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Tra piazza Fontana (1969) e la strage di Natale (1984): ciò che Pasolini aveva previsto, anzi sapeva

Questo testo è stato pubblicato in vista dell’anniversario della strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969. Si lega al famoso articolo di Pier Paolo Pasolini “Io so” e lo riproponiamo qui, a cavallo tra il ricordo della bomba esplosa a Milano alla Banca Nazionale dell’Agricoltura e la strage di Natale, avvenuta a San Benedetto Val di Sambro, a poca distanza da Bologna, il 23 dicembre 1984.

di Daniele Barbieri

È di nuovo 12 dicembre: dal 1969 a oggi la strage di piazza Fontana – e non è l’unica – rimane impunita. Questo articolo di Pasolini uscì il 14 novembre 1974 sul «Corriere della sera». Fu uno choc. Ma anche a rileggerlo dopo tanti anni lo choc resta e per certi versi è persino più grande. Dal 1974 a oggi moltissimo in Italia è cambiato: per esempio anche i giudici non compromessi oggi sanno (perché hanno cercato e trovato le prove) chi ha messo le bombe in piazza Fontana e i nomi degli esecutori e di alcuni dei “capi” dietro le altre stragi e i tentativi di golpe; eppure non sono riusciti a condannarne uno.

Altre notizie – sulla mano “americana” dietro lo stragismo, come Pasolini ripeteva più volte in quell’articolo – sono uscite confermate dai documenti statunitensi decodificati (cioè non più segreti): ma i media e la “classe dirigente” fingono di non averli letti. Due clamorose conferme all’«io so» di Pasolini dunque ma anche a un passaggio decisivo (che viene spesso omesso quando lo si cita) di questo articolo: «Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia».

Stefano Palombarini: “I gilets jaunes costituiscono una coalizione piuttosto inedita”

di Lionel Venturini. Traduzione di Leonarda Martino

La crisi è ormai politica, e l’insurrezione dei “gilets jaunes” pone delle domande sulla sua capacità di durare. Per Stefano Palombarini, autore con Bruno Amabile de “L’illusion du bloc bourgeois” [1] la crisi politica francese non è legata a lotte d’apparato o personali ma alla difficoltà di formare un nuovo blocco dominante. Perché Macron, eletto aggregando le classi medie attorno alla borghesia, vede restringersi sempre di più la sua base sociale.

Quello dei “gilets jaunes” è un movimento composito. Come spiega il fatto che non si disintegri?

SP Il sondaggio Ifop [Institut français d’opinion publique] sulla natura del sostegno ai “gilets jaunes” fa apparire tre categorie che supportano il movimento: gli impiegati (63%), gli operai (59%) e i lavoratori autonomi (62%, auto-imprenditori, commercianti, artigiani). Questa coalizione sociale è piuttosto inedita in Francia. A colpire, nella lista delle rivendicazioni inviata ai media, è che tutti gli interventi reclamati si indirizzano al governo, non ai datori di lavoro. La sola rivendicazione salariale è la SMIC [2] che è fissata dal governo, con la richiesta di portarla a 1300 Euro, vale a dire 150 Euro più di oggi, cosa molto ragionevole. Quanto al potere d’acquisto, il nocciolo delle rivendicazioni è una riduzione delle imposte. È precisamente l’abbandono delle rivendicazioni salariali tradizionali a permettere l’unificazione del movimento tra categorie che altrimenti non riuscirebbero ad accordarsi tra loro.

Bologna, Prati di Caprara? Non solo

di Silvia R. Lolli

Sembra che ci sia un nuovo sport a Bologna: cambiare continuamente ipotesi di programma o per meglio dire, far intendere di cambiare programma soprattutto per dimostrare che si ascoltano i cittadini. Cambio di casacca, anche se i colori rimangono sempre quelli. Almeno la lettura dei giornali ci fa dire ciò.

Da quando si è tenuta l’istruttoria pubblica, voluta da più di 2.500 cittadini e in attesa delle conclusioni del consiglio comunale del 10 dicembre, continuano ad apparire articoli per l’uso dei Prati di Caprara; viene data voce all’associazione dei costruttori, all’università, alla Fondazione Golinelli, oltre che alla società del Bologna FC; quest’ultima però sembra che debba ancora ufficializzare un progetto reale. L’unica operazione coadiuvata dal Comune di Bologna è stata la compravendita del Cierrebi che comporterà la possibilità di costruire l’ennesimo supermercato al posto di impianti sportivi e in vicinanza al complesso monumentale della Certosa.

Sullo sfondo appare un problema anche per i privati: avere soldi da investire in tutto ciò. l’Università non ne ha, la Fondazione Golinelli parla di ricerca di investimenti per le strutture per la cultura e la scienza, i costruttori sono abituati a spendere sul venduto, poi se l’azienda di costruzione fallisce, sarà un problema anche per chi sta comprando casa, a meno che non sia un investitore con molta liquidità. Comunque la maggior parte dell’informazione cittadina ci fa vedere che questo è un bel territorio da sacrificare per esigenze abitative e costruttive.

Sinistra, non frammentiamoci ancora

Sinistra

di Sergio Caserta

Ho partecipato sabato primo dicembre all’assise promossa dal sindaco di Napoli Luigi de Magistris e sono tornato rinfrancato dalla bella e numerosa partecipazione. La platea e le gallerie del teatro erano piene all’inverosimile e molte persone hanno dovuto rinunciare ad entrare. Un buon segno.

Gli interventi aperti da Enrico Panini autorevole esponente della giunta De Magistris e responsabile nazionale del movimento DEMA, sono stati svolti da rappresentanti del variegato mondo dell’associazionismo, del volontariato, delle esperienze civiche, da sindaci in prima linea nella lotta alle mafie e per la solidarietà. Insomma l’Italia che resiste esiste ed è molto più grande e articolata di quel che si può credere, dato il clima di silenzio ed ostilità che impera nei media ai tempi di Salvini (e non solo da ora).

La mattinata è volata veloce anche perché la regia accorta ha saputo far mantenere gli interventi nei cinque minuti, cosicché siamo arrivati alla fine avendo ascoltato tanti spunti interessanti e nient’affatto ripetitivi o rituali, come purtroppo non poche volte è accaduto, proprio perché la selezione degli invitati sul palco è stata articolata e innovativa.

Il decreto sicurezza e il destino dei migranti

di Chiara Saraceno

Senza diritti, al di fuori della protezione delle convenzioni internazionali sui diritti dei bambini e ragazzi che pure l’Italia ha sottoscritto. Dopo l’approvazione della nuova legge sulla sicurezza i figli di coloro che hanno ottenuto protezione umanitaria dovranno seguire il destino dei genitori, obbligati, spesso con il preavviso di pochi giorni, a lasciare i luoghi in cui avevano trovato accoglienza e progetti di inserimento.

La nuova legge, infatti, esclude i titolari di protezione umanitaria da ogni progetto di inserimento, consentendo solo di portare a termine quelli già iniziati. Zelanti prefetti hanno deciso tuttavia di accelerare i tempi, togliendo ogni tipo di sostegno economico per queste persone, inclusa la semplice ospitalità.

La loro permanenza sarà quindi affidata solo alla buona volontà, e alle risorse (per altro fortemente ridotte anche per chi avrà titolo a rimanere), delle associazioni e dei comuni che li ospitano. Anche i bambini e i ragazzi, dunque, rimarranno, come i loro genitori, senza casa, senza diritto a prendere una residenza temporanea e probabilmente anche senza scuola. Non solo, infatti, sarà difficile per loro andare a scuola se dovranno vagare alla ricerca di ricoveri più o meno di fortuna e magari anche essere costretti all’accattonaggio.

Chi sono e cosa vogliono i gilet gialli

del quotidiano britannico The Economist e di Internazionale, traduzione di Federico Ferrone

“Non stiamo bloccando il traffico, semplicemente lo filtriamo”, spiega Loup, un ex assistente scolastico di 64 anni, con entrambe le mani in tasca e un orecchino d’argento su entrambe le orecchie. Con indosso uno dei gilet gialli che dà il nome al movimento, Loup e decine di altre persone hanno messo in piedi una protesta in una rotonda alla periferia di Evreux, nella Normandia meridionale. Sul terreno fangoso, delle cassette di legno sono state incendiate, mentre alcune pile di croissant sono accatastate su un tavolo da campeggio. I manifestanti hanno bloccato una corsia della strada, e gli automobilisti che passano di lì suonano i clacson non per la rabbia ma in segno di sostegno.

Due settimane fa i gilet gialli sono emersi dal nulla, grazie a Facebook, e hanno bloccato le strade di tutta la Francia. La rabbia scaturita per l’aumento delle tasse sul gasolio si è allargata fino a diventare una protesta contro il presidente Emmanuel Macron. “Alla fine del mese, semplicemente non posso permettermi di riempire il serbatoio”, spiega Sandra, un altro gilet giallo e madre single di due bambini piccoli, che lavora in un negozio di ottica e guida per venti chilometri ogni giorno per raggiungere il posto di lavoro. “Non siamo ricchi, ma non siamo poveri. È un attacco alle classi medie che lavorano”.

Migranti: storia di un fenomeno rimosso

di Luca Cangianti

Accanto ai grafici, alle percentuali, ai titoli di giornale, ai testi di legge e alle circolari ministeriali che affrontano il fenomeno dell’immigrazione straniera in Italia, se guardiamo bene, in trasparenza vediamo il volto di un uomo. Ha trent’anni, il capo appoggiato su una mano e il sorriso malinconico. Il suo nome è Jerry Masslo. Suo padre fu ucciso dal Sudafrica dell’apartheid e così sua figlia di sette anni.

Arrivato in Italia gli fu negato l’asilo politico confinandolo in un limbo giuridico di estrema vulnerabilità: al tempo questo diritto era riservato solo a chi fuggiva dai paesi realsocialisti. Il 24 agosto 1989 quattro rapinatori italiani fecero irruzione nella baracca dove alloggiava insieme ad altri lavoratori agricoli. Volevano i soldi che avevano guadagnato con la raccolta dei pomodori. Spararono e uccisero Jerry Masslo.

La Storia dell’immigrazione straniera in Italia di Michele Colucci è un libro che rispetta nell’estetica e nella sostanza gli ideali scientifici dando conto dettagliatamente di fonti e rimandi bibliografici. Tuttavia, a differenza di molti altri studi analoghi, può esser letto con piacere anche da chi non sia obbligato a navigare nel gorgo accademico del publish or perish. L’oggetto dello studio è indagato con empatia, senza nulla togliere alla rigorosità dell’analisi.

Bertolucci, gli intellettuali e la debolezza della sinistra

di Luciana Castellina

Toronto, 11 settembre 2001. Erano all’incirca le 8 del mattino e stavo consumando una frettolosa colazione in albergo prima di correre a una riunione (erano i tempi in cui ero presidente dell’Agenzia per il cinema italiano ed ero in Canada per uno dei più importanti festival/ mercato di film del mondo), quando, guardando distrattamente lo schermo sempre acceso della TV in un angolo della sala, vidi le immagini di un incidente aereo. Nelle vicinanze delle altissime torri costruite da poco a New York. Mi alzai senza dar troppo peso a quella notizia, di incidenti aerei ce ne sono tanti. Fu Bernardo Bertolucci – anche lui a Toronto per il Festival – che, poco dopo, mentre nessuno aveva ancora capito cosa era accaduto e io stavo tranquillamente raggiungendo la mia riunione, ad avvertirmi che, forse, non si trattava di un comune incidente. Era infatti accaduto l’«11/9», una svolta epocale.

Passai insieme a Bernardo e a sua moglie Claire l’intera giornata appiccicati allo schermo TV della loro stanza ascoltando e guardando per ore le notizie e le immagini in diretta che arrivavano da New York, stesso fuso orario di dove noi ci trovavamo. Se non fosse stato per lo sbigottimento e l’orrore della vicenda che ci si snocciolava dinanzi agli occhi, e soprattutto per le terribili conseguenze che quell’evento ha poi prodotto, potrei dire che quella giornata è stata per me una straordinaria esperienza. Ore e ore a discutere del mondo insieme a Bernardo, vale a dire a qualcuno che del mondo era stato un interprete lucidissimo e assai precoce. Per questo, assistere con lui allo stravolgimento che si annunciava aveva un valore particolarissimo.

Nuova costituzione a Cuba

Cuba - Foto di Wanderlust

di Luigi Scalambrino

Da tre mesi c’è un gran dibattito a Cuba sulla nuova proposta di Costituzione, l’ottava dal 1865. La prima volta in cui è stata coinvolta tutta la popolazione in un dibattito acceso e una consultazione con significativi cambiamenti. Dal 13 agosto al 15 di novembre quasi 7.400.000 cubani hanno discusso in più di 120.000 assemblee in tutti i luoghi di lavoro, nei quartieri, nelle università, nell’esercito, nelle organizzazioni professionali il nuovo progetto di Costituzione che il Parlamento ha proposto e che ora con tutti gli emendamenti e correzioni verrà ristampato e votato in un referendum nazionale a Febbraio 2019.

La nuova Costituzione è composta da 224 articoli, 87 in più della attuale, e si mantengono 11 articoli, se ne modificano 113 e si eliminano 13. Nei primi articoli dei principi fondamentali il progetto riafferma:

  • il carattere socialista del sistema politico, economico e sociale ed è incorporato il concetto di Stato socialista di diritto, per rinforzare la legge e la supremazia della Costituzione.
  • il Partito Comunista di Cuba, unico, martiano, fidelista e marxista-leninista è l’avanguardia della nazione e per il suo carattere democratico e il vincolo permanente con il popolo è la sua forza dirigente superiore (rimane il centralismo democratico).

Le idee della Lega per Pisa: “Acquedotto fatto a pezzi e paccottiglia sotto la Torre”

di Tomaso Montanari

Il patrimonio culturale al tempo del governo della Lega: a Pisa, per esempio. Se questo fosse il titolo di un tema, lo svolgimento potrebbe essere fulmineo e fulminante: “Uno scempio”. Salvatore Settis, che della Scuola Normale Superiore di Pisa è stato a lungo direttore, è stato lapidario: “A quel che pare, brutalità e arroganza sono ingredienti alla moda nel nuovo clima politico. E perché mai, se così è, l’amministrazione comunale di Pisa dovrebbe fare eccezione?”.

E infatti nessuna eccezione, come dimostra l’episodio che ha meritato l’indignazione di Settis. Il nuovo sindaco di Pisa, Michele Conti, aveva scritto nel programma che, in caso di elezione, avrebbe demolito tre arcate dell’Acquedotto Mediceo per risparmiare un sottopasso alla nuova tangenziale: “È assurdo realizzare un taglio nel territorio lungo circa 250 metri per sottopassarlo; demolendo tre arcate, con quanto si risparmierebbe se ne potrebbero ricostruire almeno 10 di quelle ora mancanti e consolidare il resto oggi dissestato”.

Chissà, in effetti, perché nessuno ha mai pensato a questo geniale bricolage dei monumenti: demolendo, che so, qualche decina di case di Pompei si potrebbero risparmiare i soldi della manutenzione, e con quelli scavarne altre. E perché non abbattere un’ala del Palazzo Ducale a Venezia, per tirar su una moderna stazione marittima per le Grandi Navi? Sai quanti soldi per manutenere i canali! Siamo in effetti a questo livello: perché l’acquedotto voluto dal granduca Ferdinando I di Toscana è, a tutti gli effetti, un monumento, e dunque è come un corpo vivo, che non può essere fatto a fette a piacere, abbattuto e riassemblato come se fosse un plastico di Porta a Porta.