Category Archives: Informazione

Napoli chiama Bologna: tra urbanistica e nuova sinistra

di Sergio Caserta

Vezio De Lucia, insigne urbanista partenopeo ha scritto un pamphlet Promemoria Napoli (ed. Donzelli) che narra la vicenda del piano regolatore di Napoli dai primi anni settanta ad oggi: De Lucia è stato oltre che docente universitario, assessore all’urbanistica del Comune di Napoli e precedentemente ha collaborato ai piani di ricostruzione della città dopo il grave sisma del 1980. Dal punto di vista professionale ha ricoperto e ricopre tuttora prestigiosi incarichi pubblici.

Personalmente l’ho conosciuto meglio dopo che ha lasciato l’incarico di assessore nella seconda giunta da Antonio Bassolino, quando le vicende nazionali e locali della sinistra volgevano al peggio e ci siamo ritrovati a condividere posizioni critiche, nella ricerca di una nuova strada per quel che definiamo il “rinnovamento della sinistra”, cui non siamo affatto giunti, anzi tutt’altro come anche le ultime vicende del Paese evidenziano. Ora che vivo a Bologna dove mi sono trasferito per motivi di lavoro oltre venticinque anni fa, mi rendo conto sempre più delle profonde differenze che esistono con la mia città natale, più grande, più complessa, più disgraziata ma anche senza dubbio meno provinciale.

A Napoli le cose sono o veramente pessime o straordinarie, le vie di mezzo ci sono del tutto estranee, diciamo che la media normalità non è la cifra della capitale del mezzogiorno. Invece Bologna, è all’opposto la rappresentazione della virtù della medietà, nel senso che non è ne catastroficamente inguaiata come si dice solitamente di Napoli, ma nemmeno brilla di una particolare eccellenza se non in alcuni comparti, come l’industria meccanica, oppure in alcune facoltà universitarie, nel commercio, nella sanità.

Come si diventa nazisti (senza accorgersene)

di Luciano Gallino

Tra la fine degli anni Venti e i primi anni Trenta, nella cittadina tedesca di cui parla questo libro (chiamata Thalburg dall’autore, in realtà Nordheim nello Hannover), si svolge di giorno in giorno un animato gioco collettivo la cui posta, senza che la maggior parte dei partecipanti se ne renda conto, è la democrazia. Sullo sfondo d’una situazione economica e sociale per più versi minacciosa agiscono parecchi attori, che hanno propositi diversi o contrapposti, modi differenti di interpretare la situazione, mezzi dissimili per agire. Alla fine vi sono vincitori trionfanti e vinti umiliati, la situazione sociale ed economica appare profondamente trasformata, e la democrazia è morta.

Nello stesso periodo, come sappiamo, un confronto analogo si stava svolgendo in tutta la Germania, e analogo ne fu l’esito. I suoi sviluppi sono stati analizzati da una letteratura storica e socio logica ormai imponente, ma in gran parte di questa gli attori di cui son state studiate le mosse sono cancellieri e ministri, capipartito e dirigenti dei massimi sindacati, forze armate e associazioni industriali nazionali. La scena è l’intero Paese, e le date e i luoghi sono per lo più un campione frammentato, e incontrollabile per l’immaginazione, tratto da duemila giorni – quanti durò all’incirca l’agonia della democrazia in Germania – e da dieci o ventimila città e paesi.

Disastri ferroviari, una storia proletaria narrata da proletari

di Alessandro Mantovani

Ecco un libro, I dannati della ferrovia di Alessandro Pellegatta, che rischia di – e non dovrebbe – passare inosservato e non solo perché si tratta di un’opera selezionata nel 2017 da “MasterBook”, Master di Specializzazione nei Mestieri dell’Editoria promosso da Iulm. Chiariamo: rischia di passare inosservato, o addirittura di essere snobbato, perché narra – di preferenza con le parole stesse dei ferrovieri protagonisti – storie e lotte di un’epoca, il Novecento, in cui non si parlava di “movimenti”, di “antagonismo” e di “rifiuto del lavoro” ma di “lotte” e di “operai” che del proprio lavoro erano per lo più ingenuamente orgogliosi.

Dalle voci dei protagonisti, dalle loro lettere, dagli articoli del foglio “In marcia!” (pubblicato a Pisa dal 1908 al 1926 e dopo la caduta del fascismo fino al 1979), da inchieste ed interviste personali condotte da Pellegatta con la passione del ricercatore “sul campo”, emerge in effetti un tipo proletario ben diverso da quello odierno: un proletario (quello di ieri) ancorato ad un forte spirito identitario, nel quale l’identità di mestiere, di categoria e di classe possono parere – anche se ovviamente la cosa è assai più complessa – legate tra loro senza soluzione di continuità. Il che della “coscienza di classe” d’allora costituiva insieme un punto di forza immediato quanto uno storico limite.

Aboubakar, il sindacalista nuova voce della sinistra: “Contro un governo disumano”

di Alessia Arcolaci

«La chiusura dei porti italiani alla nave Aquarius dimostra che abbiamo toccato il fondo della disumanizzazione». Addirittura? «Il contratto di governo, quello che vuole dare priorità ai bambini italiani negli asili, si basa esso stesso sulla discriminazione».

Aboubakar Soumahoro ha 38 anni, è italo-ivoriano, nato in una grande famiglia allargata, «dove alcuni hanno la carta d’identità italiana e altri quella ivoriana». È il sindacalista in prima linea per difendere i diritti dei braccianti e per fare chiarezza sull’omicidio di Soumalya Sacko. Dopo la sua partecipazione al programma de La7 Propaganda Live, è diventato una star dei social, venendo invocato da molti come «il leader che al Partito Democratico manca». «Ma il mio impegno è di politica sindacale», si schermisce lui. «Io ho già il mio partito ed è quello dei braccianti, gli schiavi delle campagne, donne e uomini di qualsiasi provenienza. Lavoriamo per dare dignità a tutti i lavoratori, indipendentemente dalla loro nazionalità».

Com’è iniziato il suo impegno nell’attivismo?

«Sono diventato attivista dopo essere stato sfruttato. Ho studiato per capire la ragione alla base di questo fenomeno».

Pierre Carniti, un Sindacalista

di Gianni Rinaldini, presidente Fondazione Claudio Sabattini

Nei giorni scorsi è morto Pierre Carniti. Un Sindacalista che è stato uno degli artefici decisivi della stagione dei Consigli di Fabbrica e della F.L.M. (Federazione Lavoratori Metalmeccanici). L’unica vera esperienza democratica di costruzione di un sindacato unitario che scompaginava il rapporto tradizionale tra rappresentanza sociale e rappresentanza politica, tra partiti politici di riferimento e sindacato.

I delegati di reparto eletti su scheda bianca, iscritti e non iscritti alle organizzazioni sindacali, componevano i Consigli di Fabbrica e, la pratica delle assemblee decisionali, erano l’espressione di un Sindacato Democratico che rappresentava in questo modo, il punto di vista delle lavoratrici e dei lavoratori Metalmeccanici.

Il cambiamento “qui ed ora” non delegato alla politica, al governo del paese, ha segnato la stagione delle lotte operaie dal 68′- 69′ alla metà degli anni Settanta. Rimane sospesa la domanda – che non ha una risposta – di cosa sarebbe successo se la scelta coraggiosa della F.L.M. fosse diventata la scelta di tutto il sindacato.

A bordo della nave Aquarius che salva i migranti

di Annalisa Camilli

Tutto è cominciato con una fotografia: un barcone in difficoltà carico di persone, avvicinato da un’altra imbarcazione. È stato guardando quella foto scattata durante un’operazione di salvataggio nel Mediterraneo centrale che Alessandro Porro, 37 anni, originario di Asti, ha deciso d’imbarcarsi sulla nave Aquarius gestita dall’ong Sos Méditerranée con l’aiuto di Medici senza frontiere (Msf).

“La scorsa estate lavoravo con la Croce rossa sulle spiagge, in Toscana. Un giorno tornando a casa, ho trovato una copia di Internazionale e nelle prime pagine del giornale la foto di un salvataggio”, racconta Porro, che ha alle spalle quasi vent’anni di esperienza come soccorritore specializzato nelle emergenze mediche a bordo delle ambulanze. “Avevo appena compiuto 18 anni quando ho cominciato a fare il volontario alla Croce rossa”, racconta.

La foto ha colpito l’attenzione di Porro, perché mostrava il contrasto “anche tecnologico tra una barca molto precaria, che quasi non riusciva a galleggiare, e una molto attrezzata, pronta a intervenire”. Quell’immagine l’ha spinto a mandare il suo curriculum a tutte le organizzazioni non governative che pattugliano il Mediterraneo centrale.

Lo schiavismo all’italiana su cui lucra mezzo mondo

di Mariangela Mianiti

Se scendi da un’auto e, senza dire una parola, da settanta metri di distanza spari a tre uomini e ne colpisci uno alla testa, vuol dire che non volevi spaventare, ma uccidere. Siccome la vittima, Sacko Soumayla, 29 anni, veniva dal Mali, in tempi di salviniana muscolarità anti immigrati si è dato subito a questo omicidio uno sfondo razzista. Leggendo la biografia della vittima, viene il dubbio che le ragioni dell’assalto non siano dovute solo al colore della pelle o a ciò che Soumayla stava facendo, e cioè portare via qualche lamiera per costruire una baracca da una ex fornace chiusa da dieci anni e sotto sequestro perché vi erano state sversate 135mila tonnellate di rifiuti tossici.

Per cercare di capire quali motivi portino un italiano a uccidere a sangue freddo un lavoratore africano bisogna guardare a chi era Sacko Soumayla, che cosa faceva, dove e per chi. Siamo nella piana di Gioia Tauro, in Calabria, terra fertile di agrumi, kiwi, ulivi. Sacko Soumayla aveva un regolare permesso di soggiorno, lavorava come bracciante per 4,50 euro l’ora, era un sindacalista iscritto all’USB e lottava contro lo sfruttamento della mano d’opera immigrata.

Circa un mese fa, il 3 maggio, la testata online osservatoriodiritti.it ha pubblicato un’inchiesta intitolata Migranti: nella Piana di Gioia Tauro vivono i «dannati della terra» basata su un rapporto di Medu (Medici per i diritti umani). Lì c’è tutto quello che serve per capire che un lavoratore immigrato che si ribella può dare molto fastidio.

La Manifesta 2018: dal 6 all’8 luglio a Bologna 3 giorni di incontri all’insegna di Marx

Eccola, la Manifesta, la tre giorni di incontri, dibattiti e confronti organizzata, come ogni anno, a Bologna. Le date ci sono già, dal 6 all’8 luglio prossimi, e il luogo torna quello in cui la manifestazione è nata, il centro sociale e culturale Giorgio Costa di via Azzo Gardino 44. A breve inizieremo a raccontare il programma, intanto segnatevi il tema: “La vacanza di Marx”.

Quel giorno, il 2 giugno 1946, per le italiane

Donne della Repubblica

di Cristiana di San Marzano

Per ricordare il 2 giugno si può partire da una foto ormai ingiallita che riproduce una pagina della Domenica del Corriere dell’estate del 1946. Spesso pubblicata quando si parla della nascita della Repubblica italiana, quella pagina riporta tante faccine di donne, 21 per l’esattezza, le elette all’assemblea costituente. Una minoranza rispetto ai 535 uomini, ma comunque un buon risultato se si considera che fino ad allora alle donne italiane era persino vietato votare, figurarsi entrare in Parlamento.

Cinque di loro (Nilde Iotti, Teresa Noce, Lina Merlin, Maria Federici, Ottavia Penna Buscemi) andranno poi a fare parte della ristretta commissione dei 75 incaricata di elaborare il progetto di Costituzione. Non un contentino per tenersele buone, un fiore all’occhiello in un Parlamento maschilista per tradizione e vocazione culturale: le cinque neo deputate erano poco plasmabili ai desiderata e agli ordini di scuderia dei rispettivi partiti. Con competenza e decisione, nel corso delle lunghe sedute, diedero battaglia per difendere i diritti che le donne volevano finalmente riconosciuti. Merlin riuscì a fare inserire all’articolo 3 della Costituzione quella fondamentale frase, “senza distinzione di sesso” che è stata, e lo è ancora oggi, alla base di ogni rivendicazione etica e giuridica per il rispetto e l’osservanza delle pari opportunità.

Eppure, quando si parla di nascita della Repubblica Italiana si preferisce evocare i grandi padri, spesso addirittura si ignora che ci fu anche un protagonismo femminile. Donne che nell’antifascismo e poi nella Resistenza hanno lottato in prima persona e non solo per la libertà del Paese, ma anche per accelerare il processo di emancipazione femminile e affermare un’identità di genere.

Di Maio, Salvini e Mattarella: le colpe condivise di una crisi di sistema

di Stefano Feltri

Le prove di forza si fanno soltanto quando si è sicuri di vincere. E Sergio Mattarella ha perso. Anche perché l’esito era già segnato: Matteo Salvini aveva deciso da tempo di tornare alle elezioni per rafforzare il controllo sul centrodestra, fagocitare quel che resta di Forza Italia e neutralizzare le opposizioni interne alla Lega di chi – come Roberto Maroni e Luca Zaia – contestano da sempre la scelta di trasformare un partito regionalista in un movimento sovranista e nazionalista.

Che Salvini non avesse il governo Conte come priorità era intuibile dal rifiuto netto a indicare Giancarlo Giorgetti come ministro dell’Economia, come auspicato da tutti gli investitori, dal Quirinale e perfino da molti dei Cinque Stelle che avrebbero preferito di gran lunga il pragmatico senatore leghista all’81enne, imprevedibile, Paolo Savona.

La prima matrice della crisi istituzionale che in queste ore scuote la democrazia italiana è dunque tutta politica. Tattica. Matteo Salvini è riuscito in un colpo solo a costruire un nuovo bipolarismo intorno alla sua figura e alla Lega (sovranisti contro europeisti), a mettere in crisi la leadership del suo concorrente Luigi Di Maio, ora attaccato sia da chi lo considera troppo propenso ai compromessi per aver trattato con la Lega sia da chi lo giudica un irresponsabile per aver chiesto la messa in stato d’accusa di Mattarella.