Category Archives: Primo piano

Ogr di Bologna: ennesimo operaio morto per amianto

di Vito Totire

Muore d’amianto anche Giovanni Malagoli, a pochi giorni da Mario Giovanni Perin. Le istituzioni non devono ricordarsi dell’amianto solo nei giorni dei funerali. L’unico modo per elaborare veramente questi lutti senza fine è riflettere sul passato ma contemporaneamente agire nel presente. Invece: i dati 2018 sull’amianto nell’acqua “potabile” parlano di 13 campioni positivi su 47 nella città di Bologna: il 27.6%.

Mentre si allunga la strage Ogr a Bologna si temporeggia colpevolmente sulla bonifica delle reti acquedottistiche. Alla faccia della prevenzione. Ci associamo al cordoglio espresso dal sindacato e dai compagni di lavoro di Giovanni Malagoli. In questa città in cui pare che qualcuno sia riuscito a lucrare anche sui morti e sui funerali, dobbiamo guardare in faccia il problema dell’amianto non solo per il passato ma anche rispetto al futuro:

Landini segretario della Cgil: le parole chiave in attesa del 9 febbraio

Maurizio Landini

di Loris Campetti

Maurizio Landini ha preso in mano la ultracentenaria Cgil con la forza di un tornado, ma la sua non è una forza distruttrice. Si potrebbe parlare di sindacato del cambiamento se non fosse che chi usa questo sostantivo in politica è un gattopardo che vuole cambiare tutto per non cambiare niente, come fa il governo gialloverde o giallonero che dir si voglia con le politiche economiche, liberiste erano e liberiste restano. Landini vuole bene alle persone che rappresenta, ha con loro una connessione sentimentale per dirla con Antonio Gramsci.

In una stagione di frantumazione del lavoro che distrugge i valori e i diritti conquistati nel Novecento e cancella l’idea fondativa per cui a parità di prestazione dev’esserci parità di trattamento e di contratto, bisogna fare sindacato di strada, andare a trovare i lavoratori dove sono, nelle fabbriche, nei cantieri, nei sottoscala, nei campi, nei magazzini, tra i ciclisti della pizza. E le Camere del lavoro per essere al passo coi tempi devono tornare alle origini ottocentesche, alle Società di mutuo soccorso in cui si entrava analfabeti e si usciva sapendo parlare, capire, contare, istruitevi e poi agitatevi e organizzatevi diceva ancora Gramsci.

La Cgil deve spalancare le sue porte per far prendere aria all’interno e offrire un rifugio a chi sta fuori, è solo e dunque è debole. Le filiere del lavoro vanno seguite per intero e a tutti quelli che vi lavorano vanno garantiti stessi diritti. Perché oggi non siamo più analfabeti ma ci fregano lo stesso, dice con un linguaggio inequivocabile il nuovo segretario generale della Cgil.

Giorno della memoria e falsa verità del razzismo

di Andrea Pascale

Nel mondo in cui viviamo, parlare di razzismo significa affrontare una ricerca. Nulla di quello che il passato ci ha proposto vale a spiegare una sola riga del nostro presente. Questo è il sentimento che ha provato la generazione che è nata dopo la seconda guerra mondiale: un mondo nuovo non più da leggere, ma da scrivere, si dipanava di fronte ai loro occhi. Avvertiamo la stessa difficoltà, oggi, nel parlare di vecchi concetti, come il razzismo, nel nostro contesto.

Ma la nostra generazione non ha subito lo shock della guerra che ha spazzato via in un istante tutto quello che fino ad allora era stato costruito, no. Noi non abbiamo avuto l’atomica, noi non abbiamo avuto Auschwitz. Viviamo nel solco della storia, nella voragine del cambiamento che si impone silenzioso, si insinua negli interstizi della vita di tutti i giorni. Oggi abbiamo bisogno di un nuovo abbecedario per leggere il mondo, la nostra Hiroshima sarà linguistica. Siamo immersi in un lago di nuove parole entro cui inserire il senso di ciò che ci interessa, del razzismo.

L’obiettivo è mostrare che il razzismo non è semplicemente una parola a cui dover dare un senso nuovo, ma una pratica, disumana e necessaria al capitale, che mostra le profonde contraddizioni che segnano il nostro presente, che stridono da ogni angolo del reale come il sibilo di una sirena sotto i bombardamenti. Su queste contraddizioni si apre lo spazio del cambiamento, ma bisogna smascherarle, renderle chiare e visibili.

“Simmo ggente ‘e core”: De Magistris organizza la solidarietà spontanea

di Adriana Pollice

Nei giorni in cui Sea Watch e Sea Eye erano bloccati nel Mediterraneo con i naufraghi a bordo senza un porto di attracco, il comune di Napoli il 4 gennaio lanciò un appello per raccogliere aiuti: in 24 ore arrivarono 3.376 mail, 1.769 dal capoluogo partenopeo, con offerte di alloggio, mediazione linguistica e formazione, in 216 misero a disposizione la barca per recuperali al largo e farli entrare in porto. E poi vestiario, sostegno economico e medico.

Le offerte sono arrivate anche quando alla fine i migranti sono sbarcati a Malta: 5.807 mail (fino a ieri pomeriggio) con circa 13mila disponibilità. Hanno offerto ospitalità anche i gestori di Sprar non solo in città ma nella provincia irpina e sannita. Il Coordinamento nazionale comunità di accoglienza, di ispirazione cattolica, tra le realtà che hanno scritto per offrire supporto: «Quando le leggi violano i diritti umani di solidarietà, attenzione agli ultimi e accoglienza umana vanno contestate e cambiate», si legge nella mail inviata all’amministrazione.

Per non disperdere questa esperienza, il sindaco Luigi de Magistris ha organizzato un incontro pubblico sabato prossimo a partire dalle 14 al teatro Augusteo di Napoli. Il titolo è «Simmo ggente ‘e core», cioè siamo gente di cuore, ed è una frase tratta da una delle mail arrivate. Hanno scritto studi medici, raccontano dall’amministrazione comunale, associazioni, gruppi ma anche tanti singoli cittadini che si sono ribellati a un’Italia chiusa nell’egoismo del salviniano «prima gli italiani».

Qui Matera, qui Europa: un anno di excursus partendo dalla capitale europea della cultura 2019

di Michele Fumagallo

Qui Matera. Qui Europa: è la rubrica che accompagnerà per tutto l’anno, in questo spazio a ritmo settimanale, l’avventura di “Matera capitale europea della cultura 2019”. La rubrica sarà in parte una perlustrazione di questo avvenimento (lo scrittore lucano Gaetano Cappelli si chiedeva però ironicamente: ma che significa poi questa storia di capitale europea della cultura?) ma anche un excursus, magari disordinato, sulla situazione del nostro Sud, ma della nostra Italia, in rapporto all’Europa.

Insomma, è possibile guardare la crisi epocale che viviamo dal piccolo avamposto di una città del sud Italia di circa 60mila abitanti? E’ possibile guardare la crisi europea (e italiana) da Matera? Proviamoci. Con la consapevolezza che una festa è una festa certamente, ma questa è (dovrebbe essere) una festa della cultura non una fiera generica dove c’è tutto e il contrario di tutto.

Soprattutto dovrebbe quindi interrogarsi sulla situazione culturale e delle strutture culturali della città, ma della Basilicata intera visto che questa manifestazione europea è attribuita all’intera regione non alla sola Matera.

I migranti rischiano la vita attraverso le Alpi

Foto di Michele Cattani

di Annalisa Camilli

Porta sulle spalle una grossa sacca di tela verde che lo costringe a camminare con la schiena piegata. Ha le gambe sottili e un cappello nero che gli copre la fronte dal freddo. Un cappotto più grande della sua taglia lo avvolge fino alle ginocchia. Il termometro segna meno otto gradi, quando Tidiane Ouattara scende dal treno che arriva da Torino.

Alla stazione di Oulx, in val di Susa, Ouattara, l’ivoriano, si accoda ai pendolari che tornano a casa dal lavoro, ma poi mentre tutti rapidamente scompaiono, rimane da solo fino a quando lo raggiungono di corsa due amici: Camara e Ousmane. Tutti e tre indossano diversi strati di vestiti, ma tremano dal freddo. Sono le 18.30 ed è già notte nella stazione di frontiera.

Camara, il guineano, non passa inosservato: ha un cappello di lana bianco, rosso e verde, i colori della bandiera italiana, e un giubbotto mimetico. Da qualche giorno lo hanno dimesso dal centro di accoglienza in cui viveva a Rovigo. Dopo un anno e mezzo di attesa, non ha ottenuto l’asilo ed è diventato irregolare. “Sono scappato dal mio paese a 16 anni per ragioni familiari, non per questioni politiche, né dalla guerra. Per quelli come me non ci sono permessi di soggiorno”, mi racconta con amarezza, seduto sulle panchine di legno della sala d’attesa della stazione.

Rosa Luxemburg: a un secolo dalla sua scomparsa

di Bruno Giorgini

Il 15 gennaio del 1919 Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht furono prelevati a Berlino con la forza, da uomini dei freikorps, una milizia paramilitare agli ordini del ministro della difesa Noske e del primo ministro Ebert, entrambi socialdemocratici di rango. Quindi i due dirigenti della Lega di Spartaco scomparvero forse torturati, certo uccisi.

Le spoglie di Rosa, già al tempo leggendaria figura nel movimento di emancipazione e rivoluzionario del proletariato internazionale, non furono per decenni ritrovate. Soltanto nel 2009 Der Spiegel dà notizia della scoperta degli autentici resti. Non per caso a epitaffio Bertold Brecht scrisse “Ora è sparita anche Rosa la rossa / dov’è sepolta non si sa / siccome disse ai poveri la verità / i ricchi l’hanno spedita nell’al di là”.

L’omicidio politico di Liebknecht e Luxemburg fu una tragedia che segnò l’intera storia del Movimento Operaio e Rivoluzionario europeo almeno fino alla fine della seconda guerra mondiale. Nasce lì la dizione di socialfascismo per indicare la socialdemocrazia, e il termine di socialfascisti per indicare i militanti di quelle formazioni politiche. Il che permise per esempio durante la guerra di Spagna (1936 -39) agli agenti dello stalinismo di ammazzare a destra e a manca senza scrupolo alcuno militanti schierati a difesa della Repubblica e contro Franco, accusati di essere socialfascisti, seppure questa denominazione non fosse più nell’ufficialità dell’ Internazionale Comunista -Komintern poi Kominform – e dei partiti comunisti che aderivano.

Venti di crisi: le difficoltà di Coop Alleanza 3.0

di Roberto Vezzelli, aderente a Modena Volta Pagina, cooperatore per 45 anni, già presidente di Legacoop Modena e di cooperative di produzione e lavoro

La notizia apparsa in questi giorni inerente al processo di riorganizzazione-ristrutturazione avviato nella grande cooperativa di consumo Coop Alleanza 3.0 (dichiarati oltre 754 esuberi di impiegati) la rimette, dopo la comunicazione dei risultati del bilancio 2017, sotto i riflettori e sotto l’attenzione dei portatori di interesse dei territori ove essa opera. Coop Alleanza 3.0, nata dalla fusione delle tre cooperative di consumo emiliane di Modena-Ferrara, Reggio Emilia e Bologna sta faticando pesantemente nella gestione industriale.

Essa ha realizzato pesanti perdite nel 2017. Coop Alleanza 3.0 non è riuscita a controbilanciare e neutralizzare le difficoltà gestionali attraverso la leva finanziaria creata dalla forbice tra incassi e pagamenti e dai risultati derivanti dall’uso del grande prestito da soci, situato sui libretti individuali, utilizzando il differenziale tra quanto riconosciuto come interesse ai soci prestatori e quanto ricavato dal suo investimento in attività finanziarie.

Tale leva finanziaria ha avuto ed ha un ruolo decisivo nel supportare i risultati economici complessivi dei bilanci annuali della cooperativa ed è un suo elemento positivamente distintivo. La integrazione tra le tre cooperative precedenti, a suo tempo avvenuta e sostenuta con grande enfasi comunicativa, non evidenziava elementi importanti di innovazione del modello imprenditoriale e di gestione industriale ma è apparsa una “sommatoria” in continuità di gestione, senza indicare come affrontare i nodi e le criticità che integrazioni tra imprese di quel genere e di quella dimensione inevitabilmente propongono.

Il naufragio dell’Italia che il governo vorrebbe nascondere

di Luigi Manconi e Federica Graziani

«Non siamo pesci, non siamo pescatori, non possiamo rimanere in acqua»: così Fanny, fuggita da un conflitto armato in Congo e per 19 giorni a bordo della nave Sea Watch. Intorno alle 12 di ieri il primo ministro maltese Joseph Muscat ha annunciato che l’Unione Europea ha trovato un accordo sulla drammatica situazione delle due imbarcazioni delle organizzazioni non governative Sea Watch e Sea Eye, che da settimane chiedevano invano alle autorità dei paesi europei un porto di sbarco sicuro.

I 49 profughi salvati dalle Ong sono stati trasbordati quindi dalle due navi su mezzi militari maltesi e, portati finalmente a terra, saranno dislocati tra otto Paesi europei. L’intesa comprende anche i 249 migranti che Malta aveva soccorso a fine dicembre e la cui redistribuzione era l’irrinunciabile condizione per acconsentire allo sbarco. Fin qui, i fatti.

Ma qual è stato il ruolo dell’Italia in questa malinconica e crudele vicenda? Nei circa venti giorni di calvario marittimo dei 49 naufraghi le istituzioni italiane, nelle persone di coloro che hanno responsabilità politica sulle decisioni relative agli sbarchi, hanno ben chiarito le rispettive posizioni.

Definanziamento e “regionalismo differenziato”: brutto inizio 2019 per la sanità pubblica

di Gianluigi Trianni, medico sanità pubblica, Forum Diritto alla Salute – Campagna “Dico 32”

La finanziaria 2019 del governo e della maggioranza M5S e Lega prevede per la sanità solo 114 miliardi di euro e rotti, solo un miliardo in più rispetto al 2018, 113 miliardi e rotti. E non è neanche un aumento reale, ma una riduzione effettiva, un definanziamento dello 0,1%, poiché l’inflazione 2019 è prevista dal governo stesso all’1% mentre l’incremento reale del fondo sanitario nazionale è dello 0.9%.

Lo aveva già previsto la finanziaria 2018 del governo Gentiloni e della maggioranza di centro sinistra del PD (quella che governa molte regioni, che facevano finta di lamentarsi prima e fanno finta di opporsi oggi): siamo in piena continuità. Il resto, tolta l’edilizia sanitaria per la quale si prevede un incremento di 4 miliardi, ma con il “limite annualmente definito in base alle effettive disponibilità di bilancio” (sic!) cioè solo se i soldi ci sono, per la sanità sono briciole di milioni buoni a fare propaganda (liste di attesa, farmaci, assunzioni di personale e via dicendo) ma insufficienti a tutto su scala nazionale.

Ma un’altra iniziativa mette a rischio il servizio sanitario pubblico: il prossimo 15 febbraio il presidente del Consiglio G. Conte illustrerà la proposta del governo ai presidenti delle Regioni che hanno chiesto maggiore autonomia legislativa ex art. 116 della Costituzione sulla sanità oltreché su numerosi altri ambiti dal lavoro, all’ambiente, dalla formazione professionale, alla scuola, all’università, alla ricerca. In caso di raggiungimento di un’intesa, quest’ultima diventerà un disegno di legge che, secondo il dettato costituzionale, per passare dovrà ottenere la maggioranza assoluta dei componenti di Camera e Senato.