Category Archives: Primo piano

Il lugubre voto in Francia: l’analisi di Rossana Rossanda

di Rossana Rossanda

I risultati del primo turno delle elezioni presidenziali a Parigi sono stati un poco lugubri: al secondo turno accanto a Emmanuel Macron è uscita Marine Le Pen, con sette milioni e mezzo di voti, più deldoppio di quanti ne avesse fatti suo padre nello scontro con Chirac nel 2002. Il risultato finale non è affatto sicuro.

Le cose sono andate finora così: il Partito Socialista aveva indetto le primarie per scegliere il candidato. Ma quando è uscito Benoît Hamon – uno dei leader della sinistra, l’altro era Montebourg, e già defilato Jean-Luc Mélenchon -, il Partito Socialista non è stato contento, a cominciare da Hollande. Credo che sia stato Hollande medesimo a introdurre al governo Emmanuel Macron, giovane brillante economista, allievo della banca Rothschild. Senonché Macron, a un anno delle elezioni presidenziali, ha deciso per conto suo di presentarsi, contando sul fatto che il PS non si sarebbe mobilitato per Hamon.

E infatti è andata cosi: nel aprile 2016, Macron ha fatto sapere che avrebbe concorso alle elezioni. Hollande non lo ha appoggiato, ma lui si sarebbe presentato ugualmente nel mese di novembre 2016, lanciando a proprio sostegno non un partito ma un “movimento”, En Marche. La sua fortuna è stata fulminea, dovuta anche al fiasco del partito di destra classico, Les Républicains, il cui candidato François Fillon, già premier di Sarkozy, ha rappresentato proprio la destra classica, ma è sprofondato in una sordida storia di compensi per moglie e figli come assistenti parlamentari. Quando questo pasticcio è uscito, ha rifiutato di ritirarsi: risultato, è rimasto escluso dal primo turno della competizione elettorale.

Addio al filosofo Maurizio Matteuzzi, anima dei “Docenti preoccupati” e firma del nostro sito

È mancato lunedì scorso, 24 aprile, Maurizio Matteuzzi, 69 anni, filosofo del linguaggio e studioso d’intelligenza artificiale. Aveva insegnato all’Alma Mater per oltre 40 anni. Improvvisa la sua scomparsa dell’accademico, che lascia la moglie Giulia, scrittrice, e un figlio. Matteuzzi, già allievo di Enzo Melandri e compagno di studi di Stefano Bonaga, era stato uno dei leader del collettivo Docenti Preoccupati e ha scritto molti testi per il Manifesto in Rete. I funerali sono stati fissati per venerdì 28 aprile. Di seguito riproponiamo un articolo il 26 giugno 2016, La tesi sui No Tav e la condanna: non si può soffocare la ricerca, proprio su alcuni dei temi che gli stavano a cuore.

La tesi sui No Tav e la condanna: non si può soffocare la ricerca

No Tav

di Maurizio Matteuzzi

Il 15 giugno 2016, il tribunale di Torino ha condannato Roberta, ex studentessa di antropologia di Ca’ Foscari, a 2 mesi di carcere con la condizionale per i contenuti della sua testi di laurea, conseguita nel 2014.

Per scrivere la tesi «Ora e sempre No Tav: identità e pratiche del movimento valsusino contro l’alta velocità», Roberta ha trascorso due mesi sul campo durante l’estate del 2013, ha partecipato a varie dimostrazioni in Valsusa, intervistando attivisti e cittadini. Coinvolta insieme a lei in questo procedimento giudiziario era Franca, dottoranda dell’Università della Calabria, che come Roberta era in Valle per ragioni di ricerca, che compare con Roberta nei video e nelle foto analizzati dalla procura ma che a differenza di Roberta è stata assolta da tutti i capi d’imputazione.

Libere: il film che parla della Resistenza vista dagli occhi delle donne

di Carmen Palma per MiFaccioDiCultura

Il 20 aprile è uscito nelle sale di tutta Italia Libere, il nuovo docufilm scritto e diretto dalla regista Rossella Schillaci. Distribuito da Lab 80 film in occasione della festa della Liberazione, Libere è un racconto sull’emancipazione femminile durante la Resistenza, un ritratto di un’epoca apparentemente lontana che ha ancora molto da insegnarci.

Il documentario raccoglie storie di ogni genere: i momenti di battaglia, il rapporto delle donne partigiane con la società, frammenti di vita quotidiana.

LIBERE un film di Rossella Schillaci from Lab 80 film on Vimeo.

Questo film ha una particolarità: non vedrete volti narrare le vicende che segnarono l’Italia durante il conflitto, non vedrete sguardi segnati da rughe profonde perdersi in ricordi di un tempo lontanissimo. Libere è fatto di tante voci fuori campo, voci flebili e sottili ma cariche di intensità. Niente volti, niente nomi. Solo limpide voci di donne che accompagnano immagini e video d’epoca. Due mani frugano tra le fonti conservate presso l’Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza, recuperando metri e metri di pellicole, vecchi articoli di giornale, fotografie, cinegiornali, documenti personali. Sono le mani della storia, che dispiegano frammenti di vita sotto ai nostri occhi come tanti piccoli quadri.

25 aprile, Moni Ovadia a Beppe Sala: “No a strumentalizzazioni sull’antisemitismo”

di Moni Ovadia

Egregio signor Sindaco, le scrivo a seguito della notizia circolata nella rete, che un’associazione di ebrei legata alla Comunità Ebraica milanese, attraverso il suo sito www.linformale.eu, le ha chiesto, non si capisce a quale titolo, di adoperarsi per impedire la partecipazione alla prossima manifestazione del 25 aprile, festa della Liberazione, al movimento BDS (Boicotta Disinvesti Sanziona), calunniandolo con accuse false e infamanti.

Il 25 aprile ricorda e celebra sì la memoria della lotta contro la barbarie nazifascista, ma irradia anche un insegnamento e un monito che cammina di generazione in generazione: il dovere di opporsi a ogni oppressione per liberare ogni popolo oppresso da chiunque ne sia l’oppressore. Per questa ragione, lo slogan più ripetuto nella manifestazione dell’antifascismo è “Ora e sempre Resistenza!”; pertanto chiunque inalberi simboli che richiamano alla libertà e all’indipendenza dei popoli è legittimo erede dei partigiani.

Signor Sindaco, io non mi permetto di chiederle di prendere posizione sul BDS, voglio solo sottoporle un’accorata sollecitazione a non prestarsi a legittimare un uso scellerato e strumentale dall’accusa di antisemitismo o di terrorismo contro BDS. L’unico scopo di tali falsità e quello di tappare la bocca, imbavagliare il pensiero e criminalizzare una militanza sacrosanta, che si batte per i diritti di un popolo oppresso, i cui territori sono occupati, colonizzati da cinquant’anni, le cui topografie esistenziali sono devastate, ai cui figli è negato il presente e il futuro, la cui gente è sottoposta a punizioni collettive e a un autentico apartheid a causa del quale i palestinesi subiscono un diuturno ed incessante stillicidio di vessazioni e patiscono la negazione sistematica della dignità sociale e personale.

L’attivista riluttante, dentro il labirinto israelo-palestinese

di Giovanni Iozzoli

Primavera breve. Viaggio tra i labili confini di Israele e Palestina è un racconto di viaggio pieno di storie, facce e umanità. Ma ad essere protagonista del libro è l’idea del Confine e l’attrazione fatale che esercita sull’autore: il confine come espressione materiale e simbolica allo stesso tempo – nella divergente suggestione dell’appartenenza e dell’attraversamento. E quale luogo può esaltare il mistero polisemico del Confine, se non il Medioriente israelo-palestinese?

È un libro denso di vite concrete, dicevamo, ma tutte queste vite – le identità, i bisogni, le aspettative, i poteri – sono ordinate e informate dal sistema complesso dei confini plurimi che si sovrappongono nella Palestina occupata. E i confini non rappresentano tanto linee di divisione tra territori, quanto dispositivi che gerarchizzano e disciplinano la vita e decidono i destini: degli implacabili produttori di senso.

Il narratore non racconta molto di sé – si intuisce che è uno dei tanti cooperanti-attivisti-solidali che da decenni si recano in Cisgiordania per sostenere progetti di sviluppo e schierarsi dalla parte della causa palestinese. Ma è un’attivista riluttante, per così dire, dotato di uno sguardo acuto e disincantato, poco propenso a farsi arruolare alla causa senza “conoscere” realmente: e conoscere significa condividere, toccare, attraversare i mondi inconciliabili e sovrapposti che nell’arco di poche decine di chilometri determinano il viluppo di quella che definiamo “questione palestinese”.

Valutazione di impatto ambientale, i cittadini devono sapere. E partecipare

di Stefano Lenzi, responsabile Ufficio relazioni istituzionali Wwf Italia

A metà marzo è arrivato alle Camere lo schema di decreto legislativo n. 401 (DLgs) che, con la scusa del recepimento della “nuova” Direttiva comunitaria 2014/52/UE sulla Valutazione di Impatto Ambientale (Via), vuole riproporre, generalizzandolo, lo stesso schema autorizzativo derivante dalle legge Obiettivo che dal 2001 al 2015 ha emarginato cittadini ed enti locali e ha creato danni gravissimi all’ambiente del nostro Paese e alla casse dello Stato (dal 2001 al 2016 i costi del programma delle infrastrutture strategiche sono lievitati da 125,8 miliardi di euro agli oltre 375 miliardi di euro attuali).

Il provvedimento pare ricalcare il vecchio disegno di Confindustria, delle grandi imprese di costruzione e dei più importanti studi di progettazione di creare corsie preferenziali, accelerate e semplificate per la realizzazione delle opere pubbliche con scarsa o nulla attenzione al contesto ambientale e sociale e ai vincoli economico-finanziari.

Lo schema di decreto, redatto dal Ministero dell’Ambiente, è stato sottoposto al parere dalle Commissioni Ambiente di Camera e Senato entro il termine del 25 aprile. Venti associazioni ambientaliste riconosciute (Accademia Kronos, Aiig, Associazione Ambiente e Lavoro, Cts, Enpa, Fai, Federazione Pro Natura, Fiab, Geeenpeace Italia, Gruppo di Intervento Giuridico, Gruppi di Ricerca Ecologica, Italia Nostra, Legambiente, Lipu, Marevivo, Mountain Wilderness, Rangers d’Italia, Sigea, Vas, Wwf) hanno inviato le loro Osservazioni in Parlamento e alle Regioni e hanno deciso lo scorso 12 aprile di inviare una lettera al ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti e per conoscenza al Ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture Graziano Delrio e al presidente dell’Anac Raffaele Cantone chiedendo un ripensamento radicale del testo.

Una notte al supermercato per capire dove va il mondo del lavoro

di Christian Raimo

Il rumore bianco dei frigoriferi che si amplifica, la luce dei neon che si allarga sui corridoi tra le merci che paiono assopite sugli scaffali in attesa di clienti, una musichetta in sordina trasmessa da una filodiffusione che sembra una radio lasciata accesa sovrastata dal clangore ottuso dei transpallet manuali che caricano i colli appena arrivati, un ticchettio che non si capisce se provenga da un rubinetto che perde da qualche parte sul retro o da un orologio industriale: fare la spesa in un supermercato di notte è un’esperienza lunare.

Che siano le due o le cinque, non è tanto il tempo a essere sospeso, ma l’ordine sociale; dopo mezzanotte chi entra qui ha quasi sempre l’andare di un turista galattico o la faccia di uno scampato.

Uomini che indossano la tuta e i mocassini; gruppi di sedicenni in fame chimica che fanno incetta di kinder cereali; impiegati hipster che allentano la cravatta e si rilassano nell’atmosfera placida dei nonluoghi riscaldati dalle confezioni pastello dei prodotti; tifosi post-partita ubriachi che cercano di assumere un tono convincente con il cassiere per farsi dare una birra e finiscono per ripiegare sul chinotto; vecchi amici con i capelli lunghi grigi da ex metallari e zainetti e marsupi che vagano tra le corsie discutendo di animalismo, tisane e marche di biscotti; coppie d’innamorati che in una parodia dello shopping famigliare alle tre di notte si lanciano cartoni del latte al volo e si fanno i selfie con gli omogeneizzati per mostrarli a quegli amici che non ci credono che si può fare la spesa a quest’ora. E poi gli habitué delle ore più piccole: le prostitute, i trans, i tassisti, e i vecchi, i vecchi pensierosi, semisonnambulici, magari con un completo stazzonato sopra il pigiama e le scarpe da trekking ai piedi.

La guerra digitale di Donald Trump

Donald Trump

di Vincenzo Vita

Le due guerre di Trump. Quella analogica – fisica e materiale – dell’attacco della Siria con i missili Tomahawk e quella digitale volta alla conquista del business del secolo: il commercio dei dati personali. Sulla prima si è detto e scritto molto. Si può azzardare che nella società dell’informazione “le pratiche di guerra non siano scindibili dal loro racconto, dalla loro rappresentazione e messa in forma narrativa… Questa dimensione è talmente cresciuta da divenire ipertrofica, fino a diventare parte della stessa pianificazione strategica” (F. Montanari, 2004). Guerra e media vanno in simbiosi ed è difficile separarli. Per questo le guerre stellari per il controllo delle comunicazioni sono oggi più attuali che mai. La “lotta di classe” nell’iCloud è un pezzo sostanziale della nuova geopolitica, che sta attraversando un cambiamento senza precedenti dopo le elezioni americane.

Lo scorso 3 aprile, all’incirca in contemporanea, lo stesso Trump ha firmato un provvedimento – votato poi dal congresso- che abolisce di fatto la protezione dei dati personali dei cittadini utenti dei servizi di telecomunicazione. È stata abrogata, tra l’altro, una misura molto recente, della fine del 2016, adottata dalla Federal Communications Commission (Fcc) in linea con gli orientamenti europei (Regolamento 2016/679 Ue). “Disgusting”, ha commentato su “The Guardian” il creatore del World Wide Web, Tim Berners Lee. Giustamente la rivista “Interlex” (10 aprile 2017) sottolinea che “Per chi ama pensar male, non sono solo informazioni che riguardano la lotta al terrorismo, ma interessano anche ai padroni dei Big Data, i “profilatori” a fini commerciali dai quali non riusciamo a difenderci”.

Lavorare meno, lavorare tutti: parole che è possibile trasformare in realtà oggi

di Piergiovanni Alleva

§1) Il Progetto di Legge regionale Emilia Romagna: scopi e strumenti

La convinzione, o quanto meno la fiducia, che anche grandi problemi possano avere, in realtà, una soluzione semplice e, per così dire, a portata di mano, purché sorretta da chiarezza di obiettivi politici e conoscenza adeguata dei dati socioeconomici e normativi, ha ispirato la presentazione da parte del Gruppo assembleare L’Altra Emilia Romagna di una proposta di legge regionale all’apparenza modesta ma, nei suoi scopi, certamente ambiziosa. Si tratta, infatti, di una proposta di legge in tema di riduzione dell’orario di lavoro tramite incentivazione dei contratti collettivi aziendali di solidarietà “espansiva” che mira a realizzare un triplice obiettivo.

Da un lato quello di migliorare decisamente la condizione esistenziale dei lavoratori e soprattutto delle lavoratrici, riducendo la settimana lavorativa da cinque a quattro giornate con una modestissima incidenza, peraltro sul livello salariale, da un altro lato – ed è lo scopo più importante ed urgente – riassorbire in parallelo in modo massiccio e tendenzialmente totalitario la disoccupazione giovanile, e dall’altro lato ancora, preparare una futura riduzione generalizzata dell’orario di lavoro, resa indispensabile, in prospettiva dall’automazione crescente delle attività produttive.

Conviene spiegare subito, in breve, di cosa si tratta e la sostanza tecnico-normativa della proposta, posponendo la illustrazione dei vantaggi e possibilità ma anche delle obiezioni e delle resistenze. Si rammenta, dunque, che nel nostro ordinamento giuridico del lavoro esiste da molto tempo, ed esattamente dalla legge n° 863/1984, uno specifico istituto, detto “Contratto di Solidarietà”, che consiste in un contratto collettivo aziendale con il quale si riduce l’orario lavorativo dei dipendenti, distribuendo tra loro la riduzione del monte-ore complessivo.

Prezzi bassi, luoghi degradati: essere tossicodipendenti a Bologna

di Leonardo Tancredi

L’inchiesta del mese del numero di aprile di Piazza Grande è dedicata allo spaccio e consumo di droga a Bologna. Dopo i casi di morte per overdose in città, il giornale dei senza dimora ha incontrato chi ha vissuto in prima persona e di recente l’esperienza della dipendenza da eroina e cocaina e ne ha raccolto il racconto di uno dei luoghi principali dello spaccio a Bologna, la fabbrica dismessa della Manifattura Tabacchi.

Venti euro per 0,3 grammi di cocaina o per una busta di eroina. Sono questi i prezzi del mercato a Bologna, nella zona di spaccio più riconoscibile della città, tra via Stalingrado e via Ferrarese, l’ex manifattura tabacchi. A svelarlo è Giulia (nome di fantasia), 39 anni, una vita in strada, ora ospite da un paio di settimane in un dormitorio della città. “Sono a Bologna da quando avevo 21 anni” racconta “prima abitavo in un’altra città e sono stata in carcere. Già da tempo avevo problemi di droga”.

Nei suoi giri senza meta, in Piazza Venti Settembre incontra alcuni ragazzi tossicodipendenti che la indirizzano verso i luoghi di spaccio. Piazza Verdi e la Montagnola per fumo ed erba. E l’ex manifattura tabacchi. Uno spaccio a cielo aperto dove l’ingresso, se conoscevi altri frequentatori, era libero e accessibile dalle 11 di mattina fino a notte inoltrata. Bastava varcare una porticina di ferro, chiedere il prodotto desiderato (cocaina bianca o thailandese oppure eroina) e ovviamente pagare. Il consumo spesso avveniva lì, tra piante e siringhe usate.