Category Archives: Primo piano

Legge urbanistica Emilia Romagna: perché è pericolosa

di Tomaso Montanari

L’8 agosto ho pubblicato su Repubblica un articolo dedicato alla pessima legge urbanistica che sta per essere approvata dal Consiglio Regionale dell’Emilia Romagna. Il giorno dopo ha replicato, con molto spazio e nessun argomento, l’assessore Donini. Io non ho avuto occasione di replicare. Lo fa ora, con la lettera che pubblico di seguito, una delle massime esperte di consumo di territorio, la bolognese Paola Bonora.

Caro Tomaso,

avevo letto con grande piacere il tuo articolo su Repubblica dell’8 agosto sulla legge urbanistica dell’Emilia-Romagna. Speravo nell’apertura di una discussione nazionale visto con quanto impegno il giornale affronta il tema dell’abusivismo e del destino del territorio martoriato da troppe costruzioni. Ma la risposta dell’assessore di due giorni dopo sembra aver messo un macigno su qualsiasi confronto, a conferma che l’Emilia appartiene a un universo parallelo inscalfibile, non ? chiaro se per l’antica reputazione o se per disegni neogovernativi che solo qui possono mostrare consenso.

Non a caso non si è mai aperta una riflessione sulle scelte urbanistiche operate in Emilia-Romagna, sia in termini di suolo consumato (sempre tra le quote più alte a livello nazionale), che di strumenti urbanistici e fiscali applicati (fino a illeciti ammanchi erariali che hanno superato il mezzo miliardo di euro a favore dei costruttori proprio negli anni delle plusvalenze stratosferiche della bolla speculativa – come ho documentato sulla rivista Il mulino). Nell’indifferenza generale e nell’illuminata continuità dell’amministrazione.

Logistica, le nuove catene dello sfruttamento

di Simone Fana

La cronaca degli ultimi mesi è costellata da storie di ordinario sfruttamento del lavoro, che si diffondono in forme capillari lungo le nuove filiere della produzione materiale e immateriale. In questo scenario, il settore della logistica diviene il nodo fisico e simbolico di una trasformazione più ampia che attiene alle strutture regolative e ai rapporti che queste intrattengono con l’intero assetto sociale e produttivo.

In una formula particolarmente felice, la logistica è stata definita the physical internet, ossia una gigantesca rete che integra la dimensione della produzione globale con la sfera del consumo. Dai grandi mari internazionali sino alle infrastrutture via terra, la circolazione delle merci, il loro stoccaggio e la distribuzione delle stesse si articola sull’organizzazione di una catena logistica mondiale.

In questa centralità si riconoscono i temi di fondo che interrogano la forma e i processi di globalizzazione, dalla disarticolazione e ricomposizione dei luoghi della sovranità politico- statuale sino alla natura dei flussi migratori nella divisione internazionale del lavoro. Fare i conti con il settore della logistica significa, parafrasando Wallerstein, fare i conti con il sistema mondo, collocando lo sguardo oltre i confini ristretti in cui si dimena la discussione politica italiana.

L’altra faccia dell’abusivismo

di Tomaso Montanari

L’altra faccia dell’abusivismo speculativo che sfigura l’Italia è lo stravolgimento della legislazione del territorio, non di rado tesa a sanare preventivamente gli abusi, anzi a trasformare l’abuso in legge, sostituendo alla pianificazione pubblica l’iniziativa dei costruttori. È successo con la Legge Obiettivo e il Piano Casa di Silvio Berlusconi, e poi con lo Sblocca Italia di Matteo Renzi, in una continuità ideologica garantita dal fatto che tutti questi provvedimenti furono voluti e costruiti da Maurizio Lupi, mai pentito apostolo del cemento.

Ma ora, e la notizia è clamorosa, questa tendenza rischia di raggiungere l’apice in Emilia Romagna: cioè nella regione rossa che è stata la culla della migliore urbanistica italiana. È quanto succederebbe se il Consiglio Regionale emiliano approvasse la Legge Urbanistica licenziata dalla Giunta Bonaccini. L’articolo cardine di questa legge è il 32, che al comma 4 stabilisce che il Piano Urbanistico Generale dei comuni emiliani «non può stabilire la capacità edificatoria, anche potenziale, delle aree del territorio urbanizzato né dettagliare gli altri parametri urbanistici ed edilizi degli interventi ammissibili». Tradotto vuol dire che i cittadini non potranno più decidere, attraverso i loro eletti come, dove, quanto cresceranno le loro città. È l’idea antitetica a quella del piano, cioè di una crescita sostenibile, governata ed equa.

Ma se non decide la comunità chi decide? Semplice: decide la speculazione. Il futuro del territorio emiliano è affidato – denuncia un documento firmato dai migliori urbanisti italiani – «agli accordi operativi derivanti dalla negoziazione fra l’amministrazione comunale e gli operatori privati che hanno presentato al comune un’apposita proposta (art. 37, c. 3), da approvare in 60 giorni, tempo proibitivo per i comuni.

Appello ai giornalisti: rompiamo il silenzio sull’Africa

di Alex Zanotelli [*]

Scusatemi se mi rivolgo a voi in questa torrida estate, ma è la crescente sofferenza dei più poveri e emarginati che mi spinge a farlo. Per questo come missionario uso la penna (anch’io appartengo alla vostra categoria) per far sentire il loro grido, un grido che trova sempre meno spazio nei mass-media italiani.

Trovo infatti la maggior parte dei nostri media, sia cartacei che televisivi, così provinciali, così superficiali, così ben integrati nel mercato globale. So che i mass media, purtroppo, sono nelle mani dei potenti gruppi economico-finanziari, per cui ognuno di voi ha ben poche possibilità di scrivere quello che vorrebbe. Non vi chiedo atti eroici, ma solo di tentare di far passare ogni giorno qualche notizia per aiutare il popolo italiano a capire i drammi che tanti popoli stanno vivendo.

Mi appello a voi giornalisti/e perché abbiate il coraggio di rompere l’omertà del silenzio mediatico che grava soprattutto sull’Africa (sono poche purtroppo le eccezioni in questo campo).

È inaccettabile per me il silenzio sulla drammatica situazione nel Sud Sudan (il più giovane stato dell’Africa) ingarbugliato in una paurosa guerra civile che ha già causato almeno trecentomila morti e milioni di persone in fuga.

Sgomberi e cariche a Làbas e a Crash: restituire a Bologna preziosi laboratori partecipativi

di Piergiovanni Alleva

A proposito delle cariche a Làbas e sgombero in corso anche a Crash, ho presentato l’interrogazione a risposta scritta alla giunta dell’Emilia Romagna. Occorre chiarire cosa è accaduto e, altrettanto, darsi da fare per restituire alla città di Bologna preziosi laboratori autogestiti di partecipazione e sperimentazione sociale.

Napoli in ripresa: non è un fuoco fatuo

di Sergio Caserta

Chi come me – partenopeo che non vive più a Napoli da molto tempo – tornandoci periodicamente per insopprimibile amore, non può non registrare con soddisfazione un costante cambiamento della città e soprattutto dei napoletani. Siamo abituati alla cautela e collaudati dalle tante delusioni: flussi e soprattutto riflussi in quest’ultimi trentanni ne abbiamo visti tanti, perciò nessuna esaltazione, né lodi a ennesimi rinascimenti.

Napoli in realtà muore e rinasce ogni giorno: questa nuova fase, che coincide con il secondo mandato di Luigi De Magistris, mi sembra mostri chiari elementi di evoluzione. In primo luogo e alla base, c’è il consolidamento del flusso turistico imponente ancor più per qualità che per la notevole quantità. Turismo straniero, ma anche tantissimo italiano cui corrisponde una crescita di servizi, ristorazione, arte, artigianato, cultura non più come fenomeni marginali ed effimeri.

No, sta crescendo una cultura imprenditoriale autoctona, rivolta a soddisfare domande più esigenti e diversificate, basti osservare l’offerta gastronomica e gli apprezzabili miglioramenti nell’imponente rete museale e culturale.

2 agosto 1980, Alleva: “L’Emilia Romagna istituisca una commissione d’inchiesta regionale”

di Francesca Mezzadri

Istituire una commissione d’inchiesta regionale sui fatti della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980: lo chiede Piergiovanni Alleva (Altra ER) per l’attentato che causò la morte di 85 persone e oltre 200 feriti e il cui 37° anniversario ricorre domani. “La vicenda giudiziaria ha registrato negli anni molte difficoltà fra depistaggi, false dichiarazioni, omissioni, reticenze e ingerenze di istituzioni deviate”, rileva Alleva, “nel 1995 si è avuta la sentenza definitiva da parte della Corte Suprema di Cassazione con la condanna di esponenti dei NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari) e di personaggi della massoneria”.

A settembre 2017 è però stata fissata l’udienza per la valutazione di archiviazione chiesta dalla Procura di Bologna che “non ravviserebbe in città ed in regione la presenza di organizzazioni dell’eversione stragista e di logge massoniche di stampo piduista”.

Si oppone l’Associazione dei familiari delle vittime della strage, secondo la quale “rimangono da ascoltare le rilevanti testimonianze dirette di persone informate sui fatti ed analizzare molti documenti processuali”. L’associazione, come fa notare Alleva, in tutti questi anni ha tenuto alta l’attenzione su tutte le stragi, si è impegnata sulla proposta di legge per l’abolizione del segreto di Stato nei delitti di terrorismo e ha anche aperto il Centro di documentazione storico politica sullo stragismo.

Padania, l’insostenibile referendum del Pd. Dal centralismo renziano al centralismo regionale

di Andrea Ranieri

Dopo una stagione di forsennato centralismo il PD riscopre il federalismo. I sindaci PD della Lombardia – Sala e Gori in testa – annunciano che voteranno si al referendum promosso da Maroni e Zaia, per tenere al Nord una quota maggiore dei soldi del fisco che oggi vanno allo Stato. I sindaci piddini aggiungono alla sicurezza e alla sanità, da sempre cavalli di battaglia dei padani, la necessità di trattenere risorse al Nord per la ricerca e la innovazione.

Tutti sembrano ragionare come se la recente stagione di centralismo abbia sottratto risorse al Nord per redistribuirle alle Ragioni Meridionali. In realtà il centralismo statalista renziano non assomiglia in nulla al centralismo del periodo keynesiano che redistribuiva risorse per evitare il crescere delle disuguaglianze fra le diverse aree del Paese. Si è assunto al contrario il ruolo di guardiano del debito, scaricando sui comuni il maggior onere delle operazioni di riequilibrio finanziario, e dall’altro ha spostato in maniera sempre più accentuata risorse dai deboli ai forti, con una sorta di meritocrazia applicata ai territori.

Sala, che insite per avere più risorse per ricerca e innovazione, dovrebbe sapere che oggi al progetto Human Technopole nell’area ex Expo sono destinate più risorse di quelle che vanno al finanziamento dell’insieme dei progetti di ricerca di tutto il territorio nazionale.

“Ero solo un numero, 46737”: è morto Adelmo Franceschini, spiegò ai bimbi l’orrore dei lager nazisti

di Micol Lavinia Lundari

Anzola dell’Emilia si risveglia oggi orfana, e più povera. Orfana di quello che è stato un padre per molte generazioni, e fino a oggi una guida e un collante per l’intera comunità. Se n’è andato a 93 anni ancora da compiere – e a poche ore dall’anniversario della caduta del fascismo – Adelmo Franceschini, sindaco del paese per tutti gli anni Sessanta, militare internato in Germania, nome e volto conosciuto non solo nell’ambito locale dell’antifascismo e della Resistenza, ma anche per il suo incrollabile impegno per la memoria dei tragici e terribili fatti vissuti, instancabile testimone che ha speso energie e fatica perché i più giovani potessero conoscerli dai suoi racconti.

Il nazismo ha provato ad annientarne la forza e il coraggio, rendendo Adelmo un numero. L’internato italiano numero 46737 del campo tedesco di Barsdof, dove giunse alla fine del 1943, dopo aver rifiutato di aderire alla Repubblica di Salò. Franceschini sopravvisse per quasi due anni alla fame, al freddo e alla fatica, con i pochi stracci che aveva addosso durante i rigidi inverni tedeschi, ai lavori forzati in una fabbrica di missili 4 km fuori dal campo, e poi, negli ultimi mesi di prigionia, persino trascinato dai tedeschi sul fronte sul fiume Oder contro i sovietici, a scavare le trincee, e finì con una decina di compagni nel bel mezzo della ritirata dei nazisti.

La sua liberazione giunse il 1° maggio 1945, ma potè tornare a casa solo a settembre di quell’anno. Per molto tempo Franceschini rimase in silenzio, impegnandosi nella politica e nel sociale (alla Camera del Lavoro e poi in Municipio ad Anzola), con lo sguardo “verso il futuro, probabilmente per dimenticare l’orrore e tacendo sulla tragedia che aveva vissuto e che era costata la vita a tanti compagni. Poi, a decenni di distanza da quei fatti, la decisione di raccontare tutto a chi, per ragioni anagrafiche, non poteva aver visto: “Gli onesti non devono tacere”, si disse. E cominciò la sua missione civile fra i giovani.

Fuori dal lamento, ritrovare la via della forza sociale

Sinistra

di Sandro Medici

Sebbene d’estate i riflessi s’appesantiscano e il pensiero fluisca stentato, noi ricercatori della sinistra perduta continuiamo la nostra ingrata esplorazione. Ingrata perché incontentabile. Perché non si rassegna a battere territori conosciuti, a girarsi e rigirarsi nel consueto ambito delle nostre stropicciate certezze. Si dirà che superare l’angusto perimetro in cui noi stessi ci siamo accartocciati è impresa difficile, o che fuori di esso c’è il rischio di smarrirsi o, peggio, di incontrare riluttanze e ostilità.

Ma tant’è, chi oggi animosamente s’ostina a ritrovare la via non può pietosamente scoraggiarsi né invocare trascendenze, di santi o demoni che siano. E poi, scusate, sempre meglio camminare domandando, che incontrarsi in qualche segreta stanza o retrobottega o sottoscala. Meglio esprimere dubbi orizzontali, che stringere accordi verticali. Poiché per rianimare speranze e avviare nuove politiche, è di un processo collettivo che si necessita, di un fragore intelligente, di un entusiasmo sentimentale, di un grande incontro di sguardi consapevoli e sorrisi fraterni, di un progetto contagioso che accenda le volontà e scaldi i cuori.

Diversamente, adattiamoci ad assistere alla deriva dei relitti che a fatica nuotano tra approdi e naufragi, in attesa che venti e correnti li spingano a confluire in un unico risucchio. E’ questa la sinistra nuova? No, è la sinistra sopravvissuta che con modesto realismo cerca di sopravvivere ancora, invocando stagioni politiche consunte e agoniche. Non brilla e non squilla, anzi vacilla e si auto-distilla.