Category Archives: Lavoro

I contratti di solidarietà espansiva: ecco di cosa si tratta

di Sergio Palombarini

Capita di sentir parlare di un ammortizzatore sociale poco noto: i contratti di solidarietà. Mentre il 18 aprile il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali fa sapere agli italiani che i fondi destinati per il 2018 sono già tutti impegnati, gli operai di Emarc S.p.A annunciano 3 ore di sciopero negli stabilimenti di Chivasso e Vinovo, poiché i propri contratti di solidarietà sono in scadenza ad ottobre, nel silenzio della dirigenza.

Il giorno dopo un’altra dirigenza, quella della multinazionale americana Arca Group, dichiara la sua apertura ai contratti di solidarietà come contrappeso al programmato licenziamento di 102 operai nello stabilimento di Ivrea. Non si sottrae all’attualità dell’argomento nemmeno la Guardia di Finanza di Parma, che il giorno prima aveva arrestato 7 professionisti che, per mezzo dei contratti di solidarietà, avevano truffato i contribuenti per ben 2,3 milioni di euro.

Cosa sono i contratti di solidarietà? La storia dell’istituto inizia con la legge n. 863 del 19 dicembre 1984 ed oggi la disciplina dei contratti di solidarietà è contenuta nel d. lgs. n. 148 del 2015, attuativo del c.d. Jobs Act. La solidarietà di cui si parla è indubbiamente fra i lavoratori, ma in realtà questi contratti vengono stipulati fra i datori di lavoro e le rappresentanze sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale per due fini principali:

1 maggio 1947: la strage di Portella della Ginestra più di settant’anni dopo

di Claudio Cossu

1 maggio 2017: sono trascorsi settant’anni da quella tremenda e crudele strage, a Portella della Ginestra (Sicilia), ricorrenza che Macaluso giustamente ha ricordato “La Repubblica” definendola la “prima strage di Stato” del dopoguerra. Strage che segnò l’inizio, purtroppo, di quella serie di eccidi che vide il connubio tra Cosa nostra, servizi deviati dello Stato e forze oscure della reazione (monarchici e neo-fascisti nella fattispecie, in quei tempi lontani). Scopo: reprimere le giuste rivendicazioni dei contadini dell’epoca e delle forze progressiste tout court, del mondo del lavoro in genere, negli anni seguenti, contro il latifondo e i privilegi di pochi ricchi e potenti del nostro Paese.

Nel 1947 il bandito Salvatore Giuliano e la mafia, in sintesi, servirono a reprimere nel sangue quelle rivendicazioni alle terre e in seguito l’intreccio gelatinoso e viscido tra le forze sopra menzionate servì a soffocare le aspirazioni operaie, studentesche e progressiste emergenti. Aspirazioni all’eguaglianza sociale e alla libertà, contro il potere di pochi e le pretese corporative e reazionarie di poteri oligarchici e retrivi giù giù, fino ai nostri giorni.

Ricordiamo, dunque, quelle vittime, questo 1 maggio 2017, giorno dei lavoratori e dedicato alla sacralità del lavoro, che dovrebbe realmente essere tutelato, come previsto – del resto – dalla nostra Costituzione, ma sempre minacciato da licenziamenti e revisioni inique, con la scusante dello sviluppo economico e di nuove, peraltro incerte, modalità di contratti di lavoro a tempo determinato, di natura incerta e vaga nonché insicure.

Jobs Act, tutele crescenti? La parola alla Corte Costituzionale

di Sergio Palombarini

Durante il governo Letta del 2013, in un momento di crisi tanto economica, quanto politica, il neo-segretario del Partito Democratico Matteo Renzi proponeva alla cittadinanza italiana il Jobs Act, presentandolo come riforma per intervenire in “sei settori in cui creare occupazione, tra cui il made in Italy, la manifattura tradizionale e l’industria turistica e culturale, l’innovazione e la tecnologia”, precisando che “solo alla fine ci sarà la discussione sulle regole contrattuali, che non deve essere ideologica e deve servire per dare garanzie a chi negli ultimi venti anni non le ha mai avute”; di lì a breve tale discussione “marginale” prenderà il nome di tutele crescenti.

Nel 2014, eletto Presidente del Consiglio, è innegabile che Renzi abbia provveduto a realizzare la riforma promessa, anche se si può dubitare che abbia effettivamente realizzato le promesse con la riforma. Ma procediamo con ordine.

Innanzitutto si può dire che il Jobs Act non esiste. La riforma del lavoro operata dal governo nel biennio 2014-2015 non è un corpo unico, come il nome potrebbe lasciar intendere, bensì il risultato di un iter di ben 10 diversi interventi legislativi in 18 mesi, con una dinamica e con un contenuto la cui correttezza in questo stesso momento è al vaglio della Corte Costituzionale per la “presunta” lesione degli artt. 3, 4, 35, 76 e 117, comma 1°, della Costituzione.

Il primo maggio a Milano, Torino e Bologna sarà il giorno dell’«orgoglio rider»

di Roberto Ciccarelli

Per la prima volta i ciclo-fattorini che lavorano per le piattaforme digitali parteciperanno in maniera organizzata al primo maggio a Milano, Torino e Bologna. A Milano i «rider» del sindacato sociale che opera in città – Deliverance Milano – apriranno il corteo del pomeriggio, a Bologna la «Riders Union» faranno una critical mass al mattino e una festa al pomeriggio. E anche a Torino i rider si stanno organizzando.

Le rivendicazioni, ribadite domenica scorsa nella prima assemblea nazionale a Làbas a Bologna, sono: riconoscimento dello status di lavoratori mentre oggi sono considerati «freelance»; abolizione della paga a cottimo e dei sistemi di valutazione aziendale; riconoscimento di un’assicurazione per la salute e contro gli incidenti; dotazione di biciclette e di attrezzatura aziendale come gli elmetti.

Il primo maggio dell’«orgoglio Rider» sarà anche europeo. Negli ultimi due anni, infatti, con lo sviluppo tumultuoso delle piattaforme digitali nel settore della consegna a domicilio sono emerse le prime lotte e i tentativi di auto-organizzazione del nuovo lavoro digitale dei fattorini. La connessione europea tra i gruppi e i sindacati auto-organizzati, dalla Spagna all’Italia fino all’Inghilterra, potrebbe essere uno degli obiettivi della giornata.

La rivoluzione del reddito di base e il lato oscuro della new economy

di Giacomo Russo Spena

Un merito ce l’ha il Movimento Cinque Stelle: quello di aver affermato nel dibattito pubblico il tema del reddito di cittadinanza. Nello stesso momento, è fondamentale sottolineare come abbia distorto il senso originario della proposta trasformando la richiesta iniziale di un reddito minimo ed incondizionato in un mero sussidio di disoccupazione. Ma perché il reddito ad oggi è così importante? Lo spiega Roberto Ciccarelli, giornalista e filosofo, che ha appena scritto per DeriveApprodi il libro Forza lavoro. Il lato oscuro della rivoluzione digitale (219 pp., 18 euro).

Un libro importante, frutto di un’elaborazione cui l’autore ha dedicato più di tre anni, nel quale sono sistematizzate le riflessioni sulle nozioni di lavoro e di valore a partire dalle forme concrete che assumono nei contesti produttivi della contemporaneità (sharing economy – gig economy, free lance – robot). Ne esce fuori un testo complesso, stratificato, con un forte taglio politico-filosofico (spinoziano), utile per capire perché il reddito – inteso come reddito di base, universale e senza condizioni – oggi vada sganciato dal lavoro perché è una delle possibili forme di remunerazione delle attività che già svolgiamo nella società e nell’economia, anche in quella digitale, non una forma di riparazione o di assistenza contro la povertà.

“Il popolo Cgil non ha votato Pd”, Landini: i grillini sanno ascoltarci

Maurizio Landini

di Elena G. Polidori

«Subito dopo il voto – dice Maurizio Landini, ex leader della Fiom e attuale segretario confederale della Cgil – abbiamo scritto ai nuovi presidenti delle Camere e ai gruppi parlamentari, per chiedere che il nuovo Parlamento discuta subito la Carta per i diritti del Lavoro, sottoscritta da più di un milione e mezzo di lavoratori; i 5 Stelle sono stati i primi a risponderci».

Che risposta è arrivata?

«A breve saranno fissati gli incontri, ma è chiaro che stiamo parlando di cambiare il Jobs Act, di fare una legge sulla rappresentanza, vuol dire ripristinare un nuovo statuto di diritti per tutte le forme di lavoro, anche quello autonomo, così come vogliamo una nuova legge sulle pensioni…».

Musica per le orecchie di Di Maio. Ma anche di Salvini…

«Il sindacato, la Cgil, guarda quello che succede, è autonomo da qualsiasi forza politica, governo, imprenditore, ma resta il fatto che oggi è più facile licenziare che ricorrere agli ammortizzatori sociali. E nel congresso che stiamo aprendo, tra le proposte c’è anche quella di sperimentare un reddito di garanzia, per chi non ha alcun istituto, è precario e vuole reinserirsi nel mondo del lavoro».

Lavoro, la strage silenziosa: ecco chi ci uccide

100 sogni morti sul lavoro - Foto di Samuele Ghilardi

di Gloria Riva

Qualcuno grida «Attenti!», ma il palco viene giù in una frazione di secondo. Matteo Armellini, trent’anni, muore sul colpo. Schiacciato. Doveva montare le luci per illuminare il concerto di Laura Pausini a Reggio Calabria. Era il 5 marzo del 2012 e i giornali non parlarono d’altro: uscire di casa per lavorare e non fare ritorno. Assurdo. Passò qualche giorno, la polvere dell’indignazione si sedimentò e restò soltanto Paola Armellini, la mamma, che oggi ha 76 anni e ancora cerca giustizia. Il processo va per le lunghe, cambia il giudice, cambiano i pm, si riparte daccapo. Risultato: dopo sei anni, ancora non si sa di chi sia la responsabilità per quel palco non in regola. «Alle ultime udienze si gioca a scarica barile fra committenti», racconta Paola.

A processo, sul banco degli imputati, ci sono sette impresari che in quel cantiere avevano un appalto, in subappalto da un altro subappalto, e così via fino a costruire una matassa impossibile da districare: «Lo fanno apposta. Così quando succedono disgrazie il responsabile non è nessuno. Ma deve venire fuori», Paola non demorde. Eppure s’avvicina la prescrizione: e allora Matteo potrebbe non avere giustizia. «Servirebbe un processo esemplare, severo, in tempi giusti. Perché nel frattempo le morti sul lavoro non si sono fermate», e neppure il diabolico sistema del subappalto. Al contrario, le disgrazie hanno ripreso a correre e non è una fatalità. L’Espresso racconta cosa sta succedendo nelle aziende italiane e perché.

Precari più a rischio

Nel 2017 hanno perso la vita – ufficialmente – in 1.115 (più 1,1 per cento sul 2016). Una mattanza. E il 2018 è iniziato nel peggiore dei modi: il 16 gennaio a Milano quattro operai sono morti per asfissia alla Lamina, una piccola azienda metalmeccanica. Due giorni dopo a Brescia, un ragazzo di 19 anni è rimasto incastrato con la manica del maglione nel tornio, è successo sotto agli occhi del padre, titolare dell’azienda.

Lidl Francia, non solo i braccialetti di Amazon: il casco dei magazzinieri non scherza

di Andrea D’Ambra

Da qualche mese si parla tanto dei braccialetti che Amazon ha brevettato per monitorare i propri dipendenti ed inviare impulsi-vibrazioni in caso di “errori”. I ministri italiani si sono subito affrettati a rassicurare l’opinione pubblica e smentire chi sosteneva che tale pratiche avranno vita facile grazie alle norme contenute nel Jobs Act. Ma siamo sicuri che quello di Amazon sia un caso isolato e fantascientifico? A giudicare da quanto mandato in onda lo scorso autunno dall’inchiesta del programma tv francese Cash Investigation non sembrerebbe proprio.

I giornalisti d’inchiesta transalpini si sono infatti calati (letteralmente) nei panni dei magazzinieri della Lidl, facendo assumere (ovviamente in incognito) uno di loro per provare in prima persona cosa voglia dire lavorare per la catena tedesca di hard-discount. Quello che ne è uscito fuori è stato impressionante: qui niente braccialetti ma una sorta di casco parlante che isola i dipendenti gli uni dagli altri e dà loro ordini in continuazione attraverso una voce robotizzata che registra anche quanto tempo impiegano e li sollecita a sollevare pesi uno dopo l’altro.

Per avere un’idea, il giornalista-magazziniere solleva, in un giorno, 1400 pacchi per un peso totale di 8 tonnellate. Ritmi e carichi giudicati dannosi per la salute da medici del lavoro che hanno analizzato la registrazione della frequenza cardiaca del magazziniere all’opera.

Il lavoro è stato il grande assente dalla campagna elettorale

di Marina Forti

Se si esce da Milano verso nord la città sembra non finire mai. Superando Sesto San Giovanni e quel che resta delle acciaierie Falck, si può guidare per ore in un paesaggio fatto di uffici luccicanti e capannoni industriali, quartieri residenziali, rotonde, svincoli, centri commerciali.

Questo paesaggio è il cuore dell’area metropolitana più grande d’Italia, una zona che dalla periferia milanese si estende a nordest fino alle porte di Bergamo, o ancora verso Saronno, Busto Arsizio, fino a Gallarate e all’aeroporto di Malpensa a nordovest. Attraversa quattro province – Milano, Monza-Brianza, Lecco, Varese – ma qui nessuno dubita che si tratti di un’area metropolitana integrata.

Uno studio dell’università di Milano-Bicocca fotografa la sua complessità: 858 comuni, sette milioni e mezzo di abitanti, ottomila chilometri quadrati di superficie. Da qui ogni giorno più di 700mila persone prendono un treno suburbano o regionale per andare a lavoro. È anche la zona più ricca e produttiva d’Italia, all’interno di una regione che da sola produce circa il 22 per cento del prodotto interno lordo nazionale, dove da alcuni anni l’economia è in crescita e la disoccupazione supera appena il 7 per cento, contro una media nazionale del 12 per cento – anche se resta comunque il doppio rispetto a dieci anni fa, quando è cominciata la crisi.