozona – ci sono differenze tra l’una e l’altra cosa – se non si parte dai caratteri della crisi globale, e addirittura direi da certi caratteri del capitalismo degli ultimi 30 anni, su scala geopolitica.

Personalmente, non credo che oggi ci sia null’altro che una ripresa congiunturale del capitalismo anglosassone, quindi non sottolineerei più di tanto quell’aspetto. La crisi globale è la crisi di questo keynesismo privatizzato e finanziarizzato, come l’abbiamo definito Joseph Halevi ed io (e che ho in parte descritto rispondendo alla prima domanda); una forma del capitalismo più recente che ho sintetizzato nella triplice figura del lavoratore traumatizzato, del risparmiatore maniacale-depressivo e del consumatore indebitato.

Il lavoratore traumatizzato ha a che vedere con le cose che ha descritto Giovanna Vertova nella risposta alla prima domanda, e cioè con le trasformazioni nel mercato del lavoro e nel processo di lavoro. È grazie al lavoratore traumatizzato che la cosiddetta Curva di Phillips era divenuta orizzontale nel corso degli anni Novanta: il che significa che il ridursi del tasso registrato di disoccupazione non comportava più un conflitto sul salario o sul tempo di lavoro. Si era così raggiunto di nuovo il pieno impiego, ma era un pieno impiego di lavoratori strutturalmente precari (al di là della configurazione giuridica del loro rapporto di lavoro).
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Riccardo Bellofiore e Giovanna Vertova

Il fascino discreto della crisi economica: l’intervista a Riccardo Bellofiore e Giovanna Vertova / 1

di Noi Restiamo

Continua il ciclo di interviste sulla crisi a economisti ed economiste eterodossi/e a cura degli attivisti della campagna “Noi Restiamo”. Siamo ormai arrivati alla sesta puntata. Dopo Joseph Halevi, Giorgio Gattei, Luciano Vasapollo, Marco Passarella e Jan Toporowski proponiamo ai nostri lettori un’inedita intervista doppia agli “economisti di classe”: Riccardo Bellofiore e Giovanna Vertova. L’intervista è stata registrata nel Maggio del 2014

Riccardo Bellofiore è Professore ordinario di Economia Politica presso l’Università di Bergamo. Insegna Economia monetaria, La dimensione storica in economia: le teorie, Macroeconomics e International Monetary Economics. Oltre ad una monografia su Claudio Napoleoni e due volumi sulla crisi editi da Asterios, ha curato, da solo o in collaborazione, volumi su Sraffa, Mises, Marx, Luxemburg, Kalecki, Minsky, l’operaismo, la globalizzazione e le condizioni del lavoro, la crisi capitalistica attuale. Insieme agli attivisti torinesi di “Noi Restiamo” sta organizzando un ciclo di letture del I libro del “Capitale” di Marx.

Giovanna Vertova è Ricercatrice di Economia Politica presso l’Università di Bergamo. Insegna Economia delle grandi aree geografiche, Economia dello sviluppo, e Istituzioni di Economia. I suoi interessi di ricerca riguardano la dimensione spaziale dell’economia, l’economia dell’innovazione e l’economia di genere e femminista, e su questi temi ha pubblicato svariati articoli e monografie. Giovanno e Riccardo hanno recentemente curato il volume “The Great Recession And The Contradictions Of Contemporary Capitalism”, edito da Edward Elgar. Tengono la pagina Facebook “economisti di classe”.
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Il fascino discreto della crisi economica: l’intervista a Jan Toporowski / 2

Jan Toporowski
Jan Toporowski
di Noi Restiamo

Prima parte. In coda pubblichiamo la versione originale dell’intervista in inglese

Noi Restiamo: In occidente la dottrina economica neoclassica è a livello accademico da più di 30 anni a questa parte completamente dominante. In maniera analoga, anche le visioni sulla politica economica e sulla crisi hanno una matrice ideologica comune. Come deve posizionarsi un teorico eterodosso oggi? Ovvero ha senso una guerra di posizione all’interno dell’accademia, ha senso intervenire sulle modalità di gestione della crisi? Ha senso partecipare al dibattito istituzionale su ciò che andrebbe fatto, o è meglio lavorare in altri luoghi e spazi? In sostanza, il capitalismo è riformabile e quindi bisogna parteciparne alla gestione, magari in una direzione più “egualitaria”, oppure no?

Jan Toporowski: Innanzitutto penso che uno studioso eterodosso non dovrebbe chiamare se stessa o se stesso eterodosso, perché così facendo si escludono immediatamente un gran numero di studiosi che non si considerano eterodossi. Ci si dovrebbe invece presentare come studiosi onesti e cercare di esserlo anche attraverso un atteggiamento aperto nei confronti degli altri economisti e del potere. A mio modo di vedere si dovrebbe sempre cercare di coinvolgere e discutere con coloro che sono in qualche maniera coinvolti con il potere e la finanza; questo è quanto ho cercato di fare e quanto ho dovuto fare.

Bisogna fare questo per una semplice ragione: essi hanno conoscenze sul potere, la finanza e i vari dettagli tecnici molto maggiori rispetto ad un accademico. Pertanto uno studioso critico ha bisogno di coinvolgerli e discutere con loro. La seconda ragione per cui bisogna confrontarsi con gli economisti mainstream è che essi non sono dei truffatori o servi dei capitalisti. In linea di massima essi cercano di essere onesti e cercano di svolgere il loro lavoro in maniera oggettiva, onesta e con integrità, sebbene attraverso il loro modo di vedere le cose. Se coinvolti, saranno più che felici di discutere i problemi da loro affrontati e ritengo che questo sia molto importante in quanto un economista critico ha bisogno di capire quali siano i problemi pratici ad ogni livello dell’attività economica.
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Il fascino discreto della crisi economica: l’intervista a Jan Toporowski / 1

Jan Toporowski
Jan Toporowski
di Noi Restiamo

Continua il ciclo di interviste a economisti ed economiste eterodosse a cura di “Noi Restiamo”. Dopo Joseph Halevi, Giorgio Gattei, Luciano Vasapollo e Marco Veronese Passarella è la volta di Jan Toporowski. Toporowski è professore di Economia e Finanza presso la School of Oriental and African Studies dell’Università di Londra. Ha lavorato nel settore bancario internazionale, nella gestione di fondi e presso banche centrali. Il suo libro più recente è Michał Kalecki, An Intellectual Biography Volume 1 – Rendezvous a Cambridge 1899-1939 pubblicato da Palgrave. È disponibile anche la versione inglese dell’intervista, che si trova nella seconda parte della pagina.

Noi Restiamo è una campagna nazionale partita a Bologna a fine 2013. Il gruppo è composto da giovani studentesse e studenti, lavoratori e lavoratrici. Per maggiori informazioni visitare: http://noirestiamo.noblogs.org.

Noi Restiamo: L’emergere della crisi ha confermato la visione di alcuni economisti eterodossi secondo la quale il capitalismo tende strutturalmente ad entrare in crisi. Tuttavia, le visioni sulle cause del disastro attuale divergono. Una posizione piuttosto diffusa (appoggiata ad esempio dai teorici della rivista “Monthly Review”) è quella che attribuisce la crisi al seguente meccanismo: la controrivoluzione neoliberista ha portato ad un abbassamento della quota salari; per sostenere la domanda privata è stata quindi necessaria un’enorme estensione del credito e lo scoppio della bolla nel 2007 ha interrotto il meccanismo. Altri pensatori, come il marxista americano Andrew Kliman, ritengono che le cause della crisi non si possano trovare nella distribuzione dei redditi e che la depressione sia spiegabile tramite l’andamento del saggio tendenziale di profitto. Una visione tutta improntata sulla produzione. Lei cosa ne pensa?
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Ilva - Foto di Antonio Seprano

Una giornata storica per Taranto

di Antonia Battaglia

Una giornata storica per Taranto, questo 16 ottobre 2014. Una spaccatura netta tra passato e presente. Un passato che sarà giudicato dal processo “Ambiente Svenduto”, del quale l’udienza preliminare di questo 16 ottobre è appunto l’inizio. Un presente che è quello del non rispetto delle norme, come attesta oggi la Commissione Europea che porta la procedura d’infrazione lanciata a due riprese (settembre 2013 e aprile 2014) contro l’Italia per lo stabilimento Ilva alla sua seconda fase, quella del “parere motivato”. Siamo ad un passo dal deferimento alla Corte di Giustizia.

Ma andiamo per ordine. Il processo al passato. Esso vede 53 imputati, di cui 50 persone fisiche e tre società, appartenenti al Gruppo Riva, ancora proprietario dell’ILVA, fino a quando non ci sarà l’annuncio formale della vendita ventilata, ma non confermata, che vedrebbe l’Ilva in mano al Gruppo Marcegaglia e al colosso franco-indiano Arcelor Mittal.

Nell’udienza preliminare il Gup Gilli dovrà deliberare sulla richiesta di rinvio a giudizio per l’ex Presidente dell’Ilva (ed ex prefetto di Milano) Bruno Ferrante; per due ex direttori dello stabilimento, Luigi Capogrosso ed Adolfo Buffo; per l’ex addetto alle relazioni istituzionali dell’Ilva, Girolamo Archiná; per il direttore dell’Agenzia regionale per la protezione ambientale della Puglia (Arpa), Giorgio Assennato; per l’assessore all’Ambiente della Regione Puglia, Lorenzo Nicastro (IdV); per l’ex consigliere regionale della Puglia, oggi deputato di Sel, Nicola Fratoianni; per l’attuale consigliere regionale Donato Pentassuglia (Pd); e per l’ex assessore provinciale all’Ambiente Michele Conserva (Pd); per l’ex Presidente della Provincia Gianni Florido (Pd); e per il sindaco di Taranto (Sel) Ippazio Stefàno. Ma soprattutto, per il Presidente della Regione Puglia e Presidente di Sel, Nichi Vendola.
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Il fascino discreto della crisi economica: l’intervista a Marco Veronese Passarella / 2

Marco Veronese Passarella
Marco Veronese Passarella
a cura di Noi Restiamo Torino

Prima parte. DOMANDA: In occidente la dottrina economica neoclassica è a livello accademico da più di 30 anni a questa parte completamente dominante. In maniera analoga, anche le visioni sulla politica economica e sulla crisi hanno una matrice ideologica comune. Come deve posizionarsi un teorico eterodosso oggi? Ovvero ha senso una guerra di posizione all’interno dell’accademia, ha senso intervenire sulle modalità di gestione della crisi? Ha senso partecipare al dibattito istituzionale su ciò che andrebbe fatto, o è meglio lavorare in altri luoghi e spazi? In sostanza, il capitalismo è riformabile e quindi bisogna parteciparne alla gestione, magari in una direzione più “egualitaria”, oppure no?

PASSARELLA: Io non credo ci sia una regola aurea che vale in tutte le situazioni, per tutti i convegni, tutti i dibattiti, tutte le possibilità di confronto. Credo si debba valutare caso per caso. Credo che sottrarsi a priori al confronto sia sbagliato, proprio perché a priori. Ogni caso va valutato per sé. Per quello che riesco a capire, quello che noi chiamiamo mainstream o pensiero dominante in realtà ha molte sfaccettature. Non è affatto un monolite, gli studiosi non sono uguali, subentrano anche fattori, come dire, personali che esulano dal confronto accademico. Quindi credo che il confronto, laddove è possibile, si debba fare.

In genere, prima delle elezioni, a volere il confronto in TV tra leader (cosa che a me non piace per niente, ma oggi si fa perché si segue un po’ l’esempio del mondo anglosassone), sono i candidati che sono in svantaggio nei sondaggi, non quelli che vincono. Mi pare sensato. Ma se è così, visto che quelli che stanno perdendo siamo noi, siamo noi che dovremmo cercare il confronto. Cosa ci dobbiamo aspettare dal confronto con economisti mainstream? Poco, molto poco da loro. Magari da chi viene a seguire i dibattiti, da qualche giovane studente, invece, qualcosa di più sì. Secondo me l’errore che, per contro, non bisogna fare è attribuire al dibattito accademico importanza eccessiva, perché il mondo là fuori non lo cambiano le idee.
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Marco Veronese Passarella

Il fascino discreto della crisi economica: l’intervista a Marco Veronese Passarella / 1

a cura di Noi Restiamo Torino

Dopo le interviste a Joseph Halevi, Giorgio Gattei e Luciano Vasapollo, continua il ciclo di interviste sulla crisi economica che stiamo attraversando. È la volta di Marco Veronese Passarella.

Marco è lecturer in economics presso la University of Leeds. I suoi interessi di ricerca includono le teorie dei prezzi e della distribuzione, la dinamica macroeconomica, l’economia monetaria, nonché la storia e la filosofia del pensiero economico. Oltre alle sue pubblicazioni accademiche, è autore di varie opere divulgative, fra cui ricordiamo “L’austerità è di destra. E sta distruggendo l’Europa” (con E. Brancaccio, ed. Il Saggiatore).

DOMANDA: L’emergere della crisi ha confermato la visione di alcuni economisti eterodossi secondo la quale il capitalismo tende strutturalmente ad entrare in crisi. Tuttavia, le visioni sulle cause del disastro attuale divergono. Una posizione piuttosto diffusa (appoggiata ad esempio dai teorici della rivista “Monthly Review”) è quella che attribuisce la crisi al seguente meccanismo: la controrivoluzione neoliberista ha portato ad un abbassamento della quota salari; per sostenere la domanda privata è stata quindi necessaria un’enorme estensione del credito e lo scoppio della bolla nel 2007 ha interrotto il meccanismo. Altri pensatori, come il marxista americano Andrew Kliman, ritengono che le cause della crisi non si possano trovare nella distribuzione dei redditi e che la depressione sia spiegabile tramite l’andamento del saggio tendenziale di profitto. Una visione tutta improntata sulla produzione. Lei cosa ne pensa?

PASSARELLA: La mia idea è abbastanza semplice, l’ho già esposta altrove peraltro: io credo che si siano sommati tre ordini di cause. Cause di tipo finanziario, cause di tipo istituzionale e cause di tipo economico. Di tipo finanziario perché l’innesco della crisi europea è la crisi americana, quindi in qualche modo la crisi dei paesi dell’Area Euro è una crisi importata dagli USA. E come sappiamo a sua volta negli stati uniti d’America l’innesco è stato un fattore finanziario, è stato il crollo del sistema dei derivati legato a quella particolare configurazione del sistema bancario. Quindi la causa ultima è di tipo finanziario, ma questo non vuol dire che, primo, non ci fossero delle condizioni di tipo istituzionale affinché ciò potesse accadere nella maniera in cui si è manifestato, secondo, che non ci fossero delle ragioni economiche profonde che in qualche modo hanno alimentato quella crisi.
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La guerra a Gaza - Foto di Radioblackout.org

Per capire quanto sta succedendo a Gaza: intervista a Dimi Reider

di Vincenzo Maccarrone

La trattazione della maggior parte dei media nostrani (e di quelli internazionali) delle vicende sanguinose che coinvolgono Gaza è stata spesso insoddisfacente, a parte alcune eccezioni (bisogna dare atto al Manifesto dell’ottimo lavoro svolto). Cercheremo di porre rimedio a queste mancanze intervistando Dimi Reider. Dimi è un giornalista Israeliano ed è fellow allo European Council on Foreign Relations (ECFR). I suoi lavori sono apparsi su The New York Review of Books, The New York Times, The Guardian, Foreign Policy, Haaretz, Daily Beast, Jerusalem Post e Index on Censorship.

VM: una delle argomentazioni usate del governo israeliano (si veda questa intervista fatta da Channel4 al portavoce del governo israeliano Mark Regev) e dai suoi sostenitori è che Hamas stia usando la popolazione di Gaza come un grande “scudo umano”. Questa argomentazione è stata rilanciata anche da alcuni siti e media nostrani. Qual è la tua posizione al riguardo?

DR: penso che questo sia un modo per spostare l’attenzione dal problema principale. Anche se Hamas usasse civili come scudi umani – il che, a quanto ne sappia io, è accaduto in rari casi – le persone a Gaza stanno morendo non perché siano state “usate” come uno scudo ma perché è l’esercito israeliano che le ha colpite.
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