Category Archives: Il Manifesto

Valentino Parlato, una generosità mai spenta

di Rossana Rossanda

Si è spento notte, colpito da un malore improvviso, Valentino Parlato, il nostro amico e compagno più vicino, uno dei fondatori del gruppo del Manifesto e di questo giornale assieme ad Aldo Natoli, Lucio Magri, Luigi Pintor, Luciana Castellina, Eliseo Milani e chi scrive. Del giornale è stato parecchi anni direttore, e soprattutto vigile amico del suo destino, salvatore nelle situazioni di emergenza, oltre che naturalmente collaboratore per lungo tempo.

Valentino era nato in Libia e la sua entrata nel giornalismo italiano è stata la stessa cosa della sua adesione al Partito comunista italiano, finché non fu vittima anche egli della cacciata di tutto il gruppo del Manifesto per non essere d’accordo con la linea imperante fra gli anni sessanta e settanta. Aveva cominciato a collaborare a Rinascita assieme a Luciano Barca ed Eugenio Peggio, in quello che fu forse il più interessante periodo della politica economica e sindacale comunista, e il culmine della polemica sulle “cattedrali nel deserto”, ma negli stessi anni tenne uno stretto collegamento con Federico Caffè e Claudio Napoleoni.

Tuttavia non si può limitare la sua cultura alla scienza economica; nutrito di letture settecentesche, si considerò sempre un allievo di Giorgio Colli e di Carlo Dionisotti. Portò questa sua molteplice cultura nella fattura del Manifesto e nel propiziargli i collaboratori, della cui generosità si si è sempre potuto vantare.

Ciao Vale: si schierava dalla parte del torto e aveva ragione

di Loris Campetti

Valentino se n’è andato, l’ha fatto molto in fretta stroncato da un giorno all’altro da una pancreatite. Ne scrivo con difficoltà, tutta la mia vita al manifesto è stata segnata dal rapporto con lui, ironico e autoironico, tanto appassionato quanto concreto e realista persino dentro quel grancaravanserraglio anarcoide e scapestrato che era il quotidiano comunista da lui stesso fondato insieme a Luigi Pintor, Rossana Rossanda, Luciana Castellina e Lucio Magri.

Se Luigi mi ha insegnato a scrivere e Rossana a pensare, da Valentino ho imparato a mantenere sempre un rapporto con la realtà. “Queste sono le mie idee – diceva con provocatoria convinzione – ma sono disposto a cambiarle”. Dalle vicende avverse della vita, quelle che determinano traumi, ha sempre saputo cogliere l’aspetto positivo. Ricordando quando, giovane comunista tripolino, venne espulso dalla Libia sotto il protettorato britannico, disse che quella fu una fortuna, altrimenti magari avrebbe fatto l’avvocaticchio di provincia ad Agrigento. Così come della radiazione del manifesto dal Pci ha sempre conservato un buon ricordo, per lui fu una liberazione più di quanto lo fu per il Pci. Un errore, certo, ma gestito con intelligenza, democrazia e assemblee nelle sezioni, a differenza dei furori rottamatori e delle purghe renziane.

Nato da genitori italiani a Tripoli nel ’31, Valentino ha sempre mantenuto un legame forte con la sua “patria”, dove è tornato ospite di Gheddafi per intervistarlo sotto la sua mitica tenda. Ha voluto pubblicare i racconti letterari del colonnello (“Fuga all’inferno e altre storie”, Edizioni Manifesto) con una sua prefazione, l’ha difeso quando tutti (e tutto) congiuravano contro, con una semplice considerazione: dopo di lui il diluvio. E diluvio fu.

Arrivati a questo punto: note sul Manifesto

Il futuro del manifesto

Il futuro del manifesto

di Marino Magno, del Circolo del Manifesto di Avellino

Le note di “Arrivati a questo punto”, scritte alcuni mesi fa e che offro qui sotto ai lettori del blog dell’associazione Il manifesto in rete di Bologna, sono andate come accompagnamento della seconda brochure del Circolo del Manifesto di Avellino nelle edicole della provincia. Le riporto qui per rimarcare che la situazione non mi sembra cambiata di molto. Norma Rangeri ha rilanciato il riacquisto della testata da parte della cooperativa che gestisce attualmente il giornale, in un momento difficile in cui il “piccolo mostro” di Firenze ha fatto un taglio retroattivo sull’editoria, per non parlare dell’attacco di un giornalista di destra che, utilizzando il metodo Boffo, ha ipotizzato il coinvolgimento del Manifesto nel bailamme di “mafia capitale”.

Vedremo cosa accadrà a fine anno quando ci dovrebbe essere l’asta per la vendita del giornale. Intanto, va detto amaramente anche come supporto a ciò che ha scritto qui Mauro Chiodarelli sull’argomento, che il dibattito aperto sul Manifesto è del tutto debole (per essere generosi). Tutti i nodi di cui si è discusso da tre anni a questa parte sono assenti. Possibile che nessuno voglia riprenderli?

Arrivati a questo punto… Offriamo ai lettori che a suo tempo non l’avessero ricevuta la 2° brochure del Circolo del Manifesto di Avellino (la prima era dedicata a Di Vittorio e chi volesse riceverla può mettersi in contatto con chi scrive). Lo facciamo per informazione innanzitutto ma anche per rimarcare una crisi de “Il manifesto” che, lungi dall’essersi conclusa, si è semmai aggravata dopo la fuoriuscita (o, sostanzialmente, l’espulsione) di una parte notevole dei giornalisti storici, siano essi redattori o collaboratori, e dei due padri fondatori Rossanda e Parlato.

Storia di un giornale, liquidatori, lettori, appelli, collette e patacche

Al contrario

Al contrario

di Mauro Chiodarelli

Mi emoziona sempre vedere altruisti eroi lanciarsi in imprese temerarie contro corrente: sottrarre la testata “il manifesto” dai barbari liquidatori. Perché non c’eravate nel novembre 2012 quando un’assemblea pressoché unanime aveva votato per una proprietà collettiva della testata? Come? C’erano e sono quelli che hanno votato contro? No, ci deve essere un errore: quelli che hanno votato contro erano per un compratore privato (amico) piuttosto che per una comproprietà tra redattori, collaboratori, poligrafici, lettori e sostenitori; mi ricordo un certo Lania che affermava: “preferisco sceglierlo da solo l’albero a cui impiccarmi, dei vostri soldi non so che farmene”. Ah… Lania è un giornalista dell’attuale cooperativa. Ma fatemi il piacere. Poi magari mi dite che la Signora Norma Rangeri (sì, l’anguilla) che ha sancito irrevocabilmente che “il giornale è dei giornalisti e se ai lettori piace lo comprano, diversamente no”, è Direttore Responsabile. Ah… è Direttore Responsabile.

Qualcosa non mi torna: chi sta complottando alle loro spalle per vendere azioni della testata ai lettori? Non sono azioni ma DONAZIONI (dare spontaneamente e senza ricompensa, Garzanti). Fatemi capire:

  • LORO vogliono comprare la casa che hanno in affitto (così risparmiano il canone) per tutti NOI ma intestata a LORO;
  • NOI dobbiamo mettere il capitale visto che il LORO è assolutamente insufficiente;
  • NOI, quando LORO se la saranno comprata, possiamo tutt’al più andare a trovarli, poco, meglio mai, e possibilmente quando è ora di fare le pulizie, per bearci di come sia bene arredata.

Mi dite che lo fanno per NOI (che non ne capiamo di finanza, di giornali, di politica, di società, eccetera) perché non ci vogliono appesantire di un fardello insopportabile. Sarà ma per me è una patacca.

Il 20 settembre 1913 nasceva Aldo Natoli, uno dei fondatori del Manifesto

Aldo Natoli e Rossana Rossanda

Aldo Natoli e Rossana Rossanda

di Michele Fumagallo

Ogni occasione è buona per ritornare sulla nostra storia, intendo la storia del Manifesto. Ma quella di Aldo Natoli non è stata storia di poco conto nella vita tormentata del Manifesto a dispetto della fuoriuscita dal gruppo e dal giornale già pochi anni dopo la sua fondazione. Aldo Natoli è stato un uomo della Resistenza romana, un dirigente del Partito Comunista ai più alti livelli, un conduttore di battaglie memorabili (la speculazione edilizia romana in anni decisivi del progresso italiano), un eretico fondatore di un gruppo di comunismo radicale qual’era quello del Manifesto delle origini, uno studioso attento di Gramsci.

Ricordarlo ora, in un periodo in cui la sinistra di classe deve reinventarsi un futuro innanzitutto nella società, ha più senso che mai. E che peccato che tutti quelli che hanno attraversato la storia del Manifesto, questo curioso e libero pezzo di movimento comunista, tendano a smarrire ogni barlume di memoria del passato, come se fosse possibile costruire un futuro degno senza il concime del passato.

Come per Luigi Pintor, in un precedente post, annoto che la storia complessiva di Aldo Natoli va fatta in altro articolo, limitandomi a ricordare qui i lucidi scritti di Rossana Rossanda sul suo “amico comunista” (che bella espressione, carica di significato politico, cioè umano!). A me preme invece in questa sede parlare del suo passaggio “manifestista” e del suo polemico ma dignitoso distacco dal gruppo. E soffermarmi sul punto decisivo del dissenso di Natoli dal Manifesto che aveva contribuito a formare.

Il 17 maggio di 11 anni fa moriva Luigi Pintor: fu fondamentale nell’avventura de “il manifesto”

Luigi Pintor

di Michele Fumagallo

Undici anni fa ci lasciava Luigi Pintor, esponente comunista tra i fondatori de “Il Manifesto”, inteso come gruppo politico fuoriuscito dal PCI (anzi radiato), e anima del giornale omonimo. Su Luigi ci sarebbe tanto da dire, dai suoi trascorsi resistenziali all’avventura politica nel Partito Comunista Italiano, dal lavoro a “L’Unità” alla fondazione del quotidiano “Il Manifesto”.

Qui voglio, per ora, magari nella speranza di aizzare qualche polemica, soltanto accennare a una questione fondamentale nella sua avventura “manifestista”, rimandando ad altri post un discorso più generale su di lui. E intanto non sarebbe male andarsi a rivedere i video e rileggersi gli interventi al convegno del “Manifesto Sardo” dell’anno scorso.

È la questione dell’autonomia tra partito (o gruppo politico, fa lo stesso) e giornale, spartiacque decisivo nella storia del quotidiano e nel rapporto di esso con la politica. Un problema che ritornerà prepotente, anche se latente e non nominato, nella recente crisi consumatasi negli ultimi due anni nella “famiglia Manifesto”. Quella dell’autonomia de “Il manifesto” fu la battaglia campale di Luigi e, probabilmente, il suo capolavoro.

Una lotta vincente e giusta che degenererà (è fatale, d’accordo) in autonomismo irresponsabile prigioniero di logiche, scusate la parola vecchio stile, “piccolo borghesi”. Un argomento che Pintor affronterà da subito già come “gruppo Manifesto” ma che riesploderà nella crisi verticale del partito nato da aggregazioni frettolose (il Pdup) durante e dopo le elezioni del 1976 che segnarono la fine della sinistra estrema nata dai movimenti sessantottini (quel che verrà dopo, nella sinistra radicale, è un’altra storia).

Il nostro Karol: esperto e rosso

K. S. Karol - Foto Il Manifesto

di Luciana Castellina

Karol, il nostro Karol, se ne è andato. E dico il nostro per­ché il manifesto non sarebbe stato quello che è stato senza di lui​. Vi ha scritto dal primo numero; e poi sem­pre, por­tando in que­ste pagine la ric­chezza delle sto­rie del mondo, di cui Karol è stato, non solo un grande nar­ra­tore – e anzi esplo­ra­tore in avan­sco­perta – ma anche figlio, nel senso di cit­ta­dino inter­na­zio­nale. Più che per via della sua patria incerta, per­ché fino in fondo un internazionalista.

Era nato in una di quelle regioni dell’Europa che hanno visto i pro­pri con­fini con­ti­nua­mente cam­biati, in un tempo in cui comun­que ogni paese era attra­ver­sato da divi­sioni ben più pro­fonde di quelle geo­gra­fi­che: Lodz, Polo­nia dopo l’indipendenza con­qui­stata dopo il crollo dell’impero austrounga­rico nel primo dopo­guerra; russa dopo la breve occu­pa­zione sovie­tica del ’39; poi subito rag­giunta, nel ’41, dall’invasione tede­sca. Ma l’Urss, per il ragazzo Karol, che nell’ éli­ta­rio liceo della sua città natale aveva sta­bi­lito qual­che legame coi comu­ni­sti, era ancora e pur sem­pre il paese dove era stata fatta la grande rivo­lu­zione, quello di cui, dicias­set­tenne, si sen­tiva, per ragioni ideali, cittadino.

Ed è nell’Armata rossa che ragazzo ha com­bat­tuto i nazi­sti, ferito per sem­pre a un occhio. Poi, per anni, costretto a sco­prire il lato oscuro, e prima non sospet­tato, del regime che pure l’aveva atti­rato: la depor­ta­zione nella sper­duta Sibe­ria, fra Tiu­men e Omsk, assieme a un milione di polac­chi con­si­de­rati infidi da Mosca; il campo di con­cen­tra­mento, poi, dopo la guerra, di nuovo a Rostok sul Don, prima di tor­nare ad essere polacco.

Infine, con una borsa di stu­dio, a Lon­dra, e a Parigi, apo­lide, duro nella sua cri­tica ai regimi dell’est, ma pur sem­pre un comu­ni­sta. Un ragazzo del Kom­so­mol, così l’abbiamo sem­pre con­si­de­rato. Del Kom­so­mol quando que­sto signi­fi­cava qual­cosa per tutti noi.

K. S., maestro di vita e di scrittura

K. S. Karol - Foto Il Manifesto

di Valentino Parlato

Karol, dopo una dolo­rosa malat­tia, ci ha lasciato. Dopo quella di Lucio Magri un’altra per­dita gra­vis­sima, direi incol­ma­bile. Karol per me, ma per molti di noi del mani­fe­sto, è stato più che un mae­stro, direi un diri­gente poli­tico e culturale.

Di Karol è stata d’altronde l’unica firma, insieme a quella di Luigi Pin­tor, che pre­sen­tava il gior­nale, del primo numero del mani­fe­sto il 28 aprile 1971 in una cor­ri­spon­denza «dalla prima base rossa di Mao» e con quello che chia­ma­vamo il som­marione: «Nelle risaie del Kiangsi a col­lo­quio con i con­ta­dini sulla guerra indo­ci­nese e i rap­porti con l’America».

Ricco di una straor­di­na­ria espe­rienza for­ma­tasi già nel corso della seconda guerra mon­diale e della sua vita di intel­let­tuale mili­tante tra la Polo­nia, l’Urss e la Fran­cia, ripeto, è stato un mae­stro di poli­tica e anche di vita. Ho comin­ciato a cono­scerlo attra­verso i suoi scritti sul Nou­vel Obser­va­teur ma poi quando è venuto a Roma avendo spo­sato Ros­sana Ros­sanda il rap­porto era pres­so­ché quo­ti­diano. Scri­veva per il mani­fe­sto ma anche ci aiu­tava nella nostra scrit­tura. La sua cul­tura e la sua espe­rienza inter­na­zio­nale erano straor­di­nari. Karol cono­sceva il mondo. Era stato a Cuba, aveva incon­trato Fidel Castro che suc­ces­si­va­mente non esitò a criticare.

Viag­giò in Cina ai tempi della Rivo­lu­zione cul­tu­rale per ana­liz­zare e rac­con­tare il com­plesso pro­cesso in corso. I suoi arti­coli face­vano cre­scere la dif­fu­sione del gior­nale poi­ché posso dire senza falso orgo­glio che il nostro pic­colo mani­fe­sto di appena 4 poi 8 pagine era uno dei pochi nel pano­rama ita­liano a dar conto della situa­zione inter­na­zio­nale. Nel 1994 il mani­fe­sto rag­giunse la vetta delle 50.000 copie quo­ti­diane. Se oggi, per ricor­darlo e soprat­tutto per farci ricor­dare quel che que­sto gior­nale è stato, pub­bli­cas­simo tutti gli arti­coli che Karol ha scritto per il mani­fe­sto, ne ver­rebbe un libro di straor­di­na­rio inte­resse sul quale riflet­tere per trarre dal pas­sato, come inse­gnava Karol, pro­po­siti per il futuro in que­sta tre­menda crisi che ci colpisce.

Assemblea dell’associazione: una discussione tra compagne e compagni autentica e proficua

L'associazione il manifesto in rete

Cari compagne e compagni, di seguito la “vera” relazione sull’assemblea dell’associazione del 29 marzo scorso. Non abbiamo resistito a farci uno scherzo per il 1 aprile. Non ce ne vogliate. Dobbiamo dire che la notizia ha avuto in notevole picco di visite e abbiamo avuto reazioni per lo più favorevoli alla dichiarazione di nascita di una nuova avventura editoriale con lo spirito di un manifesto strumento di lotta. In fondo uno stimolo a proseguire; ed è quello che faremo.

La redazione

dell’Associazione Il Manifesto in Rete

Quando il dentifricio è uscito dal tubetto… (è meglio usarlo per pulirsi abbondantemente i denti)

L’assemblea dell’Associazione il Manifesto in rete si è riunita sabato 29 marzo, a Bologna presso il Centro Giorgio Costa, sono intervenuti tra gli altri i rappresentanti dei circoli di Bologna, Treviso, Rimini, Ravenna, dell’Associazione Primo Moroni, Valentino Parlato, Loris Campetti, Tiziana Ferri, Angela Pascucci, Gabriele Polo, Antonella Beccaria, Marta Fyn.

In apertura si discusso e approvato il bilancio economico dell’associazione, si è data lettura degli interventi scritti, inviati da Andrea Fumagallo (Avellino), Guido Ambrosino (Berlino) e Marco Ligas (Cagliari), che hanno posto interrogativi stringenti sul futuro dell’esperienza dei circoli, dei siti e su possibili nuovi progetti di cooperazione.

La nostra primavera: sboccia il nuovo manifesto. Esito inaspettato dell’assemblea dell’associazione

L'associazione il manifesto in rete

dell’Associazione Il Manifesto in Rete

Bologna 29 marzo 2015. Che sarebbe successo qualcosa lo si incominciava a sentire nell’aria già dal primo mattino. Una affluenza inaspettata di compagne e compagni riempiva rapidamente il cortile del Centro Costa già mezz’ora prima dell’inizio, forse per la concomitanza con il forum dell’acqua pubblica. Invece erano li per la nostra assemblea. Persone che non vedevamo da tempo dei vari circoli sparsi per l’Italia: più delle mail avevano evidentemente funzionato i rapporti personali, le telefonate dirette. Mancano i compagni del Circolo di Roma, peccato; ma in fondo ognuno ha i suoi tempi per elaborare il lutto.

Poi arrivano i giornalisti ed i collaboratori, anche quelli che credevamo ormai dispersi in altre esperienze e scelte. C’è persino il sindacato. Alla fine ci contiamo e siamo più di cento. Con emozione il presidente dell’Associazione apre la giornata; dopo una breve descrizione dell’attività svolta dalla fondazione ad oggi, dà lettura dei messaggi giunti la sera e la notte precedente da chi non ha potuto partecipare: Luisa da Strasburgo, Giovanni da Parigi, Guido da Berlino, Marco da Barcellona.

Tutte le comunicazioni pongono in modi diversi il tema del “fare”, tanto più di fronte ad una condizione sociale e politica in vertiginoso disfacimento, davanti alla marginalità dello spazio coperto dall’attuale manifesto ed alla breve esperienza di pagina99. Prendono subito la parola giornalisti e collaboratori che in maniera molto sincera ed appassionata ripercorrono la storia del giornale sviscerando gli errori commessi di cui si dichiarano corresponsabili, e contemporaneamente tracciano il profilo di quello che dovrebbe essere il progetto editoriale di un nuovo giornale comunista al passo coi tempi.