Category Archives: Interviste

Il medico attivista Giorgos Vichas: “Farmaci e latte in polvere, in Grecia c’è bisogno di tutto”

Giorgos Vichas

di Thomas Giourgas, traduzione di Haris Lamprou

A parlare è Giorgos Vichas, medico, attivista e cofondatore dell’Ambulatorio sociale metropolitano di Ellinikò (Mkie), ad Atene.

Come è la situazione all’Ellinikò e come possiamo sostenere concretamente questo importantissimo lavoro di solidarietà?

La situazione è la stessa come quella degli ultimi anni. Persino dopo la legge che hanno votato per le persone prive di assicurazione sanitaria che continuano a venire al ambulatorio perché non hanno altra scelta. Sto parlando sia degli assicurati che dei non assicurati.

Ci sono delle malattie che sono in aumento?

Recentemente ci sono le malattie psichiche in aumento. In una sola giornata abbiamo avuto tre casi di persone provenienti dall’ospedale di Dromokaition he sono venuti per prendere le loro farmaci. A un paziente che protestava e faceva ‘casino’ hanno detto che stavano sistemando la farmacia per evitare di dirgli che non avevano i farmaci. In generale, sono aumentati i casi di depressione e il consumo di psicofarmaci. Da semplici tranquillanti sino a pesanti antidepressivi.

Questo aumento è legato alla crisi economica?

Giulietto Chiesa: “Credere che i valori dell’Occidente siano dominanti ci rende più deboli”

Giulietto Chiesa

Loris Campetti

“Vogliono farci credere che il terrorismo dell’Isis sia un fenomeno islamico, inquietante ma estraneo. È una falsità, un’ipocrisia dell’Occidente: l’Isis è stato creato dall’Occidente e dagli Usa, e siccome non è una creatura autonoma dev’essere analizzato come effetto di una strategia ad ampio raggio”. Per chi non si accontenta della verità propinata dal pensiero unico, una chiacchierata con Giulietto Chiesa può essere stimolante. Scrittore, giornalista militante (l’abbiamo intervistato alla vigilia di una mobilitazione contro la Nato di cui è tra i promotori) con una lunga storia da inviato e corrispondente nell’Urss e poi in Russia, Chiesa “fa scandalo”, cita Marx e Paul Craig Roberts, rimanda il lettore al passato ricordando il ruolo della Trilateral o della P2 di Gelli per leggere il presente. Da qui le accuse un po’ facili di dietrologia.

Nelle tue analisi sembra che tutto si tenga e ogni evento di politica internazionale risponda a un unico progetto per il dominio del mondo. Un progetto magari complesso, con molti attori (e servizi segreti, o parte di essi) ma il cui centro è sempre a Washington.

I nessi esistono, non li ho inventati io, semmai io li svelo. Anche restando agli ultimi eventi tragici, da Parigi a Colonia, quel che emerge è che essi rispondono a un unico progetto. Un progetto Usa per mettere in ginocchio l’Europa. Persino fatti che sembrano totalmente estranei, come lo scandalo della Volkswagen e della Renault, rispondono al medesimo progetto. Colpiscono e indeboliscono i gruppi dirigenti dei Paesi occidentali, alleati ma non più totalmente allineati. Gli Usa vogliono solo vassalli, e con Paul Craig Roberts possiamo dire che colpiscono chiunque ostacoli la dottrina militare Usa per evitare l’insorgere di ogni sia pur timido tentativo di conquistare un’autonomia. È la dottrina Wolfovitz.

Donne che si raccontano: intervista a Marzia Caccioppoli

di Sergio Caserta

Con l’intervista video sopra a Marzia Caccioppoli diamo avvio a un progetto di approfondimento di esperienze sociali ed umane di donne che nella loro esistenza hanno affrontato più di una difficoltà e che ne “sono uscite vive”, nel senso di essere riuscite a superarle e a conservare il proprio equilibrio, dando senso alla propria esistenza.

Non quindi “donne vincenti”, come troppe volte la comunicazione stereotipata che ci viene propinata a piene mani tende a mostrare l’universo femminile, quasi si trattasse dell’altra parte della competizione sfrenata per il successo. C’interessa, invece, mettere in evidenza la fatica e la forza di quelle donne (tante) che tutti i giorni lottano contro le avversità e che costituiscono silenziosi esempi da seguire.

La scelta di Karim: “Ho visto la guerra a Kobane”

Kobane - Foto di Formiche.net

di Sergio Sinigaglia

“Essere un rivoluzionario per me significa essere là a condividere quella pratica di resistenza, guardando in faccia la realtà senza distogliere lo sguardo, sconfiggendo la paura. Sono partito per Kobane. Adesso mi aspetta un breve periodo di addestramento, dopo il quale farò quello che mio padre insieme a milioni di partigiani in Italia e nel mondo hanno fatto per difendere la libertà e la democrazia: combatterò in armi i fascisti del califfato nero”.

È un passo della lettera con cui Karim Franceschi giovane militante del centro sociale “Arvultura” di Senigallia, tre mesi fa annunciava la scelta di tornare a Kobane, dove era già stato per portare aiuti alla popolazione locale, per combattere a fianco della resistenza anti-Isis. Dopo tre mesi Karim è tornato e ha raccontato la sua esperienza in una conferenza stampa.

“Sono passato, sia all’andata che al ritorno, per il confine della Turchia, cosa non semplice. Come sono arrivato mi hanno interrogato per verificare che non fossi una spia. Poi ho fatto quattro giorni di addestramento e il quinto sono stato mandato al fronte”. Karim naturalmente non aveva mai imbracciato un’arma e si è trovato calato in una dimensione di guerra. “Noi, per fortuna, siamo desensibilizzati rispetto al conflitto militare, avere paura è normale. Ma se non hai paura non hai nemmeno coraggio”. Karim racconta la sua dura esperienza con semplicità, profonda umanità.

Il fascino discreto della crisi economica: l’intervista a Richard Walker / 2

Richard Walker

Richard Walker

di Noi Restiamo

(Prima parte.) Noi Restiamo: In occidente la dottrina economica neoclassica è a livello accademico da più di 30 anni a questa parte completamente dominante. In maniera analoga, anche le visioni sulla politica economica e sulla crisi hanno una matrice ideologica comune. Come deve posizionarsi un teorico eterodosso oggi? Ovvero ha senso una guerra di posizione all’interno dell’accademia, ha senso intervenire sulle modalità di gestione della crisi? Ha senso partecipare al dibattito istituzionale su ciò che andrebbe fatto, o è meglio lavorare in altri luoghi e spazi? In sostanza, il capitalismo è riformabile e quindi bisogna parteciparne alla gestione, magari in una direzione più “egualitaria”, oppure no?

Richard Walker: L’economia neoclassica, che da così tanto valore alla “previsione scientifica”, non ha previsto nulla riguardo la crisi o ai risultati dell’austerity. Perciò, sì, dobbiamo porci in forte opposizione all’ortodossia, almeno per quanto riguarda la macroeconomia (sì, la microeconomia ha qualcosa di interessante da dirci, ma quando si prova ad aggregare o storicizzare o socializzare, non ha queasi nulla di utile da dirci che non sia già stato detto senza equazioni).

Ovviamente, è utile combattere la crisi e la sua gestione Il capitalismo in ultima analisi è irriformabile se inteso nel senso di ricerca del profitto, competizione, sovraaccumulazione, mercificazione di tutto, saccheggio del pianeta, ecc. Ma nel frattempo noi dobbiamo vivere nei suoi confini e questi possono essere estesi o limitati in maniera importante. La regolamentazione finanziaria, la tassazione progressiva, l’anti-corruzione, le pensioni e le cure sanitarie e tutto il resto hanno assolutamente importanza per il presente.

Il fascino discreto della crisi economica: l’intervista a Richard Walker / 1

Richard Walker

di Noi Restiamo

Il ciclo di interviste a teorici eterodossi a cura degli attivisti della Campagna Noi Restiamo continua. Siamo ormai arrivati all’ottava intervista e la parola va a Richard Walker. Walker è professore emerito presso il Dipartimento di Geografia della University of Berkely (California).

La sua ricerca si concentra sulla geografia economica, lo sviluppo regionale, il capitalismo e la politica, le città e l’urbanizzazione, le risorse e l’ambiente, la California e infine su tematiche legate a classe e etnia. Il suo lavoro più conosciuto per quanto riguarda la geografia economica è il libro The Capitalist Imperative: Territory, Technology and Industrial Growth (Blackwell, 1989), scritto con Micheal Storper. Fa parte del Board of Directors del progetto “Living New Deal”, che punta a raccogliere e mostrare i risultati raggiunti dal piano di riforme economiche e sociali promosso da Franklin Roosevelt.

Noi Restiamo: L’emergere della crisi ha confermato la visione di alcuni economisti eterodossi secondo la quale il capitalismo tende strutturalmente ad entrare in crisi. Tuttavia, le visioni sulle cause del disastro attuale divergono. Una posizione piuttosto diffusa (appoggiata ad esempio dai teorici della rivista “Monthly Review”) è quella che attribuisce la crisi al seguente meccanismo: la controrivoluzione neoliberista ha portato ad un abbassamento della quota salari; per sostenere la domanda privata è stata quindi necessaria un’enorme estensione del credito e lo scoppio della bolla nel 2007 ha interrotto il meccanismo. Altri pensatori, come il marxista americano Andrew Kliman, ritengono che le cause della crisi non si possano trovare nella distribuzione dei redditi e che la depressione sia spiegabile tramite l’andamento del saggio tendenziale di profitto. Una visione tutta improntata sulla produzione. Lei cosa ne pensa?

Il fascino discreto della crisi economica: l’intervista a Simon Mohun

Simon Mohun

Simon Mohun

Noi Restiamo

Continua il ciclo di interviste ad economiste ed economisti eterodosse-i a cura degli attivisti della campagna “Noi Restiamo”. Siamo ormai arrivati alla settima puntata. È la volta di un’economista inglese, Simon Mohun. Mohun è professore emerito di economia politica presso l’Università Queen Mary di Londra. Di tradizione marxista, influenzato dal lavoro di Duncan Foley, Dumenil e Levy, Mohun ha concentrato la sua ricerca sulla misura, la descrizione e la spiegazione dei trend del profitto aggregato nelle economie capitaliste sviluppate. Ha pubblicato su varie riviste accademiche, fra cui il Cambridge Journal of Economics e Metroeconomica. Ha curato il libro “Debates in value theory” (1994, Macmillan). In coda alla versione italiana, cìè quella inglese dell’intervista.

Domanda: L’emergere della crisi ha confermato la visione di alcuni economisti eterodossi secondo la quale il capitalismo tende strutturalmente ad entrare in crisi. Tuttavia, le visioni sulle cause del disastro attuale divergono. Una posizione piuttosto diffusa (appoggiata ad esempio dai teorici della rivista “Monthly Review”) è quella che attribuisce la crisi al seguente meccanismo: la controrivoluzione neoliberista ha portato ad un abbassamento della quota salari; per sostenere la domanda privata è stata quindi necessaria un’enorme estensione del credito e lo scoppio della bolla nel 2007 ha interrotto il meccanismo. Altri pensatori, come il marxista americano Andrew Kliman, ritengono invece che le cause della crisi non si possano trovare nella distribuzione dei redditi e che la depressione sia spiegabile tramite la caduta del saggio tendenziale di profitto, che è una visione tutta improntata sulla produzione. Lei cosa ne pensa?

Il fascino discreto della crisi economica: l’intervista a Riccardo Bellofiore e Giovanna Vertova / 4

Riccardo Bellofiore e Giovanna Vertova

Riccardo Bellofiore e Giovanna Vertova

di Noi Restiamo

(Prima, seconda e terza parte). DOMANDA: Dal vostro punto di vista, dove vedete in questo momento sia in Italia che in generale nel resto del mondo movimenti e/o contraddizioni più interessanti, con un potenziale di rottura? Pensiamo ad esempio al ruolo della logistica in Italia.

GV: La domanda: “dove li vedo?” dovrebbe essere accompagnata da: “dove vorrei vederli?”. In questo momento li vedo (poco), frantumati e sparpagliati per il discorso che facevo precedentemente di una debole rappresentazione politica e sindacale della classe lavoratrice . Li vorrei vedere in tutti i luoghi di produzione e di lavoro che sta sopportando l’attacco a salari, diritti e condizioni di lavoro. Ma li vorrei anche vedere nella sfera della riproduzione sociale che subisce la distruzione del welfare. Vorrei essere molto chiara a proposito. Quando si parla di attacco al welfare, in genere da parte di economisti maschi, si parla sempre di attacco ai diritti (diritto alla salute, all’istruzione, etc.). Si esplicita molto meno il fatto che il welfare, e quindi le politiche fiscali, non rappresentano solo dei diritti per i lavoratori e le lavoratrici, ma anche un’infrastruttura sociale necessaria per permettere a quelle persone che svolgono il lavoro domestico e il lavoro di cura di poter conciliare questi lavori con il lavoro pagato. Siccome in Italia più che in altri paesi tutto questo lavoro è ancora sulle spalle delle donne, il welfare deve esser considerato anche come l’infrastruttura necessaria, anche se non sufficiente, per permettere alle donne di entrare nel mondo del lavoro.

C’è una contraddizione nel fatto che, nel capitalismo, la strada dell’emancipazione femminile passa necessariamente attraverso l’indipendenza economica. È una condizione necessaria ma non sufficiente: necessaria affinché la donna possa riappropriarsi del proprio corpo, della propria vita, della propria mente. La contraddizione sta nel fatto che l’emancipazione delle lavoratrici passa attraverso la valorizzazione del capitale. Me lo sono, purtroppo, sentita dire da maschi. È strano, però, che questa contraddizione non viene mai evidenziata quando si parla di lavoratori.

Il fascino discreto della crisi economica: l’intervista a Riccardo Bellofiore e Giovanna Vertova / 3

Riccardo Bellofiore e Giovanna Vertova

Riccardo Bellofiore e Giovanna Vertova

di Noi Restiamo

(Prima e seconda parte). DOMANDA: In occidente la dottrina economica neoclassica è a livello accademico da più di 30 anni a questa parte completamente dominante. In maniera analoga, anche le visioni sulla politica economica e sulla crisi hanno una matrice ideologica comune. Come deve posizionarsi un teorico eterodosso oggi? Ovvero ha senso una guerra di posizione all’interno dell’accademia, ha senso intervenire sulle modalità di gestione della crisi? Ha senso partecipare al dibattito istituzionale su ciò che andrebbe fatto, o è meglio lavorare in altri luoghi e spazi? In sostanza, il capitalismo è riformabile e quindi bisogna parteciparne alla gestione, magari in una direzione più “egualitaria”, oppure no?

GV: La mia risposta è “nì”. Non vedo perché una cosa debba escludere l’altra. L’economista eterodosso può fare entrambe le cose: discutere nei dibattiti istituzionali con i teorici dei diversi mainstream e lavorare in altri luoghi e spazi. I problemi che vedo sono altri. Prima di tutto il teorico eterodosso ha più difficoltà a partecipare ai dibattiti istituzionali perché, come avete giustamente sottolineato, il mainstream è tornato dominante e quindi ci sono “pochi spazi”. Tuttavia, vedo un problema più importante: il dibattito tra gli economisti eterodossi. Mi preoccupa sia il livello del dibattito che le sue modalità. Mi sembra che molti economisti eterodossi, riprendendo la mia risposta precedente, tendano sia a voler diventare i consiglieri del principe che a farlo con un approccio fideistico. Seguendo i dibattiti in televisione, sulla stampa di sinistra, ma anche sui blog, o sui social network, il comportamento che registro tra gli economisti eterodossi italiani è abbastanza allarmante. Quasi tutti partono dalla convinzione che la loro è “la” risposta giusta alla crisi, permettono che si crei un fan club – i loro hooligan, e riempiono di insulti chiunque si permetta di dissentire o criticare la loro proposta. Questo non è un dibattito e, inoltre, dimostra l’assoluta incapacità di gestire un dissenso, una critica teorica che, oltretutto, viene spesso recepita come un attacco personale. Vi è una difficoltà nel distinguere il dissenso teorico e politico da un dissenso di natura personale.

Il fascino discreto della crisi economica: l’intervista a Riccardo Bellofiore e Giovanna Vertova / 2

Riccardo Bellofiore e Giovanna Vertova

di Noi Restiamo

(Prima parte) DOMANDA: Analizzando l’andamento dell’economia mondiale, si può notare che l’economia americana, seppur in maniera ancora debole, appaia in ripresa, mentre la maggior parte delle economie europee arranca. È quindi sensato pensare che vi siano elementi peculiari dell’Unione Europea e dell’Eurozona che hanno contribuito ad aggravare la crisi. Quali sono questi elementi e qual è stato il ruolo da essi giocato? Più in generale, per alcuni l’UE è una struttura neutra, con anzi un potenziale di maggiore democratizzazione, per altri è un’istituzione di classe e uno strumento di imposizione di politiche conservatrici. Qual è il ruolo di classe giocato dall’Unione Europea?

RB: Credo che non si possa comprendere la crisi europea e il ruolo dell’Unione Europea e dell’eurozona – ci sono differenze tra l’una e l’altra cosa – se non si parte dai caratteri della crisi globale, e addirittura direi da certi caratteri del capitalismo degli ultimi 30 anni, su scala geopolitica.

Personalmente, non credo che oggi ci sia null’altro che una ripresa congiunturale del capitalismo anglosassone, quindi non sottolineerei più di tanto quell’aspetto. La crisi globale è la crisi di questo keynesismo privatizzato e finanziarizzato, come l’abbiamo definito Joseph Halevi ed io (e che ho in parte descritto rispondendo alla prima domanda); una forma del capitalismo più recente che ho sintetizzato nella triplice figura del lavoratore traumatizzato, del risparmiatore maniacale-depressivo e del consumatore indebitato.

Il lavoratore traumatizzato ha a che vedere con le cose che ha descritto Giovanna Vertova nella risposta alla prima domanda, e cioè con le trasformazioni nel mercato del lavoro e nel processo di lavoro. È grazie al lavoratore traumatizzato che la cosiddetta Curva di Phillips era divenuta orizzontale nel corso degli anni Novanta: il che significa che il ridursi del tasso registrato di disoccupazione non comportava più un conflitto sul salario o sul tempo di lavoro. Si era così raggiunto di nuovo il pieno impiego, ma era un pieno impiego di lavoratori strutturalmente precari (al di là della configurazione giuridica del loro rapporto di lavoro).